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I COSTI DELLA CRISI PAGATI DAI PIÙ DEBOLI

Se nel 2010 l’economia italiana ha dato un leggero segnale di ripresa, non altrettanto si può dire dei redditi delle famiglie, che hanno accumulato una pesante perdita del potere d’acquisto. Come era già accaduto nel biennio precedente, è soprattutto il reddito delle famiglie più povere a cadere. I dati mostrano che sono in larga parte nuclei familiari il cui il capofamiglia è donna, ha una scarsa istruzione, non ha lavoro, è single, monoreddito e risiede nel Meridione. Alla riforma del mercato lavoro va dunque chiesto di tutelare anche le fasce più deboli della società.

 

Dopo la grande recessione del 2008-2009, l’economia italiana ha dato un leggero segno di ripresa nel 2010. Non altrettanto può dirsi dei redditi delle famiglie, che hanno accumulato una pesante perdita del potere d’acquisto.
L’analisi dei tassi aggregati, però, non offre la possibilità di comprendere cosa stia accadendo alle diverse fasce della popolazione.
Come si evince osservando il profilo della curva della crescita (figura 2), il “dividendo” non è stato uguale per tutte le famiglie. Analogamente a quanto era già accaduto nel biennio precedente, il reddito delle famiglie più povere, ovvero di quelle che si collocano nel primo decile della distribuzione, è crollato di più: -4,5 per cento.
L’identikit delle famiglie meno fortunate e povere, che i dati consentono di tracciare, mostra una presenza predominante di nuclei familiari il cui il capofamiglia è: donna; ha una scarsa istruzione; si trova in condizione non lavorativa; è single; monoreddito e risiede nel Meridione. La riforma del mercato del lavoro presto in discussione in Parlamento non può non tutelare le parti più deboli della società.

LA PERDITA DI REDDITO

La grande recessione ha avuto inizio nel 2008 (-1,2 per cento) e ha raggiunto il suo apice nel 2009 (-5,5 per cento), com’è dai dati di contabilità nazionale, diffusi recentemente (figura 1). A partire dal 2010, il Pil ha avuto una leggera ripresa con +1,8 per cento, ma lo stesso non si è verificato per il reddito.

*Il reddito lordo disponibile del 2011 è stato stimato con l’andamento dei dati destagionalizzati dei primi tre trimestri.
Fonte:
 elaborazioni su dati Contabilità nazionale, Istat

Il reddito lordo disponibile nel periodo 2007-2011 ha perso il 4,7 per cento del suo potere d’acquisto, mettendo in grave difficoltà le famiglie italiane.
Il reddito disponibile delle famiglie italiane nel 2010, secondo quanto stimato dall’indagine campionaria della Banca d’Italia, è aumentato dello 0,3 per cento in termini reali rispetto al 2008. (1) Praticamente invariate sono rimaste anche le disuguaglianze distributive dei redditi familiari, come si evince dai valori dell’indice di concentrazione di Gini, che migliora leggermente, passando da 35,3per cento nel 2008 a 35,1 per cento nel 2010. (2)
Poiché sia i tassi aggregati di crescita del reddito che gli indici di disuguaglianza o concentrazione nascondono informazioni importanti per la valutazione dell’andamento e della “qualità” della crescita, è evidente che entrambe debbano essere congiuntamente prese in considerazione. La lacuna può essere colmata con le curve della crescita del reddito disponibile reale, che permettono di osservare e valutare non solo l’intensità, ma anche i diversi profili distributivi. (3) In pratica, occorre “guardare dentro” ovvero “dietro” i tassi di crescita aggregati e osservare le curve cumulate del reddito familiare. (4)
Nella figura 2, l’andamento delle curve dei tassi di crescita del reddito per decili cumulati nel biennio 2008-2010 mostra chiaramente una performance distributiva “against the poor” che penalizza le famiglie più povere e, in particolare, quelle che si collocano nel primo decile. Infatti, a fronte di una crescita complessiva praticamente nulla, per loro si evidenzia un tasso di decrescita  elevato, pari al 4,5 per cento.

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Un analogo risultato penalizzante per le famiglie del primo decile si era osservato anche nel biennio precedente, quando il loro reddito reale aveva avuto una flessione ancora più marcata, 7,5 per cento, contro una diminuzione media del 4,1 per cento (figura 3).
Così, mentre tra il 2000 e il 2004 la crescita può qualificarsi pro poor (variazioni superiori alla media per i decili inferiori) e nel 2006 sostanzialmente neutra, nel 2008 e 2010 l’andamento è risultato decisamente svantaggioso per le famiglie a più basso reddito.
Tra il 2006 e il 2010 le famiglie povere hanno complessivamente perduto l’11,7 per cento del loro reddito reale, una vera e propria catastrofe per chi ha un reddito medio annuo inferiore agli 8mila euro. (5)
Evidentemente, gli ammortizzatori sociali non sembrano più capaci di garantire le protezioni attese e l’attuale proposta di riforma del mercato del lavoro deve tutelare le parti più deboli della società.

Fonte: elaborazione su dati Banca d’Italia

PROFILO DEL CAPOFAMIGLIA

L’analisi delle caratteristiche del capofamiglia mostra che nel 2010 il 57,5 per cento delle famiglie più povere (tavola 1) ha un capofamiglia donna (contro il 31,3 per cento del totale della popolazione); circa la metà ha un titolo di studio non superiore alla licenza elementare (contro poco più del 20 per cento del totale della popolazione); il 70 per cento non è in condizione lavorativa (pensionato o non occupato), oltre la metà è formata da un componente e il 90 per cento è monoreddito. Circa il 60 per cento vive al Sud o nelle Isole.

Tavola 1 – Composizione percentuale per alcune caratteristiche del capofamiglia – Anno 2010 

Caratteristiche del capofamiglia I decile Totale
Sesso: femminile 57,5 31,7
Titolo di studio: nessuno o licenza elementare 47,6 23,7
Condizione professionale: pensionato 48,0 37,5
Condizione professionale: non occupato 22,0 3,4
Numero componenti: 1 55,8 24,9
Numero percettori:  1 90,1 47,8
Area geografica: sud e isole 59,4 31,6

Fonte: elaborazione su dati Banca d’Italia

La composizione del reddito disponibile netto degli appartenenti al primo decile (tavola 2) mostra notevoli differenze con quella delle famiglie più ricche e con la totalità delle famiglie.

Tavola 2 – Composizione percentuale del reddito disponibile netto per tipologia – Anno 2010

Tipologia di reddito I decile X decile Totale
Lavoro dipendente 24.3 33.3 39.5
Lavoro autonomo 3.2 23.6 12.8
Pensioni e trasferimenti netti 52.2 16.4 25.4
Fabbricati 20.9 26.1 22.7
Capitale finanziario -0.5 0.5 -0.4
Totale reddito 100 100 100

Fonte: elaborazione su dati Banca d’Italia

Il 39,5% del reddito medio netto delle famiglie italiane deriva dal lavoro dipendente, il 12,8% dal lavoro autonomo, il 25,4% da pensioni e trasferimenti e il 22,7% dai fabbricati, mentre è risultato negativo per lo 0,4% il reddito da capitale finanziario [7].
Nel primo decile, invece, oltre il 50% del reddito è dovuto a pensioni e trasferimenti, mentre i redditi da lavoro dipendente ed autonomo hanno quote nettamente più basse.
Nelle famiglie a maggior reddito le pensioni coprono solo il 16,4% e la quota dei redditi da lavoro autonomo è circa 8 volte superiore a quella delle famiglie più povere.
In conclusione, le curve della crescita confermano significativi “spostamenti” nella distribuzione del reddito disponibile delle famiglie italiane. In particolare, negli anni 2008 e 2010 i “dividendi della crescita” non sembrano essere stati equamente distribuiti. Al contrario, i gruppi a più basso reddito appaiono aver sofferto di più. In attesa di capire cosa sta avvenendo oggi, possiamo affermare che il recente periodo di recessione, in assenza di politiche redistributive efficaci ed adeguate, ha indiscutibilmente gravato sulle fasce più deboli della popolazione, come dimostra l’identikit delle famiglie più esposte alla recessione, tracciato a partire dai recenti dati della Banca d’Italia [8].

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Note

[1] I bilanci delle famiglie italiane nel 2010 – Banca d’Italia – Supplemento al Bollettino Statistico – Anno XXII – Numero 6 – 25 gennaio 2012. L’indagine è condotta ogni due anni su un campione di circa 8.000 famiglie in oltre 300 comuni.
[2]  Il deflatore dei consumi delle famiglie nel periodo 2008-2010 si è attestato all’1,4% (Istat, Conti Nazionali).
[3]  Le variazioni del reddito familiare disponibile reale del 2010 rispetto al 2008 per decile mostrano una variazione negativa per il primo decile (-4,5%) e positiva per i decili centrali con un massimo al VI decile (+2,5%). Il IX decile è rimasto praticamente  invariato e il X ha avuto una diminuzione dello 0,7%. Per tale motivo l’indice di concentrazione di Gini è leggermente diminuito.
[4]  Il reddito familiare descrive la realtà così come osservata, senza apportare correzioni per la diversa numerosità dei nuclei. Nell’analisi dei redditi l’oggetto dell’osservazione è la famiglia, perché è difficile attribuire la titolarità di alcuni tipi di  reddito ai singoli componenti (ad esempio i redditi da fabbricato, reali o figurativi). Concentrare l’attenzione sulla  famiglia piuttosto che sull’individuo è legato al ruolo che la famiglia ha  all’interno della società e cioè alla sua funzione redistributrice.  Inoltre la scelta di un’analisi dei redditi familiari è da preferire a quella dei redditi individuali perché consente di approfondire le caratteristiche strutturali con riferimento al capofamiglia (inteso come maggior percettore di reddito), cosa che non può essere sempre possibile con un’analisi di tipo individuale, quale quella condotta sul reddito equivalente. Sull’argomento si veda “Growth Rates vs Income Growth Curves: A Step towards the Measurement of Societal Progress”, P. Roberti e altri, Rivista di Politica Economica, anno XCVIII, terza serie, settembre-ottobre 2008, pp. 233-262
[5] Le curve della crescita elaborate sui microdati dell’indagine campionaria della Banca d’Italia rappresentano un approccio alternativo rispetto ad analisi basate sui modelli di microsimulazione che utilizzano dati di fonte amministrativa, presentati nella Conferenza “Incomes Across the Great Recession”, Fondazione Rodolfo De Benedetti, Palermo 10 settembre 2011 http://www.frdb.org/language/eng/topic/conferences/scheda/conference-incomes-across-great-recession
[6]  Il reddito netto medio annuo è stato di 32.714 euro, e quello del decile più ricco di 85.378 euro, oltre 10 volte superiore a quello del decile più povero.
[7]  Rispetto ai Conti Nazionali dell’Istat l’indagine della Banca d’Italia tende a sovrastimare gli affitti imputati mentre tende a sottostimare i redditi derivanti da partecipazioni in società e da capitale finanziario (v. nota 11 a pag. 14 della pubblicazione Banca d’Italia citata).
[8]  Se si utilizzassero deflatori dei consumi delle famiglie differenziati rispetto al livello di reddito/consumo, le  valutazioni potrebbero essere diverse.

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LA RISPOSTA AI COMMENTI

14 commenti

  1. stefano nicoletti

    Quest’analisi parte dai dati di reddito ufficiali, quelli in cui il tassista che dichiara 10 mila euro lordi è equiparato al pensionato che dichiara altrettanto. Quindi: è un’analisi credibile?

  2. Giuseppe Savarino

    Se questi dati confermano quanto già percepibile nella società, purtroppo sono ben poca cosa rispetto a quanto è accaduto nel 2011 e soprattutto a quanto succederà nel corso del 2012, dopo l’introduzione dell’IMU e l’aumento dell’IVA. Anche perché l’incidenza si estenderà ai ceti medi-bassi che sono numericamente più significativi, deprimendo ulteriormente il consumo e la propensione al consumo. Il vero problema è l’incapacità di un governo sedicente “tecnico” di comprendere come la crescita e il benessere vanno ben al di là di scolastiche considerazioni economiche (lo dico in quanto economista). Trascurando, colpevolmente, l’uguaglianza o meglio il contenimento delle disuguaglianze, fondamentali ANCHE per l’economia di una società, in special modo quanto essa è fondata sul consumismo.

  3. Felice Di Maro fedimaro@tin.it

    Ringrazio gli autori per il lavoro pubblicato e anche la redazione che non censura questi tipi di articoli. Però bisogna continuare e offrire una sponda credibile per fare ricerche economiche su questi temi. Il pericolo è che poi solo i sociologhi si occupano di queste tematiche e gli economisti, in quanto tali, continuano ad occuparsi solo di finanza e quant’altro e assimilati ai rendimenti.

  4. Francesco Santodirocco

    Non capisco l’assioma : l’Italia è ricca,per cui non può fallire come la Grecia. Se così è, l’unica ragione dell’impoverimento anche della classe media è che le risorse sono male distribuite o no? E se sono mal distribuite, perchè non si interviene seriamente su questo? Perchè soprattutto il PDL non è d’accordo ? Non è per caso che il suo “Padrone” ha da rimettere? Non ho mai capito come una buona parte della classe medio-bassa degli elettori abbia potuto dare il voto al “Padrone”accaparratore : avete visto come i suoi milioni di reddito siano aumentati, in barba alla crisi che attanaglia la massa? Il 10% del popolo italiano detiene nel suo forziere capitale per svariate volte il debito dello Stato : se siamo in “famiglia”spetterebbe a costoro pensare ad alleggerire il grande fardello…… o no? Questo dovrebbe essere la stella polare dei Partiti del centro- sinistra. Se vanno alle elezioni con questo progetto solo, potrebbero avere una valanga di voti, perchè il 90% ( in America dicono 99%) potrebbe stare dalla loro parte… ma avranno questo coraggio e questa lungimiranza?

  5. marco

    Si parla tanto di crescita, ma mi sembra che il governo abbia le idee non molto chiare a riguardo. Per crescere devono aumentare i consumi e per aumentare i consumi bisogna aumentare il potere di acquisto di pensioni e salari, in particolari di quelli più bassi-non basta l’export! Come fare questo? Diminuendo il cuneo fiscale su lavoratori dipendenti e aziende e rivedendo la fiscalità! Come? Rimettendo in circolazione soldi acquisiti dalla tassazione dei patrimoni e delle rendite finanziarie e tagliando drasticamente la spesa pubblica improduttiva in modo da spostare il peso della tassazione. Senza ridistribuzione della ricchezza e rilancio dei consumi non si crescerà-Una persona ricca non può mangiare per 50 persone povere semplice! Il problema che questo governo è troppo impegnato a difendere i privilegi degli amici delle banche e della politica…e il paese precipita

  6. Paolo

    Come fate notare, una buona parte del primo decile e’ composto da pensionati. E’ interessante pero’ considerare che i redditi da pensione dovrebbero normalmente essere meno sensibili al ciclo economico. Siccome, come dimostrate, il reddito disponibile del primo decile si e’ ridotto di piu’ che la media nel 2008 e 2010, e’ verosimile pensare che il redditto dei non-pensionati nel primo decile sia calato in maniera addirittura piu’ forte che nella vostra Figura 3?

  7. luca manca

    per molto tempo gli economisti si sono dimenticati di studiare i fenomeni distributivi…quasi che fossero problemi ormai superati. Questo articolo sottolinea invece l’urgenza di mettere in campo soluzioni realmente adeguate…perchè l’inerzia della politica finisce poi per essere pagata sempre dai più deboli!

  8. marziano

    Una donna quasi ottuagenaria si è uccisa gettandosi dal quarto piano della sua casa dopo l’ennesima riduzione della pensione. La miseria non è sostenibile secondo natura, se per un giovane può esser inevitabile pesare economicamente sulle spalle dei vecchi, per un vecchio è invece insopportabile gravare in qualsiasi modo sulle spalle dei giovani [….] sovente l’uomo sceglie di morire piuttosto che sopravvivere vampirescamente ai suoi figli e nipoti. La cultura e la volontà di potenza possono talvolta stornare gli uomini dalla voce profonda dell’istinto, provocando così aberrazioni generazionali e delitti contro natura, ma se la mano della previdenza sociale improvvisamente cessa di elargire la sua elemosina e al contempo lo Stato affama fiscalmente il suo popolo, rivelando finalmente il suo volto tirannico, ecco che allora si reinnescano i meccanismi naturali di sopravvivenza della specie. Ma Monorchio e chi ne prende 45.000 al mese riuscirà a dormire? Ma una minima solidarietà redistributiva tra pensioniati non esiste? Vi sembra normale?

  9. michele

    l’aumento dlele disuguglianze e della concentrazioen del reddito mostrano che è quanto mai inopportuna l’idea liberale di aliquota unica sui redditi d alavoro e da impresa, e la politica del governo Monti che vuole spostare la quota principale del gettito fiscale sulle imposte indirette, come IVA e accise sui carburanti…l’ennesima tassa sui poveri, non proporzionale al reddito, non costituzionale, non redistributiva

  10. Bruno

    Perchè non prendiamo a riferimento come modello di tassazione qualche Pease virtuoso dove non sia un problema farsi rilasciare le ricevute, dove esiste il quoziente familiare, dove l’evasione è minore, visto che il nostro modello non funziona. Potrebbe essere utile in questo momento dare il TFR in busta. Tra tutti i miei colleghi che lavorano all’estero ho difficoltà a spiegare che cosa sia il TFR …… semplicemente perchè non ce l’hanno. Gli si arricciano i capelli al solo pensare che una parte di stipensio gli sia trattenuto.

  11. patrizia

    Lavoro nel settore contabile, metto a disposizione le mie modeste “”statistiche”” personali ebbene su n. 20 sr.l.di cui mi occupo personalmente, nei settori più diversi non una e dico una paga ires e irap, se non sono in perdita sono in pareggio di bilancio gli imprenditori lavorano tutti per la gloria ovviamente.

  12. Marco Di Marco

    attenzione a fare confronti nel tempo con l’indice di Gini, che sembra stabile nel periodo della crisi 2008-2010… in realtà, alcuni cambiamenti demografici possono compensare, occultandola, parte della disuguaglianza… se un giovane che perde il lavoro nel 2008 rientra in famiglia con i genitori (oppure se meno giovani trovano lavoro ed escono dalla famiglia di origine nel 2008-2009), avremo rispetto al passato una minore percentuale di famiglie giovani a basso reddito e più famiglie formate da coppie con figli adulti disoccupati a carico con redditi superiori alla media (supponendo che i due genitori lavorino): il risultato è meno disuguaglianza, al prezzo di meno autonomia dei giovani… in generale, se si riduce la quota delle famiglie giovani con figli minori sul totale si ha una tendenza alla riduzione della disuguaglianza matematica. Io stesso se, coeteris paribus, aumenta la quota di famiglie di pensionati sul totale, perché le pensioni sono distribuite in modo meno diseguale degli altri redditi: la Liguria è una delle regioni più egualitarie anche perché è la più vecchia…

  13. Vincenzo Mataluna

    Perchè in questo dannato Paese nessun governo vuole intodurre misure universali di intagrazione al reddito. E’ insostenibile, o ci sono ragioni di altro genere’. Mi fà ridere l’analisi per cui i suicidi non sono legati alla crisi. Io sono un operatore sociale vi posso garantire che quando ti diventa impossibile anche cibarti, in particolare dove ci sono figli minori, il dramma è quotidiano.

  14. AM

    In Italia, iniziando dalla Rai si confonde spesso reddito con ricchezza. Anche quando si parla di redistribuzione ci si può riferire in particolare ai redditi o ai patrimoni degli individui e delle famiglie. Ovviamente reddito e ricchezza sono in un certo modo legati fra loro, ma sono cose diderse anche nella tassazione e ignorare queste diversità può portare ad ingiustizie. Ad es. in Italia vi sono persone anziane a basso reddito (prive di pensione o con pensioni assai basse) rispetto al loro usuale livello di vita del passato. Queste persone si mantengono decumulando il loro patrimonio, che produce un reddito al netto delle imposte esiguo se non nullo. Una patrimoniale robusta, soprattutto se una tantum, può mettere in ginocchio questi anziani obbligandoli a svendere i loro beni immobiliari.

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