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UNA SOLUZIONE INUTILE PER UN PROBLEMA VERO

Il dibattito sul valore legale della laurea si focalizza su un falso problema: in tutti i paesi vi sono forme di garanzia della qualità dei titoli di studio. Il vero nodo da affrontare è quello della differenziazione istituzionale, seguendo esempi del mondo anglosassone e dell’Europa continentale. Si potrebbe consentire a un gruppo ristretto di università, valutate in modo trasparente di alta qualità, di poter scegliere gli studenti. Una strategia che richiede finanziamenti per garantire ai bisognosi ma meritevoli la possibilità di iscriversi ai corsi di laurea selettivi.

La questione del valore legale del titolo di studio è un fiume carsico del dibattito politico che riemerge costantemente innescando furenti diatribe tra abolizionisti e fautori dello status quo.

I PARADOSSI DI UN DIBATTITO IDEOLOGICO

Si tratta di due posizioni estreme che tendono a deformare la realtà. Innanzitutto perché il valore legale del titolo di studio è una confusa nebulosa che si è prodotta nel corso del tempo attraverso il sedimentarsi incoerente di regole nazionali e di prassi amministrative. Tanto è vero che nessuno sa davvero quali norme abolire e anzi il governo Monti sta pensando ad aumentare la regolazione nel settore, proibendo, ad esempio, alle amministrazioni di utilizzare il punteggio di laurea come un criterio di ammissione/valutazione nei concorsi pubblici.
Gli abolizionisti ritengono che, eliminando qualche norma che non esiste, sia possibile innescare una dinamica competitiva. Sbagliano semplicemente perché non è possibile immaginare un libero mercato dei titoli di studio: a competere sono gli individui con il loro background formativo.
I legalisti si illudono che il valore legale garantisca davvero eguaglianza di accesso al sapere. In realtà non è affatto così, e non è mai stato così. Perche anche in Italia esiste un ranking di fatto delle università e dei corsi di studio, e infatti molti studenti si muovono (solitamente quelli che hanno maggiori possibilità economiche) per andare a iscriversi in università che non stanno nella loro regione.

IL VERO PROBLEMA

La vera questione che gli abolizionisti intendono sollevare riguarda la evidente necessità di produrre una differenziazione nel nostro sistema universitario simile a quella che esiste in altri paesi. Le grandi università di ricerca americane, pubbliche e private, sono migliori dei colleges (per lo più privati) e delle State universities (pubbliche). Una ventina di università inglesi sono di eccellenza rispetto alle altre cento istituzioni presenti in quel paese. In Francia i nove Instituts d’Etudes Politiques sono assolutamente superiori rispetto alle cinquanta università in cui vengono offerti corsi di scienze politiche. Con l’eccezione delle università private americane che sono, comunque, una ridotta minoranza delle 96 top research universities statunitensi, la differenziazione non nasce dall’assenza del valore legale del titolo di studio, ovvero da una competizione di tutti contro tutti, ma da politiche consapevolmente finalizzate a produrre sistemi di higher education differenziati. Alle research universities americane possono accedere solo studenti che abbiano conseguito punteggi molto elevati agli esami di maturità, gli altri possono iscriversi alle State universities o ai community colleges. Le università inglesi possono scegliersi gli studenti e, quindi, se uno ha ottenuto un voto basso all’esame finale delle superiori non ci prova nemmeno a mandare una application a Oxford oppure a Warwick. Le SciencesPo sono istituti di eccellenza programmaticamente disegnati dallo Stato francese, in cui l’accesso è iper-selettivo. Si tratta solo di alcuni esempi indicativi di quella differenziazione delle istituzioni che caratterizza tutti i sistemi nazionali di higher education; e non vi è qui lo spazio per approfondire il fatto che in moltissimi paesi l’higher education è divisa in una filiera accademica e in una vocazionale.
Inoltre, in tutti i sistemi esistono forme di garanzia dei titoli nei confronti dei cittadini: accreditamento, fornito anche da agenzie private, oppure riconoscimento del titolo da parte dello Stato. Ma queste forme di garanzia non certificano che un titolo è migliore di un altro, ma semplicemente che il titolo di studio rispetta alcuni standard minimi di qualità.

NON SI POSSONO LEGALIZZARE LE DIFFERENZE

Allo Stato, pertanto, non si può chiedere che certifichi le differenze dei titoli di studio. Allo Stato si deve chiedere un sistema informativo trasparente e chiarificatore rispetto alla qualità dell’offerta formativa delle università, o meglio dei singoli corsi di studio. Allo Stato si deve chiedere di garantire davvero la possibilità ai meritevoli, ma senza sufficienti mezzi economici, di poter frequentare corsi di studio all’altezza delle loro capacità. Allo Stato si deve, al limite, chiedere di avere il coraggio di innescare politiche che spingano gli atenei a differenziarsi tra loro. Non conosco casi nazionali in cui le selezioni per il pubblico impiego assegnino punteggi diversi a seconda di dove i candidati si sono laureati. Ipotesi di questo tipo configurano una “legalizzazione” delle differenze che non è minimamente accettabile in uno Stato di diritto.
Forse una soluzione potrebbe essere quella di consentire a un gruppo ristretto di università (o meglio di corsi di studio, vista la distribuzione a macchia di leopardo delle eccellenze nelle nostre università), valutati in modo trasparente di alta qualità, di poter scegliere gli studenti. In questo modo, si seguirebbe davvero l’esempio di molti altri paesi, in cui la differenziazione viene “guidata” attraverso la costruzione di poli di eccellenza in cui concentrare gli studenti e i docenti migliori. Ovviamente, si tratterebbe di una strategia che andrebbe affrontata in modo sperimentale e che dovrebbe essere finanziariamente supportata per garantire che i bisognosi ma meritevoli possano iscriversi ai corsi di laurea selettivi.
Insomma, l’annoso dibattito sul valore legale è solo il sintomo di un malessere sistemico che origina dallo scarso coraggio dei nostri governi nell’introdurre politiche finalizzate alla differenziazione istituzionale del sistema universitario. È su questa carenza che il governo Monti dovrebbe riflettere piuttosto che sull’abolizione dell’inconsistente valore legale del titolo di studio.

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IL GHIACCIO, L’AUTOCRATE E ALTRI DESTINI

  1. Alessandro Figà Talamanca

    La proposta di prevedere anche in Italia un numero ristretto di sedi universitarie di prima classe frequentate da una minoranza degli studenti, non sembra irragionevole, specie se ci confrontiamo con i sistemi universitari e parauniversitari di altri paesi industriali. Si tratta però, a mio parere, di una proposta impossibile da attuare, non solo perché contraria alla politica attivamente perseguita da governo e parlamento fin dagli anni sessanta, ma anche e soprattutto perché risulterebbe troppo costosa, come ho cercato di argomentare qualche tempo fa.

  2. SAVINO

    Bisogna mettere tutti nelle stesse condizioni di partenza. Oggi in Italia i ragazzi bravi che hanno le idee giuste non hanno i mezzi, mentre i ragazzi che hanno tutti i mezzi si danno alla scapigliatura. Allora, mi sta anche bene l’abolizione del valore legale della laurea, l’idea che bisogna scordarsi il posto fisso ed il fatto di mettersi in discussione. Solo che tutti indistintamente bisogna mettersi in discussione. Il figlio dell’operaio se è obiettivamente bravo deve poter ambire alle vette della società, mentre il figlio di papà se è capace solo a pulire wc deve fare quello di mestiere. Così si esce dalla crisi e si cambia la classe dirigente.

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