I vertici UE servono a tranquillizzare i mercati oppure contribuiscono a peggiorare la situazione? Se guardiamo la misura della “temperatura” della crisi più conosciuta, lo spread tra i titoli decennali del Tesoro greco, italiano, spagnolo e francese con i Bund tedeschi, nessun vertice è riuscito a fermare la corsa al rialzo (nel grafico le barre verticali segnalano le più importanti riunioni del Consiglio europeo o dell’Ecofin, le riunioni dei ministri delle Finanze). Anzi, per quanto non si possa dedurre dal grafico alcun nesso di causalità, si può notare come nel 2011 alla vigilia dei vertici lo spread tendesse a scendere, segno di aspettative positive sull’esito del summit per poi risalire subito dopo, probabilmente per la delusione dei mercati rispetto alle decisioni effettivamente prese. Alcune volte la risalita dello spread è molto rapida, come in seguito ai vertici di giugno e luglio 2011 e soprattutto a quelli del 26 ottobre o del 9 dicembre scorso, entrambi presentati come “il momento verità” per l’Unione, ma conclusi in un nulla (o poco) di fatto. Solo da inizio gennaio 2012 lo spread per Italia, Spagna e Francia ha cominciato lentamente a scendere, contestualmente alla firma del nuovo trattato e (forse soprattutto) all’azione della BCE e alla liquidità a basso tasso offerta da questa alle istituzioni bancarie europee (LTRO). Le nuove incertezze di questi giorni, però, rischiano di vanificare anche questo relativo miglioramento.

Il grafico fa parte di un breve saggio sulla comunicazione delle istituzioni europee in tempi di crisi “La sauna di Olli. O dell’inutilità della propaganda UE” pubblicato nel Quaderno Speciale di Limes, intitolato “Media come armi” uscito il 26 aprile.

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