Ringrazio Luigi Oliveri per il suo articolo “Meglio potenziare i servizi pubblici all’impiego”, in quanto permette di approfondire un tema da me esposto. Prima di soffermarmi sulle proposte alternative dell’autore, ritengo necessario fare alcune precisazioni riguardo la mia proposta. 
Pur confermando in pieno le considerazioni e i dati sui Servizi pubblici per l’impiego esposti dall’autore, ritengo che vengano attribuite al mio articolo alcune considerazioni da me mai avanzate.
Innanzitutto, il “bonus” non è collegato ad ogni collocazione effettuata, tale soluzione  riprenderebbe in parte un sistema, come sottolinea l’autore, già presente e che ritengo non privo di criticità.  Infatti, l’attuale sistema nella maggior parte dei casi non si occupa dei disoccupati “molto svantaggiati”, ma spesso dei disoccupati appartenenti ad alcune particolari categorie, come i beneficiari di ammortizzatori sociali. Inoltre, nell’attuale sistema a essere occupati sono soprattutto i soggetti che forse avrebbero meno bisogno dello strumento in questione. Mentre, nella proposta da me avanzata “i finanziamenti verrebbero erogati a seconda dei risultati e i soggetti privati che non raggiungeranno gli standard minimi concordati con il ministero del Lavoro non potranno ricevere il bonus e saranno esclusi da futuri appalti”.
I termini risultati e standard minimi concordati fanno riferimento non tanto al singolo, ma a un numero definito di persone da collocare. Ragionando quindi per quote è molto più difficile, per l’attore privato, non collocare anche una parte dei soggetti meno desiderabili dalla domanda di lavoro. A ciò si aggiunge che attraverso la mia proposta s’introdurrebbero strumenti per la valutazione delle performance dell’attore privato, cosa che oggi non avviene.

ALCUNI CONSIDERAZIONI

Innanzitutto, il caso tedesco non è stato preso in considerazione dal sottoscritto proprio perché le risorse messe in campo sono imparagonabili e irraggiungibili per il contesto italiano. Mentre, come evidenzia lo stesso autore è quello 0,6 % di spesa del Regno Unito che interessa.
In generale, ritengo che valutare le performance dei Servizi pubblici per l’impiego nella fase di intermediazione in base al numero di dipendenti pubblici non fornisca un quadro corretto della situazione, perché sfugge il fatto che aldilà del numero di dipendenti, in molti casi il contributo reale dei CPI è minimo (svolgono funzioni amministrativi, di orientamento/accompagnamento al lavoro e soprattutto il fondamentale compito di pressione ai beneficiari di sussidi di disoccupazione per un rapido collocamento del lavoro), perché il  servizio è  realizzato dai numeri fornitori privati (come la formazione professionale), all’interno di un sistema di quasi-mercato.
Questa caratteristica è presente anche in altri paesi europei, come la Germania, dove utilizza l’intermediazione dell’attore privato (con il Vermittlungsgutschein) nonostante possa contare tra i 70-100 mila dipendenti pubblici.Senza dimenticare che in Olanda i servizi pubblici per l’impiego sono monopolio del privato, in questo paese Agenzie private è sinonimo di CPI .

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L’ESPERIENZA DELLE PSA TEDESCHE

Condivido certamente con Luigi Oliveri la necessità di aumentare il numero di dipendenti, ma non per l’attività di intermediazioni. Dal monitoraggio ISFOL (2008),i Servizi alla aziende rappresentano il “Tallone d’Achille” degli SPI, ridotta quantità e qualità di personale disponibile, pessima organizzazione e pochi se non inutili servizi dedicati alle esigenze della domanda di lavoro. Inoltre, dallo stesso monitoraggio risulta una carenza di figure fondamentali come statistici e informatici, in grado di   elaborare le fonti amministrative utili alla fase di orientamento e valutazioni delle attività formative professionali delegate all’attore privato
Il principale motivo del perché non conviene investire nell’attore pubblico per realizzare la fase di intermediazione è la fallimentare esperienza delle Personal Service Agentur (PSA) tedesche, che rappresenta un “caso studio” come massimo sforzo per potenziare i servizi pubblici per l’impiego.
In un’ottica di sussidiarietà e collaborazione tra operatori pubblici e privati dei servizi per l’impiego, la riforma del mercato del lavoro Hartz, aveva dato la possibilità alle agenzie pubbliche del lavoro (BA) di costituire nel proprio distretto una propria Agenzia di somministrazione (nei fatti, l’ufficio pubblico, mediante una gara d’appalto, individuava un’impresa privata chiamata a svolgere le funzioni di PSA). In altre parole, per potenziare i servizi pubblici si assorbivano dei lavoratori delle Agenzie private e le loro conoscenze del tessuto territoriale per realizzare un ibrido tra Centri pubblici di collocamento e Agenzie di somministrazione.
Fino al 2006, ogni agenzia territoriale era tenuta a creare al suo interno almeno una di queste PSA. Nel tempo però, il loro numero è diminuito in seguito all’abolizione dell’obbligo (con decorrenza dal 2009), dopo che alcuni studi interni al Ministero del lavoro, avevano evidenziato risultati negativi e lontani da quelli inizialmente auspicati, ponendo forti dubbi sul fatto che i costi elevati di finanziamento delle PSA fossero economicamente giustificabili.
Pertanto, la mia proposta, che certamente presenta dei limiti e potrà funzionare bene solo in alcuni ambiti territoriali, nel caso non abbia successo (l’attore privato non raggiunga la quota prefissata), non prevede spese per la collettività, mentre un potenziamento dell’attore pubblico anche in presenza di performance negative (come le PSA) comporta comunque delle spese probabilmente più alte di 300 milioni di euro.
La realizzazione dell’inflazionato termine Flexicurity mi trova totalmente d’accordo, ma parliamo di miliardi di euro da destinare alle politiche in questione, siamo fuori tema.

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