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LA FELICITÀ IN UN CONTRATTO UNICO DEL LAVORO

Che impatto avrebbe l’introduzione di un contratto unico a tutela progressiva sul benessere degli italiani? Difficile rispondere. Ma un’indagine condotta su un vasto campione di cittadini europei con dati Eurobarometro dimostra come a subire di più i contraccolpi anche psicologici della condizione di disoccupazione sono gli individui nella fascia di età compresa tra i 42 ed i 64 anni. Proprio i lavoratori che nella proposta di contratto unico da tempo depositata in Parlamento sono i più protetti.

L’Unione Europea e gli osservatori internazionali e nazionali da anni chiedono inutilmente all’Italia di adottare serie riforme strutturali per favorire il rilancio dell’economia. Una di queste riguarda il mercato del lavoro, del quale si chiede di aumentare la flessibilità in modo di invogliare l’assunzione di nuovi dipendenti da parte delle imprese. Il nostro mercato del lavoro è, in realtà, caratterizzato da un forte dualismo che vede le giovani generazioni esposte al dramma di un precariato senza fine, che frena i consumi e l’accumulazione di capitale umano (Ricci, Damiani e Pompei), e quelle più anziane protette da leggi che garantiscono la perfetta inamovibilità.

IL CONTRATTO UNICO A TUTELE PROGRESSIVE

Come si possono conciliare le opposte esigenze di garantire maggiore flessibilità alle imprese e maggiori tutele alle nuove generazioni? Una proposta è stata avanzata da tempo su questo sito da Tito Boeri e Pietro Garibaldi, si è concretizzata nel disegno di legge Nerozzi presentato al Parlamento ed è stata rilanciata recentemente da Alberto Alesina e Francesco Giavazzi. Presenta similitudini con alcune fattispecie contrattuali presenti in altri ordinamenti europei (il Contrat Nouvelles Embauches francese, ad esempio) e permette di conciliare tutela lavorativa e flessibilità. Restituendo unità al sistema del lavoro, il contratto unico riduce le disparità su più dimensioni: da una parte, permette di superare il dualismo tra lavoratori che godono di tutela e quelli che invece non ne hanno in nessuna forma; dall’altra, riduce la segmentazione tra lavoratori anziani e giovani, garantendo a questi ultimi forme minime di tutela sin dalla fase iniziale del loro ingresso nel mercato.
La nuova struttura contrattuale consisterebbe di due fasi: una fase d’ingresso, di durata non superiore a tre anni, in cui sono riconosciuti un salario minimo e una tutela obbligatoria in caso di recesso del datore di lavoro per motivi diversi dal licenziamento disciplinare, nella forma di un’indennità di licenziamento di ammontare pari a cinque giorni di retribuzione per ogni mese di prestazione lavorativa (l’entità della compensazione monetaria diventa così correlata alla durata del rapporto). Seguita da una fase di stabilità, con l’assunzione a tempo indeterminato a decorrere dalla conclusione della fase d’ingresso.
Tale struttura fornirebbe adeguate garanzie al lavoratore mediante una tutela crescente nel tempo (anche nella fase iniziale caratterizzata generalmente da un basso grado di protezione) e al contempo flessibilità alle imprese. La proposta di contratto unico a tutela crescente gode di consenso trasversale e potrebbe rappresentare un punto di partenza per una nuova azione riformatrice capace di incidere strutturalmente sul mercato del lavoro italiano.

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L’INFELICITÀ DEL DISOCCUPATO

Ma che impatto avrebbe l’introduzione del contratto unico sul benessere del popolo italiano? È impossibile dare una risposta precisa dal momento che si tratta di una riforma futura e potenziale e che le variabili da considerare sono molte, dal livello dei salari a quello dei contributi previdenziali, dall’indennità corrisposta in caso di licenziamento alla riduzione del precariato. Per valutare se la proposta vada sostenuta o meno abbiamo, però, misurato l’impatto che la disoccupazione ha sulla felicità dei cittadini europei.
Analizzando un campione di circa un milione di individui in 15 paesi dell’Unione Europea (dati Eurobarometro 1973-2002) abbiamo rilevato due aspetti degni di considerazione. In primo luogo, il costo in termini di benessere psicologico associato allo status di disoccupato è aumentato costantemente negli ultimi decenni. Al netto di tutte le altre variabili, il costo psicologico di essere disoccupato nel periodo 1989-2002 risulta superiore a quello del periodo 1973-1988. Il tema della creazione e della tutela del lavoro è, dunque, quanto mai attuale.
Secondo, e ancora più importante, gli individui più colpiti dalla disoccupazione in termini di soddisfazione di vita non sono i giovani bensì coloro che appartengono alla fascia d’età tra i 42 e i 64 anni. (1) Questa categoria non ha vie di fuga: ha la completa responsabilità della conduzione del nucleo familiare e al contempo incontra le maggiori difficoltà di reinserimento nel mercato del lavoro. Sono proprio questi soggetti ad avere bisogno della massima tutela lavorativa, così come prevede l’apparato teorico del contratto unico.
I risultati econometrici sintetizzati in quest’articolo indicano che la proposta tiene implicitamente conto dell’eterogeneità dei costi psicologici della disoccupazione per fascia d’età poiché tali costi sono positivamente correlati con il grado di protezione accordato.

LA METODOLOGIA ECONOMETRICA

La variabile dipendente è la risposta alla domanda: “In generale, sei molto soddisfatto, abbastanza soddisfatto, non molto soddisfatto o per nulla soddisfatto con la vita che conduci?”. La risposta è stata convertita in una scala numerica che va da 1 (per nulla soddisfatto) a 4 (molto soddisfatto) sicché si è optato, come da prassi nella letteratura, per un modello ordered logit. I regressori usati sono quelli convenzionali in questo tipo di stime (sesso, età, livello di istruzione, reddito personale, stato lavorativo, stato civile), i tassi d’inflazione e disoccupazione nazionali (medie mobili triennali), più variabili dummy anno-paese. Il costo della disoccupazione è calcolato come somma del costo del tasso nazionale di disoccupazione (media mobile triennale) e della condizione individuale di disoccupazione (variabile binaria pari a uno se l’individuo è disoccupato). Il periodo di stima va dal 1973 al 2002. Il metodo è l’analisi longitudinale (cross-section) ripetuta perché i dati dell’Eurobarometro non consentono di seguire gli stessi individui nel tempo. Il modello utilizzato è un ordered logit con standard errors robusti. I risultati sul diverso impatto della condizione di disoccupazione sulla soddisfazione di vita sono stati ottenuti interagendo quattro dummy di età (15-28 anni, 29-41 anni, 42-64 anni e oltre 65 anni) con la condizione di disoccupato.

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(1) Per maggiori dettagli metodologici si vedano Di Tella, MacCulloch ed Oswald (2001) e Becchetti, Castriota e Giuntella (2010) “The Effects of Age and Job Protection on the Welfare Costs of Inflation and Unemployment”, European Journal of Political Economy, Vol. 26, No. 1, pp. 137-146.

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10 commenti

  1. Flavia

    Dopo un’introduzione elegiaca rispetto a una proposta di legge di cui non citate i principali aspetti tecnici (se dichiarate che la nuova normativa assicurerà occupazione e maggiori tutele per tutti io vi credo sulla parola… ma non è un atteggiamento che raccomanderei, in generale) passate ad ammettere, belli freschi, che rispetto al benessere che produrrebbe al popolo italiano.” È impossibile dare una risposta precisa dal momento che si tratta di una riforma futura e potenziale e che le variabili da considerare sono molte, dal livello dei salari a quello dei contributi previdenziali, dall’indennità corrisposta in caso di licenziamento alla riduzione del precariato.”  Non vorrei mai che passasse una riforma così impattante basandoci su delle sensazioni.  Allora: fatti 0, in compenso c’è una bella inchiesta sul livello di infelicità dei disoccupati. Da cui apprendiamo che i disoccupati sono infelici.

  2. Paul

    1) Lavorare meno, lavorare tutti – anche a costo di guadagnare qualcosa di meno meno. Questo darebbe anche una sensazione dell’esistenza di opportunità e quindi di fiducia nel futuro – con tutte le ricadute positive anche sulla propensione di spesa dell’individuo e da qui anche sull’economia.
    2) Va anche detto che purtroppo — in una società che tra l’altro invecchia — l’accento posto dalle aziende sembra sempre banalmente ricadere sulla bassa etâ dei candidati, il tutto mentre, giustamente, si sposta in avanti l’età di pensionamento. Il disoccupato di mezza età subisce la somma del fatto che vi sono sempre meno opportunità per la sua fascia d’età presente e futura(!), che l’età alla quale potrà finalmente ricevere i benefits sudati continua ad essere rimandata, e che le esperienze accumulate (soprattutto i soft skills) per qualche motivo non valgano più nulla, mentre spesso è vero proprio il contrario

  3. Alberto

    Perché mai i lavoratori tra i 42 e i 64 anni sarebbero i più protetti dalla proposta di Contratto Unico di Inserimento (CUI)? Se si giunge a tale conclusione partendo dall’ipotesi che un lavoratore inzi a lavorare da giovane in un’impresa e che svolga la propria vita lavorativa sempre nella stessa impresa, il ragionamento potrebbe anche avere un senso, ma in realtà si tratta di un assunto che rivelerebbe l’assoluta incomprensione dei cambiamenti intervenuti del mondo del lavoro degli ultimi decenni. Il contratto unico di inserimento renderebbe i quarantenni, i ciquantenni e i sessantenni semplicemente precari, quanto e più dei giovani. A differenza dei giovani infatti è probabile che un lavoratore maturo licenziato a seguito di un contratto precario resti disoccupato e non trovi un altro contratto precario. Il contratto unico di inserimento non toglie la precarietà ai giovani, ma la regolarizza e la estende a tutti. Ma la precarietà a cinquant’anni si chiama molto spesso, più semplicemente, disoccupazione.

  4. Alessandro

    Come sempre gli articoli de La Voce aiutano a fare chiarezza, ma in questo caso molti dubbi rimangono. In primis, ma siamo davvero sicuri che una tale riforma serva davvero a qualcosa? In Italia i giovani sono già assunti con contratti iper-flessibili. Quindi quelli che si vanno a “flessibilizzare” sono i 40-50-60 enni. Cioè una fascia, come giustamente dice l’articolo, che già si trova schiacciata tra l’allungamento dei tempi di pensionamento e la maggiore difficoltà di trovare lavoro. Flessibilizzare ancora di più questa fascia di lavoratori introducendo il contratto unico, avrebbe benefici oppure introdurrebbe una grave crisi? Le aziende poi, non capisco mai come ragionano. ce ne sono tante, tantissime, che fanno storie per dare 100 euro in più ad uno stagista, ma intanto continuano ad imbarcare manager e dirigenti incompetente, che poi fanno fatica a cacciare perchè “la buonauscita che dovrebbero pagare è molto alta”. Ma che senso ha tutto ciò?

  5. Maurilio Menegaldo

    Ormai da tempo si ragiona su diverse ipotesi e proposte per ridurre la segmentazione del mercato del lavoro: di queste, certamente il contratto unico (con la variante possibile di un rigoroso apprendistato ai vari livelli) è una delle più fondate. Il problema è che la discussione non va molto al di là di un livello accademico, dato che i principali attori, ossia le parti sociali, non sembrano avere alcun interesse ad approfondire il tema, evidentemente per non toccare posizioni consolidate. Il guaio è che, mentre si difendono i capisaldi ideologici a destra e a sinistra, ci rimettono le parti più deboli della società italiana: giovani, lavoratori anziani, donne. Si può anche essere d’accordo su molte obiezioni mosse da industriali, sindacati, cittadini: però, se non si avvia un confronto serio e finalizzato a un accordo o ad un intervento legislativo, continueremo con questo immobilismo e con lo status quo deleterio definito dalla legge 30/2003, dal decreto 276/2003 e dalle loro successive integrazioni e modifiche, alla faccia anche di chi fin da subito ne pretendeva l’abrogazione e si trova ora ad esserne oggettivo alleato, rifiutando qualsiasi confronto su proposte alternative.

  6. Gerardo Fulgione

    Ho letto solo finora commenti, pur se ragionevoli e non campati in aria, ma critici ! Io ritengo che la proposta di un unico contratto a tutele progressive, proposto gia’ da tempo dal prof. Boeri che poi e’ rimasto inascoltato poiche’ vi erano molte sirene “incantate” dalla legge Biagi, sia molto positiva e per molti. Il problema e’ che la legge Biagi ha consolidato, legittimandolo, uno status quo di contratti non solo flessibili, ma anche illusori (lavoro ripartito, job on call), che alla lunga hanno prodotto precariato. Eliminare tutte queste varie forme di contratti a termine e proponendo un contratto a tutele progressive, accettando una maggiore possibilita’ sui licenziamenti per motivi economici-organizzativi, e’ un ottimo punto di partenza: perdere il lavoro a 25 anni non e’ come perderlo a 50 giusto? E’ stato obiettato che non sempre al giorno d’oggi si entra in azienda e si resta li’ tutta la vita. Verissimo ! Ma ci sono strumenti tecnici che possono essere studiati per “portarsi dietro” la vita lavorativa di una persona e le tutele da esso “guadagnate”.

  7. Alberto

    Non so se possano essere studiati degli strumenti “tecnici” per estendere le tutele acquisite da un lavoratore nell’ambito di uno specifico rapporto di lavoro con un determinato datore di lavoro ad un altro rapporto di lavoro con un altro datore, ma ho più di una perplessità. La proposta Nerozzi, ispirata da Boeri e Garibaldi, parla solo della fattispecie di contratti reiterati entro 12 mesi dallo stesso datore nel caso. Non sarà un caso, no? Credo che gli estensori della proposta non intendessero vincolare i potenziali datori di lavoro di un lavoratore alle condizioni contrattuali determinate nell’ambito di un precedente rapporto di lavoro tra quel lavoratore ed un’altra azienda. Potrebbe anche avere un senso, ma se non è stato impostato in questi termini forse è perchè il senso che si vuole dare è un altro, no?

  8. Enrico

    Nelle varie proposte si parla sempre di applicazione dell’eventuale contratto unico ai nuovi assuni e di non retroattività, ma cosa succederebbe a chi cambia lavoro arrivando da un indeterminato? Credo che uno degli effetti collaterali del precariato sia anche stato il bloccare molto il mercato del lavoro a tempo indeterminato, creando alla lunga un abbassamento degli stipendi, se chi cambia rischia il peggioramento sarremo punto e da capo.

  9. Simone

    Delle proposte di riforma del MdL, questa sembra la più decente tra quelle uscite in questi giorni. Ho però alcuni dubbi: – cosa impedisce che un giovane lavoratore stia 2 anni in un’azienda (poi licenziato), 2 anni in un altra (licenziato) e così via, ed arrivi già vecchio ad una dimensione lavorativa stabile (e tutto ciò che consegue in termini di qualità del lavoro, della vita, possibilità di programmarsi un futuro, etc)? Cosa c’è di diverso dall’utilizzo di un Contratto a termine per tre anni e poi la possibile stabilizzazione come già oggi previsto? – le analisi sul MdL cosa dicono sui tempi medi tra l’ingresso nel MdL e il raggiungimento di un contratto a tempo indeterminato? (intendo le analisi pre-2008 perchè dopo con la crisi tutto è cambiato)

  10. michele81

    prima di un contratto unico a tutele progressive, si proponga di abolire le nuovo complessità introdotte dal collegato Lavori di Sacconi, con la possibilità delle clausole compromissorie nei contratti di lavoro individuali, recepite nei rinnovi 2011 del CCNL FIAT e del Commercio e Servizi: un inutile proliferare di contratti, clausole da interpretare, fonti del diritto nel rapporti di lavoro. Lo stesso prof. Ichino rileva la lor inutilità e nullità giuridica, una volta dimostrata facilmente la coercizione del lavoratore, così come il fatto che le clausole in merito alla risoluzione del contratto di lavoro, siano accessorie e non parte integrante, e pertanto la loro nullità non comporti il venire meno del rapporto di lavoro in essere.

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