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L’ARITMETICA DELL’OTTIMISMO SECONDO MONTI

L’obiettivo del decreto sulla concorrenza è aumentare l’efficienza e la crescita. Le riforme potranno ridurre il costo della bolletta energetica, delle assicurazioni o dei servizi notarili. Ma se ciò avverrà senza tradursi in un netto guadagno di efficienza e di possibilità di spesa per l’economia nel suo complesso, il “più” dell’utente sarà il “meno” del produttore che prima delle liberalizzazioni beneficiava di rendite monopolistiche. È l’effetto netto delle liberalizzazioni che fa salire il Pil: ottenere un “più 1 per cento” di crescita aggiuntiva non sarà facile.

Il decreto legge sulla concorrenza, le liberalizzazioni e le infrastrutture mira a promuovere la concorrenza nei settori che producono energia, servizi bancari e assicurativi, servizi di trasporto (inclusi i taxi), nel commercio e nella distribuzione dei carburanti, dei prodotti farmaceutici oltre che nei servizi professionali. Nell’insieme, le misure non sono un elenco di liberalizzazioni generalizzate ma piuttosto una combinazione di istanze e provvedimenti liberali e di interventi di riorganizzazione di interi settori dall’alto, dunque inevitabilmente un po’ dirigisti. Come ricordavano Luigi Guiso e Fabiano Schivardi sul Sole 24 Ore, invece di ampliare il numero delle licenze di notai, tassisti e farmacie si potrebbero fissare standard di accesso, raggiunti i quali l’ingresso potrebbe avvenire senza essere vincolato dagli attuali limiti numerici. Comunque, il decreto va finalmente oltre le affermazioni di principio e gli annunci di grandi riforme costituzionali che avevano dominato il dibattito politico negli ultimi mesi. Si tratta di un grande passo avanti rispetto alle chiacchiere sulla necessità delle riforme di cui si parlava da vent’anni senza arrivare mai a qualcosa di concreto.

IL DECRETO SERVE SE PROMUOVE EFFICIENZA E CRESCITA

Il problema dei problemi per i mesi a venire è se il decreto sarà davvero efficace nel promuovere l’efficienza e con questa anche la crescita economica. Alla fine della giornata famiglie e imprese non mangiano pane ed efficienza. È il Pil, cioè il reddito prodotto e la spesa garantita da questo reddito, la voce che riempie il carrello della spesa e aggiusta i bilanci aziendali. E qui il comunicato della presidenza del Consiglio è stato piuttosto chiaro. “Le liberalizzazioni e (..) la riduzione delle rendite nel settore dei servizi al livello medio degli altri paesi dell’euro si assocerebbe, nel medio periodo, a un aumento del prodotto (mio commento: presumibilmente, nei settori coinvolti) dell’11 per cento”. Le stime proposte dai tecnici dell’Ocse, della Banca d’Italia e del Centro studi Confindustria portano a valutazioni di maggior crescita potenziale del Pil di medio-lungo periodo (vuol dire “da qui a 5 anni”) per 1 punto aggiuntivo all’anno rispetto allo scenario precedente al provvedimento. “Più un punto percentuale di Pil” vuol dire nuovi redditi e nuove spese di 15 miliardi di euro in più l’anno – ogni anno. Come osservato anche su questo sito, sono stime difficili da fare senza conoscere tutti i dettagli dei provvedimenti che sono ancora in molti casi da precisare. Qualche cosa però si può dire.

LA TORTA DEL DECRETO

Un passo preliminare per valutare se le previsioni di Mario Monti sono plausibili è quello di calcolare l’ordine di grandezza del totale delle voci di spesa a cui potrebbe applicarsi, in linea di principio, il decreto. Per fare i calcoli e ottenere quella che potrebbe chiamarsi la “torta del decreto” si possono usare le informazioni contenute nelle tavole input-output recentemente pubblicate dall’Istat per l’anno 2008. Contengono informazioni dettagliate sugli scambi tra le imprese dei vari settori (ciò che in gergo viene a volte chiamato il “B-to-B”, business-to-business) di solito ignorati dalle statistiche della contabilità nazionale pubblicate con maggiore frequenza. I risultati di questi calcoli sono riportati nella tavola e sono organizzati in tre colonne e in una quarta riassuntiva.

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Nella colonna (1) sono riportate le spese in beni e servizi “da liberalizzare” (energia, trasporti via terra, banche, assicurazioni, farmaci, attività professionali e commercio al dettaglio) effettuate da imprese che operano nello stesso settore liberalizzato. Dalla colonna si apprende che i beni e servizi scambiati tra aziende che producono servizi simili sono a volte significativi, soprattutto per i servizi professionali (gli architetti hanno bisogno dei notai, così come i notai degli architetti e degli avvocati) e per i servizi energetici, e meno per gli altri settori in via di liberalizzazione. Nel complesso i servizi da liberalizzare si “auto-vendono” ad altre imprese del loro stesso settore quasi 58 miliardi di euro di beni e servizi.
La colonna (2) contiene la voce più consistente (291 miliardi) e rappresenta gli acquisti di servizi da liberalizzare effettuati dalle imprese di altri settori. La Fiat ha bisogno di notai e carburante, ma la stessa necessità hanno anche la Ferrero e i produttori di Parmigiano-Reggiano. Anche in questo caso, tra le varie voci, le attività professionali fanno la parte del leone: le altre aziende italiane acquistano servizi professionali per 150 miliardi di euro, quasi tre volte di più di quanto le stesse imprese spendano per la bolletta energetica e per i servizi finanziari e assicurativi. In “trasporti” se ne vanno 23 miliardi circa, l’8 per cento del totale degli acquisti di servizi da liberalizzare da parte delle “altre” imprese.
La colonna (3) riporta la spesa delle famiglie dedicata ai servizi da liberalizzare. Mostra che le loro abitudini di spesa sono molto diverse da quelle delle imprese: le famiglie fanno un uso molto limitato dei servizi professionali, mentre – al contrario delle imprese – acquistano massicciamente i servizi di commercio al dettaglio che rappresentano più di metà dei loro acquisti. Anche la voce trasporti è ben più importante per le famiglie (35 miliardi) che per le imprese (29 miliardi nel suo complesso).
La colonna (4) riassume l’entità della torta o, per dirla in gergo televisivo, la audience complessiva delle liberalizzazioni. Si vede così che il decreto Monti potrebbe riguardare spese complessivamente pari a 614 miliardi di euro, grosso modo il 40 per cento del Pil. La voce più elevata, pari a 192 miliardi, il 32 per cento del totale, è dato dai servizi professionali che sono massicciamente impiegati dalle aziende (per 150 miliardi) e molto meno dalle famiglie. Il che può aiutare a capire come mai il mondo delle imprese sia così nettamente schierato in favore della riforma e della liberalizzazione degli ordini professionali. Dati non riportati nella tavola indicano che sono i servizi ad avvalersi intensamente delle attività professionali che spesso rappresentano una voce superiore al 10 per cento del valore della produzione nel terziario (commercio al dettaglio e all’ingrosso, attività informatiche, trasporto aereo), mentre nel manifatturiero il costo per attività professionali raramente supera il 5 per cento del valore della produzione.

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LA TORTA DEL DECRETO E LA CRESCITA

In prima approssimazione si può dire che il decreto Monti mira ad aggiungere, a regime, alla torta di 614 miliardi appena descritta un valore di 15-30 miliardi di euro l’anno, una cifra che potrà valere il 2,5 per cento del totale delle spese di adesso. Per farci un’idea approssimativa di se e come potrà arrivare la crescita sperata dobbiamo dunque moltiplicare per 0,025 le voci della colonna 4 e chiederci: con le riforme proposte, i servizi professionali potranno portare a una spesa più elevata di 4,7 (=0,025 per 192) miliardi in più ogni anno? E da dove potrà arrivare la spesa aggiuntiva? Nel caso dei servizi professionali, probabilmente saranno le famiglie a farne maggior uso, beneficiando dell’aumentata e più variegata offerta.
In generale, le riforme proposte potranno ridurre il costo della bolletta energetica, delle assicurazioni o dei servizi notarili. Ma per la crescita non basta. Se ciò avverrà senza tradursi in un netto guadagno di efficienza, il “più” di qualcuno (l’utente di energia elettrica che paga una bolletta più bassa o un conto meno salato dal notaio) sarà il “meno” di qualcun altro (il produttore di energia elettrica o il notaio che prima delle liberalizzazioni beneficiavano di rendite monopolistiche). Come insegnano gli statistici economici, è l’effetto netto delle politiche che conta: per far crescere il Pil (e la spesa) occorre che l’efficienza e i redditi aggiuntivi generati dai risparmi e dalle ristrutturazioni aziendali e di settore siano così consistenti da più che compensare le chiusure e le riduzioni di reddito dei produttori inefficienti – quelli che si stanno facendo sentire nelle piazze in questi giorni. Non sarà facile. Ma è solo vincendo la sfida della modernizzazione e dell’apertura di una società oggi bloccata dai veti e dagli interessi particolari che l’Italia riuscirà a uscire in piedi dalla crisi.

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16 commenti

  1. assicurato

    Le liberalizzazioni sulle assicurazioni sono una vergogna, non fanno risparmiare un euro ai cittadini. Monti si è piegato alle lobby delle assicurazioni. Bisognava aver più coraggio come ho trovato scritto in questo blog.

    • La redazione

      I problemi del settore assicurativo sono tanti. Non sono semplicemente riassumibili con la frase “le società di assicurazioni sono tutte di ladri”. I premi non scendono forse perché le società assicurative fanno cartello, ma anche perché i costi di queste società sono alti perché devono rimborsare cifre enormi per incidenti mai avvenuti. Il tutto fa parte di una certa tendenza all’informalità tutta italiana che Monti sta cercando di scalfire con i suoi provvedimenti.

  2. Anonimo

    Attenzione ai calcoli morali che possono essere utilili nel breve periodo (data la funzione di utilità) ma nel lungo possono essere veritieri (autorelizzazione degli eventi). In altre parole il comportamento del consumatore (o anche detto salariato) è causa di uno squlibrio delle attività di ricchezza

    • La redazione

      Mah, che dire. Il comportamento dei consumatori è uno dei metri di giudizio della bontà di funzionamento del sistema economico.

  3. Lorenzo Sandiford

    Interessante analisi, che fa capire cosa c’è in ballo nel tentativo delle imprese di cancellare gli ordini professionali. Sarebbero altrettanto interessanti due integrazioni: come è distribuito fra differenti professioni quel totale di spese per servizi professionali; quali misure, a parte l’aumento della concorrenza, potrebbero contribuire a far salire “l’effetto netto delle liberalizzazioni”. Mi piacerebbe infine un aiuto a comprendere come si colloca in questa analisi la questione dell’eccessivo numero di cause civili (da troppa litigiosità, anche ma non solo da numero troppo alto di avvocati), senza entrare nel problema della lunghezza eccessiva di ogni singola controversia legale che è un altro discorso collegato in parte alla disorganizzazione dei tribunali (risolvibile solo con approccio manageriale) e in parte ai codici e alle procedure (risolvibile con leggi e codici riformulati meglio).

    • La redazione

      Caro mattia2003_p, ogni opinione è legittima, ci mancherebbe. Ma il suo riferimento all’Irlanda è peculiare per la sua infondatezza. Ancora oggi, i “poveri” irlandesi hanno un reddito pro-capite corretto per la parità dei poteri di acquisto di circa 40 mila dollari, un poco più basso di quello degli austriaci ma ben più alto di quello dei tedeschi (38 mila), inglesi (36 mila), francesi (35 mila) e della media dell’Unione Europea (34 mila), oltre che di noi italiani (30 mila). Nel 1985 sì che erano poveri: il loro reddito pro-capite era il più basso di tutti nell’Europa di allora. Oggi hanno gravi problemi con il loro settore bancario. Ma ce la possono fare, grazi alla altissima qualità della loro forza lavoro e dei progressi fatti negli ultimi trent’anni. E anche grazie alle ricette di noi tristi economisti.

  4. Marcello Tava

    Sono d’accordo con la frase finale dell’autore ma ho un po’ di dubbi su tutto il resto. Non mi convince il modello che fa dipendere la spesa di un gruppo solo dalla dotazione complessiva di ricchezza senza considerarne gli effetti di distribuzione: davvero una persona che ha 100 consuma tanto quanto dieci persone che hanno 10? Se così fosse ogni modifica dell’IVA si tradurrebbe in una correzione lineare dei consumi. Non si considerano peraltro i flussi di capitale all’estero e la diversa tendenza delle categorie professionali a frodare il fisco e a esportare denaro lontano dalla nostra economia. La contrapposizione fra liberalizzazioni (cui si riconosce il pregio di “ridurre il costo della bolletta”) e “guadagno di efficienza”, di cui non si portano esempi concreti, non è chiara. Infine manca la considerazione che attaccare i monopoli di alcune caste sia politicamente e moralmente essenziale per sdoganare riforme che vanno a colpire le categorie meno privilegiate, in ossequio ai proclami di “equità” di Monti.

    • La redazione

      Dall’articolo mancano tutte quelle cose complicate. Faccio solo semplici calcoli algebrici per spiegare un fatto elementare: se le liberalizzazioni fanno risparmiare le famiglie togliendo soldi ai notai senza indurre una riorganizzazione del settore, i loro effetti benefici sul Pil saranno piccoli e ci sarà solo una redistribuzione di reddito da una categoria all’altra. Se invece riescono a migliorare l’offerta di servizi notarili allora ne beneficia l’economia e il Pil.

  5. FRANCESCO COSTANZO

    I miei complimenti all’autore per l’analisi, che coglie i punti essenziali del problema e li spiega molto semplicemente. Personalmente, trovo che le liberalizzazioni siano state sempre dettate da schemi mentali di chi le ha ideate (sostanzialmente economisti), un po’ come l’Euro è una moneta nata a tavolino, senza tenere conto degli effetti sulle famiglie, e soprattutto del fatto che la concorrenza perfetta è un modello, che non esiste nella realtà, un po’ come il comunismo è stato un’utopia. Sono d’accordo con i tassisti che scioperano, perchè sono costretti ora a pagare il prezzo di una legge fatta male, che consentiva la vendita di una licenza originariamente rilasciata dallo stato. Sono d’accordo con i lavoratori, che non vogliono perdere le garanzie di un sostegno al reddito in caso di disoccupazione, visto che il nostro paese non offre le possibilità lavorative di altri paesi più avanzati. Temo che la strada che si vuole intraprendere porterà ad un livellamento dei salari italiani a quelli dei paesi dell’Est Europa, senza benefici in contropartita. Semplicemente perchè il nostro paese, come questi, è legato a settori produttivi ad alta intensità di lavoro.

    • La redazione

      L’Italia ha adottato l’euro ed è entrata nel mondo globale un  po’ alla garibaldina, senza pensarci troppo. Sull’euro si può discutere, forse ci ha fatto importare un po’ di inflazione, consentendo a molti produttori di servizi di approfittarsene con aumenti dei prezzi ingiustificati. M ci ha anche portato tassi di interesse tedeschi per quasi 10 anni – tassi con cui molti si sono comprati la casa.   La globalizzazione invece non l’ha inventata Monti, né la Bce. Né c’entrano gli economisti con i loro modelli un po’ astratti. E’ un dato di fatto dei giorni nostri. Ci dà molte opportunità che ieri non avevamo ma ci obbliga anche a cambiare le nostre abitudini di ieri. Le liberalizzazioni nel loro insieme rappresentano tentativi di modernizzare la società italiana e renderla più pronta al mondo globale.

  6. marco

    Capisco Monti che da uomo di azienda cerca di portare a casa il risultato in nome dei conti pubblici; penso che faccia bene! Un 1% di PIL in più può essere vitale per l’Italia! Ci sono però altri nodi molto più importanti a cui Monti sta soccombendo per non toccare gli interessi dei partiti; una riforma vera della giustizia renderebbe molto più attraente il nostro paese per le imprese estere e porterebbe un grande giovamento alle aziende italiane: il problema non è solo suotare le carceri- la corruzione in Italia macina 60 miliardi all’anno! E le mafie! Altro che 1% di PIL! Perchè non si fanno norme contro l’evasione fiscale sul sistema americano e anglosassone! Perchè non si cambia la tassazione mettendo una patrimoniale che permetta di ridurre e riequilibrare le tariffe IRPEF sui redditi medio- bassi in modo da aumentare le possibilità di spesa della gente comune? Perchè non si son tagliati veramente gli stipendi e le pensioni d’oro dimezzati i poltici nazionali e i loro stipendi, regionali le province, accorpati i comuni sotto i 5000 abitanti, eliminato le province, eliminati i suddidi ai partiti e ai giornali, i soldi alle scuole private le spese militari? Altro che 1% del PIL!

    • La redazione

      E’ in corso la cosiddetta Spending Review che dovrebbe portare entro la fine di febbraio all’attuazione di programmi di riduzione della spesa pubblica non basati sui tagli “lineari” del passato, cioè in proporzione al dato storico, ma in funzione della spesa che serve e quella che non serve. Lì si vedrà se Monti fa sul serio nell’affrontare i problemi sottolineati nel suo commento.

  7. Piero

    Un male dell’Italia e’ la rigidità del mercato, principalmente del lavoro dipendente, nonché le difficoltà amministrative, la certezza del diritto principalmente tributario e l’impossibilità di avere una tutela del credito, questi sono i fattori che non fanno investire le imprese estere in Italia, si noti che la Fiat non riesce a far decollare ulteriori stabilimenti in Italia mentre in America hanno creato un ambiente amorevole a tutti i livelli a Marchionne. In sintesi i provvedimenti fino ad oggi presi da Monti sono stati: manovra salva Italia- manovra cresci Italia- manovra semplifica Italia. Il primo e’ stato incisivo per le tasche dei cittadini, gli ultimi due sono stati solo dei provvedimenti pubblicitari per fare digerire il primo. I veri provvedimenti che dovrebbe prendere oltre a quanto detto prima sulle rigidità del lavoro, sono sui costi della politica: eliminiamo il finanziamento pubblico, così scompaiono i piccoli partiti che non rappresentano nessuno se non i loro capi, diminuzione dei parlamentari e delle provincie, diminuzione del 50% dei compensi parlamentari. La spending rewiew farà la fine dello studio sui compensi dei nostri parlamentari.

  8. massimo di nola

    Mi pare evidente che l’effetto delle liberalizzazioni dovrebbe essere di diminuire dei costi sopportati da imprese e famiglie e non di aumentare il PIL e il ‘consumo’ di servizi ‘corporativi'(qualche eccezione può valere per taxi e poc’altro.) Gli effetti quindi andrebbero visti sulla distribuzione dei redditi e di qui, se proprio si vuole, indirettamente sul PIL. Personalmente penso che le previsioni visibilmente campate per aria di queste liberalizzazioni sulla crescita facciano parte dell’apparato ideologico con cui il Governo cerca di ‘vendere’ l’equazione: più rigore e più mercato uguale più pil. Che secondo me pecca di miopia: chi ha bisogno di crescere è il Terzo Mondo. Noi abbiamo soprattutto bisogno di cambiare. In questo contesto ben venga la battaglia contro le rendite di posizione. Ma, per favore, diciamo le cose come stanno…

  9. Guido Morosi

    Ho molto apprezzato l’articolo! Perchè? Sono un “vecchio ragazzo della programmazione economica”, il libro dei sogni! Sarà perchè frequento meno l’ambiente ma ho come l’impressione che prosegua l’abitudine, seppur riveduta, degli approcci lineari! Altro approccio che si è perduto, o almeno mi risulta meno diffuso, è quello dei modelli econometrici. Anche a livello di stampa rammento una polemica di Scalfari sul nostro modello e quello di BANCHITALIA (M3?) Anche noi, all’interno dei gruppi poemizzzavamo tra Harrod e Cob Douglas! Vi risulta che proseguano studi del genere? Rammento che che fu anche grazie a sollecitazioni del nostro ambiente che l’ISTAT elaborò la MATRICE DELLE RELAZIONI INTERINDUSTRIALI ( purtroppo solo sui dati del 1956 ) sulla quale il prof Lunghini – autore ora della bellissima prefazione all’ ABC DELL’ECONOMIA – provò a dare un interessante contributo che col tempo e i traslochi ho perso – ma il clima evolveva rapidamente verso la risata fanfaniana e il nostro “sogno” di creare dei cittadini che capissero le scelte, finì malamente: voi avete ricominciato: Complimenti! Ma ci vorrà tempo.

  10. Piero

    Monti e’ arrivato a dire che ci salveremo grazie all’inflazione, grazie al fiscal combact ( per me e’ un mortal combact), e’ sufficiente fare sacrifici per il pareggio del bilancio ( e’ un sano principio, non spendere di piu’ di quello che si incassa), il resto verra’ fatto in venti anno con la crescita nominale del PIL (il PIL cresce con l’inflazione mentre il debito rimane fermo grazie al pareggio del bilancio), in tale modo si arrivera’ al 60% di debito/PIL in venti anni. Monti si dimentica che a causa della recessione vi sara’ la deflazione, che a sua volta se non e’ compensata da un incremento del PIL reale provochera’ l’effetto contrario, e’ inutile essere noisi, lo stock di debito pubblico e’ vero che deve essere sistemato con l’inflazione, perche’ e’ impossibile pagarlo ( lo ammette anche Monti), ma dobbiamo ricordarci che la politica monetaria e’ in mano alla bce che risponde alla Merkel che risponde ai cittadini tedeschi, che ancora vogliono l’euro ( per loro il marco) forte e quindi mai accetteranno politiche monetarie espansive anticonvenzionali. Quindi Monti non deve raccontare storie false agli Italani.

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