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LA RIPRESA DEGLI ALTRI

Mentre i dati congiunturali di fine 2011 e inizio 2012 certificano un peggioramento della congiuntura economica europea, il superindice Ocse suggerisce che le cose andranno meglio nel secondo semestre 2012. Non per tutti allo stesso modo. Per ora le prospettive di miglioramento riguardano Germania e Regno Unito, non Italia, Francia e Spagna. Ma le differenze di prospettive in Europa sono anche una sfida a cogliere le opportunità che la ripresa degli altri presenta anche a chi ancora non vede l’uscita dal tunnel.

I dati sulla crescita del Pil del quarto trimestre 2011 e i dati mensili su produzione industriale, ordini e vendite dei primi mesi 2012 certificano un peggioramento della congiuntura economica europea. Ma il superindice Ocse – l’indice riassuntivo che anticipa ciò che succederà all’economia dopo sei mesi – suggerisce che le cose andranno meglio quasi dappertutto nel secondo semestre 2012. “Quasi dappertutto” ha però un significato ben preciso: significa che in Europa le prospettive sono oggi rosee per Germania  e Regno Unito, ma non per Italia, Francia e Spagna.

LA RECESSIONE DI OGGI

Nel 2011 i timori di una recessione mondiale erano all’ordine del giorno. Nella tabella che riporta la crescita trimestrale del Pil dei G20 nel 2009-11 si vede che le cose sono andate molto diversamente: la recessione è stata ed è per ora solo una questione europea.

Anche in Europa, veramente, le cose non sono andate ugualmente male per tutti. C’è chi ha continuato a crescere, anche nell’ultima parte del 2011, con dati poco sopra lo zero (Francia e Finlandia) o molto sopra lo zero (Polonia, Lettonia e Lituania). Il meno 0,3 per cento dell’eurozona e della Ue a 27 del quarto trimestre 2011 deriva sostanzialmente dai numeri negativi di Germania, Regno Unito e Italia. Per alcuni paesi europei (Grecia, Portogallo, Italia, Irlanda e Spagna, prima di tutto, ma anche Belgio e Olanda) i numeri negativi del quarto trimestre si sono sommati ad altri numeri negativi per il trimestre precedente. La recessione in solitaria di metà dell’eurozona è la conseguenza della crisi dei debiti sovrani che ha ridotto la fiducia di famiglie e imprese nell’autunno 2011 e intaccato la possibilità di adottare politiche fiscali di sostegno alla domanda, soprattutto ma non solo nei paesi cosiddetti periferici dell’area euro.
Poi è arrivato l’inverno 2012 che per i paesi europei si è dimostrato anche più freddo delle stagioni congiunturali precedenti. I dati per la produzione industriale dell’area euro nei primi mesi del 2012 sono inferiori di un punto e mezzo rispetto al loro valore dello stesso periodo del 2011 e per più di dieci punti percentuali rispetto ai loro valori pre-crisi. Con le stesse eccezioni che nel caso del Pil: in Germania, la turbo ripresa del dopo crisi ha riportato i livelli di produzione ai livelli pre-crisi nell’aprile 2011, prima del nuovo rallentamento degli ultimi mesi. Tre anni per recuperare quanto si è perso durante una recessione sono un’eternità usando la metrica delle recessioni “normali”. Non oggi. Negli altri paesi dell’area euro, le cose sono andate ben peggio che in Germania. In Italia, nell’aprile 2011, prima che iniziasse la recessione del secondo semestre 2011, alla produzione industriale mancavano ancora 17 punti per ritornare ai livelli di aprile 2008. Ora, con la nuova recessione, la produzione industriale italiana è a meno 22 punti rispetto all’aprile 2008, a soli 3 punti di distanza dal minimo decennale dell’aprile 2009. I dati di fatturato e ordini sono meno drammatici ma il loro trend è molto simile a quello della produzione. Nell’industria italiana, dopo il crollo del 2008-09, non si è mai risaliti ai livelli pre-crisi. Poi è arrivata la nuova recessione, soprattutto per le aziende attive sul mercato interno.
I punti mancanti di produzione industriale hanno un chiaro equivalente sul mercato del lavoro: il mancato riassorbimento della disoccupazione, mai scesa sotto il 10 per cento nell’area euro e mai sotto l’8 per cento in Italia. I due punti di disoccupazione in più rispetto al 2008 si sentono nei carrelli della spesa, per la prima volta anche nei negozi della grande distribuzione. Le vendite al dettaglio in valore nell’area euro sono inferiori di due punti percentuali rispetto al febbraio 2011. Con un’inflazione annua non lontana dal 3 per cento, le perdite di volumi di vendita  rispetto all’anno precedente si contano in punti percentuali, non in decimi di punto. Eccezion fatta per la Germania, naturalmente.

UN SECONDO SEMESTRE 2012 PIÙ ROSEO. SOLO PER QUALCUNO

Malgrado il brutto inizio, il 2012 potrebbe però ancora essere un anno diviso in due. Le speranze – flebili con gli occhi di oggi – sono affidate ai valori assunti dal superindice Ocse, l’indice riassuntivo che spesso anticipa ciò che succederà all’economia dopo sei mesi – con rilevanti margini di errore, bisogna ricordare – perché calcolato sulla base di variabili che misurano la fiducia di famiglie e imprese, l’inflazione attuale e il portafoglio ordini delle imprese industriali. Il superindice Ocse relativo al mese di marzo 2012 dice che il secondo semestre 2012 in Europa potrebbe essere un periodo di de-coupling, un periodo cioè in cui l’andamento di qualche paese  – nello specifico: Germania e Regno Unito – potrebbe essere migliore a quello di altri paesi europei afflitti da problemi specifici (tra cui purtroppo l’Italia, oltre a Francia e Spagna).Come riportato dall’agenzia giornalistica Asca, “il superindice Ocse prosegue il suo trend positivo, a febbraio, guadagnando 0,2 punti, a quota 100,5. (..) Giappone e Stati Uniti proseguono a mostrare forti segnali di svolta nell’attività economica con i superindici a quota 101,1 e 101,3. Anche il superindice dell’Eurozona mostra una potenziale situazione di svolta positiva nell’attività economica (..) ma con differenze tra i paesi membri, tra la situazione di Italia e Francia, di debolezza economica e Germania, in situazione positiva”. Purtroppo la previsione Ocse assomiglia a quella del Fondo monetario internazionale che assegna all’Italia una crescita di -2,2 per il 2012 con una coda negativa anche nel 2013.  Se l’Ocse e il Fmi hanno ragione, l’Europa marcerà ancora a due velocità come già dopo la crisi 2009. E se sarà così, vuol dire che, passata la temporanea boccata d’ossigeno garantita alle banche e ai mercati finanziari dalla liquidità della Bce negli ultimi mesi, i mesi a venire potrebbero portare nuovi e brutti chiari di luna per l’euro. Non ci sono rimedi semplici a questa situazione: la via fiscale alla crescita è preclusa dagli alti debiti pubblici mentre i piani di aggiustamento fiscale e le cosiddette “riforme economiche” richiedono tempo per produrre risultati positivi.

LA RIPRESA DEGLI ALTRI E LE SUE OPPORTUNITÀ

Nel mezzo di una recessione, c’è insieme bisogno e scarsità di buone notizie. Le previsioni Ocse ne portano soprattutto una: il mondo non ha davanti a sé una recessione generalizzata. In un mondo in cui gli scambi internazionali sono ormai la più potente leva di trasmissione dei cicli economici, il fatto che i due paesi più grandi del mondo (Usa e Cina) non cadano in recessione e che il più grande esportatore del mondo – la Germania – ne possa uscire tra pochi mesi è insieme una buona notizia e una sfida a cogliere l’opportunità che la ripresa degli altri presenta anche a chi ancora non vede l’uscita dal tunnel. Non è molto, ma è qualcosa.

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Leggi anche:  Sulla spending review l’Italia batte la Spagna di misura

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PERCHÉ L’EURO RIMANGA

26 commenti

  1. Anonimo

    Gli squilibri strutturali dei bilanci commerciali dei Paesi con più forza relativa nelle ragioni di scambio, hanno caratterizzato una maggiore ricchezza finanziaria per le economie con crescita marginale superiore nel settore industriale e agricolo rispettivamente per i Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo. In altre parole le crescite delle economie relative è superiore grazie ai guadagni di Borsa e, quindi, all’afflusso netto di capitali nelle singole società capitalistiche, di mercato.

  2. Piero

    Considerato quanto affermato in oggetto l’Italia mai sarà trainata da surplus della Germania, lo potrà essere solo se l’Europa nel suo complesso raggiunga dei surplus notevoli verso i restanti paesi e che i paesi in surplus siano disponibili a politiche di trasferimento interstatali. Sembra difficile un surplus con il resto del mondo dei paesi euro con l’attuale cambio.

    • La redazione

      Non è vero. L’eurozona non è un’economia chiusa. I paesi euro commerciano anche con il resto del mondo. L’Italia vende più di metà delle sue esportazioni fuori dall’area euro. Ne avevo parlato in un articolo precedente. Se l’euro si deprezza, per l’Italia e per l’Eurozona fa differenza eccome.

  3. dalmas

    Se si rifierisce all’OECD Composite Leading Indicator, riferito a Gennaio 2012, i dati, disponibili nella press release rilasciata ieri, 12 marzo, dicono che l’Italia ha avuto una crescita del CLI mese su mese pari a 0,4%, sotto USA (0,7%), Giappone (0,5%), ma più di Germania (0,1%), Francia (0,3%), UK (0,1%) (Pagina 3 della Press Release). A meno di non voler prendere i tassi di crescita anno su anno, ma visto che stiamo parlando di un indice anticipatore del ciclo, pur non essendo un esperto del ramo, direi che sarebbe un non-senso.

    • La redazione

      Il titolo purtroppo è pertinente. Si riferisce (come linkato nell’articolo) al più recente comunicato Ocse, dove si trova il grafico negativo per l’Italia da me sommariamente descritto nell’articolo. E’ però vero che i dati di gennaio 2012 indicavano una realtà differente. La differenza è dovuta sia ad un peggioramento delle aspettative delle imprese che ad un parziale cambiamento avvenuto nel CLI (Composite Leading Indicator) per l’Italia che ha escluso due variabili usate fino a gennaio e ne ha introdotte altre due. Con il vecchio c’era una speranza, con il nuovo indicatore questa speranza è stata cancellata. Ma il vecchio indicatore aveva portato a vari errori di previsione in passato, ad esempio prevedendo in modo errato una recessione già nel terzo trimestre 2010. L’Ocse ha quindi deciso di modificarne la composizione nella speranza di ridurre gli errori di previsione.

  4. lucio sepede

    Per cogliere le sfide bisogna fare le cose giuste, e per l’Italia significa tagliare la spesa pubblica improduttiva, abbassare le aliquote di tassazione dei ceti più poveri, ridurre drasticamente l’evasione e l’elusione fiscale, ridurre i privilegi sia dei diritti acquisiti dei dipendenti che delle rendite finanziarie improduttive, tassare per tre anni i patrimoni finanziari e immobiliari per poter investire nella ricerca e nelle infrastrutture. Purtroppo la spinta riformatrice del governo Monti si è esaurita con la maggiore tassazione dei soliti noti senza toccare la spesa pubblica, i privilegi delle corporazioni, i grandi patrimoni e neanche i finanziamenti ai partiti politici che sono scandalosamente molto superiori alle spese che i partiti stessi dichiarano. Se non faremo niente per uscire dalla crisi, sarà impossibile cogliere le opportunità derivanti dalla crescita altrui.

    • La redazione

      Temo che la grande patrimoniale proposta ad alcuni – con il deficit ancora al 4 per cento del Pil come oggi – avrebbe portato ad una ancora più massiccia fuga dei capitali, non ad aumentare  le risorse disponibili per gli investimenti in infrastrutture. La riforma del lavoro mira ad accrescere la propensione delle aziende ad assumere quando fatturati si riprenderanno. Ma al momento non vedo scorciatoie, sta alle aziende che ce la fanno trovare le risorse (interne) per agganciare la ripresa degli altri.

  5. marco

    Non sono d’accordo con le conclusioni dell’articolo: basta con il fatalismo modello “Promessi Sposi” e con le giustificazioni! Non è vero che bisogna mettersi ad aspettare la ripresa altrui e che il governo italiano nell’immediato non può fare nulla di incisivo! Diciamo che il governo italiano non vuole fare nulla di incisivo nell’immediato per non scontentare la casta politica e, di conseguenza, i grandi potentati nazionali e internazionali- Nell’immediato si potrebbero prendere i soldi dove abbondano, ovvero dal drastico taglio della spesa pubblica improduttiva che dovrebbe essere convertita in produttiva e in ricerca, dai grossi patrimoni, dalla finanza, dalla prostituzione, dall’evasione dalla corruzione da una diversa fiscalità e diminuire drasticamente il cuneo fiscale e le tasse per le classi medio-basse- Si rilancerebbero in poco tempo i consumi e nel giro di pochi mesi aumenterebbero gli investimenti anche esteri e la crescita- Bisogna avere il coraggio di dire che questo governo diretto dal tassator cortese Mario Monti, per non scontentare gli amici di lunga data, ha imboccato la via sbagliata dell’aumento delle tasse che non porterà mai alla crescita logicamente

    • La redazione

      Il mio è un articolo che descrive quello che sta succedendo, con qualche considerazione su quello che potrebbe succedere. Nessun fatalismo. Al contrario, credo che le aziende e le famiglie italiane, con o senza aiutini dallo Stato, debbano rimboccarsi le maniche per agganciare la ripresa degli altri. Soprattutto di Germania, Usa e Cina, nell’ordine. Non mi pare ci sia spazio per le politiche fiscali coraggiose che propone lei: temo che porterebbero ad aumentare il debito e la fuga dei capitali verso l’estero.

  6. Giuseppe

    L’Italia, per riprendere lo sviluppo, ha bisogno della fiducia dei mercati finanziari, degli investitori e dei cittadini. Azioni politiche forti e decise per controllare spesa pubblica, corruzione e inefficienza della burocrazia, in primis lentezza della giustizia civile, anche se richiederebbero tempo per produrre risultati positivi, contribuirebbero a infondere un clima di fiducia che molti cittadini elettori e consumatori stanno perdendo, oltre ad attrarre investimenti produttivi, indispensabili per crescita e occupazione. Stupisce che l’attuale Governo tecnico non capisca queste dinamiche, il dubbio desolante e che anch’esso sia impotente di fronte ai veri mali strutturali che affliggono il Paese.

    • La redazione

      Il governo tecnico non è un comitato plenipotenziario di salvezza nazionale, ma un governo a tempo che deve trovare i suoi voti in Parlamento. Ma per tutti è difficile capire come mai ci vuole tanto tempo per completare la famosa spending review.

  7. Riccardo Lucatti

    1) Cosa devo fare?
    2) Quanto denaro mi serve?
    3) Dove prenderlo?
    Devo: dare centralità e priorità alla lotta contro sprechi, spesa pubblica, evasione, privilegi di casta (di tutte le caste: non esistono loro diritti acquisiti, così come non sono esistiti per i pensionati); tagliare super stipendi, super pensioni, super cumuli, super benefit, super buonuscite e buonentrate; devo rivedere gli investimenti sospendendo i mega progetti, lanciare un programma di 15.000 micro centrali idroelettriche; creare migliaia di cooperative giovanili per la tutela e la gestione dei siti archeologici e naturalistici; devo controllare le tesorerie di tutti i partiti e tutte, tutte le fondazioni, etc.. Perchè la VW aumenta le vendite e la Fiat le diminuisce ma il suo AD “prende” uno stipendio 500 volte più di un suo operario laddove Valletta “guadagnava” (non “prendeva”) solo 20 volte di più? E così tanti altri. Tutti costoro, e sono tutti in posizioni di vertice, non sono stimolati più di tanto. Li vedi alla TV, sorridere, mentre rispondono alle domande dei giornalisti. Sorridono, tanto anche se la benzina va a 2 euro al litro, io ne guadagno 6 milioni l’anno!

    • La redazione

      Certo, l’Italia di oggi è piena di ingiustizie. Eliminarne qualcuna non risolverebbe tutti nostri problemi, ma aiuterebbe ad affrontare i sacrifici con maggiore spirito di condivisione.

  8. gio

    Stiamo per assumere due giovani meno che trentenni che ci piacciono molto: una ingegnere informatico (spagnola) e una digital media manager. Siamo matti? Si annuncia il peggioramento della recessione La IRAP aumenterà e graverà sul nostro risicatissimo bilancio in pari. Ci minacciano sfracelli da parte dell’Inps se non ce la facessimo con i nuovi (in apprendistato) Siamo una minuscola srl, nati nel 2000 in piena bolla net economy, Dopo 12 anni siamo vivi e innovativi nel campo della comunicazione online. Lavorano due dei soci, un ingegnere informatico specialista dipendente, un ingegnere collaboratore, una web content manager e copy collaboratore.  Lavoro per noi ce n’è, anche se poi dobbiamo fare da banca di credito ai clienti sia pubblici che privati e anche se riusciamo a pagarci compensi da mille euro lavorando 12 ore al giorno. Continuerà ad essere durissima, ma noi scommettiamo per farcela. ( gio/62 e die/42)

    • La redazione

      Che altro posso dire se non: Forza Giovanna? Sono sicuro che ce la farete.

  9. Bardamu

    Sogno un Governo non tecnico con Fassina ministro del lavoro, Vendola ministro della Sanità, Di Pietro Guardasigilli ,Grillo all’ambiente, che non metta le mani nelle tasche degli Italiani moralizzi i partiti politici nazionalizzi le banche annulli le spese militari e mi restituisca i miei BTP alla scadenza( e ovviamente paghi le cedole)

    • La redazione

      Mi sembra, come avrebbe detto il generale De Gaulle, un Vaste Programme.

  10. Anonimo

    La continua deflazione dei prezzi di produzione (e quindi dei salari) ma anche delle ricchezze nazionali, è dovuta ad una maggiore espansione della moneta finanziaria garantita dai più elevati movimenti di capitale nelle giacenze finanziarie della capitalizzazione complessiva delle Borse mondiali tali da determinare una maggiore flessibilità nelle varie economie di mercato soprattutto nei mercati dei fattori della produzione comportando la ricerca di progresso tecnico per effetto degli aumenti della domanda di beni non necessari, fermo restando il livello di domanda aggregata effettiva (o anche detta dell’utilità) e, quindi, delle spese di investimento e del lavoro.

    • La redazione

      Non so se ho capito. Comunque prezzi di (alla) produzione e salari sono in realtà aumentati ovunque nel 2011. In Italia, del 4,8 per cento i prezzi alla produzione, del 2,8 i prezzi al consumo e del 2,3 per cento i salari di fatto.

  11. Aldo

    Sappiamo tutti che le imprese sono la maggior parte sotto i 10 dipendenti, bisognerebbe chiedersi il motivo. Non è il problema dell’art18 (o almeno non solo) ma in questi anni le imprese che investivano in momenti di crisi si sono trovate a dover pagare tasse con gli studi di settore che invocavano a tutti i costi un certo volume d’affari stabilito dallo Stato quando in realtà ogni azienda aveva una sua particolare storia, e dover pagare più del dovuto ha reso il terreno non fertile per crescere. Come imprenditore conto terzista io avevo investito e assunto nel campo della produzione e mi sono ritrovato a licenziare e mettere i macchinari in demolizione.
    Un paese dove si è tartassati e dove tanto se tu chiudi a fronte c’è un ‘altro che apre: così è andato avanti per anni e per volere dello Stato. Non per niente ci differenziamo dagli altri paesi per le microimprese che tra l’altro dimostrono la voglia del voler fare ma le statistiche dimostrano pure…come nei primi 5 anni di vita queste muoiono. Viene da ridere quando di recente le stesse associazioni imprenditoriali artigiane si vantavano di riuscire a mantenere anno per anno l’esistenza dello stesso numero di imprese ma senza capire o chissà facendo finta di non capire che questo comunque era dettato da un volere politico per privilegiare le lobby, il costo della politica e loro stesse come associazioni con poltrone affidate a politici trombati. Ora stiamo andando veramente nel baratro. Inutile dire che gli incentivi dati per mettersi in rete tra imprese sono solo nebbia negli occhi ma in realtà questo paese è già morto colpito dalla burocrazia tasse lobby e costo della politica. La mia meraviglia è che rimane sempre e comunque “quel voglia di fare… di intraprendere” ma purtroppo è dettata dalla sopravvivenza.

  12. Piero

    Non c’ è un’economista che dia una soluzione alla crisi, politica di rigore, ma sostenibile? Imposta sul patrimonio, è attuabile? Non vedo chiarezza, i grandi economisti criticano , mentre gli economisti locali tutti alla corte della Germania, qualcosa non va bene, occorre più coraggio i nostri economisti non devono avere paura e devono dire quello che pensano non devono avere paura di perder il posto.

  13. Piero

    Proprio perché l’Europa non è un’ economia chiusa e l’Italia vende oltre alla metà fuori dall’euro, tutta l’area euro necessita di una politica monetaria competitiva con i paesi fuori euro e considerato il cambio fisso all’interno dei paesi euro in difetto di trasferimenti la ripresa di un paese non trascina l’altro, ciò penso che non si possa discutere

  14. Maurizio

    La lunga storia di affinamento degli indici alle esigenze governative dell’ISTAT secondo me non ci fa più percepire l’essenza della crisi in atto. A questo a ggiungiamo una stampa come sempre filogovernativa che nasconde buona parte die problemi per vivere di facile antipolitica da strapazzo. Con uno stato che intermedia il 52% del PIL dalle statistiche e forse il 60-70% nella realtà attendiamo solo il tonfo che ci sarà e sarà forte. Di fatto si sta stritolando il sistema produttivo e le PMI senza toccare minimamente la spesa pubblica vero tema che dovrebbe essere affrontato. Si è rotto il patto sociale che vedeva i parassiti pubblici godere di stipendi e pensioni senza lavoro e responsabilità e il piccolo imprenditore che evadeva. Si è rotto con la vittoria del Moloch pubblico (partiti sindacati pubblico impiego ecc) ora dobbiamo aspettare che la vittoria faccia effetto per ripartire da zero (anzi da – 2000 mld di debito)

  15. Maurizio

    Colgo l’occasione per chiedere al prof un parere. Secondo Lei, qualcuno comprende che in Italia, paese manifatturiero a tecnologia media di certo non avanzatissima, una elevatissima tassazione,si stanno spegnendo gli investimenti, e si condannano le imprese alla chiusura nel breve/medio termine? possibile che nessuno si preoccupi del fatto che in Italia non si investe più? ma come verrà la crescita nel 2013 se per i prossimi due anni le aziende continueranno a chiudere? ne sorgeranno di nuova? ad opera di chi? forse equitalia salverà le imprese con i suoi metodi mafiosi da usuraio? se oggi una impresa è in difficoltà grazie allo stato estortore chiuderà nei prossimi due tre anni è un fatto non una opinione Chi non riesce a pagare 100 dovrà pagare 500 o con le buone o con le cattive.. Ci si aspetta che poi questi imprenditori continuino ad investire in Italia o forse penseranno di andare in Svizzera, Romania, Slovenia, Croazia, ecc ecc

  16. Aldo

    Quando vedo Monti in giro per il Mondo chiedendo di investire in Italia, mi guardo indietro e cosa vedo che anche in passato multinazionali sono arrivate hanno preso il marchio di note imprese abbassando la produzione e facendo produrre in realtà all’estero poi commercializzando con il marchio made in Italy. Ma questo vale anche per i grandi gruppi di origine prettamente italiana che come lobby industriali daccordo con i politici hanno di fatto cancellato il vero made in Italy non facendo passare una legge in Senato che promuoveva i prodotti con marchio “Italia 100%” (ovvero un qualcosa come quando vediamo “vero cuoio” nelle scarpe). Infatti la legge del made in Italy è volutamente artefatta e interpretabile perchè si indica la provenienza dell’origine del prodotto il quale può essere semplicemente ideato (e quindi stando all’interpretazione della Legge è sufficente) ma poi prodotto in Vietnam. E noi compriamo made in Italy? Ce lo fanno credere. Volutamente da queste lobby che sono anche in Senato o ai noti industriali che su questo hanno vinto cause e vanno in tv dicendo W il made in Italy

  17. Anonimo

    Gli effetti della continua competizione nei settori economici privati hanno determinato una creazione maggiore di merci (sovraproduzione) rendendo compatibili una carenza di altri beni questavolta prodotti dal settore pubblico (anche privato monopolistico), tale per cui una maggiore tassazione del reddito è dovuta in correlazione con i maggiori guadagni di reddito da capitale, soprattutto dei redditi finanziari a scapito, però, della crescita dell’economia globale in particolare della domanda aggregata.

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