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  1. Altro lettore Rispondi

    Anch'io desidero segnalare che la metafora "Tony Blair" é molto infelice. Credo che ci sia poco da imparare da quel politico, senza sentirsi vetero-statalisti.

  2. Paolo Sbattella Rispondi

    Le ricette per la crescita possono essere molte e in questo 2012, che si preannuncia complesso, il Governo Monti deve saper fare la sua parte. Occorre puntare sullo sviluppo, perchè altrimenti la nazione si avvolge in una spirale critica dalla quale sarà molto difficile uscire. Occorre sostenere le imprese con tutti gli strumenti a disposizione, soprattutto quelle che rimangono in Italia e non delocalizzano, perchè creano lavoro e ricchezza. E questo non sembra essere stato fatto. Ridare fiducia agli investitori, sia nazionali che esteri, convincendoli con provvedimenti pratici che l'Italia é un'opportunità per chi vuole creare qualcosa di serio. E questo non sembra essere stato fatto. Le banche devono essere indotte, dopo aver avuto prestiti ad un buon tasso dalla Banca Centrale Europea, a riversare questa liquidità sul mondo delle imprese che negli ultimi anni hanno avuto una restrizione del credito fin troppo evidente. E questo non sembra essere stato fatto. Mi piacerebbe tanto, durante questo 2012, di essere convinto del contario.

    • La redazione Rispondi

      Condivido (speranza inclusa).

  3. Sebastiano Rispondi

    Blair chi? Tony Blair ha contribuito con Bush a fornire prove false riguardo alle armi di distruzione di massa che sarebbero state a disposizione dell'Iraq di Saddam Hussein! Ma vi rendete conto? Qui si sta parlando del problema politico e sociale italiano, che affonda le sue radici soprattutto nella mancanza di moralità nella vita pubblica, e qualcuno vuole citare come esempio Tony Blair? Il libro lo legga qualcun altro, grazie (la presentazione di questo libro, con la citazione di Blair, diventa quasi una metafora del declino di valori, innanzitutto, della società occidentale).

    • La redazione Rispondi

      Voleva essere una metafora, che non c'entra niente con i temi da lei sollevati. In quel passaggio "Tony Blair" sta per qualsiasi politico pronto a combattere con coraggio una battaglia (rischiosa) per cambiare prima la propria parte politica e poi il paese. Ci sono pochi dubbi che Blair questo sia stato nella storia del Labour Party e della Gran Bretagna, poi uno può legittimamente pensare che non vi sia riuscito o che l'abbia fatto nella direzione sbagliata. Ma questo non ha niente a che fare con il senso della metafora.

  4. Maurizio Rispondi

    Parto da una semplice constatazione: i sindacati CGIL in testa rappresentano sia i lavoratori privati che quelli pubblici, i precari cosi come i pensionati. La Confindustria rappresenta le PMI e le grandi imprese di stato spesso ex monopolisti. In questo conflitto di interessi permanente come si può pensare di potare qualcosa? Questa situazione rende maggioranza nel paese chi vuole lo status quo. Nessuna organizzazione si priverebbe autonomamente di una sua parte e dunque di una quota di potere. In questa situazione non si può affermare un interesse al rinnovamento e alla crescita del Paese. Solo una crisi disastrosa può scardinare il sistema e dunque permettergli di ripartire su basi completamente diverse. Non so cosa sperare

    • La redazione Rispondi

      Condivido la sua preoccupazione. Ma le crisi possono agevolare le riforme (se innescano una presa di coscienza collettiva che occorre cambiare registro) oppure ostacolarle (se prevale un istinto naturale a proteggere il proprio orticello sperando che passi la nottata). Dipende da molte variabili. È forse presto per dire se noi italiani sceglieremo la prima o la seconda strada.

  5. porto antonio Rispondi

    Sono d'accordo, cerco nel mio piccolo di presentare progetti e stimoli, da tempo. Non trovo però interlocutori presso la classe politica, li trovo, gurda caso, nei cittadini e nelle associazioni! Qualcosa dorà essere modificato o no, nei partiti, o vogliono governare con una partecipazione ridicola?

    • La redazione Rispondi

      Sono molto d'accordo con la sua analisi. I partiti attuali sono organizzazioni chiuse e autoreferenziali, e respingono piuttosto che attirare i fermenti che si muovono nella società. Senza riforma della politica e delle forme di partecipazione, qualsiasi altra riforma avrà vita breve.

  6. marco Rispondi

    Potare che cosa? Il sistema italia fa acqua da tutte le parti, specie per le piccole aziende. Come si fa produrre reddito in un contesto così degradato? A mio parere gli imprenditori medio-piccoli sono degli eroi a volere proseguire la loro attività nonostante gli incredibili ostacoli che devono superare ogni giorno. Le banche che non danno credito, costi esorbitanti del lavoro, rigidità incredibili con il personale, tassazione eccessiva e addirittura anche su guadagni non fatti, incassi lunghi e difficili. Ma chi o cosa li spinge ad andare avanti? Per tenerli buoni lo stato li blandisce con contributi ed elemosine travestite da Progetti di Ricerca e simili. Oltretutto sono anche malvisti dalla popolazione che viene sobillata a credere che siano tutti esportatori di capitali all'estero, magari alcuni lo sono davvero però se ammanigliati col potere politico. Da ex-socio di una piccola azienda ho visto la situazione degradarsi nel corso di venti anni e oggi ringrazio il cielo di essere uscito da questo sistema infernale, anche rimettendoci soldi che non non è stato più possibile incassare da clienti falliti, morosi, scomparsi. Lo Stato dovrebbe tagliare a metà le imposte e liberalizzare.

    • La redazione Rispondi

      Abolire "contributi ed elemosine travestite da Progetti di Ricerca e simili" è un ottimo esempio di cosa intendo per opera di potatura. Idem per la riduzione della pressione fiscale su chi produce ricchezza (aumentando quella su chi detiene ricchezza), come propone con dovizia di particolari uno dei contributi del libro (il capitolo di Filippo Taddei).

  7. Paolo Rispondi

    Cominciando dalla fine: non mi pare che Tony Blair abbia prodotto risultati tali da indurre a volerlo imitare: un leader affascinante, ma ricordiamoci l'Iraq e che adesso c'è di nuovo un governo conservatore-isolazionista nella più vieta tradizione britannica. La classe dirigente non è solo il ceto politico: possiamo affermare che il ceto politico non è all'altezza dei tempi, ma guardando a industriali, grandi professionisti, professori, intellettuali, economisti, ecc. non mi sembra che ci siano differenze sostanziali di livello e capacità di guida verso il futuro. In altri termini non abbiamo un'élite degna di questo nome. La rinascita italiana potrà basarsi solo su cambiamenti a livello della società, che potranno forse produrre una nuova classe dirigente, ma ci vorrà tempo e nel frattempo staremo comunque male.

    • La redazione Rispondi

      Veda la risposta sopra: quella su Tony Blair voleva essere solo una metafora sul tipo di politica di cui avremmo bisogno, al di là delle politiche o delle scelte fatte da Blair stesso.

  8. roberto romano Rispondi

    osservo che il problema della mancata crescita dell'Italia rispetto alla media europea, meno 11 punti di pil tra il 1996 e il 2010, diventa un tema da discutere. tutti sappiamo che il pil è un indicatore sintetico della capacità di crescita, ma cosa non ha funzionato nella composizione del pil? suggerisco una lettura realmente meno ideologica. In particolare si potrebbe utilizzare la destinazione della produzione industriale. quanti sanno che la produzione industriale dei beni strumentali italiani è stata più bassa del 20% di quella tedesca dal 2003 al 2010? non solo, ma i prezzi alla produzione sono di ben 10 punti più alti della media europea, cioè si importa sostanzialmente l'attività ad alto valore aggiunto? stiamo parlando di un settore che sottende per definizione un oligopolio (S. Labini). Forse, uscire dai luoghi comuni aiuterebbe a trovare delle soluzioni adeguate.

    • La redazione Rispondi

      Non solo PIL: la cosa preoccupante sono la stagnazione della produttività e degli investimenti (in tutte le forme di capitale, a partire da quello umano).

  9. Maria Cristina Migliore Rispondi

    Non mi piace la metafora della potatura e neppure quella dell'imprenditore politico che accende la miccia. Sono metafore molto maschili: tagliare e far esplodere, seguire un capo (maschio). Mi piace invece l'elenco dei tipi di elettori pronti a sostenere. L'autore dice un programma in cerca di autore politico. Io invece proporrei di continuare il ragionamento dicendo "sostenere il cambiamento culturale di cui sono attori e attrici nei propri ambiti di vita". Tutto il ragionamento sottostante l'introduzione al volume si basa su una prospettiva teorica che presenta forti limiti e non è in grado di "trattare" la dimensione culturale di cui l'autore è consapevole. L'autore suggerisce ad esempio le privatizzazioni per ridurre "gli spazi di potere discrezionale dei politici nazionali e locali." Ma siamo sicuri che gli imprenditori privati non siano permeati della stessa cultura giustamente denunciata e criticata dall'autore? Secondo me le "soluzioni" al "dolce declino" dell'Italia sono molto più complesse. Anzi non esistono. Esistono solo processi che sono in atto. Peccato che gli approcci teorici utilizzati per la maggiore non li sappiano trattare e interpretare.

    • La redazione Rispondi

      Accolgo la critica ma "imprenditore politico" non voleva essere una metafora maschile, visto che si specificava che poteva trattarsi anche di un partito o di un movimento, non necessariamente di un personaggio politico (maschile o femminile). Ma su Blair ok: avrei potuto scrivere un Blair o una Thatcher. Al di là delle scelte di entrambi, che possono essere condivise o meno, di quel tipo di politici (o di politica) avremmo bisogno per muovere le acque stagnanti di un approccio consensuale e indecisionista, vittima di continui veti incrociati a livello politico o sociale.

  10. rosario nicoletti Rispondi

    Sono certo che le proposte delineate nel libro per uscire dalla stagnazione sono giuste ed importanti. Peraltro, di proposte ne abbiamo sentite tante, e quanti seguono con interesse le vicende economiche potrebbero recitarne un buon numero a memoria. Ma il vero problema è quello di coagulare un consenso sufficiente a realizzarle. Per ora siamo molto lontani da ciò: sarebbe necessaria innanzi tutto una classe dirigente - non solo politica - degna di questo nome. I conati dei nostri governanti - parlamento e governo - cercano di affrontare solo problemi marginali o irrilevanti. Tali sono le liberalizzazioni dei Taxi o delle Farmacie: i veri lacci allo sviluppo sono altrove, ma custoditi in santuari, che nessuno osa violare. Tanto meno l'attuale classe dirigente, cresciuta nella miseria morale e nell'ignoranza.

    • La redazione Rispondi

      Grazie, ma il nostro tentativo è proprio legato al problema che lei solleva. I contributi del libro cercano di individuare i "vincenti" e gli "sconfitti" delle riforme, per dare un contributo al dibattito politico: per capire come far passare le riforme costruendovi intorno il consenso necessario. E sono molto d'accordo sui "santuari" da smascherare e liberalizzare. Anche lì i nodi da rimuovere sono politici.

  11. LUCIANO GALBIATI Rispondi

    La "tiritera" sulla liberalizzazione dei taxi nasconde il progetto di ri-regolazione del settore a favore di grandi società di capitali e soggetti giuridici di varia natura. Si crede -secondo i dettami di astratte e fallimentari teorie econometriche- di aumentare l'efficienza del servizio taxi attraverso la creazione di un oligopolio di grandi compagnie che utilizzano centinaia di autisti a cottimo precarizzati e sfruttati attraverso il sistema del noleggio di licenza e autovettura. In sintesi il modello organizzativo nordamericano (i taxi di New York). Operazione che ovviamente non produce alcun reale vantaggio qualitativo/tariffario per l'utenza. Le varie proposte di deregulation e/o distribuzione "risarcitoria" di licenze ai taxisti sono semplicemente lo strumento per fare tabula-rasa delle imprese artigiane esistenti inflazionando l'offerta di servizio. Azione finalizzata alla ri-regolazione del mercato ad esclusivo vantaggio dei futuri oligopoli. Precarizzare e proletarizzare decine di migliaia di piccole imprese a conduzione familiare distrugge reddito e fondamentali elementi di coesione sociale.

    • La redazione Rispondi

      In verità nel nostro libro non si parla di taxi, perché pensiamo che le priorità siano altre. Ciò non toglie che un'opera di liberalizzazione serva anche in quel settore. Non si tratta di formulare teorie astratte, ma di riconoscere la realtà di tariffe tenute alte per permettere di ripagare un costo all'ingresso (la licenza) il cui valore è creato artificialmente dalla regolamentazione del settore. Si pensi a come compensare chi ha pagato quel costo (magari indebitandosi o investendoci la liquidazione dei genitori), ma non ci si fermi di fronte all'obiettivo di aumentare l'offerta e quindi abbassare le tariffe. In fin dei conti, si tratta di un servizio a basso valore aggiunto, che credibilmente non può garantire redditi elevatissimi senza l'aiuto di una regolamentazione protezionistica. Se ci si preoccupa di questo, ci sono molti altri redditi bassi di cui ci si dovrebbe preoccupare in Italia... Ma i redditi per sfortuna (o meglio: per fortuna) non si possono decidere per legge.

  12. Anonimo Rispondi

    I fallimenti delle attività di mercato sono determinate dalle dinamiche funzionali delle maggiori crescite delle variazioni dei P.I.L., tale per cui l'intervento di natura pubblica è sistematico per un equilibrio delle maggiori varianze di reddito in contabilità razionale degi aumenti di reddito. In altre parole la crescita è subordinata alle aspettative di maggiori consumi: la domanda effettiva.

    • La redazione Rispondi

      Alcune delle proposte contenute nel libro puntano proprio ad aumentare la domanda. Ma la domanda può essere esterna oltre che interna. E rimuovere strozzature dal lato dell'offerta può avere ripercussioni positive anche sulla domanda.