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LA RISPOSTA AI COMMENTI

Ringrazio chi ha commentato. Molti punti sono interessanti e meritano attenzione. Amelia Beltramini solleva il dubbio che io abbia conflitti d’interesse, ovvero se non lavori in qualche modo per l’industria della difesa.

Come la mia breve biografia in calce ricorda, sono uno studente di dottorato allo European University Institute di Fiesole, dove sto scrivendo la mia tesi sull’industria della difesa europea. La mia borsa di studio è pagata dall’Istituto (sulla base di fondi del ministero degli Esteri). Non ho mai ricevuto alcun compenso o lavoro da alcuna azienda militare nè possiedo azioni o obbligazioni di questo comparto.
Vorrei sottolineare nuovamente che nel mio articolo nè dico che l’F-35 non vada tagliato nè affermo che la spesa militare non vada ridotta. Semplicemente non giungo a queste conclusioni. Basta leggere. Concludo infatti dicendo che “Se possibile, è giusto che la Difesa contribuisca al risanamento del paese. Ma il suo contributo non può che essere minimo, quanto il suo bilancio.”
Piero Mennò
suggerisce che la spesa militare non sia mai stata tagliata. Come sottolineo nel mio articolo, il dato importante non è la spesa totale ma il rapporto tra personale e investimenti. Non ho dati disponibili, ma la mia impressione è che nel tempo il personale abbia progressivamente mangiato la quota degli investimenti. Se si vuole tagliare, è giusto intervenire sulla prima voce sia perchè è la più grossa sia per garantire un attimo di funzionalità all’intero Ministero.
La questione sulla produzione vs. acquisti di materiale bellico è lunga e complicata e non posso trattarla qui in maniera esaustiva. Partendo dal modello dell’oligopolio internazionale è facile capire come mai è impossibile pensare di vendere a terzi senza produrre. Inoltre, il contratto che abbiamo sottoscritto (MoU, 2006) ci impone di uscire dal programma se decidessimo di non acquistare più l’F-35: di qui la ragione per cui non potremmo neppure venderlo.
Ultima questione: molti commenti invocano una sorta di disarmo. Ogni opinione è legittima. Sottolineo però che decisioni del genere vanno prese a prescindere dalla situazione economico-finanziaria. Se pensiamo che senza i mezzi per intervenire in Libia, in Afghanistan, in Kossovo, ad Haiti (con la portaerei Cavour), in Sudan, etc. l’Italia possa contare di più nel mondo, allora dovremmo procedere senza aspettare la crisi finanziaria.

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  1. Piero Mennò

    Per precisare ulteriormente: sicuramente nella Difesa è in corso da anni (come in molte parti della PA) un incremento del peso del personale; in questo caso ho l’impressione che l’incidenza di degli ufficiali rispetto alla truppa sia tra le maggiori d’Europa: si tratta sicuramente di un’anomalia tutta italiana! In ogni caso ribadisco che recuperare 1,3 mld in conto capitale per 10 anni (per esempio da dedicare a ricerca, cultura ed istruzione) sarebbe una bella svolta!

  2. Franco

    Ringraziandola per il contributo, il mio intervento auspica, per una comprensione più generale del problema, una inversione dei punti di vista. Vedere cioè chi ci guadagna. Ci guadagna chi le bombe le produce, le trasporta e le getta e le smercia. Anche quelle inutilizzate per sovrapproduzione o mancanza di domanda… Internazionale (terrorismo e mafie compresi) sono oggetto di sofisticati contratti di borsa. Così il suo contributo sarebbe certamente più completo.

  3. Massimo Sabbatini

    Poche centinaia di milioni di risparmio all’anno spalmate su più anni diventano miliardi. Prima cominciamo, meglio è. E poi, cosa dovremmo fare con 131 cacciabombardieri? 31 non potrebbero bastare per sganciare bombe sui nostri nemici? A proposito, l’ultimo era Eurasia o Estasia? A chi dobbiamo fare la guerra? Abbiamo dimenticato la “pistola fumante” di Saddam sbandierata da Colin Powell all’assemblea dell’ONU? Ci hanno intortato di bugie: inventano un nemico nuovo ogni sei mesi (la distanza dal baciamano a Gheddafi alle bombe su Tripoli) per farci credere che abbiamo bisogno di loro. E il personale militare? Dai sergenti ai colonnelli portano a casa risme di carta, tubi di toner, pacchi di pasta, mezze forme di parmigiano, scatolame vario, copertoni per auto, benzina, preservativi. Capitani (capitani!) che si fanno venire a prendere dall’autista per far vedere ai vicini di casa quanto sono importanti… I miliardi per gli F 35 servono anche alla nostra industria? Ma sono poche decine di posti di lavoro. Sarebbero migliaia e a costi di gran lunga inferiori se fabbricassimo i treni per i pendolari e le metropolitane e gli autobus per la gente che lavora.

  4. Gianni Alioti

    E’ sicuramente vero che dietro la produzione di sistemi d’arma ci sono – anche in Italia – migliaia di ricercatori, progettisti, operai. C’è sviluppo di tecnologie. Ma è altrettanto vero (nessuno è mai riuscito a dimostrare il contrario) che con gli stessi soldi con cui si crea un posto di lavoro nell’industria militare, se ne creano da 10 a 20 nella green economy o nei settori della micro-elettronica, dell’automazione industriale, dei mezzi di trasporto (come ha sostenuto Massimo Sabbatini). Inoltre, mentre un carro armato o un caccia-bombardiere è una spesa improduttiva, un riduttore per l’eolico, un collettore per il solare termico, un film sottile per il fotovoltaico, un inverter, un robot, una metro o nuovi treni per i pendolari aumentano il livello di efficienza e produttività dell’intero sistema economico, creano più occupazione, migliorano la qualità della vita e dell’ambiente. E solo Dio sa quanto ce ne sarebbe bisogno in un paese che per un decennio ha fatto registrare un deficit di produttività.

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