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  1. Corrado Battini Rispondi

    Letto interamente il libro. Assolutamente convincente. Anche chi commenta dovrebbe forse prima darci una scorsa. Quella che viene chiamata proprietà intellettuale è in realtà un diritto al monopolio con tutti i fenomi negativi legati a questo modello. Due motivi per leggerlo sono la dimostrazione di come il brevetto sia un meccanismo attraverso cui le grandi aziende si assicurano a posteriori, rendite dannose per la società e, molto più importante, come costituisca da un lato un incentivo debolissimo all'innovazione e contemporaneamente un ostacolo quasi insormontabile per l'innovazione incrementale, che costituisce la forma principale di innovazione. Se alle lobby che traggono vantaggio da questo meccanismo e sanno farsi sentire a livello politico e legislativo non si contrappone una sana coscienza collettiva del furto cui stiamo assistendo, la società non riuscirà a cambiare direzione. Il libro, in questo senso, contribuisce a fare chiarezza su una questione che assumerà un carattere sempre più importante nel tempo a venire

  2. albey Rispondi

    Il brevetto sta all'invenzione come il certificato di propriertà di un terreno sta al terreno stesso. Sul terreno ci fai quello che vuoi, ad esempio ci metti un capannone per un'attività industrale (oppure lo tesaurizzi come nel caso del latifondo). Allo stesso modo, di un'invenzione ci fai quello che vuoi, ad esempio la usi per un'attività industriale. Se abolisci la proprietà privata sul terreno, chiunque può entrare nel capannone e vedere la tua attività. Allo stesso modo, se abolisci il brevetto, chiunque può copiarlo. Attività commerciali sono possibili anche senza la proprietÀ dei terreni, ma questo non significa che la proprietà dei terreni sia inutile. Allo stesso modo, invenzioni sono sempre possibili, ma ciò non significa che la proprietà industriale sia inutile. Mi piacerebbe vedere il merchantising senza proprietà intellettuale. O mi piacerebbe vedere cosa succederebbe se chiunque avesse il diritto di scrivere il sequel di Harry Potter. Ci sarebbero migliaia di versioni diverse scritte da altre persone. E infine mi piacerebbe vedere cosa sarebbe lavoce.info, se io avessi il diritto di clonarla e di farne una versione differente tutta mia

  3. Francesco Giacomini Rispondi

    Pur non avendo ancora completato la lettura, posso dire che la tesi del libro - le situazioni di monopolio consentite dalle legislazioni su brevetti e diritto d'autore sono negative per l'innovazione e il progresso - è ben argomentata e documentata, con analisi specifiche per settore. Non viene fatta alcuna confusione tra brevetti e diritto d'autore. Per chi si interessa di corretto funzionamento del mercato e, aggiungerei, di libertà individuali, spesso messe in discussione proprio da leggi dedicate alla difesa di forti interessi particolari a danno dell'interesse generale (vedi ad esempio il trattato ACTA), è sicuramente una lettura utile. Alcuni commenti sul software open source: 1) il costo per produrre un software di qualità è abbastanza indipendente dal fatto che sia open o closed; 2) anche se il codice è aperto, lo sviluppo comunque è spesso fatto con finalità commerciali (non sempre, ovviamente), semplicemente il modello di business è diverso e, forse, più complicato 3) c'è differenza tra "open source" e "copyleft".

  4. Cenneve Rispondi

    Premesso che non ho letto il libro, il mio commento si limita alla recensione. Mischiare brevetti e copyright è già una semplificazione sbagliata. La questione è molto più complicata del portare singoli esempi a favore / contro una tesi (tipico approccio da management americano). La difficoltà più grande è nel supportare l'idea che una situazione alternativa possa portare ad un benessere superiore non esistendo nessuna prova a parità di fattori. Sapere che la ditta dei trolley non è fallita (che avrà usato tecnologie brevettate per la produzione), implica che Pfizer investirebbe lo stesso centinaia di milioni di euro su progetti a rischio di fallimento altissimo?

  5. Alfonso Fumagalli Rispondi

    Nessuno ha fatto la distinzione fra proprietà indistriale che non richiede investimenti: es scrittore, e quella che richiede investimenti. Lo scrittore scrive perchè gli fa piacere e per se stesso. Una azienda inventa per fare profitti, che tengano conto dell'investimento, anni di investimento e rischi. Se non c'è ritorno non investe. L'alternativa è il modello della industria militare/spaziale in cui lo sviluppo dei mezzi è pagato (o sprecato ?) dallo stato. Adesso l'open source è di moda, ma anche esso ha spesso protezioni.Il peso è l'essere sommersi di pubblicità e applicazione poco robuste e poco adatte ad usi "seri" (aziendali, pubblica amministrazione, automotive). Infatti Apple viene considerata la Rolls Royce della informatica ed è un sistema completamente protetto.

  6. Rosa Maiello Rispondi

    Il successo editoriale del libro di Boldrin e Levine (pubblicato prima da Cambridge University Press, poi da Laterza in versione italiana, e contemporaneamente online ad accesso libero) è una prova (non risolutiva, ma significativa) che lo sfruttamento economico di un'opera non presuppone necessariamente l'esistenza di una proprietà esclusiva sulla stessa

  7. Alessandro Pagliara Rispondi

    Credo che più che l'abolizione bisognerebbe ridurre la durata a seconda del mercato....così un vaccino avrebbe durata 1 anno, una canzona hip pop 6 mesi (quindi eliminiamo sta cavolo di SIAE che paga solo se stessa e due autori che con 4 canzoni campano tutta la vita), un motore 2 anni....insomma una durata che sia il minimo necessario per ripagarsi dell'investimento....non per forza devo diventare ricco con un'idea...però non devo neanche perderci.

  8. Raffaele Grillo Rispondi

    Già oggi molti dei principali programmi informatici che utilizziamo abitualmente sono realizzate senza alcuna finalità lucrativa o commerciale. Tutto il mondo dell'open source software si basa proprio sul copyleft. Nonostante ciò, si riesce a produrre beni di ottima a costi sicuramente inferiori a quelli del mercato. Non si tratta infatti solo di un'adesione volontaria ai progetti, quanto piuttosto una interessata voglia di partecipare, per comprendere meccanismi e acquisire conoscenza, utile poi da rivendere sul mercato della consulenza intellettuale.

  9. Simone Caroli Rispondi

    Sono d'accordo con l'autore dell'articolo. Soprattutto sui brevetti: dato il loro costo e la scarsa attenzione con cui vengono rilasciati (basti pensare che un brevetto italiano deve a sua volta essere certificato da un brevetto europeo), alle piccole imprese italiane conviene sviluppare idee e vendere licenze. In campo di diritto industriale, stiamo inoltre studiando contratti intersocietari che rendano più agevole il licence-crossing e la valorizzazione economica di questo. Il tutto a scapito del brevetto.

  10. marcello Rispondi

    Non credo che il problema dei vaccini sia di semplice soluzione. Limitarsi a osservare l'esistenza di un monopolio con discriminazione (territoriale) di prezzo è solo l'aspetto ultimo del problema. La produzione di vaccini comporta la soluzione di problemi di agenzia e di divisione di rischio. Inoltre si svolge in un contesto caratterizzato da incertezza. Infatti le poche pharma che producono vaccini lo fanno solo dopo avere in tasca un certo numero di dosi vendute. L'effetto delle crisi indotte dalle influenzeaviaria e suina è stato quello di indurre una proliferazione di laboratori per la preparazione dei vaccini e non una diffusione degli stessi. La proposta di Kremer pone come lo stesso riconosce il problema dell'efficacia degli incentivi. In questo caso più che l'abolizione del brevetto credo sia auspicabile la produzione pubblica, che appunto nel caso dei vaccini mi sembra fortemente auspicabile e necessaria. La produzione pubblica risolverebbe il problema con buona pace di Novartis, GSK, Sanophy ecc.

  11. Cecilia Rispondi

    "in tutta l'Europa continentale queste forme di partecipazione alla vita dell'opera sono denominate 'diritto d'autore', nel Regno Unito e negli Stati Uniti d'America 'copyright', ovvero diritto di copia. Si intravede dalla semplice denominazione la profonda diversità di tradizione socioculturale e socioeconomica [...]." Mimma Guastoni, Aspetti economici dell'editoria musicale, in Enciclopedia della Musica, I, Torino, Einaudi, 2001, p 916. Non sempre la storia della musica fa giustizia delle invenzioni originali, sono innumerevoli i casi di plagio o di riciclo, trascrizione ecc. Non so in altri campi, ma ci vorrebbero argomentazioni più convincenti di un episodio tratto da un film di Sorrentino.

  12. Piero Attanasio Rispondi

    Spero che il libro contenga qualcosa in più di quanto riportato dalla recensione. Non mi occupo di brevetti, ma se sul diritto d'autore non si riesce a far più che ripetere, per l'ennesima volta, che la musica e la letteratura c'erano pure prima del diritto d'autore e che senza diritti basta cambiare il business model non si capisce davvero perché leggerlo. Queste davvero le abbiamo già sentite! Se poi sui concerti qualcuno si ricordasse della sindrome di Baumol o sul merchandising notasse che è fondato esso stesso sulla proprietà intellettuale, almeno un pizzico di novità ci sarebbe.