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LA RISPOSTA AI COMMENTI

I commenti critici alla mia proposta di abolizione del valore legale si concentrano su tre argomenti principali. Pesare le Università comporterebbe: 1) privilegiare la qualificazione universitaria rispetto alla qualità delle persone; b) creare (costose) università di élite; 3) pregiudicare gli studenti che per ragioni economiche possono permettersi solo università di ‘serie B’, ma ‘vicino a casa’.
Tutte queste critiche pongono problemi importanti a cui è necessario cercare di dare una risposta.

La qualificazione dell’Università viene privilegiata rispetto alla qualità delle persone

Diversi lettori hanno rilevato che tener conto, nei concorsi pubblici, del ranking delle università di provenienza comporta, in sostanza, valutare più le qualifiche dell’Università frequentata che la qualità reale dei candidati. Credo anch’io che questo sia un rischio che occorra scongiurare, ma non mi pare che, col metodo proposto, esso sia reale. Infatti, come affermato nell’articolo, il peso dell’Università di provenienza è solo uno dei parametri da prendere in considerazione e la prova concorsuale/attitudinale deve essere mantenuta e, se possibile, valorizzata. Ad esempio una valutazione concorsuale potrebbe essere articolata in questo modo: 10-20% del punteggio derivante dal ranking dell’università; 10% derivante dal voto di laurea; 10% da altri titoli/esperienze; 60-70% derivante dalla prova di ammissione. In tal modo, l’80-90% dell’esito deriverebbe da una valutazione diretta delle qualità del candidato e solo 10-20 % discenderebbe indirettamente dal ranking dell’Università da questi frequentata.
Per altro verso, sussistono controindicazioni importanti alla tesi che solo la prova concorsuale/attitudinale debba contare. In tal modo, come già rilevato nell’articolo, l’esito può essere condizionato da elementi fortuiti, colposi o addirittura dolosi. Nel caso in cui il concorso pubblico fosse vinto dal medico laureato con 90 all’Università di Vattelapesca piuttosto che da quello laureato con lode all’Università di Harvard, non avreste il dubbio che la prova concorsuale/attitudinale sia stata, diciamo così, ‘calibrata’ sul vincitore? Non sarebbe stato bene, in tale situazione, far pesare anche il ranking dell’Università di provenienza?

Il rischio di creazione di università di élite e lievitazione delle rette universitarie  

In particolare Lorenzo Zamponi, in un articolo su ‘il Corsaro’, afferma che eliminare il valore legale del titolo di studio comporta necessariamente un processo di creazione di università di élite, le quali, per coprire l’inevitabile aumento dei costi, dovranno beneficiare di una liberalizzazione delle rette universitarie.
Sulla creazione di una élite di Università mi pare che valgano due osservazioni. In primo luogo, già esistono in Italia università di serie A e università di serie B e, mentre si vedono bene i difetti della loro artificiosa parificazione, non si comprende qual è l’utilità di far finta del contrario. In secondo luogo, l’alternativa realistica alla creazione di un gruppo ristretto di università di serie A non è il generale incremento del livello qualitativo di tutte le università italiane, bensì il generale affossamento di tutte quante verso la serie B. Questo livellamento verso il basso è anzi in gran parte già avvenuto. Il risultato è, e sarà sempre più, che l’Italia non possiederà alcuna università competitiva a livello internazionale e gli studenti italiani, per ottenere qualificazioni spendibili sui mercati mondiali, dovranno necessariamente iscriversi all’estero.
Quanto all’incremento delle rette, la proposta di pesare le Università non implica affatto un tale incremento, proprio per non pregiudicare gli studenti meno abbienti. Le Università di serie A potrebbero affrontare i maggiori costi sia beneficiando delle risorse derivanti dall’incremento delle iscrizioni, sia ottenendo la percentuale di FFO che la legge già riserva agli atenei migliori, sia infine della partecipazione ai programmi nazionali e internazionali di ricerca.

Pregiudizio economico degli studenti che, per frequentare una università di serie A, devono allontanarsi da casa

Da molti commenti emerge il timore che, per frequentare una Università di serie A, occorrerà l’allontanamento dalla propria città, con il conseguente lievitare dei costi dell’istruzione.
Il rilievo merita attenzione perché comporta una riflessione sul senso della formazione universitaria.
Il timore evidenziato segnala che l’istruzione universitaria è intesa sostanzialmente come un mezzo per conseguire un titolo mediante il quale ottenere un lavoro, a prescindere dalla formazione raggiunta. Non è importante che l’università sia formativa, l’importante è che sia ‘vicino a casa’, poco costosa e rilasci un ‘pezzo di carta’ di valore legale. Si tratta di una visione comprensibile, ma di stampo privatistico e elusiva dell’interesse pubblico. Diversamente, la formazione universitaria dovrebbe perseguire principalmente l’obiettivo di fornire una preparazione adeguata alle diverse professioni, in modo che la collettività intera benefici di questa formazione e la ripaghi della spesa pubblica sostenuta a tale fine. Quando ci si reca in un ospedale, l’interesse comune è che il medico che ci visita abbia ricevuto la migliore istruzione possibile, non che abbia frequentato una università ‘vicino a casa’, spendendo poco (questo è il suo interesse privato).
Certo, il problema del garantire l’accesso alla formazione universitaria agli studenti capaci e meritevoli ma privi dei mezzi economici necessari non va eluso. Tuttavia esso va risolto, non mediante l’attribuzione artificiosa di un valore alla laurea dell’università ‘vicino a casa’, bensì mediante il sostegno economico dello Stato a tali studenti. Proprio come recita la nostra Costituzione.

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  1. MORSELLI

    Purtroppo un ranking che divida i nostri Atenei in serie A e serie B è troopo ottimista. Spiace dirlo, ma bisogna avere il coraggio di riconoscere che nel corso degli ulltimi decenni, col passar del tempo, si sono andate accumulando università di serie C e anche ddi serie D! E poi questo “Ranking” chi lo formerà? e con quali criteri? Ci sono anche Facoltà di serie A inserite in Università di serie B, e viceversa….Ad ogni modo lasciare un 10% di discrezionalità alla valjutazzione dei commissarvi non sarebbe male, purchè si valutasse anche il curriculum degli esami sostenuti durante il corso di laurea, l’argomento e il contenuto della tesi di laurea, e ogni altro fattore che possa illuminare sui precedenti del candidato.

  2. Federico Faleschini

    Sono completamente d’accordo con quanto espresso dall’autore sia nell’articolo che nelle risposte. Evitare di rendere palese la reale differenza qualitativa tra le varie università è semplicemente ficcare la testa nella sabbia e penalizzare il sistema paese. Dopo l’esperienza di studio di 2 anni all’estero ritengo che nel sistema universitario italiano ci siano cose buone e meritevoli di essere valorizzate (una concezione ampia di formazione, ad esempio, piuttosto che iperspecifica) ma sarà impossibile farlo finché il settore pubblico resterà ammorbato dalla mancanza di meritocrazia. Anche se la valutazione non viene fatto valere in Italia per gli impieghi pubblici viene fatta valere sia dalle aziende private che nel resto del mondo, quindi si tratta solo di rendere finalmente ufficiale questo fatto. A forza di dai, una rivoluzione liberale deve passare in questo paese incatenato al XX secolo.

  3. Lorenzo Cicatiello

    Ma se il ranking dovesse servire a valutare solo il 10-20% della prova concorsuale sarebbe davvero così indispensabile? Se l’80-90% derivasse comunque dalla valutazione diretta del candidato, statisticamente i meglio preparati (a prescindere da quale Università abbiano deciso di prepararsi meglio dei colleghi) passerebbero il concorso più facilmente, senza necessità di tenere in considerazione ranking di nessun tipo. Quale legame poi abbia questa proposta con la limitazione dei comportamenti dolosi è assolutamente incomprensibile.

  4. m.bonafin

    mi pare che sottotraccia a tutta la discussione stia una sopravvalutazione (è il caso di dirlo) della ‘valutazione’ o con anglicismo ‘ranking’ (delle università, delle facoltà, dei dipartimenti, delle riviste, delle sedi editoriali, ecc.) oggi di moda; cioè, non esiste una valutazione oggettiva assoluta (e affidabile) di entità come la ricerca, l’insegnamento, la preparazione, ecc. – sia perché 1) ogni misura (base della valutazione) implica margini di errore, sia perché 2) non si possono applicare gli stessi criteri alle scienze naturali ed ‘esatte’ e alle scienze dell’uomo e dei testi, sia perché 3) qualunque criterio può essere piegato a interessi di parte, se non c’è una moralità pubblica diffusa; né si può sottostimare il fatto che l’interesse (e il finanziamento) pubblico deve essere prevalente quando si tratta della ricerca di base

  5. Francesco

    Il problema dell’università vicino casa è una questione di costi. Non consideriamo per un attimo il genio, ovvero colui che pur povero tramite le borse di studio può frequentare comunque la Bocconi. Parliamo di quelli bravi, uno bravo ma povero nato a Messina, va all’Università della sua città, non essendo un genio non può vincere le borse di studio per vivere quattro anni fuori a Milano, però potrebbe essere migliore di tanti laureati della Bocconi, E a proposito di interesse pubblico in senso ampio, i laureati della Bocconi e della Luiss in questi ultimi anni stanno avendo dei canali privilegiati per le migliori posizioni nel settero privato pur non essendo sempre i migliori sulla piazza. Almeno dal mio piccolo osservatorio, le società di revisione, Bocconi e Luiss stanno diventando delle piccole Harward e Yale, ma come canali preferenziali verso il lavoro e non perchè ci troviamo di fronte alle migliori menti italiche.

  6. Daniele

    Esempio due persone A e B partecipano ad un concorso Pubblico in cui per semplicità i parametri sono università di provenienza voto di laurea valutazione test concorso. A prende il massimo al test si è laureato con 110 e lode e viene da una facoltà di “prima” fascia B prende il massimo al test si è laureato con 110 e lode e viene da una facoltà di “seconda” fascia. Perchè A e B non valgono allo stesso modo? voto complessivo di concorso di A 100 B 90 il differenziale è dato dalla provenienza! Se provengo da una facoltà “migliore” devo avere un vantaggio? Il vantaggio deve essere di competenza non di provenienza. Secondo quali criteri vengono utilizzati per classificare una università? Vengono utilizzati degli indicatori equi che tengano conto del contesto sociale in cui è inserità un università? Nord Sud Concentrazione di imprese ecc ecc

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