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  1. fabrizio persico Rispondi

    Caro Professor Persico, sarei felice di poterle dire che siamo parenti, ma credo proprio che ci leghi solo una condivisione di idee sull'argomento da lei brevemente ed intelligentemente riassunto nella sua esposizione. Mi trovo completamente d'accordo su tutto quanto da lei affermato, anche perché in questi due anni ho cercato di far accettare da Enel, Autostrade, Terna e Ducati Energia un progetto di produzione di energia elettrica basato sullo sfruttamento dell'energia meccanica delle macchine in transito sulle ns autostrade tramite l'utilizzo sotto il manto di asfalto di generatori piezoelettrici progettati da un gruppo di scienziati israeliani (Innowattech) dell'Istituto Tecnologico di Haifa. Viaggi avanti e indietro da Israele, ma alla fine non si conclude nulla perché chi deve decidere non si vuol assumere il minimo rischio (mettere mano al portafoglio...) e aspetta sempre che lo Stato italiano ci metta i soldi. Una banda di incapaci.

  2. MARCO Rispondi

    Basta sconfiggere la potentissima lobby dei tassisti e i "geni" italiani che lavorano all'estero faranno la gara per tornare nel bel paese...

  3. giancarlo Rispondi

    L'argomentazione del prof. Persico è nota e può essere estesa anche agli investimenti stranieri in attività tradizionali italiane... Le mafie invece hanno maggiore capacità di innovazione del loro business, data la molto alta protezione del credito... Sono rimasto sorpreso dalla meschinità del personale della Ambasciata di Washington. Pensavo che gente così scadente, mezzi mentecatti (tipo Vattani), abbondassero solo nelle capitali meno importanti. Personale così scadente è uno spreco di risorse e un freno penoso e vergognoso sia per l'interscambio che per la cooperazione. Saluti.

  4. DDPP Rispondi

    L'articolo mi è piaciuto, ma non ne ho capito la chiusura. Cosa centra se non vengono sostituiti i dipendenti pubblici che vanno in pensione? Vuole sostenere l'equazione: più pubblici dipendenti = + ricerca?

  5. AZ Rispondi

    ... cioe' dall'evitare di tassare i finanziamenti all'innovazione. Per esperienza personale, ne ho visti di soggetti a ritenuta di acconto del 4%, e ne ho visti altri di fatto soggetti all'IRES. Meno semplice, costruire un minimo di infrastruttura che si occupi di ricerca traslazionale. Piu' difficile di qualsiasi cosa, uscire dall'impasse per cui in italia il capitale di rischio privato ha (a parte rare eccezioni) budget risibili con cui di solito interviene su tecnologie industrialmente valide (a basso costo), mentre lo stato nelle sue varie articolazioni tende (tendeva, quando c'erano solldi) a finanziare bene le iniziative improduttive di una minoranza accademica, spargendo briciole a pioggia su tutti gli altri. Solo se e il pubblico finanziasse l'innovazione con criterio (di merito) e in modo quantitavamente adeguato si potrebbe iniziare a cambiare il mercato del capitale seed/BA/VC in italia, e smettere di essere una miniera di innovazione cash free.

  6. Maurizio Rispondi

    Andando sul pratico senza parlare della genesi e della filosofia dell'innovazione, avete mai provato a fare qualcosa di innovativo (non rivoluzionario ma semplicemente innovativo) per il quale serve una autorizzazione da parte di una delle mille autorità di ostacolo e controllo? Provate! L'imprenditore che fa innovazione è forse più ladro degli altri e viene visto proprio come un delinquente che sta tramando chissa cosa. Non pensate mai di fare qualcosa di nuovo perché l'Italia non è fatta per gli innovatori ma solo per pecore.

  7. Silvio Saul Rispondi

    Ho un figlio che sta facendo il dottorato di ricerca in Giappone, e mi dice che ci sono giovani canadesi, americani, francesi, tedeschi e di altri paesi.

  8. Armando Pasquali Rispondi

    Articolo dai contenuti condivisibili ma, come già fatto notare da altri, carente sul piano propositivo. Anche perché copiare i modelli altrui sperando di portare a casa i risultati è spesso causa di cocenti delusioni. Oggi si vedono in giro ultrasettantenni con la borsa piena di soldi che selezionano ragazzetti vogliosi di varare la loro start up più o meno tecnologica. Se si guarda alle idee premiate in questi incontri qualche interrogativo si pone. Ma veramente si pensa di far avanzare un paese pensando in piccolo, con imprese che nasceranno nane e tali resteranno se avranno la fortuna di sopravvivere?

  9. ciggi Rispondi

    L'episodio raccontato, purtroppo, è sintomatico di comportamenti molto frequenti. Cercare di turlupinare l'interlocutore per proprio tornaconto personale, o pensare che fare i furbetti ci possa portare lontano affossa ogni speranza di crescita e successo. Chi non vuole dedicarsi alla "nobile arte" del pacco è costretto a spendere le sue migliori energie per difendersi dalle probabili fregature, invece che concentrarsi sul far funzionare le attività di cui è responsabile. Solo un cambio di passo generalizzato, regole certe e correttezza diffusa ci possono pertare fuori dal pantano.

  10. Dario Quintavalle (Twitter: @darioq) Rispondi

    Mi pare che il gustoso episodio metta in luce anche l'ondivaga politica verso gli italiani emigrati e le nostre comunità all'estero. Da un lato si inseguono i discendenti degli emigrati con una legge sulla cittadinanza molto generosa, rilasciando passaporti a chi di italiano ha ormai solo il nome, dall'altro si tengono in questo modo approssimativo i contatti con gli italiani all'estero, spesso divenuti soggetti influenti negli stati di residenza. Se guardiamo a come l'Irlanda ha saputo trasformare la sua enorme comunità di emigrati e discendenti in una potente lobby, soprattutto in America, direi che abbiamo molto da imparare anche su questo punto.

  11. Piero Rispondi

    Lo scadimento delle strutture formative in Italia è molto forte, possiamo reggere fino alla scuola media inferiore ma dalla scuola media superiore all'università non abbiamo più nessuna struttura di eccellenza che i paesi Esteri ci invidiano, nessuno viene a fare i master in Itala, anche i bocconiani devono andare a fare i master all'estero. Anche Monti è responsabile del macello formativo. Ci vuole più selezione, altrimenti abbiamo le strutture scolastiche dell'est, tutti laureati, le scuole non attraggono le eccellenze perché non hanno infondi per sostenere la ricerca, dovendo fare studiare tutti, anche chi non n'è ha voglia.

  12. DiSc Rispondi

    La ricerca e l'innovazione vengono spesso proposte come soluzioni ai problemi del nostro Paese, come la produttivita', la gestione del territorio, la politica energetica. Credo sia un errore. I problemi italiani spesso non hanno bisogno di soluzioni nuove: le soluzioni esistono gia', da decenni, sono gia' applicate da paesi vicini o lontani, e a volte sono state ideate proprio da italiani. Il problema e' piuttosto che non si riescono ad adottare per motivi storici, sociali e culturali, e in generale a causa dell'inefficacia del sistema politico. Per fare un esempio, a nulla varrebbe inventare connessioni superveloci se manca la volonta' di usarle, o metodi industriali innovativi senza una politica industriale. Oppure computer portatili Olivetti se poi si lascia l'azienda in pasto a General Electric.

  13. Alessandro Rispondi

    Caro Professor Persico, parole sante... ma i politici le leggeranno? Monti è un economista, dovrebbe capire, ma quanto durerà?? Viene giustamente sottolineata l'importanza del capitale umano, sapesse, caro Prof., cosa sta succedendo nelle università italiane in questi mesi: molti concorsi da ricercatore regalati ad "emeriti analfabeti", ed è quasi impossibile fare ricorso per gli elevati costi legali che si dovrebbero sostenere... Così il capitale umano delle nostre istituzioni si impoverirà ancora di più!

  14. Supporter Rispondi

    Personalmente ritengo che la piu' grand differenza con il sistema giapponese non sia nell'input formativo, infatti anche da noi ci sono degli ottimi cervelli e la preparazione è mediamente apprezzata all'estero. La vera differenza è che l'economia giapponese è costituita da una prevalenza di grandi imprese capaci di fare sistema da sole e di reperire i capitali per far fruttare le buone idee. Non per niente i giapponesi sono stati in grado di mettere in produzione oggetti complicatissimi da produrre, come gli LCD od i rulli delle fotocopiatrici ed in futuro gli OLED... Da noi prevale la piccola impresa, povera di capitali , di prospettive, di tutto. Da noi , se hai una buona idea , la si brevetta per difenderci o la massimo per chiedere royalties non per sfruttarla. Conclusione: siamo poco affidabili per fare "gli americani", abbiamo perso troppe grandi aziende per fare i "Giapponesi".

  15. PDC Rispondi

    Mi pare che il modello si presti a spiegare le difficoltà nella creazione di start-up tecnologicamente innovative. Non spiega le difficoltà ad innovare ed a sfruttare le innovazioni da parte di aziende consolidate. Qui il problema non è trovare i soldi, è la cultura tecnofobica della classe dirigente italiana.