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LA RICETTA SPAGNOLA SUL LICENZIAMENTO

La riforma del lavoro in Spagna abbassa i costi del licenziamento per motivi economici o senza giusta causa. Sono modifiche ragionevoli, anche se con immediate conseguenze sociali negative. Nel medio termine dovrebbero avvantaggiare donne e giovani. Faranno anche aumentare il contenzioso. E dunque l’incertezza per il datore di lavore, nemica di nuove assunzioni. Non si interviene però in alcun modo sui contratti di lavoro temporaneo. In ogni caso, la riforma va affiancata da una vigorosa politica in difesa della concorrenza, per ridurre i prezzi sui mercati meno competitivi.

La riforma del lavoro appena approvata dal governo spagnolo contiene spunti di cambiamento potenzialmente importanti per il funzionamento del mercato del lavoro del paese. Luis Garicano (LINK) ha già espresso una prima valutazione sul tema della negoziazione collettiva, perciò mi concentrerò sulle norme dedicate ad assunzioni e licenziamenti.

LA LOGICA

Non si tratta di una riforma timida. Al contrario, presenta numerose novità: a) facilita il licenziamento per motivi economici, con pagamento di un indennizzo di 20 giorni per ogni anno di anzianità, nel caso in cui la riduzione del livello di entrate o di vendite dell’azienda si verifichi per almeno tre trimestri consecutivi; b) riduce a 33 giorni, contro i precedenti 45, l’indennizzo per licenziamento senza giusta causa nei contratti a tempo indeterminato, con un massimo di due anni di salario anziché di tre e mezzo; c) elimina il licenziamento “express” del 2002; (1) d) sopprime l’autorizzazione amministrativa per i licenziamenti collettivi.
Sono modifiche ragionevoli e coerenti con il licenziamento per giusta causa. Il licenziamento per motivi economici era totalmente bloccato (8 per cento delle estinzioni di contratti nel 2010) dai tribunali del lavoro (1 per cento). I quarantacinque giorni di indennizzo erano chiaramente eccessivi in un’ottica internazionale. Il licenziamento “express” (30 per cento) aveva un senso in termini economici, ma era un’assurdità a livello giuridico. E l’autorizzazione amministrativa era un elemento del tutto atipico nel panorama dell’Unione Europea, oltre che un modo artificiale per elevare i costi dei licenziamenti di natura economica al livello di quelli senza giusta causa, ragion per cui aveva limitato anche i licenziamenti collettivi (4 per cento). (…)
Tutto questo sfociava in una percentuale di contratti temporanei incontrollata, che rappresentano la principale via per il licenziamento (56 per cento). Sfortunatamente, questi vengono in sostanza mantenuti, poiché la “ri-causalizzazione” (ovvero, l’abolizione del licenziamento “express”) è solo parziale e non va a toccare l’aspetto cruciale dei contratti temporanei.

I RISCHI

È possibile che la ri-causalizzazione del licenziamento nei contratti a tempo indeterminato sortisca effetti indesiderati. Personalmente, ho già messo in discussione l’idea che un’azienda debba per forza essere in difficoltà economiche per arrivare a licenziare: un dipendente può non essere fonte di profitto per la sua azienda, anche se questa è in salute: per usare una frase da giurista, è la crisi del contratto contro la crisi dell’azienda.
Facciamo alcuni esempi di quello che potrebbe accadere con le nuove norme. Se le vendite di un’azienda calano di mille euro, il giudice applicherà la legge in modo meccanico o si porrà la questione se questo basti per licenziare o meno? Penso che opterà per la seconda ipotesi. Oppure, supponiamo che i dati relativi alle vendite siano espressi in termini nominali (i giudici non sanno cosa sia un deflatore): se cadono i prezzi, i dati sulle vendite possono crollare anche se la produzione (e gli utili) sono in crescita. Sarà allora un giudice a valutare se il licenziamento è motivato? Penso che riterrà suo dovere valutare se vi sia la necessità di ridurre il personale oppure no, a prescindere dal crollo delle vendite. Insomma, la norma comporterà più contenzioso: sentenze di primo grado tra loro discrepanti e ricorsi nei vari gradi di giudizio: si potrebbe arrivare fino a  nove anni di contenzioso giudiziario.
È vero che il decreto legge riduce l’incentivo a ricorrere contro il licenziamento perché elimina i salari di “tramitación “ (quelli che vanno dalla data del licenziamento a quella della sentenza). Ma permane la differenza di tredici giorni nel riconoscimento delle indennità tra licenziamento per motivi economici e licenziamento senza giusta causa. E questo potrebbe far aumentare i ricorsi dei lavoratori licenziati per motivi economici, per ottenere il riconoscimento del licenziamento senza giusta causa e dunque il risarcimento di trentatré giorni.
In definitiva, si introduce una nuova e più profonda incertezza (nemica dell’assunzione) e un aumento dei costi: l’imprenditore potrebbe finire con l’essere costretto a offrire, nella conciliazione pre-giudiziale, un rimborso intermedio. (…)
Anche i tribunali del lavoro avranno bisogno di maggiori risorse economiche, poiché i ricorsi  contro i licenziamenti collettivi aumenteranno con il venir meno dell’autorizzazione amministrativa. Il decreto snellisce la procedura, ma in precedenza i licenziamenti collettivi erano gestiti dai tribunali amministrativi, mentre ora se ne occuperanno i tribunali del lavoro, che sono già oberati di lavoro.

EFFETTI A MEDIO TERMINE

I costi di licenziamento fanno sì che i datori di lavoro siano restii ad assumere, perché preoccupati dalle spese di un eventuale licenziamento. Ma tendono anche a licenziare di meno, perché costa di più. L’effetto finale è un impiego più stabile, che aumenta di meno nei periodi di crescita e si riduce meno nelle fasi di recessione. (…)
Gli innumerevoli studi empirici sull’effetto causale dei costi di licenziamento sul tasso medio di disoccupazione confermano che la risposta è “dipende”. Alcuni studi individuano effetti positivi, altri negativi, altri non ne individuano affatto. I costi di licenziamento favoriscono alcuni lavoratori e ne penalizzano altri: in particolare, giovani e donne.
L’effetto principale, comunque, è la riduzione dei flussi di occupazione: si distruggono meno posti di lavoro, ma se ne creano anche meno. E un’altra importante conseguenza è che un minor numero di lavoratori si sposta da aziende meno produttive ad aziende più produttive, il che contribuisce ad abbassare il livello e il tasso di crescita della produttività.
Sempre a medio termine, il principale vantaggio della riduzione dei costi di licenziamento per un disoccupato è che troverà un altro impiego più rapidamente rispetto a prima, poiché l’imprenditore sarà meno riluttante ad assumere, il che potrebbe ridurre la durata del periodo di disoccupazione.
In sostanza, a medio termine la riduzione dei costi di licenziamento avrà un effetto ambiguo sulla disoccupazione, aumenterà il tasso di occupazione di donne e giovani, intensificherà i meccanismi di distruzione e creazione di posti di lavoro, ridurrà la durata dei periodi di disoccupazione e genererà un aumento della produttività, necessità impellente di questi tempi.
(…)

IL MONDO È DIVERSO CON LA DUALITÀ

Se il divario tra i costi di licenziamento per contratti indeterminati e quelli per contratti temporanei è alto, un aumento del costo di licenziamento accresce il livello di disoccupazione perché riduce le assunzioni a tempo indeterminato e le conversioni da contratto temporaneo a indeterminato. Di conseguenza, la riduzione del costo di licenziamento dei contratti a tempo indeterminato dovuta alla riforma dovrebbe ridurre la disoccupazione.
Ad ogni modo, il divario esistente rimane considerevole: 9 giorni (aumentati di uno dall’1/1/2012) contro 20 o 33 giorni. Ragion per cui, (…) non si arriverà a una riduzione significativa dei contratti temporanei; lo stesso varrà per la riduzione deli tasso di disoccupazione. Inoltre, per incidere realmente sulla disoccupazione occorre limitare le possibilità di stipulare contratti temporanei (come in Francia), che è precisamente quel che non si è fatto qui. Ed è un’idea che rafforza la proposta del contratto unico. Non si tratta soltanto di ridurre i costi del licenziamento, ma anche di ripianificare la tutela dei lavoratori, eliminando allo stesso tempo il lavoro temporaneo.
Questa è la principale pecca della riforma. È molto triste che i nostri governanti, pur dichiarando il contrario (anche nella esposizione delle ragioni del decreto legge), non faccia mai nulla per porre realmente fine alla precarietà del lavoro. In questo caso, le raccomandazioni dell’Ocse, dell’Fmi e dell’Unione Europea cadono nel vuoto. Gli interessi incrociati dell’oligopolio di aziende e sindacati hanno trionfato di nuovo. (…)

EFFETTI A BREVE TERMINE

Nello scenario attuale di grande incertezza, scarso credito alle aziende e prospettive di decrescita, la riduzione dei costi di licenziamento sarà fonte di nuovi licenziamenti, che avranno conseguenze sociali negative: dà ben poco sollievo pensare che, nella prossima fase di espansione produttiva, la percentuale di contratti a tempo indeterminato crescerà di più che in assenza della riforma. Una riforma come questa avrebbe dovuto essere varata in una fase di crescita, nel 1997. Ma sappiamo che le riforme strutturali vengono fatte quando sono politicamente attuabili.
È necessario però mettere in atto in fretta un’altra misura (…), che potrebbe aumentare leggermente l’accettazione della riforma da parte della società: una vigorosa politica in difesa della concorrenza per ridurre i prezzi sui mercati meno competitivi.

(1) Nel 2002 il governo Aznar introdusse con il regio decreto 45/2002 il cosiddetto “licenziamento express”, secondo il quale il datore di lavoro poteva, al momento del licenziamento, riconoscere la mancanza di una giusta causa e depositare la corrispondente indennità prevista per legge. In questo modo, si evitava il giudizio che, qualora riconosca l’assenza di giusta causa, obbliga il datore di lavoro alla corresponsione, oltre all´indennità di licenziamento senza giusta causa, anche delle mensilità di tutto il periodo intercorso tra la data del licenziamneto e quella della sentenza.

(traduzione di Giulia d’Appollonio e Francesco Fasani)

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  1. michele

    il primo strumento per abbattere il contenzioso è l’introduzione della class action per cause di lavoro relative a licenziamenti individuali e collettivi, e a dimissioni in bianco. 2) la legittimazione ad agire in giudizio per le associazioni sindacali. 3) l’introduzione dell’arbitrato e della conciliazione collettive, pari alla class action, in modo da accorpare in un unico procedimento per una pluralità di lavoratori non solo i ricorsi alla magistratura del lavoro, ma anche la precedente fase della mediazione obbligatoria. 4) eliminare tutti i ricorsi per la sospensiva d’urgenza del licenziamento, con l’introduzione del principio, presente in Germania, che l’impugnazione da sola sospende in automatico l’efficacia del licenziamento e ripristina il rapporto di lavoro preeesistente. Il lavoratore che non si presenta entro 7 gg può essere sotituito; viceversa, il datore può rifiutare il reintegro, pagando comunque l’intera retribuzione al lavoratore fino alla fine del contenzioso (la retribuzione non viene ridotta se il lavoratore svolge una seconda attività temporanea).

  2. attilio

    Non entro nel dettaglio ma andando avanti di questo passo dove finiremo? Non credo proprio che questa sia la soluzione ai problemi.

  3. Savino

    Non è questione nè di crisi aziendale nè di rimodulazione dell’istituto negoziale, ma è un problema di produttività e di qualità del lavoro. Marcegaglia non poteva essere più chiara di così quando faceva riferimento ai fannulloni e negli stessi termini si è pronunciato spesso Marchionne. Si deve poter licenziare più agevolmente chi non fa il proprio dovere e dare la possibilità di assumere giovani preparati, qualificati e meno viziati di quelli della generazione precedente, ma nonostante ciò, oggi più in sofferenza.

  4. marco

    Il problema è che si continua a ragionare sulle eccezioni-Siccome c’è qualcuno che lavora poco e male allora bisogna togliere più garanzie a tutti- A me personalmente questa sembra una gran scusa per fare cassa da parte degli Stati-In Spagna lo hanno appena fatto e in Italia se ne sta parlando in modo velato- aboliamo la cassa integrazione straordinaria, i soldi non ci sono…poi si parla di modello danese…In Danimarca spendono molto di più che da noi in ammortizzatori sociali e penso che un bravo politico dovrebbe essere capace di procurasi le risorse (ad esempio con una patrimoniale) non lamentarsi che i soldi non esistono per volontà di Dio e di tutti i santi come nel Medioevo. Mettiamo tra e giuste cause di licenziamento la scarsa produttività, ma continuiamo a difendere i lavoratori in camba espulsi dalle fabbriche perché hanno espreso pareri diversi da quelli del capo-Penso che occorra più civiltà non più barbarie.

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