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IL SALARIO MINIMO NELLA GRECIA IN CRISI

La Grecia ha certamente un problema di competitività. Sindacati e partiti di centrosinistra dovrebbero perciò accettare una riduzione del salario minimo, ma inferiore al 22 per cento richiesto dalla troika. In cambio dovrebbero pretendere da governo e imprenditori l’impegno a introdurre ammortizzatori sociali per le famiglie di disoccupati e lavoratori poveri. Il ripristino della legalità ovunque, senza lavoratori in nero. La riduzione immediata dei prezzi da parte delle imprese. E un aumento graduale del salario minimo nel futuro prossimo, man mano che l’economia cresce.

La saga della crisi greca va avanti ormai da due anni. Ultima puntata: senza mezzi termini la “troika” di creditori (Fmi-Unione Europea-Bce) pone come condizione, per sbloccare il pacchetto di aiuti internazionali, l’attuazione da parte del governo greco di nuove misure strutturali e di austerità. Fra esse spicca la proposta/pretesa di ridurre del 22 per cento i salari minimi, per dare uno slancio alla competitività dei prodotti greci.
Le parti sociali, datori di lavoro inclusi, hanno bocciato la “ricetta neoliberale” della svalutazione competitiva del costo del lavoro. I sindacati in particolare sono scesi sul sentiero di guerra. Il partito trasversale del ritorno alla dracma (destra nazionalista e sinistra radicale, con il sostegno sentito di intestatari di conti bancari svizzeri, imprenditori offshore, evasori fiscali e speculatori vari) ha gridato all’ennesima offesa all’orgoglio nazionale, parzialmente ripulita con la bruciatura rituale di una bandiera tedesca in piazza della Costituzione, immagine che ovviamente ha fatto subito il giro dei media internazionali. Il governo invece pare disposto ad accettare, pur con una dose notevole di mal di pancia. Prossima puntata: la coalizione di governo avrà i numeri in parlamento? La Grecia si salverà? Restate con noi.

LA GRECIA E LE RICHIESTE DELLA TROIKA

Cerchiamo di andare per ordine. Che l’economia greca fosse poco competitiva si sapeva già. Alla vigilia della crisi, in piena campagna elettorale per le politiche di ottobre 2009, ha fatto clamore la notizia che – secondo il rapporto annuale del World Economic Forum – la Grecia era scivolata al novantesimo posto della classifica mondiale di competitività, ultima in Europa, dietro al Botswana. (1) Al di là della consueta retorica, la reazione della classe politica e delle parti sociali è stata, come al solito, ai limiti dell’indifferenza. Comunque, non all’altezza dell’emergenza.
Ha ragione dunque la “troika” a voler ridurre i salari minimi? Sì e no.
Sì, perché nonostante i tagli ai salari subiti negli ultimi due anni, il costo del lavoro rimane troppo alto. Secondo i dati della Banca di Grecia, il costo unitario del lavoro nel periodo 2004-2011 è cresciuto del 26 per cento (+34 per cento tra il 2004 e il 2009, -6 per cento dal 2009 al 2011); quasi il doppio rispetto alla media della zona euro (+14 per cento negli anni 2004-2011).
E sì ancora, perché il salario minimo stabilito dalla legge (877 euro mensili su base annuale) è nel 2012 più alto che in Spagna (+17 per cento), molto più alto che in Portogallo (+55 per cento) e sei volte più alto che in Bulgaria, dove si sono trasferite molte imprese greche negli ultimi anni. (2)
No, perché in un mercato del lavoro come quello greco, tagliare i salari non garantisce che i prezzi calino. Come ha notato un ex-ministro dell’Economia in tempi migliori (e attualmente mio collega), per molti datori di lavoro, soprattutto nelle imprese meno esposte alla concorrenza internazionale, affrontare la crisi non significa ridurre i prezzi per difendere le quote di mercato, ma mantenerli per difendere i margini di profitto. (3) Senz’altro un’attitudine mentale di corte vedute, ma perfettamente coerente con il modello imprenditoriale diffuso nel paese.
No, anche perché, visto che molti imprenditori hanno adottato una visione piuttosto disinibita della legalità, molti lavoratori precari ricevono già salari sotto il minimo (e senza contributi). Ancora no perché puntare sui costi bassi, come strategia per la ripresa, mi sembra poco lungimirante: come hanno imparato gli albergatori della Calcidica a loro spese, assumere impiegati bulgari o polacchi e pagarli una miseria non fa altro che incoraggiare i tour operator a offrire contratti a prezzi stracciati: un vero e proprio circolo vizioso.
E no, infine, perché nonostante una spesa sociale complessivamente vicina alla media europea, lo stato sociale greco si distingue per la mancanza quasi totale di ammortizzatori sociali, adesso che se ne ha più bisogno che mai. (4)

UNA PROPOSTA IN QUATTRO PUNTI

Cosa si può fare? Pretendere che il governo riduca i salari minimi per decreto quando le parti sociali hanno appena deciso il contrario (di non aumentarli) è sicuramente da repubblica delle banane. Dall’altra parte, in questa battaglia c’è molta ipocrisia. Per la Confindustria greca non ha senso sprecarsi per ridurre i costi del lavoro quando si può tranquillamente ignorare la legge. Per i sindacati, assenti dalle imprese potenzialmente interessate, si tratta di un gesto meramente simbolico e ad alto contenuto ideologico. In questo contesto, trovare una soluzione non è semplice.
La mia proposta, per quanto possa valere, rivolta ai sindacati e ai partiti del centrosinistra, è di accettare una riduzione del salario minimo, ma inferiore al 22 per cento attualmente in discussione, e di pretendere in cambio da governo e imprenditori il loro impegno su quattro punti: (1) ammortizzatori sociali per le famiglie di disoccupati e di lavoratori poveri; (2) ripristino della legalità dappertutto: nessun lavoratore in nero; (3) riduzione subito dei prezzi da parte delle imprese coinvolte; (4) aumento graduale del salario minimo nel futuro prossimo, man mano che l’economia cresce.
Attendiamo qualche risposta. Ma senza trattenere il fiato.

(1) Secondo gli ultimi risultati, la situazione non è cambiata nel frattempo. Per un riassunto vedi The Global Competitiveness Report 2011-2012: Country Profile Highlights.
(2) Vedi gli ultimi dati Eurostat.
(3) Christodoulakis N. (2010) “Crisis, threats and ways out for the Greek economy”, Cyprus Economic Policy Review.
(4) Per un’analisi recente vedi “The welfare state and the crisis: the case of Greece”, Journal of European Social Policy.

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LA RISPOSTA AI COMMENTI

23 commenti

  1. michele

    prenderei ad esempio l’ ”anticomunista” america, che dagli anni ’70 ad oggi paga una card alimentare mensili a milioni di disoccupati. Aumentare a 400-500 euro/mese gli importi dlele Tremonti-card è il primo rimedio contro la povertà estrema.

  2. Franco

    Senza arrovellarsi troppo per togliere ai greci quel minimo che la tradizione socialista era riuscito a far avere alle classi lavoratrici, perchè non pensare, sulla base di una proposta avanzata dalla primavera araba in Egitto, a imporre un tetto massimo di retribuzione del lavoro dipendente? La carriera lavorativa avrebbe così una certezza contro gli approfittamenti per cui il divario sempre crescente delle retribuzioni manageriali con quelle di base-sopravvivenza fa sì che il primo salario venga abbassato sempre più, permettendo così uno sfruttamento ancora più disumano del proletariato. Ormai certi…misteri in base ai quali si verificano impressionanti aumenti nelle quotazioni di borsa di società che applicano grandi ristrutturazioni-licenziamenti sono svelati anche ai più semplici illusi. E allora non vi pare che sia il tempo di finirla con il trattare il lavoro allo stesso modo quando questo si basa sulle capacità e attitudini a organizzare e sfruttare la fatica degli altri? Non avete un minimo di critica sui vari “UFFICI DEL PERSONALE” delle varie aziende e del loro progressivo e definitivo approdo in “UFFICIO DELLE RISORSE UMANE”. Le imprese cooptino nei loro CDA I

  3. Franco BORGHI

    in tutta la discussione ai vertici della finanza internazionale si ha l’ impressione che il popolo greco, i cittadini, i lavoratori, siano assenti. Si discute e si decide alla loro spalle senza tener conto delle ingiustizie sociali che debbono subire. A chi interessa umiliare e distruggere la popolazione greca, i lavoratori greci e le loro famiglie. Se in una famiglia uno dei componenti è malato e debole, tutti gli altri componenti della stessa famiglia dovrebbero aiutarlo a guarire e ad irrobustirsi. O no ? Nelle UE questo non vale ?

  4. Felice Di Maro

    Manos Matsaganis in questo articolo presenta evidenze note e poco trattate. Colpisce la chiusa “Attendiamo qualche risposta. Ma senza trattenere il fiato”. Si spera che questo commento possa essere considerato un contributo. La sua proposta penso che possa essere presa in considerazione. Che il lavoro nero debba essere preso in considerazione è triste. Ma il costo del lavoro in Grecia, così come Manos ce l’ha posto in sequenza con i ben più pregiati dei profitti mi impone di rilanciare il tema di uno standar europeo delle retribuzioni. Sul tema naturalmente si è fatto solo aria fritta e poi i lavoratori, ed anche in Italia, debbono nei fatti rinunciare ad una esistenza degna di questo nome in quanto debbono fare i conti con un potere di acquisto di salari e stipendi che è diverso da quello europeo. Il problema serio è che non può esserci crescita se le retribuzioni diminuiscono. La divisione del lavoro nell’Ue deve diventare un tema di ricerca. Il libero mercato ha mostrato i suoi limiti. Il costo del lavoro deve essere prima che valutato nell’Ue, deve essere ponderato con una classifica di parametri che debbono tener conto dei vari Pil pro-capite e redditi reali per i consumi.

  5. Lorenzo Stanca

    …Sembra che la grecia sia veramente una repubblica delle banane, un paese alla frutta, uno stato governato da politici del tutto irresponsabili e corrotti. Ma se di fronte a tutti i problemi relativi al possibile default degli ultimi ANNI, ancora c’è da fare tutti questi tagli, come si può avere solo la lontana speranza cke si faccia qualche riforma?. Personalmente non vedo altra alternativa a quella suggerita da Sargent sulle colonne del WSJ, ovvero di lasciarla fallire.

  6. AM

    E’ noto che una delle tante cause del dissesto della finanza pubblica in Grecia risiede nelle eccessive spese militari. I greci non hanno tutti i torti nel sospettare che in certi ambienti turchi si continui a coltivare l’idea di riconquistare le isole egee prossime alla costa anatolica, ma sono certo le forze armate greche, anche se potenziate al massimo, a dissuadere da questi dissennati disegni. La Grecia quindi deve fare conto solo sulla protezione internazionale per la tutela della propria integrità territoriale e ridurre drasticamente le spese militari.

  7. Piero

    La difesa della moneta unica con gli indirizzi dei tedeschi sta provocando grandi lacerazioni sociali in Europa con il rischio che alle prossime elezioni vanno ai governi dei partiti popolari che cavalcano la protesta, cio’ comporterà sicuramente una divisione all’interno dell’Europa tra i paesi virtuosi e i paesi mediterranei che non si possono permettere una difesa della moneta unica con le sole manovre di bilancio. La Grecia sarà il termometro di tale situazione, sara’ la goccia che puo’ fare a traboccare il vaso, penso che Italia e Francia debbano alzare la voce con la gerania, sicuramente la Francia ha problemi elettorali mentre l’Italia e’ un governo messo dai burocrati e quindi in sintonia con lo spirito tedesco. Rassegniamoci a questo nefasto scenario

  8. P. Magotti

    Più che il pareggio di bilancio, nelle costituzioni degli stati europei si dovrebbe stabilire il rapporto indissolubile tra produttività e stipendio.

  9. Alfonso Fumagalli

    A parte i dicktat populisti dell’autore, se la Grecia è finità così in basso è perchè non ha saputo imporre le regole: evasione fiscale (anche adesso l’evasione non è diminuita), lavoro in nero, catasto non esistente, etc. Perchè adesso dovrebbe esserne capace ? Lo stesso problema dell’Italia, in cui le cose pubbliche funzionano male (in genere). E’ facile dire: la giustizia non funziona, ma lo dicono tutti i governi ed i cittadini da almeno 50 anni (ho solo 62 anni!), ma non è cambiato in meglio.

  10. Under

    Il problema greco, come quello italiano e degli altri paesi in crisi non è il debito pubblico, come fin ora si vuol far credere. Il problema è il deficit nelle partite correnti dei paesi periferici con i paesi centrali ,cioè un problema di competività ,causati dai differenziali di crescita dei tassi di inflazione dall’ introduzione dell’ euro fin ad ora. Una volta che i paesi periferici , tagliano il costo del lavoro per ripristinare la competività , siamo sicuri che i centrali collaborano ?? O si inizia un gioco al ribasso (già iniziato da loro)? Questa è guerra commerciale,malessere sociale e condanna popolazioni a sacrifici inutili,spalancando la porta ai nazionalismi e a l’uomo forte. In Europa di uomini forti ne abbiamo avuti fin troppi!!!! Perciò a mio avviso meglio tornare alle valute nazionali per ripristinare la competività, spezzando il gioco ribassista. L’altra via , introdurre regole (non quelle attuali) che inducano i paesi a collaborare per eliminare gli squilibri intra-euro, ma ho forti dubbi viste le ricette proposte.

  11. Anonimo

    Le produttività marginali decrescenti del capitale determinano un processo di ottimizzazione dei bilanci attraverso una maggiore flessibilità nel mercato del lavoro anche attraverso un minore salario o anche ad un minore utilizzo della capacità produttiva. Pertanto uno standard minimo dei redditi da lavoro sono inefficaci se la produzione aumenta data la maggiore produttività correlata ad una caduta tendenziale dei totali di rendimento di profitto. Confidiamo come sempre nel buon operato dei nostri policy-makers.

  12. Piero

    Di fatto si sta germanizzando l’europa, tutti i governi stanno cadendo o con la sostituzione i governi tecnici o con overni in linea con la Germania, gia’ la politica monetaria e’ stata accentrata con l’euro, oggi anche le politiche di bilancio con il motto “i singoli paesi devono fare i compitini a casa propria”, sono dettate dalla Germania. Non so fino a che punto la Germania voglia tirare a corda, ma fino a questo punto ha avuto la meglio, solo il fallimento della Grecia puo’acquistare fare saltare tutto, perche’ in linea si muoveranno anche li altri paesi, quindi ben venga il default della Grecia.

  13. Michele

    Ma cosa succede se un lavoro genera un valore aggiunto che è minore del salario minimo? l’azienda non assumerà o se lo fa lo farà in nero . io non so se è meglio essere disoccupati o lavorare per un salario inferiore al salario minimo, quello che so è che di sicuro è ingiusto pretendere di fare questa scelta al posto del lavoratore che magari ha dei figli da sfamare. posso capire che faccia bello nei salotti dei benpensanti borghesi avere una legge sul salario minimo, ma è disgustoso impedire ai più poveri ed ai più deboli di trovare un lavoro. ribadisco il mio concetto, non so se sia giusto o meno lavorare per un salario molto basso, quello che so è che non possiamo essere noi ad arrogarci il diritto di vietare il lavoro a chi lo vorrebbe.

  14. Stefano

    Siamo sicuri che le misure imposte alla Grecia non siano troppo dure nel breve periodo? Siamo sicuri che per la Grecia sia peggio il default nel lungo periodo? Sono domande che mi pongo in questi giorni, poi guardo all’Argentina e qualche idea me la sono fatta. Stefano

  15. ROX

    La Grecia si trova nella situazione di quell’inquilino di un bel palazzo che per la sua dabbenaggine fa partire un incendio che rischia di distruggere tutto. Il dilemma sta che mentre il condomino si meriterebbe di rimanere senza casa, i condomini hanno l’interesse a chiamare i vigili del fuoco… Adesso mi sembra che l’unico modo per uscirne sia che la Grecia accetti il piano di austerity e continui nel cammino di riforme strutturali intrepreso negli ultimi anni. L’Europa dovrebbe affiancare al prestito un piano Marshall in funzione anticiclica rispetto alle misure previste e per convincere i cittadini greci che non usiamo solo il pallottoliere per risolvere la crisi. Insomma il palazzo va slavato, il condomino discolo va punito ma va messo in condizione di ricostruire un appartamento decente.

  16. Piero

    Tutti i nodi dell’euro sono venuti al pettine, oggi si deve decidere in Grecia se conviene stare nell’euro oppure salvare delle vite umane, abbiamo in Grecia un aumento della disoccupazione, un aumento della poverta’, i ricchi sono scappati via, in seguito vi sara’ la guerriglia urbana per sopravvivere, aumento di furti e rapine ecc. Non penso che questo sia il modello dell’Europa sognato da tutti, si deve bloccare la politica tedesca altrimenti la fine della Grecia tocca anche all’Italia (se non pagano le tasse viene staccata l’energia elettrica).

  17. Piero

    Oggi la Merkel detta le regole delle politiche di bilancio dei paesi euro senza che sia stata eletta dal popolo europeo, non vi è stato un passaggio democratico, quindi fanno bene i cittadini greci che si ribellano ( sempre democraticamente) a tale modus operandi. In questa fase, a mio avviso, tutti i governi devono tornare a delle pacifiche elezioni i cui schieramenti porteranno programmi democratici a favore o contro l’euro, il popolo di ogni singolo paese sceglierà, sicuramente riavranno con l’euro i paesi forti, ma questo lo hanno voluto loro con l’attuale politica monetaria, la bce deve essere autorizzata alla monetizzazione i parte dei debiti pubblici se si vuole salvare l’euro e basta con i compitini a casa della Merkel, perché è l’Europa che deve fare i suoi compiti.

  18. BalbettantiPoietici

    La Grecia ha bisogno di un Progetto di Sviluppo. Il tagliare non costruisce sviluppo. Lo stesso vale per l’Italia. Invece di sviluppo, però, si parla di crescita e la si cerca di raggiungere attraverso produttività e competitività. Ma questi sono obiettivi dannosi che distolgono dallo sviluppo. E’ necessario, invece, parlare di progettualità strategica perché il sistema economico attuale non sta più in piedi: è entrato in conflitto con gli uomini e con la Natura. Per costruire le condizioni per avviare un processo di elaborazione di un Progetto per un nuovo sviluppo etico ed estetico, occorre diffondere conoscenze e metodologie di valutazione e progettualità strategica. E, prima, la conoscenza delle nuove scienze che forniscono i modelli e le metafore che stanno alla base di queste conoscenze e metodologie. Purtroppo vince la retorica di una classe dirigente che non sa neppure cosa sia un Progetto di Sviluppo. Noi, anche con le nostre povere forze, ci mobiliteremo perché l’Italia abbia un suo Progetto di Sviluppo che parta dal basso … Chiunque abbia voglia di progettare, non di denunciare, è il benvenuto. balbettantipoietici.blogspot.com

  19. marco

    Da un alto il problema è la scarsa competitività della Grecia che ha bisogno di un profondo rinnovamento della classe politica a del modo di intendere l’influenza della politica nella società (come l’Italia); dall’altro il problema è la costruzione europea, zoppa e troppo condizionata dagli interessi politico economici di breve respiro dei suoi paesi più potenti-La Germania, paese che ha guadagnato di più dall’euro dovrebbe dare nell’immediato per poi raccogliere nel lungo periodo, come è stato fatto con la Germania dell’est-Visto che nessuno ha questa intenzione e manca assolutamente il principio della solidarietà economica penso che la soluzione migliore per la Grecia sia quella di uscire momentaneamente dall’euro, togliere tutti dall’impiccio, aver la possibilità di fare di testa propria, svalutare la moneta e risutrutturare il debito, provare a ripartire dopo tanti sacrifici e dopo aver capito la lezione, sul modello dell’Argentina.

  20. AM

    In un dibattito ieri a L’infedele è emerso che un lavoratore greco su 4 è dipendente pubblico e un secondo dipende indirettamente dalla PA (fornitori della PA o imprese che beneficiano di sussidi). Le spese militari, secondo una parlamentare greca, superano il 7% del PIL e sono inutili dal momento che la Turchia, l’unico stato temuto da Atene, potrebbe facilmente sconfiggere un esercito ellenico anche di dimensioni doppie di quelle attuali. In passato la CGIL lamentava che persino i greci avessero livelli salariali superiori a quelli italiani. Oggi sappiamo il perchè. Dietro il 50% dei lavoratori vi era lo stato che faceva quadrare i conti finanziandosi con il debito.

  21. Giorgio

    Ho letto da qualche parte che una delle richieste dell’Europa è quella che la Grecia tagli non solo le pensioni pubbliche ma anche quelle private che, immagino, come da noi dovrebbero basarsi su di un sistema di contribuzione volontaria e su di un sistema di calcolo basato sulla capitalizzazione… è così? Per quanto riguarda il tema dell’articolo, si discute, se non ho capito male, la fattibilità o meno della diminuzione del costo del lavoro richiesta dall’Europa ai greci. Mi piacerebbe che venisse affrontato il tema partendo dalla radice: la Germania con le riforme del 2003 ha avviato una politica di dumping sociale ai danni di tutti gli altri paesi europei o meglio dei lavoratori degli altri paesi europei che può essere riequilibrata, dato che abbiamo la stessa moneta, solo peggiorando nello stesso modo o in modo più marcato le condizioni di vita dei lavoratori. Il termine competitività, in una simile condizione in cui la competizione è a chi fa peggio, mi sembra del tutto fuori luogo e mi pare che dovrebbe essere sostituito con un altro termine.

  22. bob

    Sulla storia dei tedeschi grava un menzogna grave, il finale lo conoscemmo tutti! La Grecia è in bancarotta ma acquista armamenti 4 volte l’Italia, guardacaso il fornitore principale è la Gerrmania. Un pò come il direttore di banca che dopo averti prestato i soldi per riaverli ti presenta l’amico-strozzino! Le banche tedesche private hanno speculato sulla Grecia? Se sono private è un problema loro. Altrimenti si nazionalizzano e si mettono in galera i vertici (Islanda docet). Non condivido nulla del modo di vivere levantino dei Greci in generale, ma attraverso la piazza devono fare aprire gli occhi al resto dell’Europa sull’ennesima menzogna germanica!

  23. Francesco

    Scusate ma è vero che i barbieri vanno in pensione a 50 anni perchè “manipolano sostanze pericolose”? E’ vero che non c’è un catasto in Grecia?

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