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BOCCONI GHIOTTI E AMARI NELLO SPEZZATINO TORINESE

Il comune di Torino ha iniziato l’iter per la cessione del 40 per cento di alcune delle sue aziende partecipate, con un possibile incasso futuro stimato attorno ai 200 milioni di euro. È un’operazione che coinvolge più attori: fondazioni bancarie locali, altri potenziali acquirenti e utenti, che non sono solo i torinesi. Il boccone più ambito è Trm, la società per il trattamento dei rifiuti. In futuro, dunque, il comune di Torino sposterà una parte del proprio ruolo virtuale di regolatore a una holding. Ed è a questa e alla qualità del suo apparato che i cittadini dovranno guardare.

Il comune di Torino sta completando i passi necessari per arrivare alla cessione del 40 per cento di alcune delle sue aziende partecipate, con un possibile incasso futuro stimato attorno ai 200 milioni di euro. (1) La delibera di giunta, architrave della dismissione, è un documento che andrebbe suggerito, come lettura, a tutti gli studenti di economia e discipline giuridiche, anche per i riferimenti alle pronunce della magistratura contabile, che ha detto sì alle holding municipali. (2)

IL QUADRO

Torino ha accumulato uno stock di debito che nel 2009 ha superato ampiamente i 5 miliardi. (3) E su questo sono all’opera due fattori di pressione: le ristrettezze delle finanze locali; la possibilità per gli enti locali che scelgono di vendere partecipate di accedere a un fondo strutturale governativo per gli investimenti, fuori dai vincoli del patto di stabilità. (4)

IL PROGETTO

La dismissione delle partecipate avverrebbe, nelle intenzioni del comune, secondo un piano che prevede più attori. La attuale “scatola” delle partecipate (Fct) che detiene quote in Iren (energia, acqua, rifiuti), Smat (acqua), Gtt (trasporti), Amiat (rifiuti), autostrade e altro, viene trasformata in Hct (Holding Città di Torino, srl a socio unico), a cui il comune trasferirà il 40 per cento delle sue partecipazioni in Gtt, Amiat e Trm (termovalorizzatore), a costo zero per la holding, che tuttavia provvederà a cederle sul mercato per poi trasferire la liquidità al comune. Il restante 60 per cento verrebbe trasferito dal comune alla holding a titolo di conferimento, configurando così il controllo comunale.

GLI ATTORI, IL COPIONE, I RUOLI

È una operazione che coinvolge più attori. In primo piano ci sono le fondazioni di origine bancaria (Fob) locali (la Compagnia di San Paolo e la Fondazione Crt) che potrebbero essere chiamate a intervenire come soci “privati” (ma di fatto controllati dall’establishment politico amministrativo locale” nel momento in cui la Holding offrirà al mercato il 40 per cento delle partecipazioni. A fianco delle Fob vi sono altri potenziali acquirenti, fra cui Iren, la multi utility energetica che buon senso e strategia industriale vorrebbero molto interessata soprattutto al futuro termovalorizzatore e forse al ciclo idrico. Tuttavia, il caso è particolarmente interessante perché oltre ad essere un potenziale acquirente, Iren è anche creditore per circa 223 milioni di bollette non pagate dal comune di Torino per l’illuminazione pubblica, una cosa che non piace molto agli altri sindaci co-proprietari di Iren (come quello di Reggio Emilia): la tentazione di fare uno swap fra crediti e asset potrebbe fare capolino. In seconda fila, troviamo le partecipate “mangiate” dalla holding, costrette a recitare un copione già scritto.
In fondo al proscenio, i contribuenti di Torino e gli utenti che pagano le bollette dei servizi locali, fra i quali però vi sono parecchi non residenti poiché i bacini di riferimento dei servizi vanno oltre i confini comunali: come spiegare a un cittadino di Moncalieri o di Venaria che sulla sua bolletta influisce il debito del comune di Torino?

IL BOCCONE AMBITO

Trm (Trattamento rifiuti metropolitani), che sta costruendo e gestirà il futuro termovalorizzatore dell’area metropolitana torinese, capace di ingoiare 400.000 t/anno di rifiuti urbani e di produrre energia elettrica e energia termica, è il boccone più ambito del paniere di partecipate che la holding acquisisce. (5) Sorretta da un pool di finanziatori che comprende Bnp Paribas e Banca europea degli investimenti, questa macchina da soldi e energia deve remunerare il capitale investito per i prossimi venti anni: molti politici locali vorrebbero anche che Trm trasformasse l’immondizia in dividendi. Ma questo apre un conflitto con la regolazione tariffaria e l’equità. Tuttavia, soprattutto dal punto di vista della integrazione fra il ciclo dei rifiuti, la produzione di energia e le reti di calore, un accorpamento di Trm e Iren è giudicato da molti auspicabile. Un ulteriore ostacolo sulla via della cessione del 40 per cento di Trm è rappresentato dai comuni della cintura torinese titolari di piccole quote minoritarie in Trm, che si sentono defraudati dalla cessione del socio maggioritario, un po’ come il parco buoi in borsa quando ci sono le offerte pubbliche di vendita.

LE SFIDE FUTURE: REGOLAZIONE E SVILUPPO INDUSTRIALE

Quando l’utente medio si vede recapitare la bolletta dei rifiuti, o quella della luce e del riscaldamento, preferirebbe sapere che esiste un sistema di regolazione che lo tutela da eventuali rendite di posizione delle aziende erogatrici. Inoltre, le tariffe dei servizi locali sono fortemente regressive (pesano di più sui redditi più bassi), creando problemi di equità distributiva. (6) Riconoscere il conflitto fra questa esigenza e la situazione della finanza locale oggi è il primo passo per delineare un punto di equilibrio fra le esigenze di regolazione e i vincoli di finanza pubblica.
In una fase in cui la crisi della finanza locale spinge i comuni a dismettere una parte del capitale accumulato durante la presenza municipale nelle utilities in decenni di storia, è comprensibile che da più parti arrivino voci di preoccupazione e anche contestazione.
Qualunque sia la ratio delle critiche e delle preoccupazioni, la filigrana della risposta pubblica, quella del sindaco e del consiglio comunale, per capirci, non può che essere la capacità di gestire le dismissioni e il post-dismissioni in un modo coerente con gli interessi collettivi.
In futuro, con la holding, il comune di Torino sposterà una parte del proprio ruolo virtuale di regolatore (quello formale lo hanno le Aato, per adesso, l’Aeeg e il comune per la Tarsu/Tia) alla holding stessa. Tale ruolo virtuale spesso ha la forma della tradizionale (e ben nota nella politica monetaria e bancaria) moral suasion. Chi paga le bollette forse dovrà guardare, oltre che al municipio, agli uffici della holding e alla qualità professionale del suo apparato.

(1) Deliberazione del consiglio comunale su proposta della giunta comunale del 7 ottobre 2011.
(2)
“La holding, che costituisce un’evoluzione nel sistema di governance delle partecipazioni degli enti locali, diverrebbe un mero strumento societario la cui finalità è quella di dare risposta in maniera efficace, efficiente ed economica a delle esigenze concrete al fine di superare le c.d. asimmetrie informative fra ente locale e società partecipate” Corte dei conti.
(3)
Un cittadino che volesse informarsi sul debito del comune di Torino avrebbe delle sorprese mediatiche: il debito è infatti un numero che cambia a seconda delle fonti consultate. La fonte del dato fornito in questo articolo è il bilancio consolidato del gruppo conglomerato città di Torino. Ma secondo Il Sole-24Ore è di 3,2 miliardi (http://www.ilsole24ore.com/pdf2010/SoleOnLine5/_Oggetti_Correlati/Documenti/Notizie/2011/11/DebitoComuni.pdf?uuid=9c39af42-0d20-11e1-bd65-63822369b075?uuid=AagSWvKE), secondo La Stampa è di 5,7 miliardi (http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/cronaca/200901articoli/9256girata.asp), secondo il movimento 5 Stelle è superiore a 5 miliardi (http://www.movimentotorino.it/temi/loro-spendono-noi-paghiamo-i-debiti.html).
(4)
Articolo 6-quinquies del decreto legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133: “nei limiti delle disponibilità in base alla legislazione vigente e comunque fino a 250 milioni di euro per l’anno 2013 e 250 milioni di euro per l’anno 2014, è destinata, con decreto del ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti di concerto con il ministro dell’Economia e delle Finanze, ad investimenti infrastrutturali effettuati dagli enti territoriali che procedano, rispettivamente, entro il 31 dicembre 2012 ed entro il 31 dicembre 2013, alla dismissione di partecipazioni in società esercenti servizi pubblici locali di rilevanza economica, diversi dal servizio idrico”.
(5)
Perché la holding possa prendersi Trm, tuttavia, si deve superare un ostacolo giuridico-amministrativo sollevato da più parti: Trm infatti gode di un affidamento in house (senza gara), il cui presupposto (il controllo dell’affidante sull’affidatario, che deve essere “analogo” a quello gerarchico fra uffici della pubblica amministrazione), verrebbe meno, secondo una interpretazione diffusa, se tale controllo passasse dal comune alla holding.
(6)
Si veda, a titolo indicativo, il report di Fondazione per l’ambiente sull’impatto delle tariffe sui redditi nelle principali città piemontesi: http://www.fondazioneambiente.org/MONSPL/FA-MONSPL2011-rapporto-finale.pdf

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I PRESTITI DELLA BCE E LA STRETTA SUL CREDITO

  1. marco

    Un comune non dovrebbe poter investire in azioni di aziende private ma dovrebbe limitarsi a amministrare i soldi dei cittadini; oltretutto questa situazione di commistione tra pubblico e privato genera corruzione frequente e un enorme conflitto di interessi;il comune che stabilisce le regole per le gare d’appalto partecipa alla gara, cioè l’arbitro di un torneo gioca anche in una squadra che vi partecipa; cose da matti! Spero che il governo intervenga su questa situazione al più presto e faccia si che vincano le aziende più concorrenziali e pulite e non quelle del comune

  2. Luciano Viotto

    Il caso TRM è sintomatico: non può essere risolto nel modo auspicato dalla deliberazione citata; creerebbe un precedente pericolosissimo, in violazione non solo delle norme vigenti, ma anche di norme comunitarie. Vi è un secondo aspetto: lo “spacchettamento” di GTT operato con la creazione di INFRA.TO: aspetti che il mirabile contributo di Becchis non ha affrontato. In conclusione: 200Meuro non risolverebbe nulla dell’incipiente default torinese. Scarso senso della realtà o colpevole mancanza di programmazione?

  3. Luca Colombo

    La commistione pubblico-privato è il paradigma della confusione di ruoli e il brodo di coltura dei peggiori sprechi. Nella mia testolina, incapace di ragionamenti troppo sofisticati, fatica a entrare il concetto che un servizio pubblico non debbe essere svolto dal pubblico. Concetto peraltro ormai universalmente diffuso, dalla mia portinaia agli autorevoli professori della Voce (andeottianamente, provo a pensar male: quanti di loro prosperano, grazie a dorate consulenze, in quella zonza grigia in cui fanno il loro gioco banche, imprese private ed enti pubblici?). Sbaglierò, ma dalla privatizzazione dell BIN, alla svendita delle municipalizzate, alla liberalizzazione della telefonia, non mi sembra proprio che in vent’anni il mondo sia cambiato in meglio. Un dubbio ancor più grossolano: se l’incasso stimato è di 200 milioni di euro, nulla toglie dalla mia limitata testolina l’idea che quel 40 per cento ne valga almeno 600. Sono solo un qualunquista malfidente?

  4. BELLAVITA

    Quanto il comune di Torino ha finora incassata dalla vendita di quote della vecchia Azienda elettrica municipale è meno di quel che è stato speso in tassazione delle spa che han sostituito per legge vessatoriamente generalizzata, le vecchie municipalizzate. Già , perchè una spa per definizione ha obiettivo l’utile, e quindi paga le tasse anche se , come accade per i trasporti, è in forte perdita, Se poi è in utile, come succede per energia e acqua, , si è calcolato che la remunerazione del 7% costa agli utenti della SMAT (acqua) il 16,23%: c’è da chiedersi se , dopo il referendum, non conviene tornare alla municipalizzazione: pazienza se i liberisti di principio starnazzeranno… Perchè le municipalizzate non pagano tasse, neanche sul vero dividendo che danno al comune, cioè di non farsi pagare le forniture. La privatizzazione, insomma, è stata un pessimo affare per il comune di Torino e un grosso affare per lo Stato, in termini di trasferimento di risorse dal comune

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