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IMPRENDITORI PER NECESSITÀ

L’Italia è tra i paesi con il più alto numero di imprese e imprenditori. Ma l’apertura di nuove imprese non è sempre e comunque una buona notizia. Perché, in particolare in alcuni settori, il lavoro autonomo può essere occupazione dipendente mascherata. Oppure rappresentare una risposta alla disoccupazione: quanti più saranno gli addetti espulsi dalle aziende esistenti, specie quelle più grandi, tanto più questi saranno costretti a inventarsi un’occupazione. Così, però, l’impresa propria è solo un’opportunità di ripiego. Dunque, sarà facilmente destinata all’insuccesso.

L’Italia è tra i paesi con il più alto numero di imprese e imprenditori. Lo stock di imprese iscritte alla Camera di commercio (Movimprese, dato annuale del 2011) ha superato quota 6.110.000. Più di 6 milioni, in un paese che conta poco più di 60 milioni di abitanti, bambini e anziani inclusi. E sono solo quelle iscritte alla Camera di commercio: certo sono la maggior parte, ma almeno da un punto di vista statistico, stando alle definizioni Eurostat di impresa, altre ancora andrebbero aggiunte.

TANTE PICCOLE IMPRESE

In effetti il termine “impresa” è piuttosto vago, nel senso che comprende il lavoratore autonomo così come la grande multinazionale con 100mila dipendenti.
L’Istat, nell’archivio Asia relativo al 2009, identifica quasi 4 milioni e mezzo di imprese attive, meno della Camera di commercio, ma sono diversi i settori osservati e le definizioni. Quasi il 60 per cento non supera un addetto: sono lavoratori autonomi, senza collaboratori o dipendenti. Il 95 per cento delle imprese rimane sotto i 10 addetti, andrebbero classificate quindi come micro-imprese. Le aziende con più di 20 addetti sono 82.944. (1)

Tavola 1 – Imprese e addetti per classi di addetti e settore di attività economica – Anno 2009

Fonte: Istat, Archivio statistico delle imprese attive

Il nanismo delle imprese italiane non è certo una novità e siamo in buona compagnia. Tra i paesi Ocse con la maggior quota di occupati in imprese con meno di 50 addetti, i primi posti sono occupati da Grecia, Italia, Portogallo e Spagna, più noti alle cronache per altri motivi.(2)
Si possono trovare innumerevoli aspetti positivi nel desiderio di avviare un’attività in proprio o diventare imprenditore. Ma non mancano i lati oscuri. Si vedano, ad esempio, i legami tra la diffusione del lavoro autonomo e l’estensione del settore pubblico, la regolamentazione dei mercati, il grado di legalità e la pressione fiscale. (3)
Inoltre, il lavoro autonomo, in particolare in alcuni settori, può essere in realtà occupazione dipendente mascherata (il massimo della flessibilità per il datore di lavoro) e rappresentare una delle possibili risposte alla disoccupazione, ma solo come opportunità di ripiego.

NASCITA E MORTE DELL’IMPRESA

A un elevato numero di imprese è associato anche un elevato flusso sia in ingresso che in uscita.
Tanto elevato che il lavoro di registrazione delle iscrizioni svolto dalle Camere di commercio è paragonabile a quello svolto dalle anagrafi per registrare i bambini nati, in alcune aree del paese addirittura superiore, in particolare se si escludono i bambini stranieri (nati in Italia). Cioè in Italia nascono più imprese che bambini.

Tavola 2 – Bambini nati in Italia e imprese iscritte in Camera di commercio. Anno 2010

Fonte: Istat, Demo e Infocamere, Movimprese

Mentre è generalmente una buona notizia la nascita di bambino, forse non altrettanto lo è quello di una impresa. Una parte delle nuove attività nasce per necessità, per provare a trovare un’occupazione in alternativa al posto di lavoro, spesso dipendente, perduto o non trovato.
Almeno due sono i segnali non proprio positivi che provengono dalle nuove imprese.
Se si utilizzano i dati Istat di Asia, si osserva che il numero di imprese che entrano nell’archivio, una approssimazione delle imprese nate, è correlato al turn-over dei dipendenti o, più in precisamente, alle variazioni positive e negative di addetti rilevati a livello di singola impresa. Se si osservano i dati provinciali, tanto maggiori sono i posti di lavoro distrutti dalle imprese, tanto maggiore è il numero di imprese nate. La figura illustra l’assunto in termini relativi: tassi di ingresso delle imprese (imprese nate/stock di imprese) e tasso di distruzione di posti di lavoro (variazioni negative di occupazione/stock di addetti).

Figura 1: Tassi di ingresso e tassi di distruzione per provincia. Anno 2008.

Fonte: Elaborazioni su Istat, Archivio Statistico delle Imprese Attive

L’analisi è molto grezza, non è certo un modello econometrico della natalità di impresa. Ma già venti anni fa, Bruno Contini e Riccardo Revelli stimavano un possibile effetto sulla natalità dei tassi medi di crescita dell’occupazione e rilevando però come fosse difficile isolare l’effetto delle componenti positive (o negative) perché “troppo poco ortogonali” per fornire indicazioni separate sugli effetti di medie e varianze della crescita.(4)
L’altro dato preoccupante è la durata delle nuove attività. La sopravvivenza a 1 anno è inferiore all’88 per cento. La sopravvivenza a cinque anni registrata dall’Istat sulle “vere” nuove nascite è di circa il 50 per cento.
Anche in questo caso, si tratta di un dato comune a molti paesi occidentali. Le curve di sopravvivenza delle imprese non sembrano drammaticamente differenti in paesi come la Germania, la Francia o l’Italia. (5)
Però, se si osservano i tassi di natalità provinciali e i tassi di sopravvivenza delle imprese (a un anno e a cinque anni, calcolati sui dati grezzi, includendo anche le nascite spurie) si osserva ancora una correlazione, negativa, tra i due fenomeni. Più ne nascono, più, in proporzione, ne muoiono. Se la natalità è elevata, è ragionevole aspettarsi una maggiore mortalità, visto che l’economia italiana non brilla per sviluppo. Ma dove nascono più imprese, e ne nascono di più dove le imprese distruggono più posti di lavoro, le nuove imprese vivono ancora meno, segno di una ancora maggior debolezza iniziale, che potrebbe essere un segnale di maggior improvvisazione o tentativo di avviare una attività in mancanza di alternative.

Figura 2: Tassi di ingresso, nel 2002, e tassi di sopravvivenza per provincia.

Fonte: Elaborazioni su Istat, Archivio statistico delle imprese attive

In conclusione, non sembra che l’apertura di imprese sia sempre e comunque una buona notizia. Anzi, potrebbe non esserlo affatto ed essere inversamente proporzionale alla salute delle imprese esistenti, specie quelle più grandi. Tanto maggiori saranno gli addetti espulsi da queste, tanto più questi proveranno o saranno costretti ad inventarsi un’occupazione, che per altro sarà facilmente destinata all’insuccesso. Magari misurando in modo corretto i vari effetti tutto questo si rivelerà errato, ma il sospetto che il problema esista per ora rimane.

(1) Lo stadio di San Siro a Milano, che ha una capienza di 80.018 posti a sedere, potrebbe contenere un rappresentante di ogni impresa italiana con più di 20 addet

(2) Si veda Entrepreneurship at a Glance, Oecd, 2011, p. 45.

(3) Si veda R. Torrini, “La diffusione del lavoro autonomo nei paesi industrializzati: alla ricerca di una spiegazione per l’anomalia italiana”, Banca d’Italia, Roma, 2000 oppure “Cross-country differences in self-employment rates: the role of institutions”, Banca d’Italia, Temi di Discussione 459, dicembre 2002.

(4) Contini B. e Revelli R. Imprese, occupazione e retribuzioni al microscopio, Il Mulino, 1992.

(5) Si veda ad esempio Bartelsman, Scarpetta e Schivardi, “Comparative Analysis of Firm Demographics and Survival”, Oecd Economics department Working Papers, n. 348, 2003.

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SE L’ECONOMIA SI AVVITA TRA SOMMERSO E RECESSIONE

  1. giulio

    Finalmente un articolo a difesa della verità e non le solite ridicole iconografie del tipo “cresce la voglia di impresa”, dei vari Censis più o meno proni al Potente-Di-Turno. Più che altro “crescono le sortite dei disperati”. Imprese che siano piccole hanno senso solo nell’artigianato, ma che si tratti davvero di attività artigiane. Purtroppo, da sempre svariate attività di ogni tipo sono state ufficialmente iscritte tra le imprese artigiane pur non essendolo affatto, grazie anche alla connivenza delle associazioni di quella categoria, che hanno interesse ad annoverare tanti iscritti. Ad esempio, una piccola azienda di elettronica può essere ufficialmente iscritta come azienda artigiana, ma nel campo dell’elettronica la piccola dimensione rende impossibile competere con omologhe aziende estere, perché queste ultime hanno centri di ricerca mentre quelle italiane hanno pochi dipendenti, quasi sempre adibiti a lavori di bassa manovalanza.

  2. Savino

    Gli imprenditori italiani sono quelli della legge 488 del ’92, della serie “scava un buco e fuggi col malloppo”. Nessuna idea, solo truffa al 100%.

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