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PROFESSIONISTI, FIGLI DI TANTO PADRE

Perché riformare gli ordini professionali è così difficile in Italia? Perché le professioni si tramandano di padre in figlio? Con quali svantaggi per i consumatori? A queste domande risponde il libro di Michele Pellizzari e Jacopo Orsini “Dinastie d’Italia. Gli ordini tutelano davvero i consumatori?” (Università Bocconi Editore, 160 pag., 18 euro). Invece di garantire qualità e trasparenza ai consumatori, gli ordini si sono trasformati in corporazioni al servizio degli associati. E le connessioni familiari che facilitano l’accesso alla professione rivelano il diffuso nepotismo. Anticipiamo alcuni brani del libro.

La riforma degli ordini professionali è solo una parte del processo di liberalizzazione in Italia. È il capitolo più importante degli interventi che riguardano i settori a entrata regolata, dove cioè l’ingresso di nuovi operatori non è libero, ma soggetto a restrizioni. Per esercitare bisogna non solo avere un titolo di studio, ma soprattutto superare molti ostacoli, quali un esame di Stato, la frequenza di corsi di specializzazione, un periodo di praticantato obbligatorio o qualche forma di accertamento dei requisiti professionali operata da chi esercita la professione e non ha alcuna intenzione di dare il via libera a chi potenzialmente è più bravo di lui. […]
Quando si parla di professioni regolamentate si fa riferimento all’obbligo di legge di possedere una formale autorizzazione, di solito concessa dal governo, per fornire uno specifico bene o servizio ai consumatori. Esistono anche altre forme di regolamentazione, come la certificazione; in questo caso si identificano come professionisti qualificati coloro i quali hanno superato un test o un esame, sebbene l’offerta degli stessi beni o servizi non sia vietata a operatori non certificati. […] In Italia le professioni regolamentate occupano, secondo dati Istat del 2009, circa 1,3 milioni di persone: il 5,8 per cento della forza lavoro e il 28 per cento degli occupati con titolo di studio universitario. Il peso del settore nel nostro paese è ancora più importante secondo le cifre fornite da Marina Calderone, presidente del Comitato unitario permanente degli ordini e collegi professionali: in base ai suoi calcoli, infatti, nel novembre 2011 il mondo delle professioni regolamentate in Italia registra 2,1 milioni di iscritti. […]
La regolamentazione dei servizi professionali ha uno scopo ben preciso: proteggere i consumatori in mercati caratterizzati da asimmetrie informative, in particolare per quanto riguarda la capacità dei clienti di valutare la qualità dei servizi offerti. Nei mercati nei quali è difficile acquisire informazioni, il consumatore potrebbe infatti non essere in grado di selezionare il produttore migliore o comunque uno sufficientemente preparato. In tale situazione, le barriere all’entrata e altre forme di regolamentazione realizzate possono prevenire l’ingresso nel mercato dei professionisti meno capaci, garantendo così una migliore qualità minima. […]
Attualmente in Italia si contano ventotto professioni regolamentate, tutte caratterizzate da un diritto esclusivo a fornire specifici servizi. Alcune sono di antica tradizione, tanto da risalire alle corporazioni di epoca medievale, e sono state ufficialmente riconosciute all’inizio del secolo scorso, come quella dei medici (1910), dei notai (1913), degli architetti e ingegneri (1923). Altre più recenti si sono aggiunte nel corso del tempo. […]

EFFETTI DEL FAMILISMO

Quali sono gli effetti del familismo sull’economia? Sono molti gli studi che si sono posti questa domanda. Gli economisti si sono concentrati in particolare sull’occupazione, anche quella autonoma, sullo sviluppo delle piccole imprese e sui risultati delle elezioni. In questo capitolo osserveremo l’influenza dei legami di parentela nel campo delle professioni sfruttando la stessa intuizione dello studio di Güele, Rodriguez Mora e Telmer, pubblicato nel 2007, il quale mostra come si possano utilizzare informazioni contenute nei cognomi per indagare la mobilità intergenerazionale. L’utilizzo dei nomi nella ricerca economica non è nuovo, ma a nostra conoscenza non ci sono contributi né empirici né teorici basati sui cognomi che documentino gli effetti della regolamentazione occupazionale, e soprattutto delle barriere all’ingresso, sul mercato dei servizi professionali. […]
Medico, avvocato, farmacista e giornalista sono le professioni per le quali avere un familiare già iscritto all’ordine facilita maggiormente l’accesso. Come abbiamo visto nel capitolo precedente, il grado di familismo in queste occupazioni è in media quattro volte superiore a quello di un lavoratore autonomo generico. Come già discusso in precedenza, se le famiglie sono luoghi in cui si forma uno specifico capitale umano, allora dove le connessioni familiari sono più forti nel determinare l’accesso a una professione la qualità dei servizi offerti sul mercato dovrebbe essere migliore. Il livello medio delle prestazioni dovrebbe al contrario essere peggiore laddove il ruolo delle famiglie sia semplicemente quello di abbassare le barriere all’ingresso, un effetto che si può ottenere in vari modi: attraverso un legittimo sostegno ai giovani rampolli nell’accesso all’occupazione e alla creazione di un portafoglio clienti, utilizzando meno legittime pratiche nepotistiche e corporative, oppure persino sfruttando favoritismi completamente illegali all’esame di Stato per l’iscrizione all’ordine. […]
Le restrizioni all’accesso si giustificano, dunque, con la necessità di selezionare operatori che siano in grado di offrire servizi di buona qualità, impedendo l’accesso a professionisti scarsamente produttivi. Queste limitazioni hanno però un costo, in termini di prezzi più alti e meno scelta per i consumatori. La domanda a cui è necessario dare una risposta dunque è: le restrizioni alla concorrenza sono proporzionate e giustificate? È corretto chiedere alla società di pagare i costi derivanti dalla mancanza di competizione? L’obiettivo di garantire qualità e trasparenza ai consumatori viene raggiunto? O invece gli ordini si trasformano in qualcosa di più simile a corporazioni che offrono servizi agli associati, come dimostra anche l’estrema timidezza nell’intervenire con sanzioni disciplinari?
L’attenzione di solito è rivolta a cosa non va nel funzionamento degli albi. Si denunciano – e giustamente – la scarsa trasparenza dei metodi di accesso e gli scandali che periodicamente colpiscono l’organizzazione degli esami di Stato. Si contestano la gestione degli organismi di vertice degli ordini e i privilegi della casta degli iscritti, oltre alla forza delle lobby degli avvocati-onorevoli e degli altri professionisti che in Parlamento bloccano ogni tentativo di riforma. Sono mancati invece finora studi che permettessero di valutare, a livello empirico, l’effetto delle restrizioni e delle barriere all’ingresso in rapporto alla qualità dei servizi offerti dai professionisti.
Dalle analisi che abbiamo condotto sugli elenchi nominativi degli iscritti a undici ordini è emerso che in otto professioni su undici il grado di familismo è più alto di quello registrato fra i lavoratori autonomi generici. Per medici, avvocati, farmacisti e giornalisti questo indicatore è quattro volte superiore, anche se sempre meno della metà di quello che si registra per i docenti universitari. Abbiamo poi costruito indicatori della qualità delle prestazioni offerte in sei professioni e mostrato come i legami familiari siano più deboli in mercati dove è più forte la richiesta dei servizi dei professionisti. Per due occupazioni osservate, commercialisti e consulenti del lavoro, abbiamo inoltre trovato prove chiare e statisticamente significative di peggiori risultati sociali dove il familismo è maggiore. Nelle zone dove le connessioni familiari – calcolate in base al nostro indice di informazione dei cognomi – sono più forti, l’evasione fiscale è più alta e c’è una litigiosità maggiore fra lavoratori e aziende. Per altre tre occupazioni – geologi, medici e ostetriche – abbiamo scoperto invece l’opposto: laddove i legami familiari sono più alti, si riscontra una migliore qualità sociale dei servizi. Per gli avvocati non siamo riusciti invece a trovare una risposta univoca.
Se la relazione fra le connessioni familiari e un accesso facilitato alla professione riflettesse solo una formazione di conoscenza specifica all’interno della famiglia, non ci sarebbe nulla di male. Un avvocato capace insegna il mestiere al figlio, che diventa a sua volta bravo in quell’occupazione e avrà più probabilità di riuscire a iscriversi all’albo rispetto a chi non ha parenti già attivi nella professione. Il problema vero è che spesso l’incidenza del cognome – come abbiamo visto – è sintomo di pratiche nepotiste e corporative che riducono la qualità dei servizi. E quando la forza delle connessioni familiari consente a individui con scarse capacità di diventare commercialista, avvocato o medico più facilmente rispetto agli altri aspiranti, è evidente che la regolamentazione non funziona o non funziona per lo scopo per cui è stata disegnata.

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CONCORSO ESTERNO E STATO DI DIRITTO

28 commenti

  1. Alberto Cottica

    Le asimmetrie informative sono, oggi, meno un problema di quanto non fossero in passato. Basta un servizio web tipo TripAdvisor, in cui puoi votare, e soprattutto recensire, i professionisti. Quindi, se anche l’esistenza degli ordini professionai avesse solo uno o pochi degli svantaggi raccontati nell’articolo, varrebbe comunque la pena di abolire tutto e lasciare che Dio riconosca i suoi.

  2. marco

    Ci sono tante cose poco logiche; che senso ha far fare l’esame di stato a un ragazzo laureato in ingegneria; se non fosse in grado di passarlo non gli avrebbero neanche dato la laurea! Sono tutte sovrattasse per i giovani che si dovrebbero invece incoraggiare di più -e poi molti settori sono talmente protetti dallo Stato e poco controllati da alimentare pesantemente l’evasione fiscale e lo sfruttamento giovanile- Come è possibile che professionisti di fama diano stipendi da fame ai propri dipendenti spesso assunti con contratti a progetto e nessuno intervenga? E poi se lo stato investisse nei servizi educativi e in un sistema giudiziario efficiente non si potrebbe ridurre drasticamente il numero degli avvocati? Senza parlare dei notai che potrebbero esserre sostituiti da dipendenti pubblici con relativo guadagno dello Stato e dei cittadini…Sono branche di mercato gonfiate dalle inefficienze dello Stato che danneggia l’interesse della collettività per gonfiare il portafoglio di pochi- Che sia forse un caso che la recente riforma del lavoro voglia dare più mansioni ai giudici? O che in parlamento siedano tanti liberi professionisti ma poche ex operai?

  3. Giulio Savelli

    Se il familismo rende inefficace il sistema di accesso alle professioni basato su titoli di studio, esami, praticantato, albo professionale ecc., perché l’abolizione di questo sistema dovrebbe migliorare la situazione? La correlazione da studiare dovrebbe essere quella fra interdizione all’accesso alla professione e albi professionali, dimostrando che i bravi rimangono fuori. Il mercato (leggi: niente regole di accesso) favorisce i migliori solo in una condizione di eguaglianza sostanziale fra tutti gli attori del gioco sociale, altrimenti chi ha più potere (non più un albo ma ancora una lobby) vince. Di fatto il familismo è un male gravissimo, ma il libero mercato non è la sua cura, esattamente come non lo sono gli esami di stato, gli albi ecc.

  4. FRANCESCO MENDINI

    Sono un avvocato e trovo che le considerazioni degli autori colgano nel segno. Trovo però che sia illusorio pensare di rimodellare il sistema descritto attraverso norme di liberalizzazione, per due ragioni: 1) Il mercato delle professioni è del tutto particolare. La maggior parte dei clienti non è in grado di valutare correttamente ed in base a criteri razionali la qualità del professionista. Capita sovente che una carta intestata con tanti nomi o un’auto di lusso diventino per magia sinonimi di professionalità. Credo si possa sostenere che il mercato delle professioni sia per antonomasia quello in cui l’asimmetria informativa regna sovrana. In questo senso io sono tra i detrattori dell’eccessiva liberalizzazione, perché ritengo che un mercato “libero” non sarebbe effettivamente in grado di regolarsi da sé. 2) La questione familiare mi sembra vada ben oltre l’ambito delle professioni. Si legge ogni giorno di ingerenze familiari nelle carriere universitarie, nelle carriere della P.A. a vari livelli, di cooptazioni nelle strutture dirigenziali delle imprese…si potrebbe scrivere un libro di esempi! Penso il problema sia sociologico e storico: è la “familia” dei romani.

  5. Gianluca Ricozzi

    Concordo con gran parte di quanto avete detto. Sono avvocato. A mio parere l’asimmetria informativa, nel mercato forense, non è superabile, neanche introducendo un sistema di pubblicità totalmente sciolto dai vincoli deontologici. Quindi è necessario che ci sia un organo terzo il quale certifichi il possesso, almeno minimale, dei requisiti professionali di coloro che aspirino a diventare avvocati. Di tale ente gli avvocati dovrebbero essere solo una componente, insieme a rappresentanti dell’utenza e magari anche docenti universitari. Peraltro un organismo simile, ma è fuori tema, potrebbe essere utilizzato anche per valutare i magistrati o aspiranti tali.

  6. Claudia S

    L’ordine non tutela i clienti, forse, ma non tutela nemmeno gli avvocati. Mi spiego. Se una persona è un buon avvocato, lavora quindi molte ore al giorno, all’interno di uno studio, , sinceramente l’ordine è solo una scocciatura. L’esame che è un terno al lotto (mentre la pratica è utile), che spesso blocca giovani per anni. Ora chiedono “crediti formativi”, pero se fai un dottorato, per dire, non conta… Sul familismo: forse è vero, ma penso che se poi un figlio di… è incompetente e fa disastri, i clienti li perderà. Noto invece due tendenze dei clienti: molte società vanno da “grossi” studi per “tutelarsi”. De si sceglie uno studio grande e la faccenda va male, si difendono dicendo “abbiamo scelto i piu grandi!”. Se scelgono lo studio piu piccolo e va male, è colpa loro. Peccato che poi gli studi grossi non siano sempre all’altezza… Ancora, soprattutto a Roma, si trovano sempre gli stessi nomi di avvocati…casualmente “immanicati” politicamente. E molti vanno da loro pensando di poter avere risultati migliori. Sono vecchie cariatidi, legate a un sistema ammuffito. Ma finché anche i CEO sono vecchi, continuerà cosi. Non è l’ordine che non lascia spazio, è il sistema.

  7. Cristian Bernardi

    Sono un giovane commercialista di prima generazione e, malgrado nella mia professione il problema non esista (in Italia circa la metà di coloro che redigono bilanci e dichiarazioni dei redditi non è un commercialista ma un’associazione di categoria o un “abusivo”), ritengo la discussione interessante e probabilmente, purtroppo, giusta nelle conclusioni. Mi sembra però che le statistiche utilizzate per arrivare a quella conclusione non siano molto attendibili (almeno di primo acchito): utilizzare un semplice controllo dei cognomi negli albi non vuol dire che si stia parlando di famiglie (da un semplice controllo sull’elenco telefonico a Milano ci sono 2038 Brambilla e a Napoli 1528 Giordano, non credo siano tutti parenti) ed inoltre non sembra essere stato preso in considerazione il fatto della “bottega di famiglia” che chiaramente spinge a continuare l’attività dei propri genitori, come succede anche per un elettrauto o un agricoltore, del resto. Il collegamento poi tra evasione e nepotismo mi sembra quantomeno risibile. Ad ogni modo non mancherò di comprare il libro. Buona giornata, Cristian Bernardi.

    • La redazione

      Il metodo di misura del familismo che adottiamo nel libro tiene conto della possibilità che due persone con lo stesso cognome non siano legati da vincoli di parentela. per la validità dei nostri risultati è sufficiente che la probabilità di essere parenti sia più alta se si condivide lo stesso cognome che non altrimenti, un’assunzione che ci pare ragionevole.

  8. gian luca scagliotti

    Faccio parte di quel 12,4% di avvocati, figli di avvocati. il dato si può trovare nell’ “Indagine sugli avvocati italiani” pubblicata dal CENSIS nel 2007. Ma anche senza in conforto del prestigioso istituto basta leggere il numero degli iscritti agli albi degli avvocati negli ultimi 20 anni. Credo che l’87,6% rappresenti un discreto fenomeno di mobilità sociale. Sempre disponibile ad un confronto.

    • La redazione

      Come spieghiamo nel libro, la percentuale di professionisti con parenti nell’albo non è un buon indicatore dell’importanza del familismo (pag. 74-76).

  9. giorgio trenti

    Alcuni sostengono il riconoscimento pubblicistico d’associazioni fra professionisti. Lo scopo è di assimilare queste associazioni agli ordini, conferendo ad esse le stesse competenze: formazione, tirocinio, disciplina, deontologia, tariffe, certificazione di qualità. Tutte materie che hanno contribuito ad edificare negli ordini centri di potere corporativo. Non si sente il bisogno d’ulteriori limitazioni alla libertà. Si potrebbe, invece, abolire gli ordini, perché le norme di diritto privato e pubblico, contenute nella legge, sono più che sufficienti a tutelare tutti gli aspetti dell’attività professionale.

    • La redazione

      Il suo è un punto importante ma che si applica anche ad altre forme di regolamentazione, quali ad esempio la concorrenza, affidata quasi ovunque ad autorità indipendenti (e solo in seconda battuta al sistema giudiziario), la trasparenza bancaria o quella contabile (per le società quotate, affidata all’antitrust. in queste materie si ritiene (correttamente, a nostro giudizio) che il giudice dovrebbe farsi carico di un lavoro di studio particolarmente intenso per riuscire ad acquisire le competenze necessarie a prendere decisioni adeguate e si preferisce perciò assegnare la competenza a organi diversi, più specializzati.

  10. Alfredo

    Mi domando se Lavoce.info sia parte dell’evidente – ormai – progetto di pogrom in stile nazista contro le professioni liberali che da anni sta cercando di delegittimare il ruolo sociale delle professioni stesse. Si sottolineano gli aspetti di presunta ereditarietà della professione spesso supportati da statistiche manipolate o palesemente fasulle come quella posta a base di questo libercolo al quale questo sito fa una immeritata pubblicità. Sono altri i settori nei quali il familismo è determinante: prendiamo per esempio le imprese nelle quali davvero essere “figlio di” è determinante. Solo che nessuno lo dice perché è proprio dal mondo delle imprese che parte la Shoah contro le libere professioni: il loro annientamento infatti consentirebbe loro di mettere le grinfie su un fatturato annuo di circa 200 miliardi di euro. A tanto ammontano i ricavi dei liberi professiomisti in Italia.

    • La redazione

      Per un ricercatore è inaccettabile l’accusa di manipolazione dei risultati di un lavoro scientifico. Le analisi riportate nel libro sono tratte da due lavori scientifici, liberamente disponibili a tutti a questo link. I dati utilizzati sono anch’essi liberamente disponibili. Chi volesse sostenere l’inadeguatezza delle nostre analisi è pregato di farlo motivando i proprio argomenti.

  11. Mussari Ferdinando

    In completa opposizione con quanto descritto dagli autori, aziende e professioni tramandate di padre in figlio possono essere anche una garanzia. Rovinare il buon nome della famiglia di avvocati da 5 generazioni non e’ poi così complesso, gravoso è semmai mantenere gli standard a cui si è abituato il mercato associandolo a quel cognome. Il vero problema forse è trovare più manager che siano capaci di lavorare per un’azienda familiare, e se possibile renderla più moderna e innovativa. Tutto è liquido, anche le imprese familiari

    • La redazione

      Il suo pensiero non è per nulla in opposizione a quanto sosteniamo nel nostro libro. il nostro obiettivo è capire e documentare se e in quali professioni prevalga il ruolo positivo del familismo (quello che descrive lei) e in quali invece prevalga l’aspetto più nepotistico. Il discrimine è, ovviamente, la qualità dei servizi offerti.

  12. Ylenia

    Gli ordini tutelano davvero i consumatori? La risposta è sì. La mia professione, traduttore e interprete, non ha un ordine e purtroppo gli effetti negativi si vedono tutti. Certo, i consumatori troveranno chi fa le traduzioni a prezzo stracciato o interpreti improvvisati (parenti, cugini, amici che si improvvisano), la qualità che però ricevono è un terno al lotto. Chi esercita una professione fornisce un servizio complesso dove c’è un’asimmetria informativa, come avete fatto notare. Il consumatore finale non è in grado di stabilire se la traduzione finale è fatta bene o male perché non sa la lingua (altrimenti non avrebbe bisogno del traduttore!), come mai nel nostro caso non c’è un albo professionale? Perché non siamo forti politicamente e non abbiamo gli agganci giusti? Sì, è per questo. Peccato, perché il consumatore in questo modo non viene tutelato, e tanto meno il professionista che si ritrova in un mercato selvaggio, però c’è chi crede ancora ai miracoli della concorrenza perfetta (se esistesse) e del libero mercato.

    • La redazione

      Siamo d’accordo con lei, anche se forse nel caso di traduttori e interpreti sarebbe più efficiente una forma di certificazione piuttosto che l’imposizione dell’esclusiva attraverso un vero e proprio ordine professionale.

  13. marziano

    comunque diciamoci la verità: il problema segnalato dagli autori produce effetti deleteri ma, IMHO, essi hanno impatti diversi a seconda del luogo ove si producono. A milano, per esempio, il problema è meno rilevante che altrove (a roma, torino e nel meridione invece, il problema è molto rilevante e si incrocia con quello degli incarichi di curatela ovvero commissariali che finiscono sempre ai soliti noti, spesso con amicizie nel ministero vigilante). a milano il problema è più quello che diceva la collega claudia: i grandi clienti appartenenti a gruppi multinazionali (oggi in italia tantissimi) tendono ad orientarsi non già verso professionisti capaci, seri e rigorosi bensì verso dei “marchi” cioè verso quegli studi legali contraddistinti da “brand” internazionali. Del resto in questo modo il management italiano di società controllate da soggetti esteri ha sempre una giustificazione da marchio (di solito quello prescelto dall’intero gruppo) e non deve giustificare la propria (differente) scelta al management straniero.

  14. luca

    I dati, come rivendica l’autore dell’articolo, possono essere anche esatti, ma la loro comprensione o interpretazione è in questo caso viziata da una presunzione negativa. Vale a dire che trovare tanti professionisti figli di professionisti viene inteso come un elemento negativo a priori. In altri termini si ritiene che se qualcuno subentra ai genitori nell’attività di famiglia e ne rileva quindi la clientela, costituisca una alterazione della libera concorrenza, in quanto rispetto a chi parte da zero non deve costituirsi un portafoglio clienti. Questo è un aspetto del mercato che concerne i competitori ma non i consumatori cui i ricercatori sembrano interessarsi. Se i figli saranno all’altezza dei genitori lo dimostreranno con la loro attività e chi non sarà soddisfatto del loro operato cambierà professionista. Ben altri sono i danni arrecati dai professori universitari assunti in base al cognome, che poi se va bene fanno lezione, se va ancora peggio fanno finta di farla delegandola a ricercatori o assistenti a vario titolo e facendo la attività libero professionale tanto vituperata.

  15. michele

    Secondo Lei è fattibile l’abolizione degli ordini o no?

  16. Francesco

    Io credo che , come ha detto un utente sopra , una piattaforma in cui gli utenti posso scambiare liberamente opinioni su i professionisti , magari accessibile tramite un codice ( utilizzabile una solta volta) che rilasciano gli avvocati ad nella parcella dei loro clienti potrebbe essere l’ideale per creare un feedback. Siamo capaci di tutto , ma come dicono gli economisti , non riusciamo ad allocare efficentemente le risorse. Comunque vi dico che io studio giurisprudenza e nonostante quello che sento dire la via è veramente dura per entrare negli ordini  il problema maggiore  è che anche essendo perfetto negli studi entri nella professione troppo tardi (19 iscrizione , 24 laurea , 26 tirocinio(retribuito?? boh) e 27 esame ) . In più dopo l’abilitazione devi fare il mutuo per aprire uno studio e dopo farti la clientela. E’ vero che non possiamo far fare l’avvocato a gente appena uscita dalla laurea , ma nemmeno però che io devo aspettare i 27 anni se sono sempre stato perfetto nelle scadenze accademiche . La gente perde energia con il passare del tempo, lo noto già ora a 22 anni che non ho le solite forze/passione di quando ne avevi 17 .

  17. G.Andrea Ferraiolo

    Sono un farmacista e lavoro in una azienda farmaceutica.Il farmacista per il suo percorso di studie per gli ambiti di lavoro in cui è impiegato (farmacie private,pubbliche ospedali a parafarmacie az.farmaceutiche informazione medico-scientifica ecc) è probabilmente il professionista della salute che puo’ veramente tutelare il cittadino ad un uso consapevole del farmaco ma occorre che gli ordini provinciali accettino il dialogo con le autority e con le ass consumatori ! Pertanto prooporrei che in tutti gli Ordini Prov Farmacisti siano nominati: 1 membro rappresent Aut garante Concorrenza 1 rappresent.Ass.Consumatori 1 membro Com.Etico ( sono presenti in tutti i nosocomi provinciali a tutela della sperimentazione clinica ecc ) Gli ordini prov. dei farmacisti a detta della maggioranza degli iscritti ( il farmacista che lavora in farmacia o parafarmacia è obbligato a iscrizione ordine ),non svolgono nessuna attività di controllo e/o sanzionatoria ,spesso sono collusi con la corporazioni (ad esi titolari di farmacie private rappresentate da Federfarma) e in alcuni casi sono poco produttivi in terminidi aggiornamento professionale e Ecm

  18. FRANCESCO MENDINI

    A mio avviso l’assimmetria informativa cliente-professionista non può essere risolta con un sito internet in stile tripadvisor. Chi lo ha visitato fa già fatica a capire se un hotel va bene oppure no, figuriamoci un professionista! Inoltre i professionisti sono troppi per pensare che i commenti di alcuni clienti possano essere effettivamente rappresentativi della realtà. Il dibattito deve essere incentrato sulle possibili soluzioni. Quanto all’attività forense a mio avviso la selezione dovrebbe essere fatta a partire dall’università con un test d’ingresso. Al termine degli studi dovrebbe seguire un’ulteriore test d’ingresso ad una scuola forense (come le storiche Bar Associations) dalla quale si possa uscire completamente formati a livello teorico e pratico. Vista la selezione fatta all’ingresso si dovrebbe anche garantire un reddito minimo ai praticanti durante la frequentazione della scuola forense, che naturalmente sarebbe incentrata quasi esclusivamente sulla pratica professionale.

  19. A.

    Come faccio io consumatore finale a selezionare correttamente (in termini di efficienza/efficacia/qualità del servizio offerto) il professionista (medico, avvocato, commercialista etc.) date le Vostre premesse?

  20. Alessandro Pagliara

    Il problema più grosso degli ordini è che che sono necessari ma non sufficienti. Essendo un laureando di ingegneria provo ad immaginare come una persona possa capire se l’acciaio del progetto di una casa possa essere calcolato in maniera giusta o spagliata se su alcuni progetti hanno difficoltà perfino gli ingegneri tra di loro a dire se è corretto oppure no. Il problema quindi non è tanto l’ordine quanto l’assunto che l’ordine tuteli oltre modo. Ho visto tantissime professioni che si mettono d’accordo con il cliente per un prezzo e poi magari ne esigono un’altro perchè a causa di un ritardo di pagamento al posto di chiedere i legittimi interessi sul ritardo si richiedono le specifiche all’ordine con prezzi che aumentano anche di 4-5 volte il prezzo concordato (e credo sia pratica diffusa su tutti gli ordini). L’obbligo di un preventivo con un possibile aumento o riduzione del prezzo nell’ordine del 10-15% mi sembrava un’ottima soluzione. Hanno bloccato anche questo! Ma in Italia si sa non siamo certo famosi per la trasparenza! Poi rimane il problema a cosa serva l’ordine dei tecnici di radiologia dei fisioterapisti,….Non basta il certificato di studi???

  21. Fabio Furlotti

    Siamo sicuri che il nepotismo sia strettamente correlato al passaggio della professione di padre in figlio? E’ proprio vero che svolgere l’attività del padre ( professionale o di altro genere ) sia un male? La mia esperienza è diversa. In famiglia, professionalmente parlando, non ho antenati. Ai tempi del tirocinio da dottore commercialista ho studiato in compagnia di “figli di papà” commercialista. Costoro erano bravi anche perché in famiglia avevano assorbito cultura e linguaggio professionale. Una buona base per esercitare bene la professione con qualità, anche nell’interesse del cliente. Per natura non conosco l’invidia e ciò mi aiuta a credere di essere obiettivo. Il nepotismo è detestabile va stigmatizzato, purtroppo non comincia nelle professioni e non finisce nelle università. Ma nelle università dovrebbe germinare la meritocrazia.

  22. Riccardo

    Sono un Osteopata, professione sanitaria riconosciuta dall’OMS e dai maggiori Paesi Europei ( es Francia, Inghilterra….). In Italia il ROI ( registro Osteopati italiani) è da 23 anni che sta perorando la causa per il riconoscimento della professione senza alcun risultato poichè la lobby medica, se non la più forte in Italia tra le più forti, non da il suo bene placet. Si perchè la cosa assurda è che il parere di questa lobby è vincolante in barba al conflitto di interessi che questa pone mascherato da obiezioni di carattere scientifico pure interessi di parte. Questo cosa comporta: a livello professionale è difficile garantire una adeguato standard formativo e professionale. A livello economico rispetto alla professione paghiamo oggi il 15 % in più di contributi previdenziali che con la riforma arriveranno ad essere il 21% in più e l’IVA al 21 % . A livello di offerta questo comporta una evidente difficoltà, offerta che non può raggiungere liberamente la richiesta della popolazione. Questa signori è l’Italia !

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