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Quel pasticciaccio delle province

La fine ingloriosa della manovra di riordino delle province lascia un insegnamento: le modifiche degli assetti istituzionali del paese non possono essere realizzate a colpi di decreti legge. E prima dell’assetto delle competenze, occorre curare gli aspetti finanziari.

La fine ingloriosa della manovra di riordino delle province, con la mancata conversione del decreto 188/2012 deve servire da insegnamento. Le modifiche degli assetti istituzionali del Paese non possono essere realizzate a colpi di decreti legge.

EFFETTO SEGNALE

L’ingegneria costituzionale e istituzionale è delicata. È sconcertante che il ministro Patroni Griffi si sia reso conto dell’incostituzionalità delle tre manovre di riordino (il decreto “salva Italia”, il decreto sulla spending review e il decreto non convertito) solo quando il decreto legge 188/2012 era a rischio; paradossale che lo abbia persino dichiarato espressamente, nello studio realizzato, in fretta e furia, per esortare il Parlamento a convertirlo comunque. Una sorta di confessione dell’incostituzionalità e, dunque, della insostenibilità della riforma.
Sarebbe stato necessario riformare la Costituzione. Il Governo evidentemente aveva stimato di non disporre del tempo e forse del consenso necessario in Parlamento e, quindi, ha optato per una riduzione del numero degli enti, puntando soprattutto all’effetto “segnale”, più che ai risparmi direttamente o indirettamente conseguibili, che, è opportuno ricordarlo, non sono mai stati quotati nel bilancio dello Stato, vista l’incertezza della loro entità. Il che stride ulteriormente con la scelta della decretazione d’urgenza, motivata da necessità di natura finanziaria.
Risparmi certi avrebbero potuto essere stimati e conseguiti se il Governo avesse voluto accorpare gli uffici periferici, organizzati su base provinciale, senza collegare tale riassetto al riordino dei confini provinciali. Per quanto, infatti, esista un collegamento logico tra territori provinciali e uffici statali, lo Stato è autonomo e può definire la sua organizzazione indipendentemente dal numero e dalla dimensione delle province. E, forse, agendo sui propri uffici, avrebbe favorito il processo di accorpamento.

COSA SUCCEDE ADESSO ALLE PROVINCE

Lo studio della Funzione pubblica paventa rischi di caos normativo, essenzialmente perché in assenza della conversione del decreto legge sul riordino e l’accorpamento tornerebbe a vigere l’articolo 23 del decreto “salva Italia”, che aveva ridotto le funzioni delle province solo a quelle di coordinamento. Secondo Palazzo Vidoni, per effetto della mancata conversioni le funzioni connesse alle scuole superiori, alla viabilità e strade, all’ambiente resterebbero non più presidiate.
Le cose non stanno così. Le disposizioni del decreto “salva Italia” non sono immediatamente efficaci. Per sottrarre alle province le funzioni loro attribuite occorrono leggi dello Stato e delle Regioni che le trasferiscano ai comuni o alle Regioni stesse. E la spending review chiarisce che il subentro da parte degli enti nelle funzioni provinciali decorre solo dal completo ed effettivo trasferimento anche delle risorse strumentali, umane e finanziarie.
Pertanto, l’intera manovra è stata concepita tenendo presente un periodo transitorio, nel quale le province avrebbero continuato a svolgere le proprie funzioni, senza alcuna soluzione di continuità. Ed è quanto accadrà nell’immediato.

RISPARMI

Il tentativo di riforma ha anche dimostrato quanto infondate fossero le teorie di chi ritiene che, abolendo le province o anche solo accorpandone, si risparmierebbero i 12,5 miliardi di spesa da esse movimentati. Le spese delle province sono connesse all’esercizio di funzioni. Se queste vengono attribuite ad altri enti, la spesa semplicemente si sposta.
Economie di scala, sono possibili. Ma sono conseguenti a riordini che tendano ad accorpare, agglomerare. E, invece, le manovre governative puntavano a disgregare le funzioni principalmente verso i comuni.
Non è un caso che lo studio del ministro Giarda sui possibili risparmi, dal ministro stesso qualificato come astratto e sperimentale, abbia quotato un risparmio non superiore ai 500 milioni, ma con moltissime incertezze.

PROSPETTIVE FUTURE

Altro elemento desolante, più che sconcertante, dello studio elaborato da Palazzo Vidoni per sollecitare la conversione del decreto 188/2012 è la constatazione che l’assegnazione delle funzioni provinciali a comuni e Regioni comporterebbe un costo per questi enti.
Sorprende che questo elemento sia segnalato dal dipartimento della Funzione pubblica solo ora. È connaturato all’intero disegno, che non fa altro se non spostare parte delle funzioni da un tipo di ente, la provincia, a un altro tipo di ente, comuni o Regioni. Poiché l’esercizio delle funzioni la cui titolarità si vuol modificare implica l’erogazione di spese, è assolutamente evidente che l’effetto è aumentare le spese di comuni e Regioni.
Infatti, uno dei difetti maggiori dei tre decreti governativi è stato la mancanza assoluta della necessaria riforma della disciplina della finanza locale e delle regole del patto di stabilità e di contenimento della spesa di personale, in assenza delle quali materialmente il riassetto non avrebbe mai potuto vedere efficacemente la luce.
Il riordino richiede scelte molto più serie e ponderate di quelle azzardate con i tre decreti. In primo luogo, si dovrebbe escludere del tutto l’idea di trasferire funzioni provinciali, per loro natura sovracomunali, ai comuni.
Per risparmiare i costi della politica annessi alle province e provare a creare economie di scala, la strada maestra è solo quella della riforma della Costituzione, con la loro abolizione e la totale assegnazione delle loro funzioni, dotazioni e personale alle Regioni.
Ciò che è da evitare, sono scelte ibride: sopprimere solo alcune funzioni e non altre, conservare gli organi di governo, ma renderli non più elettivi, rinviare a leggi regionali la scelta se assumersi le competenze o attribuirle ai comuni.
Occorrerà, prima ancora di decidere l’assetto delle competenze, curare gli aspetti finanziari. Sarà necessaria una riforma della finanza locale, tale da stabilire con estrema precisione come trasferire a Regioni o comuni o altri enti che dovessero subentrare alle province le entrate correlate alle funzioni erogate, modificando anche le regole del patto di stabilità. In questo modo, si evita il rischio di fare una riforma che “nelle more” dell’attuazione degli effetti finanziari rimanga vuota, come prevedeva il decreto legge 188/2012, non convertito.

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  1. Fabio Pietribiasi

    Sulla mancata riforma delle Province è stato ormai scritto tutto. Restano da chiarire un paio di misteri. Il primo riguarda il vicolo cieco degli accorpamenti nel quale il Governo tecnico è andato consapevolmente ad infilarsi. Perchè mai lo avrà fatto? Il secondo riguarda la reticenza di Monti, che nella sua Agenda ricorda soltanto la opportunità di rivedere l’assetto istituzionale delle autonomie locali e non propone alcun tracciato. Perchè tanta genericità?

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