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LA VIA INGLESE AL COLLOCAMENTO

Oggi i Centri per l’impiego non riescono a soddisfare tutte le richieste di chi è alla ricerca di un lavoro, con risultati ben inferiori a quelli dei servizi pubblici inglesi o tedeschi. Per migliorare il servizio di intermediazione tra domanda e offerta di lavoro, sarebbe opportuno adottare strategie presenti ad esempio nel Regno Unito. Qui l’attività di intermediazione è interamente delegata all’attore privato, sulla base di gare di appalto o convenzioni, in modo da aumentare le chance occupazionali dei disoccupati più svantaggiati.

Oggi i Centri per l’impiego (Cpi) non riescono a soddisfare tutte le richieste di chi è alla ricerca di un lavoro. Questo perché i servizi al lavoro pubblici spesso consentono l’approccio al lavoro per quei soggetti privi di reti sociali, con capitale umano non particolarmente appetibile o, semplicemente, novizi del mercato del lavoro. Tuttavia, pur tenendo conto della particolare natura dei lavoratori coinvolti, i risultati ottenuti sono estremamente bassi in confronto ad altre realtà nazionali: un quarto di quelli realizzati dai servizi pubblici al lavoro tedeschi e metà di quelli britannici (tabella 1).

INCENTIVI AL RICOLLOCAMENTO

Anche in Germania e nel Regno Unito i successi occupazionali sono ottenuti in ambiti problematici, ma gli strumenti operativi e le politiche attive messe in campo dai due paesi sono estremamente diverse. (1)
Nel Regno Unito, la spesa complessiva per le politiche del lavoro è molto simile a quella italiana, ma è orientata soprattutto alla fase di intermediazione piuttosto che a quella di orientamento o formazione. In più, negli ultimi anni, l’attività di mediazione tra domanda e offerta di lavoro è stata completamente affidata dai Jobcentre Plus (l’equivalete italiano dei Cpi) a vari fornitori privati sulla base di gare di appalto o convenzioni (Partnership Agreement), all’interno di una tipica relazione committente–fornitore.
Questo tipo di relazione rappresenterebbe una buona soluzione per migliorare la fase di intermediazione da parte dei Servizi pubblici per l’impiego (Spi) italiani. Il monitoraggio Isfol del 2008 sugli Spi evidenzia come l’attuale sistema misto (definito dal decreto legislativo 276/03 e dalla legge 326/03) si contraddistingue per una geografia fortemente regionalizzata delle competenze in materia di politiche del lavoro e individua le principali lacune nelle fasi di inserimento occupazionale e nei servizi dedicati alle imprese. Questo perché, sul versante datoriale, i Servizi per l’impiego assumono soprattutto una collocazione istituzionale, esplicata ad esempio dal servizio di fornitura di informazioni su adempimenti amministrativi o le tipologie contrattuali.
In generale, i servizi alle aziende rappresentano il “tallone d’Achille” degli Spi: ridotta quantità e qualità di personale disponibile, pessima organizzazione e pochi, se non inutili, servizi dedicati alle esigenze della domanda di lavoro.
Il nuovo sistema misto ha di fatto delegato alle agenzie private il compito di specializzarsi sul versante della “domanda” e sulle richieste di qualifiche professionali più elevate. Il problema è che le agenzie private di selezione o somministrazione non sono minimamente incentivate alla collocazione dei disoccupati più svantaggiati o meno qualificati.  
Nel 2009, tra le varie misure anti-crisi del “pacchetto Sacconi” era prevista, proprio per rimediare al problema, una forma di incentivo al ricollocamento dei disoccupati. La disposizione aveva la finalità di riconoscere alle agenzie per il lavoro (soprattutto private), la concessione di un bonus per ogni lavoratore svantaggiato assunto con contratto a tempo determinato o indeterminato. Tuttavia, pur rappresentando una sperimentazione, non si conosce il suo effettivo impatto occupazionale e in che modo sono stati spesi quei circa 50 milioni di euro dedicati alla misura. Escludendo tale sperimentazione, l’attuale percorso tipico offerto dai Centri per l’impiego va dalla preliminare fase di accoglienza alla fase di orientamento e accompagnamento al lavoro, fino ad approdare alla fase cruciale di matching tra domanda e offerta di lavoro.
Quanto sopra descritto rappresenta un modello “idealtipico”, che nei vari contesti può subire variazioni o adattamenti, in quanto il processo non è quasi mai lineare. Tuttavia, dall’indagine sulle Forze lavoro 2009, emerge che alcuni di questi servizi non sono utilizzati dai disoccupati alla ricerca di un lavoro, ad esempio appena il 5 per cento dichiara di aver partecipato ad attività di orientamento. Una percentuale bassissima rispetto a quella che riguarda la verifica di opportunità di lavoro, che risulta (come ovvio che sia) il servizio più richiesto da tutti quelli che entrano in contatto con il Centro per l’impiego (tabella 2).

Emerge dunque chiaramente che a fronte di una molteplicità di servizi offerti dai Centri per l’impiego, gli utenti sono soprattutto interessati all’ultima fase, ovvero a quella di matching.  

LA PROPOSTA

Ecco una possibile proposta per un nuovo servizio per l’impiego da offrire ai disoccupati “molto svantaggiati”. (2)
Il servizio di intermediazione tra domanda e offerta di lavoro, analogamente a quanto succede nel Regno Unito, verrebbe completamente esternalizzato dai Centri per l’impiego ai numerosi fornitori privati, sulla base di gare di appalto o convenzioni. Si creerebbe così un nuovo rapporto tra attore pubblico e privato non più concorrenziale, ma formalmente complementare.
Perché tale politica abbia successo, è necessaria una capillare attività di monitoraggio: il ministero del Welfare, tramite incarico a un ente esterno, dovrebbe valutare le performance dei soggetti accreditati attraverso un sistema di classificazione delle prestazioni dei fornitori, per mezzo dell’attribuzione di un voto (Rating system). Il modello di calcolo dei punti fa riferimento a diverse aree, a ciascuna delle quali verrà attribuito uno specifico “peso”:
persone collocate al lavoro;
rispetto dei termini e delle clausole contrattuali;
tempo necessario al collocamento;
qualità della fornitura.
L’indicatore più importante, il Job Outcome (persone collocate al lavoro) verrà calcolato attribuendo un punteggio per ogni inserimento realizzato, differenziato in rapporto al tipo di lavoratore collocato. (3)
I finanziamenti verrebbero erogati a seconda dei risultati e i soggetti privati che non raggiungeranno gli standard minimi concordati con il ministero del Lavoro non potranno ricevere il bonus e saranno esclusi da futuri appalti. Il costo della misura si stima intorno ai 300 milioni di euro (sostanzialmente il bonus da erogare ai soggetti privati), che potrebbero essere ricavati da una parte delle risorse utilizzate per finanziare la cassa integrazione in deroga e in parte dai finanziamenti del Fondo sociale europeo. (4) L’obiettivo dell’intervento è quello di veicolare le politiche di reinserimento occupazionale verso quei soggetti che più ne hanno bisogno, spesso giovani, donne o adulti con basse qualifiche professionali. Nel caso le agenzie private di collocamento accreditate non dovessero raggiungere i risultati concordati (anche a fronte di migliaia di disoccupati inseriti nel mercato del lavoro), per lo Stato non ci sarebbero oneri da sostenere, mentre nel caso quegli obiettivi venissero ottenuti, con appena 300 milioni di euro verrebbe ridotta in maniera rilevante la disoccupazione di lungo periodo.

(1) Per maggiori informazioni sul funzionamento dei servizi al lavoro in Germania e Regno Unito si veda: Giubileo F. (2011), “Uno o più modelli di politiche del lavoro in Europa”, Rivista Sistemi di sicurezza sociale, Il Mulino, Bologna, nr. 3.
(2) Lavoratori privi di impiego da almeno 24 mesi, indipendentemente da sesso, età e altre caratteristiche individuali.
(3) Per maggiori informazioni sulle politiche del lavoro si veda: Giubileo (2012), Una possibilità per tutti, Proposte di un nuovo welfare, Cap. 12, Ed. Secondavista, Milano (www.secondavista.it).
(4) Trattandosi di una misura già presente in altri contesti europei, non discriminatoria e soprattutto orientata esclusivamente verso le politiche attive del lavoro, la possibilità di ottenere risorse comunitarie per finanziare lo strumento sono molto alte. Infine, non va dimenticato che un rapido collocamento dei disoccupati “molto svantaggiati” significa una riduzione della spesa in sussidi, orientamento e formazione.

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10 commenti

  1. sergio ferri

    Trovo l’analisi interessante. E anche la proposta che viene avanzata. Ovvio, e già il primo commento di chi mi ha preceduto lo preannuncia, in un Paese come il nostro abituato a non voler mai valutare non si riesce a mettere in relazione un investimento di 300milioni (ad incentivo, quindi assolutamente misurabile) con l’enorme costo dei CPI, delle cui performance (non brillanti) pochi si interessano.

  2. Livio Lo Verso

    Gli incentivi economici erogati per collocare un lavoratore non producono occupazione, siano essi indirizzati ad agenzie di lavoro o direttamente dai datori di lavoro. Le politiche attive per il lavoro sono un complemento delle politiche di sviluppo economico, in assenza di reale necessità di manodopera il merca del lavoro non può girare, indipendentemente da quanto lo si droghi attraverso gli incentivi.. Gli investimenti vanno quindi indirizzati sullo sviluppo, mentre le politiche del lavoro dovrebbero essere mirate a premiare comportamenti socialmente positivi delle imprese, e per questo non è necessario spendere denaro pubblico ma basta una regolamentazione mirata.

  3. sergio ferri

    Noto che sulla parola incentivi c’è molta confusione (e forse anche pigrizia nel voler capire meglio). Se per incentivi si intende denari alle imprese per assumere disoccupati siamo d’accordo. Ma qui non si parla di quello. Si parla piuttosto di incentivi per agenzie che fanno matching tra domanda e offerta. E questo è tutto un altro film. In altri paesi – dove non vanno avanti con la testa girata all’indietro – la cosa funziona.

  4. Tarcisio Bonotto

    Problema: la Globalizzazione, mercati aperti in situazione di sbilanciamento tra diverse economie è una follia. In effetti le 27.000 pagine dei Trattati WTO sono state redatte da 400 MULTINAZIONALI e dal Tesoro americano, non dai singoli paesi che hanno firmato. Fassino ha firmato per l’Italia senza leggerne una riga, perchè “era un atto dovuto” Siamo per un approccio diametralmete opposto: Autosufficienza Economica di ogni singolo paese. Con la globalizzazione si è interrotto il circolo virtuoso PRODUZIONE-LAVORO-REDDITO-CONSUMI-SOPRAVVIVENZA e il tessuto produttivo nazionale è stato distrutto… E’ inutile che parliamo di misure palliative. Ci sono 24.000 aziende italiane in Romania che occupano 700.000 persone. Lì.

  5. Alessandro Gualtieri

    Vedo con rammarico che alla discussione in oggetto manca un soggetto importante come la Bilateralità , che non potrà essere risolutiva ma che potrà essere di aiuto ad incrociare domanda e offerta di lavoro . In Toscana ed in particolare a Grosseto nel settore del turismo lavoriamo ormai da un decennio per incrociare domanda e offerta ed i risultati sono soddisfacenti in quanto la quasi totalità delle aziende alberghiere si affidano al servizio gratuito dell’ EBTT . Il servizio é svolto da personale specializzato con l’ ausilio di un programma creato per il settore turistico , inoltre annualmente viene organizzata una Borsa Mercato del Lavoro della durata di 2 giorni ,dove le aziende incontrano i candidati al lavoro . Noi crediamo che un servizio di accompagnamento al lavoro deve essere da enti o agenzie specializzate e non da servizi generalizzati.

  6. stefano facchini

    Quei 300 milioni di euro invece che sprecarli dandoli sotto forma di bonus alle agenzie private che riescono a trovare lavoro solo ai loro dipendenti diretti (spesso giovanissimi senza alcuna competenza nel selezionare i candidati), basterebbe suddividerli tra i disoccupati per risolver per sempre i loro problemi e dando loro una possibilità di auto-impiego. Ma si sa, siamo in piena trickle-down economy (economia dello “sgocciolamento” ossia dare soldi ai vertici economici e non alla base), e pertanto per motivi prettamente ideologici non si attua l’unica vera soluzione possibile. Auguri per la sicura carriera dell’economista autore della proposta.

    • La redazione

      Riguardo alla proposta di utilizzare i 300 milioni di euro per possibilità di auto-impiego, non credo che possa rappresentare una valida alternativa. Stiamo parlando dei disoccupati di lungo periodo, soggetti che da due anni non lavorano. Tale proposta presenta una serie di dubbi:
      Quanti soldi potrebbe ricevere ognuno di questi disoccupati? Si dovrebbe prevedere una fase di assistenza o formazione per questo auto-impiego? Se sì, quanto costerebbe? Pertanto, siamo sicuri che 300 milioni siano una cifra sufficiente per finanziare uno strumento di questa portata? Infine, in caso d’insuccesso si tratterebbe di un costo per la collettività.

  7. christian biagini

    La questione vera è come far funzionare un sistema di intermediazione lavorativa che è concentrato per l’80% sul contatto personale e dove la ricerca di personale (per svariati motivi) non viene portata in superficie. In realtà i CPI non svolgono una vera e propria funzione di mediazione…ma in larga parte fanno orientamento…visto che le richieste di personale a loro disposizione sono esigue rispetto al numero di disoccupati. Questo anche in considerazione del fatto che non esistono più le cosiddette liste di collocamento…ed i privati assumono chi vogliono. Bene il bonus per l’inserimento lavorativo ma non si creda che esternalizzando ai privati si risolverebbe il problema…anzi…Il rapporto tra pubblico e privato, nel rispetto delle differenze, deve essere collaborativo..Una riforma a costo zero sarebbe quella di chiedere alle aziende di comunicare la propria intenzione di assumere personale, così da renderla evidente alla collettività e di permettere a qualsiasi soggetto, pubblico o privato, di indirizzare la propria utenza verso quel posto di lavoro. Sarà poi l’azienda a decidere. Per chiudere..gran parte dei CPI sono retti da precari …questo è il welfare italiano..

    • La redazione

      Certamente una buona proposta, si potrebbe proporre una pre-Comunicazione obbligatoria alle aziende (per disporre dei dati) e successivamente elaborare queste nuove fonti amministrative esattamente come è stato fatto con il mio ultimo progetto “Dove si trova lavoro a Milano?”

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