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I DONI DI PAPANDREOU

Le borse hanno reagito male all’annunciata intenzione del primo ministro greco di sottoporre a referendum l’accordo raggiunto all’ultimo summit europeo. La scelta di tempo è quantomeno discutibile, ma Papandreou solleva un problema cruciale per il funzionamento dell’Unione Europea del futuro: se o meno le istituzioni europee, e le loro decisioni, debbano avere una diretta legittimazione democratica. L’alternativa è il rito dei vertici nel weekend. Un rito che sta mostrando la corda.

Chissà se i trader che hanno fatto partire gli ordini di vendita dopo l’annuncio del primo ministro greco Papandreou di sottoporre a referendum l’accordo europeo del 26 ottobre avevano in mente le parole di Virgilio. “Timeo Danaos et dona ferentes”: diffido dei Greci anche se portano doni, diceva già Laocoonte nell’Eneide, cercando di convincere i suoi concittadini di Troia a non portare dentro le mura il famoso cavallo di legno ideato da Ulisse per porre fine all’assedio pluriennale della città. Se fin da allora c’era da dubitare dei loro doni, figuriamoci che cosa si dovrebbe pensare ora che i greci non portano certo regali, ma si fanno semplicemente cancellare una bella fetta di debito pubblico, un debito costruito negli anni, indebitandosi con gli Stati e le banche dell’Europa e del resto del mondo e nascondendo, anche grazie agli artifici imparati dalle banche di investimento, la reale entità dei loro disavanzi.

PAPANDREOU NON È UN DEMAGOGO

Eppure George Papandreou non è Silvio Berlusconi: non è cioè un demagogo incapace di prendere decisioni impopolari. Anzi: di decisioni impopolari ne ha prese a bizzeffe negli ultimi due anni, in molte occasioni e senza fare tante storie, per fronteggiare un debito non accumulato dal suo governo. Il suo atteggiamento responsabile è stato ripagato con una sequenza interminabile di dissidi interni nel suo partito e con una crescente ed evidente insoddisfazione da parte di un elettorato che per ora ha dimostrato di non condividere, e forse proprio di non capire, la sua battaglia. Oggi, con la sua decisione di indire un referendum che approvi o rifiuti l’accordo europeo per la concessione di 130 miliardi di aiuti associati a 30mila licenziamenti nel pubblico impiego, tagli alle pensioni e riduzioni delle detrazioni fiscali, ha detto basta. Non vuole più essere rosolato a fuoco lento. Con il referendum, Papandreou chiede ai greci di esprimersi direttamente sulla loro appartenenza all’euro: di questo si tratta, e per questo i mercati hanno reagito tanto male. Se i greci rispondessero di no, direbbero con il loro voto che la misura è colma e che preferiscono ritornare alla dracma. In tal modo in un solo giorno tra dicembre 2011 e i primi mesi del 2012 rischiano di andare in fumo gli innumerevoli sforzi negoziali di questi mesi per arrivare a un default ordinato della Grecia.
Non c’è dubbio che la scelta del momento sia quanto meno discutibile, se non proprio infelice. Indire un referendum su un accordo appena firmato significa metterne in dubbio subito la validità e quindi significa anche minare la fiducia dei mercati nella volontà di attuazione di quell’accordo da parte del governo che lo ha firmato. Eppure, con la sua decisione, Papandreou porta con sé due doni che potrebbero almeno farci riflettere.

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GLI INTERESSI DEL DIRETTORIO E DI PAPANDREOU

Il primo ministro greco ci ricorda innanzitutto che la politica esiste dovunque, ad Atene come a Parigi e a Berlino. Durante le conferenze stampa congiunte, il direttorio Merkozy impersona gli interessi supremi dell’Unione. Ma la parte francese del direttorio (Sarkozy) si preoccupa soprattutto dell’esposizione delle banche francesi nei confronti della Grecia e dell’implicito aumento di deficit pubblico – con possibile declassamento – che si avrebbe se il governo francese dovesse accollarsene il salvataggio dopo il default greco. Mentre la signora Merkel vede evaporare il consenso politico per il suo attuale alleato (i liberaldemocratici) ed è quindi impegnata a costruirsi la futura maggioranza di Grosse Koalition, dando un colpo al cerchio, cioè tenendo la Grecia e l’Italia sotto scacco, e un colpo alla botte, con la proposta di re-introduzione del salario minimo che tanto sta facendo arrabbiare gli imprenditori tedeschi.
Papandreou in definitiva fa lo stesso: pensa all’Europa, ma anche al suo paese e al futuro del suo partito. Pensa che con lo sconto ottenuto (la cancellazione del 50 per cento dei debiti con le banche) la Grecia non va da nessuna parte: se le cose vanno bene, nel 2020 il debito pubblico greco sarà ancora il 120 per cento del Pil. Quindi se vuole garantire un futuro al suo paese (e a se stesso come politico) deve riuscire ad ottenere dal G20 uno sconto ben maggiore. E infatti c’è chi – ad esempio il capo economista di Citigroup, Willem Buiter – parla esplicitamente del fatto che “alla fine tutti i creditori della Grecia – pubblici e privati, tranne probabilmente il Fondo monetario – dovranno cancellare la maggior parte dei loro debiti”.
La democrazia ha le sue leggi di funzionamento, contro cui un direttorio – autonominato e interessato un po’ anche alla sua bottega – ha poteri per ora limitati dai trattati internazionali. I trattati europei non prevedono l’espulsione di un paese, ma solo la sua uscita con decisione unilaterale.

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L’ALTRO DONO DI PAPANDREOU

Il greco Papandreou ha però in serbo un secondo dono. Con il suo referendum, solleva infatti un problema di fondamentale importanza per il funzionamento dell’Unione europea del futuro: se o meno le grandi decisioni europee debbano avere una diretta legittimazione democratica e popolare. Finora si è seguita una strada differente. Più o meno dalla creazione del Mercato comune europeo fino ad ora, nella maggior parte dei casi, si è usato il metodo intergovernativo, cioè gli accordi tra i capi di governo, spesso con il direttorio franco-tedesco che tirava il carro, e ratifiche successive dei cambiamenti più importanti da parte dei Parlamenti nazionali. Papandreou, con il suo referendum, sta chiedendo se il metodo intergovernativo continua a essere adeguato a guidare il funzionamento di un’Unione eterogenea, che in comune non ha più solo i mercati, ma anche una moneta, almeno per una parte rilevante di essa, e che si sta ponendo il problema di mettere in comune le politiche sociali e fiscali. E che in più prevede di aprirsi ulteriormente a Est, fino alla Turchia.
Il primo ministro greco ha oggi ragioni egoistiche e di bottega per porre il problema. Nel referendum, poi, voteranno solo le generazioni di oggi e non quelle di domani. Ma siamo sicuri di poter rinviare eternamente al futuro la risposta alla domanda: può l’Unione europea continuare a funzionare come ha fatto fino a oggi?

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12 commenti

  1. Sergio Coggiola

    Quali “doni”? Covengo con l’autore su una base puramente teorica. In pratica Papandreu ha avuto una idea illuminante ma molto in ritardo: perché non ha indetto il referendum all’epoca dell’accordo sul primo memorandum (2010), perché non ha indetto il referendum dopo gli accordi del 21 luglio 2011? E perché proprio ora, quando Papandreu è un primo ministro senza alcuna rappresentanza sociale. E’ bene ricordare che il suo slogan nelle elezioni del 2009 era “I soldi ci sono”.. e lo hanno votato. In sintesi, bella analisi teorica condivisibile, nella logica che l’ultimo atto di questo “melo-dracma” non prevede uin potenziale risposta ad un referendum suicida.

  2. Giorgio Di Maio

    Mi permetto di obiettare su di un punto: non è la democrazia ma la società ad avere le sue leggi di funzionamento. Il fatto che a quanto pare Papandreu abbia anche sostituito i vertici delle forze armate è un sinistro campanello dall’allarme in questo senso. E’ già accaduto che i problemi sociali non risolti nella democrazia abbiano portato verso altri tipi di regimi politici. Cordiali saluti.

  3. Luciano

    Il primo ministro greco fa un colpo di scena con l’idea malsana del referendum. La grande credibilità di quest’uomo, ben noto e stimato nel consesso internazionale, si scontra con la realtà di un paese nel totale caos sociale ed economico. Tedeschi e francesi si dimostrano sempre più dei pessimi registi della carovana europea: dovrebbero oggi più che mai dimostrarsi dei veri leader affrontando in prima linea i sacrifici necessari e invece emerge sempre più la loro insofferenza verso gli stati cicala. Francia e Germania vorrebbero semplicemente vedere il conto pagato dai principali responsabili del fallimento dell’euro, ma nei matrimoni le cose non funzionano così: si è uniti nella buona e cattiva sorte. Stupida (nel senso descritto da Carlo Cipolla) l’ossessione verso gli eurobond. Interessi di bottega politica e scarsa visione di sistema da parte dell’asse franco-tedesco determineranno l’inevitabile crollo della fragile eurolandia. Oltre oceano l’ex grande colosso dell’economia mondiale sembra volersi tenere più alla larga possibile dal contagioso europeo. Forse l’unica via d’uscita è trattare una resa onorevole con i nuovi padroni del sistema economico mondiale: i cinesi

  4. Luigi Sandon

    Il referendum in questo momento non è un problema di decidere se l’UE può funzionare così o meno. È semplicemente un gesto di debolezza. Non si tratta di ratificare una Costituzione o simili. Si tratta di prendere decisioni molto impopolari nel tentativo di evitare il disastro. Chiedere di prendere quelle decisioni a elettori che votano con la pancia e non con la testa è solo un suicidio, una mossa pilatesca per lavarsene le mani. Credo che a questo punto a Francia e Germania convenga affrontare il crollo della Grecia che tenere in piedi uno zombie finanziario, politico e sociale.

  5. Anonimo

    La scelta del referendum è stata criticata non tanto per una questione di democrazia quanto perché qualsiasi referendum potrà arrivare solo tra qualche mese, fuori tempo massimo per l’attuale offerta e forse troppo tardi per affrontare la crisi greca. Il capo dell’opposizione greca Samaras si è già dichiarato contro il referendum e una frazione del partito socialista di Papandreou minaccia di unirsi a loro, proprio perché la decisione è un “No” di fatto all’UE e alla moneta europea.

  6. Piero

    Papandreou, con tale decisione ha riaffermato che l’equilibrio sociale raggiunto anche su una montagna di debiti, vale di piu’ delle banconote che alla fine e’ solo carta, non si puo’ mettere in discussione la scelta di anteporre la vita umana alla moneta unica, anzi la sua scelta deve essere di lezione all’intera Europa, che dovrebbe alla fine prenderele decisioni tenendo conto degli equilibri sociali raggiunti dai singoli paesi, dobbiamo ricordarci che se si vuole salvare la moneta unica il vantaggio dovrebbe essere di tutti, quindi anche dei paesi indebitati, altrimenti chi li obbliga alle rivoluzioni interne?

  7. SAVINO

    Prima o poi me lo aspetto anche in Italia il referendum. Quando uno non è capace a decidere, improvvisamente si scopre democratico ed il popolo bue si trasforma in opportunità. Ma la Costituzione greca, come quella italiana, non prevedeva l’impossibilità di un referendum sulle materie finanziare? E adesso si può fare? Allora, si può proporre un referendum per togliere tutte le tasse e tutti i tagli alla spesa? Siamo seri, per piacere.

  8. G.D.

    Personalmente quello che trovo estremamente preoccupante è il fatto che in tutto questo la Commissione e il Parlamento Europeo siano stati quasi completamente oscurati, e non solo dal metodo intergovernativo, ma, con la scusa di essere i “prestatori di ultime istanza”, da una vera e propria presa di controllo franco-tedesca, che mi appare quanto di più vicino ad un colpo di stato cui si potesse assistere nell’Unione. O forse, data la natura economica di questo esercizio di egemonia, potremmo anche parlare di una nuova forma di neocolonialismo. Di certo neanche l’Italia è totalmente innocente in questo: fosse stata in uno (S)stato più credibile avrebbe potuto controbilanciare. Ma comunque qui non si tratta più di un direttorio franco-tendesco. Quella che si è aperta è una nuova fase, molto più insidiosa e potenzialmente grave, e forse per disinnescare una deriva ben peggiore bisognerebbe prendere molto sul serio questo consiglio. Forse così si potrebbe togliere una delle basi di potere del “merkozismo”.

  9. Stefano Valenti

    E’ vero, come sostiene l’articolo, che Papandreou non è Berlusconi, che ha preso decisioni impopolari e che, giustamente, non vuol essere rosolato a fuoco lento. Tuttavia il referendum ha l’aria di una mossa disperata. Papandreou ha una colpa grave: il grosso delle misure che ha preso colpiscono solo ed unicamente le classi sociali medie e inferiori. Probabilmente, se il suo governo avesse anche avviato una seria lotta al clientelismo e all’evasione fiscale e avesse osato tassare anche chi, in Grecia, se la passa bene, non sarebbe così “incompreso” anche nel suo paese.

  10. Piero

    Savino legga i provvedimenti del governo greco, in Italia non vi sara’ mai nessun governo capace nemmeno di proporli.

  11. AM

    Ha ragione Savino. Il vero quesito di questo referendum riguarda i sacrifici che il popolo greco dovrebbe affrontare per far fronte agli impegni assunti. Di fatto sarebbe come se in Italia venisse fatto un referendum per l’abolizione dell’ICI. Sin dall’antichità i greci erano famosi per queste furbate e anche noi italiani, nell’antichità colonizzati dai greci, abbiamo ereditato un poco questo modo di fare. Si spiega quindi la diffidenza dei mercati. Diffidenza che, è bene sottolinearlo, non riguarda solo il governo in carica, ma tutto il quadro politico italiano, opposizioni incluse. Quesrto spiega lo spread inferiore della Spagna, il cui quadro politico, anche nella prospettiva di elezioni, è considerato più affifabile.

  12. Andrea Zhok

    La scelta di Papandreou di indire un referendum era sacrosanta oltre che legittima. Il tema non è meramente finanziario in senso tecnico, ma storico ed esistenziale: si tratta di decidere tra due opzioni, entrambre gravide di conseguenze pesanti come il default con uscita dall’Euro o sacrifici pesantissimi ed uno stato di messa sotto tutela del paese per molti anni a venire. Se c’è un tema su cui il popolo può e dovrebbe essere interpellato è questo. Inoltre, in assenza di referendum (come a questo punto vedremo) qualunque scelta verrà vissuta da un’ampia parte della popolazione come un sopruso privo di vera legittimazione, il che è molto probabile inneschi disordini sociali pesanti. Il vero problema, ed il fastidio presente in molti commenti, è legato al fatto che questo referendum tentato è incompatibile con la condizione dei mercati ed i vincoli internazionali. Vero. Il che però, detto in altri termini suona così: I TEMPI DEI MERCATI NON SONO I TEMPI DELLA DEMOCRAZIA, DUNQUE TANTO PEGGIO PER LA DEMOCRAZIA. Prima cominceremo a porci seriamente questo problema, meglio sarà per tutti.

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