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CRESCERE IMPARANDO: UNA ROAD MAP PER LA CULTURA

Investire nella cultura, con strategie di lungo periodo, serve alla crescita. Non a caso ci aveva già pensato Franklin Delano Roosevelt ai tempi della grande depressione. Dopo la dissennata politica dei tagli orizzontali, con scarse risorse pubbliche a disposizione, si dovrà definire una governance indipendente, capace di garantire una buona selezione dei progetti, evitando di cadere nelle pressioni degli interessi corporativi, e capace di fare rete con tutti gli attori del settore. Compresi i privati, come le fondazioni bancarie, e i produttori di saperi, come le università.

Tante le adesioni al manifesto “Niente cultura, niente sviluppo” promosso dal supplemento della domenica del Sole-24Ore e numerosi anche i contributi alla discussione.(1)

CULTURA E CRESCITA ECONOMICA

Il filo conduttore è sempre lo stesso: investire in questo settore con strategie di lungo periodo serve alla crescita. Bisogna quindi invertire completamente la pratica, molto frequentate negli ultimi tempi, di considerare le risorse destinate alla cultura come spese inutili o comunque da collocare nella zona retrocessione della classifica delle priorità degli interventi nella crisi.
Al contrario, siamo in presenza di un grande volano per lo sviluppo economico, tanto che una ricerca presentata nel 2010 calcolava in 3,8 milioni di unità, l’occupazione legata alla filiera produttiva che ruota intorno al  patrimonio culturale. (2) Bisogna innanzitutto capire quante sono le energie che questo serbatoio mette a disposizione e poi articolare una seria politica che le valorizzi per aiutare l’Italia a uscire dalla crisi, e gli italiani a liberarsi dai grandi fratelli e delle isole dei famosi. Una liberazione che, secondo Gilberto Corbellini, non solo migliora il nostro grado di civiltà, ma cambia la società e l’economia perché, i dati empirici lo dimostrano,  competenze artistiche, capacità immaginative e creatività producono “innovazione in tutti i settori della vita economica e istituzionale di un paese”. (3)
La chiave di lettura è, naturalmente, a 360 gradi: quando si parla di cultura si va dalla tutela del paesaggio alla promozione dell’arte e della musica, dagli investimenti in capitale umano, all’istruzione e all’educazione (non sono la stessa cosa). E quando si parla di interventi non ci si riferisce solo al ruolo dello Stato, ma anche a come possano lavorare con efficacia i vari attori del privato, come le imprese, i singoli donatori e la miriade di organizzazioni del mondo non profit.
Un intreccio complesso che va messo “a sistema” seguendo diverse direzioni: un serio presidio del pubblico, una logica di trasparente collaborazione e partenariato con il privato, una buona attrezzatura fiscale che favorisca le donazioni e una altrettanto seria attrezzatura che garantisca quel minimo di verifica e accountability per tracciare i percorsi delle risorse messe a disposizione e i loro risultati.

FRANKLIN DELANO ROOSEVELT E IL FEDERAL ART PROJECT

Un obiettivo nobile fondato su quella che Tommaso Padoa-Schioppa chiamava la “veduta lunga”, ma che proprio per questo, e per evitare di rimanere sul terreno dei semplici buoni propositi, presuppone la definizione di una road map che indichi i tempi e le tappe per raggiungerlo. (4)
In tempi lontani, ma notoriamente sempre evocati in questo periodo, Franklin Delano Roosevelt ci provò con il Federal Art Project che aveva proprio lo scopo di mitigare, per quanto possibile, gli effetti devastanti che la crisi del ’29 aveva sulla società americana. Un progetto coordinato con il massiccio programma di occupazione del Works Progress Administration e declinato in varie componenti, il Federal Music Project, il Federal Theatre Project, il Federal Writers Project. La caratteristica era proprio quella di coniugare i bisogni della crescita, offrendo occasioni di lavoro ai tanti e precarissimi artisti (molti pittori oggi famosi furono tra coloro impiegati con stipendi da 50 a 150 dollari mensili), con quelli della cultura disseminando nel paese tante e diverse forme di creatività: famosi i 2.550 murali in ospedali, scuole e altri edifici, i 108mila quadri, le 18mila sculture. (5) Soltanto nell’area di New York si stima che 50mila fra adulti e bambini parteciparono a corsi di educazione artistica. Non mancarono certo criticità, i rischi di censura dietro le politiche di incentivo, ma il disegno di fondo era molto attuale: dopo la crisi è riduttivo dire solo che bisogna tornare a crescere perché il vero problema è come si cresce: i sentieri per lo sviluppo sono tanti e prendere quello della cultura non è affatto scontato.

SENZA ILLUSIONI, MA CON GRANDI AMBIZIONI

Con alle spalle la dissennata politica dei tagli orizzontali e davanti un futuro dove le scarse risorse pubbliche dovranno inevitabilmente indirizzarsi sul “poco, ma buono”, guardare alla storia potrebbe essere utile, non soltanto indirizzando e coordinando gli interventi, ma anche definendo una governance indipendente che garantisca buona selezione ed eviti di cadere nelle pressioni degli interessi corporativi. E una governance che sia in grado di fare “rete” con tutti gli attori del settore. Anche i maggiori protagonisti privati, come le fondazioni bancarie, sono impegnati in una dura cura dimagrante dovuta ai noti salassi nel rendimento dei loro asset e hanno le stesse esigenze di selezione, efficienza e attento monitoraggio dei risultati. E i produttori di saperi, come le università, devono uscire da sentieri a volte troppo autoreferenziali e specialistici, per fare della educazione permanente e dei rapporti con il territorio un pezzo della loro missione.
In questa prospettiva, è utile innanzitutto disegnare nuove articolazioni istituzionali; ad esempio, e per uscire dalle facili astrazioni, “rete” significa definire accordi contrattuali con specifici impegni per ciascuno (una forma di contratto di rete, che coniuga flessibilità, autonomia dei contraenti e strategie cooperative ha da poco avuto cittadinanza nel nostro ordinamento).
E, guardando anche a quello che succede in Europa e nel mondo, sperimentare linee di policy e strumenti che meglio possono adattarsi a un contesto post-crisi. Dai finanziamenti diretti alla domanda, a particolari forme assicurative per gli artisti, fino allo sfruttamento di piattaforme di crowdfunding. (6) Tutto il settore delle Cultural and Creative Industries, caratterizzato da una struttura prevalentemente di piccole dimensioni e quindi particolarmente vicina al dna del nostro apparato produttivo, è oggetto di grandi attenzioni e progetti di investimento come la creazione di Cci Innovation Centre, che possono rappresentare utili riferimenti. (7)
Insomma, una road map concreta e graduale, senza illusioni, ma, finalmente, con grandi ambizioni.       

(1) “Niente cultura, niente sviluppo”, Il Sole-24Ore, 19 febbraio 2012.
(2) Istituto Guglielmo Tagliacarne, Il sistema economico integrato dei beni culturali, sul sito www.beniculturali.it
(3) G. Corbellini, “La conoscenza ci libera dal pizzo”, in Il Sole-24Ore, 26 febbraio 2012.
(4) T. Padoa-Schioppa, La veduta corta, Il Mulino, 2009.
(5) D. Adams, A. Goldbard “New Deal Cultural Programs: Experiments in Cultural Democracy”, sul sito www.wwcd.org/poilcy/US/newdeal.
(6) Vedi, rispettivamente, A. M. A. Merlo, “Finanziamenti pubblici alla cultura: meno, ma meglio”, in Economia della Cultura, n. 1, 2011, p. 15. F. D’Amato, “Utenti, azionisti, mecenati. Analisi della partecipazione alla produzione culturale attraverso il crowfunding”, in Studi Culturali, n. 3, 2011, p. 373.
(7) Vedi, rispettivamente, European Commission “The entrepreneurial dimension of the cultural and creative industries”, 2010  sul sito www.ec europe .eu/culture. Bis, “Access to Finance e for Creative Industry Businesses”, May, 2011, sul sito www.bis.gov.uk. M. Serares, “Cultural policies in Australia”, International Federation of Art Councils and Culture Agencies, June 2011.

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ARTICOLO 18 NELLA PA: UNA DOMANDA A DUE MINISTRI

  1. marco

    La cultura può crescere anche a costi ridotti a patto che ci sia una regia gestita con sapienza e una programmazione fondata su metodologie appaganti-Ovvero tutto l’opposto di quello a cui abbiamo assistito in questi anni! Per intenderci quello che fa l’Udinese nel calcio!-Non ha senso tagliare fondi a realtà di successo mettendone a rischio la capacità di fare indotto per risparmiare due soldi! Anzi bisogna continuare a premiare i successi e allo stesso tempo incentivare politiche che puntino alla valorizzazione dei nuovi talenti creando contenitori culturali che permettano ai giovani di farsi conoscere e al pubblico di fruire di manifestazioni artistiche low-cost, ma di qualità.

  2. guido

    Non si può non essere d’accordo con il contenuto dell’articolo. Mi preme sottolineare tuttavia come tutto il dibattito mi appaia un innalzamento di recinti quando i buoi sono ormai scappati. E la testata che propone il manifesto, sebbene in passato non sia stata mai perfettamente allineata su questo tema alle prese di posizione di alcuni esponenti del governo precedente (penso alla famosa frase del 2010 “Di cultura non si vive, vado alla buvette a farmi un panino alla cultura, e comincio dalla Divina Commedia”), non mi sembra la sede più idonea.

  3. Gilberto Allesina

    In Brasile dal 1991 vige la Legge Rouanet, oppure Legge Federale di Incentivo alla Cultura (informazioni in Portoghese disponibili qui) che in poche parole consente ai promotori culturali di ottenere fondi per le loro produzioni (di qualsiasi tipo: cinema, musica, teatro, ecc.) col meccanismo della deduzione dei valori investiti nelle opere che ricevono l’approvazione del Ministério da Cultura. Nel cinema, per esempio, questo sistema ha permesso la produzione di più di 90 film all’anno.

  4. Michele Viola

    Non è semplice sviluppare questo processo e il Circuito Etico Internazionale ProArte, già membro del Forum Nazionale dello Spettacolo fin dal 2003 ha testato con successo un format a Rovigo nella Regione Veneto: lo Sportello per l’Arte. In questi ultimi anni sono stati realizzati test anche in altri Paesi Europei per creare una rete di Sportelli al servizio delle amministrazioni comunali italiane ed estere. Il tutto per supportare il cittadino. Questo processo si sviluppa in quattro fasi: 1) un primo momento di indagine ascoltando i cittadini (operatori, fruitori dei prodotti dell’Industria Culturale e giovani che intendono approcciare questo mondo che offre molte possibilità concrete di lavoro e carriera professionale), 2) un secondo momento di fornitura di informazioni e formazione specializzata con il 70% di attività pratiche approcciando casistiche reali in itinere, 3) un terzo momento di fornitura di consulenza per chi, acquisite le nozioni, intende avviare qualcosa di concreto (attraverso l’associazionismo, l’imprenditorialità, etc.), 4) un quarto momento di fornitura di assistenza specializzata durante lo sviluppo delle attività avviate.

  5. bob

    In un Paese ( dati Corriere della Sera) con il 47% di analfabeti ( non capaci di apprendere un articolo o un testo) cosa vogliamo fare? Il grande Montanelli è più attuale che mai ” siamo l’unico popolo senza memoria”. L’unica soluzione per ripulire questo Paese è il commissariamento cioè la cosa che sta facendo la Germania nei ns. confronti. Oggi noi siamo un Paese commissariato, la storia, che noi dimentichiamo, si ripete. 21 Signorie che per farle andare avanti deve venire il “padrone straniero” ( vi ricorda qualcosa?)

  6. Laura Cerrone

    Nel 1946 a New York, iniziò una serie di conferenze che vengono ricordate come le Macy Conferences che furono un evento intenso di sintesi e di futuro. Da esse, e grazie ad esse, vi fu un fiorire stupefacente di innovazioni. Oggi a 66 anni di distanza, c’è una nuova convinzione emergente, si ritiene che sia giunto il momento di riproporre lo stesso percorso. Ne è testimone l’iniziativa del Sole 24 Ore che col suo Manifesto per la cultura sta riscuotendo un importante successo, ma si può fare di più. Bisogna ripartire dalla cultura per salvaguardare ciò che i nostri padri fecero e per immaginare e progettare un nuovo mondo dove l’umanità possa continuare a prosperare e fugare l’immorale sensazione di un futuro peggiore del presente. Anche questa volta il punto di partenza è rendere disponibile una nuova conoscenza. Per evitare di cadere in inutili e dannosi processi di riforma e per scatenare la feconda inquietudine della ricerca, contenuta in ogni domanda, mille volte più produttiva della vuota sazietà di chi nulla cerca, attuale e pericoloso spettacolo quotidiano di una certa parte della nostra società. A questo scopo presenteremo a Roma, il progetto Expo della Conoscenza.

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