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La risposta ai commenti

Desideriamo ringraziare i lettori per l’interesse dimostrato nell’articolo e per i commenti inviati. Abbiamo cercato di riassumere i molti commenti in tre categorie. Tuttavia rimandiamo il lettore interessato al lavoro originale, che include una molteplicità di controlli di robustezza dei principali risultati dell’analisi che, per ovvi motivi di spazio, non hanno potuto essere discussi nel nostro intervento su LaVoce.info.

1) Grafico illustrante la correlazione negativa tra adozione di pc pro capite e grado di rigidità del mercato del lavoro. Innanzitutto ci preme sottolineare come il grafico riporti una correlazione e non necessariamente un rapporto di causa-effetto. In particolare, ci sembra utile notare due punti. A) L’evidenza che riportiamo costituisce una delle motivazioni/premesse del nostro lavoro, che trae spunto da una letteratura già abbastanza matura che riporta l’esistenza di robuste correlazioni negative tra rigidità del mercato del lavoro e tasso di adozione di nuove tecnologie, come ad esempio la spesa in ICT. Nel nostro working paper citiamo alcuni di questi lavori, e ad essi rimandiamo i lettori interessati. Lo scopo del nostro lavoro, lo ricordiamo, è quello di verificare se il grado di rigidità del mercato del lavoro influenzi la crescita nei settori ad alta intensità di capitale umano.  B) La correlazione tra adozione di pc ed epl è statisticamente robusta, ed è stata ottenuta da una regressione nella quale abbiamo tenuto conto del diverso grado di sviluppo economico dei paesi (pil pro capite), del capitale umano medio della popolazione (anni medi di istruzione) e di ogni possibile variabile non osservata costante nel tempo (es: istituzioni, cultura imprenditoriale del paese, composizione settoriale, etc.) che influenza sia il tasso di adozione dei computer che il grado di rigidità del mercato del lavoro.

2) Specializzazione produttiva in settori maturi e altre determinanti della crescita: riteniamo che occorra favorire la specializzazione del paese verso settori più dinamici, tenuto conto del fatto che i settori maturi e tradizionali non garantiscono una crescita adeguata della produttività e sono anche maggiormente esposti alla concorrenza dei paesi in via di sviluppo: per fare questo occorre, tra le altre cose, favorire la mobilità dei lavoratori, fornendo loro, nello stesso tempo, una rete adeguata di protezione, sia in termini di sostegno temporaneo del reddito  che di formazione continua. Infine siamo d’accordo con chi ha sostenuto che al fine di accrescere lo sviluppo dei settori più dinamici sia imprescindibile accrescere il livello medio di istruzione della popolazione: infatti, nel nostro working paper, in linea con risultati già consolidati in letteratura, teniamo conto adeguatamente di questo effetto ma mostriamo anche come possa essere altrettanto importante accrescere la mobilità del lavoro di cui abbiamo parlato sopra.  Abbiamo inoltre controllato per tutta una serie di variabili a livello di paese che potrebbero spiegare l’espansione dei settori ad alta intensità di capitale umano, tra cui gli investimenti in capitale fisico, gli investimenti in ricerca e sviluppo, il capitale umano medio della forza lavoro e la sua crescita nel periodo, la forza sindacale, il reddito pro capite, lo sviluppo finanziario (fondamentale per favorire il finanziamento dei settori più innovativi), la qualità del sistema giudiziario.

Leggi anche:  Il ruolo dello stato e dell’Europa nelle considerazioni di Visco

3) Forme contrattuali precarie e regimi di protezione dell’impiego: il fatto che in Italia, ancora più che in altri paesi, la maggior parte delle nuove assunzioni siano a tempo determinato, co.co.co., etc., e caratterizzate da bassi salari, potrebbe essere un effetto collaterale di una eccessiva regolamentazione di una parte del mercato del lavoro, che è quella catturata dal nostro indice di protezione dell’occupazione. Nel working paper (a cui rinviamo per una discussione più dettagliata) discutiamo la robustezza dei nostri risultati alla luce di queste considerazioni utilizzando diversi indici proposti in letteratura, sia OCSE che non-OCSE, con l’obiettivo di  tener conto della presenza di lavoratori precari e della regolamentazione dei licenziamenti collettivi. In particolare, l’indice riportato in figura è derivato dall’indice OCSE ed è stato utilizzato in precedenti analisi empiriche a cui rimandiamo per approfondimenti. Vogliamo sottolineare come nessuno dei risultati principali dipenda dal particolare indice di regolamentazione del mercato del lavoro utilizzato.

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  1. Alberto

    1) Ecco, appunto, la correlazione tra variabili non significa necessariamente un rapporto di causa-effetto. Quello ce lo mettete voi è non c’è alcuna evidenza empirica! Entrambe le variabili potrebbero ad essere dipendenti da una terza variabile oppure il nesso causale potrebbe essere inverso: la specalizzazione in settori maturi e poco innovativi determina il basso grado di flessibilità necessaria in un paese. 2) Cosa significa che avete “controllato” altra variabili? Che le avete “neutralizzate” per arriviare al risultato atteso? Che le considerate ininfluenti o poco influenti? Continuo a non capire perchè la flessibilità più importante (fra i diversi fattori di produzione, le variabili “ambientali” e di contesto, ecc.) debba essere quella del lavoro! 3) Siamo all’ossimoro: il mercato del lavoro in Italia è flessibile perchè è rigido. No comment. (d”altra parte fa parte di una vulgata che, senza alcuna evidenza empirica, vede il lato dell’offerta del mercato del lavoro staticamente diviso tra precari a vita e garantiti a vita) Risposta deludente, mi spiace. Magari gli addetti ai lavori sono soddisfatti, ma i non-economisti non ci vedono chiaro.

  2. Olmo Forni

    Cari autori, premetto di non essere un economista ne’ un giuslavorista, ma un mero scienziato politico, perdipiu’ cervello in fuga con ricadute italiane. Innanzitutto, vorrei far notare come, se da un lato le riforme del lavoro Treu e Biagi (che aveva preconizzato ben altro rispetto alla legge che porta il suo nome) abbiano effettivamente ridotto della meta’ l’indice di disoccupazione italiano nel decennio dal 97 al 07, tale aumento nell’impiego sia avvenuto solo nelle categorie del lavoro part time ed a termine (dati IMF). In concomitanza, la produttivita’ per lavoratore italiana si e’ arrestata a partire dal 2000 e, rispetto al resto dell’Europa e’ calata drammaticamente, quando fino a meta’ anni 90 era addirittura piu’ alta di quella tedesca e francese (dati IMF e OECD). Lo stesso IMF riconosce come sia il calo della produttivita’ e non i salari la radice del problema del mercato del lavoro, unita alla disparita’ tra lavoro precario e posto fisso. Ma la posto di dare piu’ diritti a chi non ne ha si preferisce tagliare quelli gia’ esistenti: un compromesso al ribasso dove chi ci perde sono i giovani e gli over 50.

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