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POCHI RISPARMI SENZA LE PROVINCE

Se la manovra “salva Italia” non ha potuto cancellare le province, le depotenzia a tal punto da rivelarsi il primo passo decisivo verso la loro definitiva soppressione, anche con una certa “disinvoltura” costituzionale.

VIA LE PROVINCE; MA LE FUNZIONI RESTANO

Il dato che salta all’occhio, tuttavia, non è di per sé il deciso intervento sulle province, quanto la stima del risparmio che ne deriva: solo 65 milioni di euro, nemmeno computato nei saldi.
Fermo restando che la situazione economica è talmente seria da rendere utile e giustificabile qualsiasi taglio alla spesa pubblica, risulta evidente che l’attenzione mediatica sulle province produce più consenso che risultati finanziari ed economici rilevanti. Si dimostra, infatti, col decreto legge che se le province spendono circa dodici miliardi l’anno, dal loro ridimensionamento o soppressione non può risultare un risparmio della medesima portata.
Il decreto, anticipando gli effetti della loro eliminazione, scaturente dalla riforma costituzionale già avviata, ha l’obiettivo di sradicare dalla sfera di competenza delle province la gran parte delle funzioni amministrative di loro competenza, lasciando loro solo funzioni indefinibili di indirizzo e coordinamento e stabilendo che quelle soppresse transitino nelle competenze dei comuni e delle Regioni, secondo quanto stabilirà la legislazione regionale.
Ciò è la conferma di quanto già evidenziato da lavoce.info: soppresse le province, restano tuttavia in piedi le funzioni da esse esercitate, le quali non possono essere eliminate, ma solo traslate verso altri enti, subentranti nelle competenze.
Pertanto, la spesa oggi sostenuta dalle province non si azzera affatto, semplicemente si sposta verso altri governi locali, comuni o Regioni, ai quali devono essere trasferite tutte le risorse, finanziarie, strumentali e umane, necessarie per un efficiente subentro nell’esercizio di dette funzioni.
Non risulta nemmeno corretta l’equazione ancora in questi giorni proposta da Sergio Rizzo, secondo la quale l’eliminazione delle funzioni in capo alle province quanto meno ridurrà passaggi burocratici e renderà più agevoli le decisioni. Nulla di tutto ciò: le province praticamente non partecipano ai tavoli estenuanti di concertazione su tutto lo scibile amministrativo che caratterizza, invece, l’operatività di Regioni, Stato e comuni, salvo la valutazione di impatto ambientale.
Alla fine, dunque, i risparmi derivanti dall’abolizione delle province (ben poca cosa, lo 0,22 per cento del totale lordo della manovra) non possono che limitarsi ai costi effettivi della politica, come indennità e gettoni di presenza degli amministratori e costi connessi, quali segreterie, staff, strutture di gestione interna (servizi finanziari, di controllo, del personale, direzionali), nonché appalti per la gestione (utenze, acquisizioni strumentali, manutenzioni).

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UN PROVVEDIMENTO MEDIATICO

Sorprendentemente, per altro, il decreto “salva Italia”, pur prevedendo un secco dimagrimento agli organi di governo delle province che deriva dall’eliminazione delle giunte e dalla fissazione di un tetto massimo di soli dieci consiglieri, consente proprio la presenza di segreterie particolari degli organi di governo, cioè la quint’essenza delle spese connesse ai costi della politica, le prime che dovrebbero essere cancellate e che, invece, restano legittimate dal decreto legge.
Tanto modesto è il risultato finanziario del ridimensionamento delle province che risulta evidente il vero intento della manovra: garantire a un governo tecnico, dalla precaria maggioranza parlamentare, un forte consenso nei media e tra il popolo, che certamente, vista la vera e propria campagna contro le province, passa dalla loro soppressione, sebbene l’esito del risparmio sia poco pochissimo efficace, proprio come il plus di tassazione sui capitali scudati o i balzelli per yacht o velivoli privati.

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UN BUON INTERVENTO SULLA REGOLAZIONE DEI SETTORI

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QUANDO L’AUTORITÀ ANTITRUST NON AIUTA LA CRESCITA

  1. maurizio

    Si, i pochi commi inseriti nell’art.23 del decreto “salvaitalia” sembrano fatti per placare l’odio popolare, spesso fondato, verso le oligarchie politiche dominanti. Naturalmente su chi si abbatte la scure? Sui parlamentari? No. Sui Consigli regionali? No. Sulle società create dai Comuni a solo scopo clientelare a cui vengano fatti affidamenti diretti “in house”? No.

  2. Antonio

    L’accanimento mediatico, e non solo, di quelli che vorrebbero l’eliminazione delle Province, faccio fatica a capirlo. Ma i cittadini sanno veramente che cosa sono le province e che ruolo svolgono sul territorio? Qualcuno li ha mai informati? I cittadini sanno cosa effettivamente fa la provincia in materia ambientale, di manutenzione stradale, di gestione dell’edilizia scolastica, di infrastrutture e quant’altro? Ed i nostri cd. onorevoli parlamentari conoscono i compiti delegati alle province? Vedete, le IENE ci hanno fatto scoprire un mondo di vera ignoranza parlamentare dei nostri onorevoli (si fa sempre per dire) rappresentanti, non molto democraticamente eletti, su diversi aspetti. Il governo tecnico! è convinto (ma nessuno ne capisce il perchè) che le Province siano inutili e che la loro soppressione ci farà risparmiare un sacco di euro. Considerate le ristrettezze economiche che hanno i comuni oggi, qualcuno si è chiesto con quali finanziamenti e personale competente verranno svolti i controlli ambientali, la riparazione delle strade e la loro scerbatura, la manutenzione degli edifici scolastici.

  3. maurizio

    Il servizio studi della camera elabora per ogni progetto di legge un dossier di documentazione nel quale viene esaminata la legislazione vigente affinchè il singolo parlamentare possa “conoscere per deliberare”. Dalle affermazioni fatte da eminenti esponenti politici nel corso di talk show televisi negli ultimi giorni dubito che abbiano letto qualcosa nello specifico. Posso capire l’operaio ed il pensionato che fanno battute al bar sorseggiando il cappuccino senza rendersi conto di quello che dicono ma da “lazzaroni” intellettuali ben remunerati quali sono per la stragrande maggioranza i parlamentari si potrebbe pretendere una maggiore serietà?

  4. Ubaldo Muzzatti

    Se si osservano gli andamenti demografici di città e borghi d’Italia, si nota il maggior incremento dei capoluoghi, di regione e di provincia, un minore incremento della città non capoluogo, una stagnazione e spesso un decremento di cittadine e borghi. La gente si è progressivamente spostata nei capoluoghi dove, in ragione dell’articolazione amministrativa, sono state concentrate le risorse. Siamo passati dal policentrismo che ha fatto grande e bella l’Italia al “pluricentralismo” (statale, regionale, provinciale). La stessa cosa non è avvenuta in molti degli Stati che ci attorniano, per esempio in Svizzera, Germania e Austria. Non è certo un caso che in queste nazioni non esista un ente intermedio simile alle nostre province incentrate sulla città capoluogo, a partire dalla denominazione. Città e territorio hanno problematiche ed esigenze affatto simili che vanno trattate in modo e con mentalità diverse. Per questo, nelle nazioni citate, l’istituzione intermedia, tra comune e regione (land, cantone) è costituita da un’associazione di comuni compatta e omogenea e vi è la separazione amministrativa tra città e territorio. Meno capoluoghi e più equità per tutti i cittadini.

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