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  1. Stefano Slataper Rispondi

    Perché ovviamente costa un disastro. E questo non perché gli arbitri italiani siano particolarmente esosi. Un arbitrato significa far lavorare almeno cinque soggetti a qualificazione medio altra (difensore dell'attore, difensore del convenute tre arbitri) per un lasso di tempo non esattamente modesto. Per mia esperienza, un arbitrato di lavoro semplice che non si concluda con una conciliazione ma con un lodo vero e proprio (ad esempio, su una sanzione disciplinare conservativa) comporta circa 10/12 ore di lavoro per i membri del collegio e altre 4 (almeno) per l'estensore del loro. In tutto stiamo parlando di almeno 30/40 ore di lavoro. Facciamo 50 euro all'ora, e cioé asumiamo che questi signori si facciano pagare come un qualsiasi artigiano? Bene, un arbitrato costa, solo per il collegio, da 1500 ai 2000 euro. Se la faccenda poi diventa complicata (assunzione di testimoni, perizie etc etc) i costi espodono. Ah, dimenticavo: ai costi del collegio vanno, ovviamente, aggiunti i costi di difesa.

  2. Daniel Hazan Rispondi

    Purtroppo in Italia in moltissimi casi gli arbitrati sono affetti dagli stessi mali della giustizia civile, a costi molto ma molto piú elevati...non è questa la soluzione

  3. Angelo Rispondi

    Per diminuire le cause del lavoro, ma più in generale quelle civili, invece dell'arbitrato, che sembra limitare i diritti costituzionali, suggerirei di introdurre anche nel civile il casellario giudiziale. Il giudice, come per il processo penale, sarebbe subito informato sul convenuto, e si regolerebbe di conseguenza. L'impresa che calpesta regolarmente i diritti sindacali troverebbe un deterrente nella pena crescente che le verrebbe comminata. Stessa cosa per chi è uso ad emettere assegni in bianco. Servirebbe ancora l'arbitrato?

  4. emilio rocca Rispondi

    Anche a me sembra una possibilità interessante il ricorso alla decisione arbitrale. Parlandone però con un amico avvocato ho avuto un giudizio netto: "In Italia però gli arbitri si fanno pagare tantissimo". Quindi l'impugnazione del licenziamento potrebbe portare ad una decisione arbitrale più rapida, ma anche costosa. Non ho però idea degli ordini di grandezza del costo di cui stiamo parlando: sicuramente è un tema che merita di essere approfondito in Italia.

  5. cristiano Rispondi

    Direi che rinunciare preventivamente al ricorso al giudice sarebbe proprio la ciliegina sulla torta! Equivarebbe a dire che non esiste più il deterrente contro i licenziamenti illegittimi.Già adesso con l'introduzione obbligatoria della conciliazione prima del giudice(e quest'ultimo deve tenere conto dell'esito di essa!) si è indebolita la tutela: secondo voi in sede di conciliazione si può stabilire un reintegro??Credo proprio di no, serve soltanto ad accordarsi su un 'indennizzo, ovviamente inferiore a quello che si potrebbe ottenere vincendo la causa in sede giudiziale. Lasciare solo la possibilità dell'arbitrato significherebbe stabilire come unica tutela la conciliazione preventiva, cioè bassi indennizzi e ovviamente nessun reintegro, che è l'unico vero deterrente. Francamente credo che chi neghi questa considerazione menta sapendo di mentire.

  6. Paolo Rispondi

    Non so come funzioni l'arbitrato, ma se molte controversie si riversassero sull'arbitrato, è possibile che non sarebbe così veloce. In Italia appare molto sospetto l'obbligo alla rinuncia al ricorso al giudice, data la debolezza del lavoratore nei confronti dell'azienda, malgrado tutte le panzane sui "garantiti". L'unico caso che mi viene in mente è la giustizia sportiva con gli effetti che sono davanti agli occhi di tutti.

  7. michele Rispondi

    non ci risulta che i salari americani siano più alti perchè monetizzano una perdita di diritti del lavoro. La legge italiana vieta di precludere la libertà di azione in giudizio perchè questo è contro la Costituzione, e non accade in nessun ambito del diritto. A priori niente e nessuno dovrebbero essere esclusi dalla tutela giurisdizionale. E invece proprio il Collegato Lavoro ha introdotto una forte limitazione, di cui poco si parla: l'insindacabilità delle scelte tecniche, produttive o organizzative del datore di lavoro, limitando il giudice al mero controllo di legittimità.