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TUNISIA ED EGITTO ALLA PROVA DELLE ELEZIONI

Le borse di Tunisi e del Cairo, con il loro diverso andamento, rispecchiano le probabilità di successo del processo di democratizzazione nei due paesi. Buone le prospettive della Tunisia, forte di una tradizione laica radicata, un reddito pro-capite adeguato e stretti legami economici e culturali con il mondo occidentale. L’Egitto, invece, ha un reddito pro-capite nettamente inferiore, una frammentazione culturale maggiore e un riferimento alla legge coranica in Costituzione. Mentre i militari cercano in tutti i modi di procrastinare e svuotare di significato le elezioni.

Nel gennaio di quest’anno l’indice di borsa tunisino (Tunisindex) registrava una brusca correzione di circa il 20 per cento in concomitanza con le proteste popolari che in poco meno di un mese costrinsero il presidente Ben Ali a lasciare il potere. Dopo qualche mese di turbolenza, i valori azionari riprendevano lentamente quota recuperando metà del terreno perduto, nonostante la crisi colpisse duramente i mercati finanziari mondiali e in particolare quelli europei. Infine, nel periodo vicino alle elezioni del 23 ottobre la borsa tunisina ha prima conosciuto una leggera flessione che poi ha recuperato, quando i risultati sono emersi con una certa chiarezza (vedi figura 1).

FIDUCIA IN TUNISIA

Questi andamenti sembrano rispecchiare abbastanza fedelmente i sentimenti di moderata fiducia che accompagnano lo storico processo di democratizzazione della Tunisia. Nei prossimi mesi capiremo meglio se il partito degli islamici moderati, Ennahda, che ha vinto l’elezione con il 41,5 per cento dei voti, riuscirà a garantire l’ordine pubblico, traghettare il paese verso una repubblica presidenziale rispettosa dei diritti civili, politici ed economici. Le prospettive che questo accada risultano abbastanza buone se è vero che il paese possiede un livello di reddito pro-capite di 4100 dollari all’anno, al di sopra della soglia ritenuta necessaria per sostenere strutture democratiche; un territorio in larga parte molto fertile, che ha permesso un buon frazionamento della proprietà fondiaria; una struttura industriale abbastanza articolata e fondata su piccole unità produttive orientate ai mercati esteri; una forte classe media; una discreta emancipazione femminile; stretti legami economici e culturali con il mondo occidentale, e in particolare con la Francia, dove vivono oltre mezzo milione di tunisini. Nel paese è ben radicata una forte tradizione laica, perseguita con fermezza prima da Bourguiba, padre della patria, e poi da Ben Ali: si pensi che l’aborto è stato legalizzato dal 1965. (1)
Nonostante queste premesse il governo nei prossimi mesi dovrà fronteggiare una situazione economica che è andata fortemente deteriorandosi. Basti pensare che il Pil reale è passato da un tasso di crescita dal 3,7 per cento dello scorso anno, al -2 per cento di quest’anno; la disoccupazione è salita al 14,5 per cento; il turismo, una delle fonti principali di ricchezza del paese, è crollato del 40 per cento; il deficit pubblico è arrivato al 4,5 per cento, mentre le riserve ufficiali si sono ridotte a 8 miliardi di dollari. (2)

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COMPLESSITÀ D’EGITTO

Ben più complessa è la situazione dell’Egitto che nei prossimi mesi dovrà affrontare la prima prova elettorale dopo la cacciata di Mubarak. Parliamo di mesi poiché le elezioni si svolgeranno in tre tornate elettorali, ufficialmente per l’insufficienza di giudici che possano controllare il voto: un terzo degli elettori voterà il 28 novembre, un terzo a dicembre e il resto a gennaio. Il sistema elettorale scelto dal Consiglio supremo militare è poi complicatissimo, ufficialmente per rispondere alle richieste di alcuni partiti: il 60 per cento dei seggi sarà assegnato su base proporzionale con liste bloccate, il rimanente 40 per cento con preferenze dirette; gli elettori riceveranno quindi due diverse schede elettorali; nel caso dei candidati diretti, ogni seggio dovrà eleggere un candidato operaio e uno contadino; i candidati diretti dovranno ottenere il 50 più uno per cento dei voti, altrimenti si va al ballottaggio. Una volta finita questa tornata di votazioni, che dovranno, non si sa come, rimanere segrete, gli egiziani dovranno votare per un terzo della Camera Alta, la Shura. Tutti questi organi formeranno l’assemblea costituente, che dovrà scrivere la costituzione. Questa sarà poi sottoposta a referendum e solo dopo si andrà alle elezioni del presidente della repubblica. (3)
In altre parole, i militari al potere, che oramai non riescono neppure garantire la sicurezza pubblica, stanno cercando in tutti i modi di procrastinare e svuotare di significato le elezioni e con esse il processo di democratizzazione del paese. D’altra parte, come ha mostrato la recente letteratura scientifica, è estremamente difficile garantire un pacifico processo democratico in un paese che ha un reddito pro-capite di circa 2800 dollari e una forte frammentazione culturale, con una minoranza di cristiani copti che pesa circa per il 10 per cento della popolazione.
Non va dimenticato, inoltre, che dal presidente Sadat in poi l’Egitto non si è mai proposto di essere uno stato veramente laico. Fu lo stesso Sadat a voler introdurre nella costituzione egiziana un riferimento alla legge coranica (Sharia), mentre la repressione decennale esercitata nei confronti dei movimenti islamici e in particolare contro la Fratellanza Musulmana, è stata più di natura politica che ideologica. Il Cairo è, infine, la sede dell’Università al-Azhar, il più importante centro studi religioso sunnita, dove agli insegnamenti di scienze religiose si sono aggiunti quelli di giurisprudenza islamica. In questa situazione, replicare il cosiddetto modello turco risulterà estremamente complicato.
La borsa egiziana ha preso atto di tutto ciò, se è vero che i suoi principali indici negli ultimi dieci mesi hanno continuato a perdere senza soluzioni di continuità quasi il 50 per cento del loro valore.

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Figura 1 Indice della borsa Tunisina (Tunisindex)

Fonte: Bloomberg

(1) Rony Hamaui e Luigi Ruggerone, “Il Mediterraneo degli altri. Le rivolte arabe fra sviluppo e democrazia” Università Bocconi Editori, 2011.
(2)
Institute of International Finance, “The Arab World: Navigating through the Turbulence” October 2011.
(3)
A tutto ciò si aggiunge che non è ancora chiaro se osservatori internazionale potranno vigilare alle elezioni e se gli ex membri del partito di Mubarak potranno candidarsi. Vi veda a proposito Wendell Steavenson “Why Egypt’s Election Won’t be like Tunisia’s” The New Yorker 24 October 2011.

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