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Il Governo insiste che non cambierà una virgola della riforma del lavoro. Ma la riforma ancora non c’è. Due lettere inviate ai quotidiani nei giorni scorsi dai ministri Fornero e Patroni Griffi hanno chiarito che non è affatto chiaro ciò su cui politici, tecnici e parti sociali “si stanno scazzottando” (l’espressione è di uno dei pugili, Pierluigi Bersani). La prima lettera ci informava del fatto che il Governo deve ancora definire il regime che si applicherà alle partite Iva e che “le proposte saranno messe a punto entro pochi giorni”. La seconda lettera sosteneva che la riforma comunque non si applicherà al pubblico impiego, contravvenendo al testo licenziato solo due giorni prima dal Consiglio dei Ministri e aprendo conflitti fra dipendenti pubblici e privati nonchè possibili problemi di costituzionalità della riforma.
Non si tratta certo di aspetti secondari. Coinvolgono milioni di lavoratori. Questi “chiarimenti” che intervengono dopo settimane di tira e molla nella cosiddetta concertazione, riunioni Abc che annunciano accordi sul testo elaborato dal tavolo e, infine, un Consiglio dei Ministri che ha approvato la riforma ci pongono alcuni quesiti inquietanti. Di cosa hanno mai discusso al tavolo? Di cosa si è parlato in tutto questo tempo se nodi così essenziali non sono ancora stati definiti? Su cosa ci si è confrontati nei tavoli tecnici? E come è possibile che il confronto politico possa aspirare ad una sintesi, fondata su soluzione pragmatiche anziché contrapposizioni ideologiche, se non c’è una base di proposte ben definite da cui partire? Attorno a cosa bisogna aspirare a raccogliere il consenso? Ancora, perché alimentare ansie di lavoratori e datori di lavoro annunciando provvedimenti ancora non ben definiti? Perché creare cosi tanta inutile incertezza attorno al modo con cui verranno regolati in futuro i rapporti di lavoro?
Mai forse come in questo caso il diavolo è nei dettagli. Per definire questi dettagli bisogna scrivere un testo di legge e simulare gli effetti, i costi, di diverse alternative. Invece di molti richiami di circostanza ad un confronto civile e meno ideologico, dovremmo tutti chiedere al governo: per favore dacci un articolato!

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CONCORSO ESTERNO E STATO DI DIRITTO

  1. Franco V. Pavesi

    Le 7 domande formulate con chiarezza esemplare sono sacrosante e altrettanto limpide dovrebbero essere le risposte alle quali chi ci governa dovrebbe (anzi avrebbe già dovuto) dare corso. Ottava domanda : è chiedere troppo a dei “non politici” ?

  2. Claudio Moretti

    “Per i licenziamenti oggettivi o economici, ove accerti l’inesistenza del giustificato motivo oggettivo addotto, il giudice dichiara risolto il rapporto di lavoro disponendo il pagamento, in favore del lavoratore, di un’indennità risarcitoria onnicomprensiva.” In questo momento storico di disoccupazione dilagante si propone un’indennità per un licenziamento dichiarato non giustificato. La non praticabilità della formula determina due opzioni: il governo si rimangia la norma con relativa brutta figura che apre una voragine di credibilità o insiste; con relativa crisi di governo. Per manifesta incapacità non è stato, pertanto, affrontato il problema vero. Un imprenditore serio che rispetta le leggi decide di modificare la sua realtà organizzativa. Da tale modifica possono derivare esuberi di personale o modifiche nella struttura della forza lavoro. Le modifiche non sono conseguenza di crisi, ma semplicemente perché ha intenzione di percorrere altre strade produttive. Lo può fare ? In caso affermativo occorre affrontare, da parte dello stato, il problema degli esuberi

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