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SERVIREBBE PIÙ ENERGIA

Sui temi energetici, carburanti inclusi, i provvedimenti di liberalizzazione del governo sembrano andare nella direzione giusta, fermandosi però a metà strada. La separazione tra Eni e Snam Rete Gas, che avrebbe finalmente posto al centro del sistema gas nazionale un soggetto indipendente e neutrale, verrà definito solo nei prossimi sei mesi. Bene la misura che svincola i gestori-proprietari degli impianti di carburante da clausole di esclusiva nell’approvvigionamento. Ma un vero cambiamento epocale si avrebbe se si imponesse a Eni di cedere la sua rete di distribuzione.

Il gioco di parole è facile, ma effettivamente il provvedimento di liberalizzazione del governo su temi energetici (carburanti inclusi) sembra andare nella direzione giusta, fermandosi però a metà strada.

SUL MERCATO ENERGETICO, SOPRATTUTTO GAS

Il primo intervento riguarda l’inserimento del riferimento ai prezzi europei per quelli italiani, a tutela dei consumatori del nostro paese. Il punto è che il gas italiano è normalmente indicizzato al petrolio, come è successo per decenni dovunque nel settore, e non ai prezzi spot del gas. Un piccolo problema, anche perché negli ultimi tempi all’aumento dei prezzi del petrolio hanno corrisposto invece prezzi del gas in discesa. Si tratta di una norma astrattamente corretta, ma comunque di carattere regolatorio e non certo una liberalizzazione. L’unico rischio è che potrebbe rivelarsi un boomerang qualora Eni riuscisse a comprare meglio del resto dell’Europa.
Si prevede poi l’attribuzione dei volumi di stoccaggio strategico che si siano liberati alle imprese che si approvvigionano all’estero (anche in questo, provvedimento amministrativo e non certo liberalizzazione). Perché non mettere ad asta questa capacità di stoccaggio? Difficile comprendere la smania di regolare tutto, ma purtroppo restiamo all’interno di una tradizione piuttosto consolidata del nostro paese.
Il provvedimento più atteso, la separazione tra Eni e Snam Rete Gas, che avrebbe finalmente posto al centro del sistema gas nazionale un soggetto indipendente e neutrale, verrà invece definito solo nei prossimi sei mesi. Un rinvio, di fatto, e oltre tutto si tratta di un termine cosiddetto “ordinatorio” ovvero non tassativo. Peccato non si sia accelerato perché sarebbe stato il provvedimento più incisivo per il mercato e forse quello individualmente più importante di tutto il decreto. Inoltre, poiché il decreto rinvia a norme precedenti, resta valido quanto in esse previsto, ovvero che Eni possa tenere fino al 20 per cento delle azioni: perché non puntare direttamente al “modello Terna”, ove nessuna impresa del settore ha più del 5 per cento dei diritti di voto? Vedremo come andrà a finire: pare che la separazione sia cosa abbastanza metabolizzata sia dal nostro sistema politico, sia da Eni, ma “mai dire gatto…” .
Sull’elettricità non c’è molto, se non tanti aggiustamenti molto tecnici, forse corretti ma sicuramente di impatto limitato. Forse qualcosa di più potrebbe dirsi sulla risoluzione delle congestioni nella trasmissione nazionale, ma non sono certo che il decreto sarebbe stato lo strumento migliore. In quel mercato il problema principale dietro ai prezzi elevati dell’elettricità è quello del mix di combustibili, che sicuramente non può essere risolto per decreto.

CARBURANTI IN LIBERTÀ. ALMENO UN PO’…

Su questo tema, tanti provvedimenti e non male. Si poteva fare di più?
Il provvedimento principale (non l’unico) svincola i gestori-proprietari da clausole di esclusiva nell’approvvigionamento dei carburanti (almeno, per la quota che eccede il 50 per cento del loro volume erogato). Non sono pochi, ma la danza dei numeri è complessa. La distribuzione carburanti consta di un 10 per cento circa di venditori indipendenti dalle compagnie petrolifere (grande distribuzione organizzata oppure “pompe bianche”, che sono già del tutto liberi), e poco più della metà sono di proprietà delle compagnie petrolifere. Il resto (circa 10mila impianti, il 40 per cento) si suddivide tra circa 6mila impianti che fanno parte di “catene” monoproprietario, che già sono di fatto libere anche se poi scelgono di servirsi dall’uno o dall’altro, e altri di proprietari singoli, interessati dal provvedimento. Se hanno ragione i numeri del ministero, parliamo di altri circa 4mila impianti che entrano nel mercato. Se hanno ragione alcune organizzazioni di categoria, molto meno (500-1.000). Speriamo che categorie e ministero si chiariscano, in modo che il provvedimento si applichi veramente a molti.
Comunque, è ben fatto, ma forse è meno di quanto si sperava e si poteva fare. Interessanti spunti a riguardo provengono dal disegno di iniziativa popolare legato a www.liberalabenzina.it, che chiede con forza la totale separazione dei rivenditori finali dalle grandi compagnie petrolifere. Forse un po’ pesante da imporre alle compagnie stesse, e anche con basi legali non ovvie, ma sarebbe del tutto auspicabile. Se almeno si decidesse, in analogia alla rete gas, di imporre a Eni (controllata dal Tesoro) di cedere la sua rete di distribuzione, già questo comporterebbe un cambiamento epocale dell’intero sistema. Basterebbe una decisione dell’azionista di riferimento. È da tempo che ne parliamo (Distributori di Concorrenza), ma insistere potrebbe aiutare. A meno che qualcuno ci sappia spiegare a cosa serve un’impresa statale in questo settore, se non a creare un po’ di concorrenza in più…
Ci sono poi altri provvedimenti piccoli, ma nella direzione giusta. Sono stati liberalizzati i self-service “puri” (i cosiddetti impianti fantasma) almeno fuori città. Perché solo lì? Chiaramente è un compromesso, ma il senso di marcia è corretto. C’è anche un provvedimento che favorisce la metanizzazione e questo aiuta, perché spesso le pompe che la Gdo cerca di aprire vengono vincolate alla vendita anche del metano, salvo poi complicare loro la vita quando cercano di allacciarsi alla rete del metano. Dalla approvazione del decreto, anche questo intoppo non potrà essere opposto loro.
In sostanza, una buona direzione di marcia, ma si poteva provare a fare qualcosa di più. È forse illegittimo sperare che un governo “tecnico” (qualunque cosa questo significhi…) sia maggiormente slegato dagli interessi di parte? Auguriamoci che questa volta il passaggio parlamentare serva a rimuovere qualche contraddizione e a rafforzare il principio di base.

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SULLA PARITÀ NON BASTANO I BUONI PROPOSITI*

  1. Marco Giovanniello

    Commento con un affermazione di Monti “Non andiamo a creare situazioni dove un eccesso di zelo astratto possa portare non sufficienti benefici per i consumatori e vantaggi solo per le imprese straniere.” In tutto il mondo ci sono distributori Esso, Shell, BP etc., non vedo l’ utilità di danneggiare una realtà economica fondamentale come ENI per fare i primi della classe. E’ ovvio che i concorrenti stranieri, non sottoposti alla stessa regola, la sbranerebbero. L’ esperienza fatta con la cessione forzata delle Genco ENEL dovrebbe aver insegnato qualcosa.

  2. Mauro

    Grazie al Prof. Scarpa per l’articolo su un tema rilevante, la terzietà della rete è un requisito importante per assicurare concorrenza nei mercati. avrei un paio di domande riguardo il tema “cessione della rete”. Primo, Quale è secondo lei il valore economico della rete? Quale dovrebbe essere cioè un giusto range di prezzo di vendita che eviti un deprezzamento di un assett strategico (cosa già avvenuto in passato in altri mercati)? mi chiedo inoltre quali soggetti dovrebbero acquistare la rete e, alla luce della attuale crisi dei debiti sovrani, chi sia oggi il soggetto disposto e capace ad acquistare la rete al prezzo che ne rifletta il vero valore. Di fronte all’incapacità dello Stato di acquistare la rete (vincoli di liquidità e bilancio), non esiste il rischio di cessione della stessa ad un soggetto (pubblico o privato) straniero da cui rischieremmo di dipendere strategicamente?

  3. Di Fabrizio Aldo

    Il prezzo della benzina dipende per più della metà da accisa ed iva (tasse) e per la parte restante da costo della raffinazione (quotazione PLATTS), trasporto e profitto del gestore della pompa. Chiedo al prof. Scarpa 2 cose: 1) la forte velocità dell’aumento del prezzo alla pompa dipende dal monopolio nella raffinazione, dal margine di profitto dei distributori o dal pass-through del tasso di cambio imprefetto? 2) qual è la soluzione per abbassare il prezzo o ridurre la velocità di crescita?

  4. Michele Governatori

    Non capisco. L’art. 15 del decreto parla di separazione di Snam, non di Snam Rete Gas. Quindi per come lo capisco io include stoccaggi e soprattutto rete di distribuzione Eni. (Certo, questo implica una regolazione asimmetrica nell’unbundlig tra ditribuzione eni e non eni, ma è un’altra questione). Cosa mi sfugge?

  5. Ricardo_D

    Purtroppo la separazione di Snam non porterà molto. I problemi stanno a monte, sui diritti di transito per portare il gas in Italia. Ma perchè non si guarda la cruda realtà? Il prezzo del gas all’ingrosso in Italia è notevolmente più elevato che nei mercati vicini nonostante i tubi per portarlo qui siano mezzi vuoti. Questo vuol dire che c’è un problema di concorrenza enorme. Lo capirebbe anche uno studente alle prime armi. Ad ogni governo che passa mi chiedo se è la volta buona per l’erosione delle rendite, macchè! Perchè ad Eni non viene chiesto di rilasciare la capacità che non utilizza? L’imcubent mantiene i concorrenti fuori dalla porta tenendosi la capacità vuota e mantiene così il prezzo artificialmente alto. Il tutto per ripagarsi le perdite sui contratti di lungo termine e restituire lauti dividendi al Ministero dell’Economia. Ogni tanto l’authority interviene con ‘tagli lineari’, per riallinearci all’Europa (come se bastasse o servisse) e così i pochi concorrenti rimasti abbandonano per iper-regolazione. Nei decreti invece troviamo solo contentini agli industriali che ci confinano alla periferia europea. Che dire, aspettiamo un governo ‘più’ tecnico?

  6. marco

    Il vero problema è proprio quello del conflitto d’interessi; come fa lo Stato a fare leggi contro aziende di cui detiene un pacchetto azionario significativo; come fa un comune a fare leggi che non aiutino le municipalizzate che controlla? Il problema è proprio questa commistione malata tra pubblico e privato-la stessa commistione vanifica la concorrenza nel capo dei rifiuti e ne impedisce un acorretta e più economiva gestione (vedi modello Vedelago)Personalmente penso che la soluzione per l’Italia si possa trovare nell’energia geotermica- basterebbe costruire una cinquantina di centrali geotermiche pulite ad acquifero profondo sul modello di quelli islandesi e di quelle fatte da ENEL in America per abbassare drasticamente i costi dell’energia e abbattere l’inquinamento avviando la mobilità elettrica.

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