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SENZA ICI AUMENTA LA SPESA LOCALE

L’Ici è sempre stata ritenuta un’imposta particolarmente iniqua dalla maggioranza degli italiani. E nel 2008 il governo ha totalmente abolito quella sulla prima casa. Ma la sostituzione delle tasse locali con un trasferimento rende più difficile per i residenti la corretta valutazione del costo dei beni pubblici locali. L’analisi dei bilanci comunali permette di isolare la variazione di spesa associata alla cancellazione dell’imposta: tra il 2007 e il 2009 c’è stato un incremento medio dello 0,9 per cento. L’effetto è ancora maggiore nelle grandi città.

Gli italiani non amano le tasse e l’imposta comunale sugli immobili non rappresenta un’eccezione. Fin dalla sua introduzione, l’Ici è stata ritenuta un’imposta particolarmente iniqua dalla maggioranza degli italiani. (1) Non sorprende, quindi, che la sua abolizione sia stata spesso argomento di dibattito politico. Nel 2008, l’attuale governo ha abrogato una parziale riforma introdotta dall’esecutivo precedente e ha stabilito la totale cancellazione dell’Ici sulla prima casa. Il 13 ottobre 2011 l’imposta comunale sugli immobili è tornata al centro delle cronache economiche. Durante un’audizione al Senato, il direttore centrale del Servizio studi della Banca d’Italia ha dichiarato che “sarebbe necessaria una riflessione sull’opportunità di reintrodurre l’abitazione principale fra gli immobili soggetti a imposta, in particolare all’Ici”. (2)

L’IMPATTO SULLA SPESA DEI COMUNI

Cancellando l’Ici sulla prima casa, la riforma del 2008 ha contestualmente stabilito un trasferimento compensativo per i comuni. (3) L’obiettivo del governo era chiaro: introdurre un rilevante beneficio fiscale per i tanti proprietari di abitazioni, lasciando inalterate le risorse a disposizione degli enti locali.
La valutazione delle conseguenze della riforma si è rivelata errata. Sono tanti i motivi per cui la sostituzione di un’imposta comunale con un trasferimento dall’amministrazione centrale può portare a un incremento dei livelli di spesa e, di conseguenza, a un peggioramento della stabilità finanziaria dei comuni.
Modelli di politica economica suggeriscono che le fonti di finanziamento di un ente influenzano la responsabilità finanziaria degli amministratori. In uno stato con un federalismo fiscale funzionante, i comuni dipendono prevalentemente dal gettito delle tasse locali e un aumento della spesa deve essere coperto con un incremento della pressione fiscale: ciò comporta un alto costo politico per gli amministratori locali perché può comprometterne la rielezione. Lo stesso problema non si presenta in un sistema centralizzato, in cui i comuni si finanziano in gran parte con trasferimenti intergovernativi: questi si rivolgeranno al governo, e non agli elettori, per far fronte ad aumenti imprevisti di spesa. (4) Analogamente, la sostituzione delle tasse locali con un trasferimento rende più difficile per i residenti la corretta valutazione del costo dei beni pubblici locali. Ciò dà l’opportunità agli amministratori di aumentare la spesa e gli sprechi. (5)

LE CONSEGUENZE DI BREVE E MEDIO PERIODO

A più di tre anni dall’abolizione dell’Ici, è possibile analizzare gli effetti della riforma sulla spesa locale. Nel 2007, l’Ici sulla prima casa rappresentava in media il 16 per cento delle entrate tributarie dei comuni. (6) Nello stesso anno il gettito delle tasse locali era pari al 26 per cento delle entrate totali, mentre i trasferimenti rappresentavano il 23,5 per cento. Nel 2009, la situazione era profondamente cambiata: i trasferimenti erano pari al 28,8 per cento delle entrate, mentre il contributo delle tasse locali era sceso al 24 per cento.

Note: Dati provenienti dai bilanci consuntivi (2005-2009) dei comuni italiani pubblicati sul sito del ministero dell’Interno. Dal 2008 le variabili riflettono i cambiamenti introdotti dalla cancellazione dell’Ici sulla prima casa.

L’analisi dei bilanci comunali permette di isolare la variazione di spesa associata alla cancellazione dell’Ici. (7)  Tra il 2007 e il 2009 (primo anno post-riforma) l’abolizione dell’Ici ha causato un incremento medio dello 0,9 per cento. L’effetto nelle grandi città è stato nettamente superiore. Le stime suggeriscono che l’aumento nel comune di Milano sia stato pari al 2,67 per cento: ciò equivale a 31 milioni di euro nel biennio 2007-2009. Un incremento percentuale anche maggiore è avvenuto a Torino (+3,64 per cento; +27 milioni), Roma (+3,23 per cento; +87 milioni) e Firenze (+3,09 per cento; +8,7 milioni).
L’analisi delle singole voci di spesa dimostra che gli aumenti hanno interessato quasi tutte le funzioni degli enti locali: ad esempio, la spesa per il welfare è aumentata in media dell’1,71 per cento, mentre il budget per il settore educativo ha subito un incremento dell’1 per cento. Queste statistiche non riportano semplicemente le variazioni totali di spesa (che potrebbero essere influenzate dalle condizioni generali dell’economia italiana), ma isolano l’impatto dell’abolizione dell’Ici.
I risultati testimoniano che almeno parte del beneficio fiscale introdotto dalla riforma è stato cancellato dal conseguente aumento della spesa locale.

Note: Dati provenienti dall’Istat e dai bilanci consuntivi dei comuni pubblicati sul sito del ministero dell’Interno. I dettagli dell’analisi empirica sono contenuti nel working paper: “Relief For Who? The Effects of a Tax-Relief Reform on Local Public Spending”. La percentuale gettito Ici sostituita dal trasferimento è riportata per l’anno 2009.

Note: Gestione del territorio raggruppa le spese di urbanistica, la gestione del servizio idrico e lo smaltimento dei rifiuti. Welfare comprende le spese per gli asili comunali e l’assistenza agli anziani.

Nonostante sia ancora presto per valutare a pieno gli effetti di medio periodo, i dati dei bilanci preventivi 2010 forniscono indicazioni interessanti. A due anni di distanza, i comuni più colpiti dalla riforma si sono rivelati più inclini a finanziare le proprie funzioni tramite il ricorso a misure straordinarie, tra cui l’alienazione di beni mobili e immobili. (8) Questi risultati preliminari dimostrano che gli effetti dell’abolizione dell’Ici si sono estesi anche alle scelte di finanziamento dei comuni.
Il beneficio fiscale ricevuto dai proprietari d’immobili nel 2008 ha eliminato una delle principali fonti di entrate tributarie locali. La rilevante riduzione di autonomia fiscale dei comuni ha avuto e avrà costi significativi a carico dell’intera collettività, proprietari di case compresi. Da questa considerazione potrebbe ripartire la riflessione sull’opportunità di reintrodurre l’Ici sulla prima casa, auspicata dalla Banca d’Italia.

(1) Un sondaggio del 2007 la pone al primo posto tra le tasse più odiate dagli italiani. http://www.corriere.it/Primo_Piano/Economia/2007/05_Maggio/22/tasse_ici_confcommercio.shtml
(2)
 http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2011-10-13/bankitalia-opportuno-reintrodurre-prima-163518.shtml?uuid=AaDLrgCE
(3) La normativa non si applica alle categorie catastali A/1, A/8 e A/9: abitazioni di pregio, ville e dimore storiche.
(4) Un esempio concreto è rappresentato dalla crisi finanziaria che investì gli enti locali durante gli anni Settanta in seguito alle politiche di centralizzazione fiscale d’inizio decennio. Una descrizione dettagliata è presente in Bordignon (2000) “Problems of soft budget constraints in intergovernmental relationships: the case of Italy”.
(5) Questa teoria è nota come illusione finanziaria.
(6) I dati provengono dai conti consuntivi dei comuni italiani pubblicati sul sito del ministero dell’Interno.
(7) I dettagli dell’analisi empirica sono contenuti nel paper: “Relief For Who? The Effects of a Tax-Relief Reform on Local Public Spending”. Il working paper è disponibile su richiesta, contattando l’autore di questo articolo.
(8) L’analisi di medio periodo è complessa perché altre riforme possono avere avuto un impatto sulle decisioni di spesa degli enti locali. Un esempio è il cambio delle regole del Patto di stabilità interno nel 2010.

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15 commenti

  1. MB

    Dismissioni anche e soprattutto a livello locale. Altro che ripristino dell’ICI…

  2. luca

    Altre tasse!!!Non sono sufficienti quelle che già paghiamo? Quello che serve è una forte riduzione della spesa pubblica, sopratutto quella parassitaria (vedi vitalizi dei parlamentari tanto per fare un esempio facile facile, ma ne potremmo indicare qualche altro migliaio, sono sicuro. Basta tasse. tanto non bastano mai.

  3. Vincesko

    L’abolizione dell’Ici sulla prima casa ( http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2558596.html ) è passata per tre fasi: le prime due volute da Prodi, che hanno interessato i redditi bassi e comportato minori entrate per circa 1,5 miliardi; la terza, decisa da Berlusconi, che ha riguardato invece i redditi alti e comportato un minore introito più elevato (2,2 mld). E’ stata una scelta negativa sotto molteplici punti di vista (v. ‘post’ allegato). Le prime case di lusso, non esenti, assommano a 40.000 unità immobiliari appena, su oltre 32 milioni). Il fondo statale compensativo pari a 2,5 miliardi per ciascuno degli anni 2008, 2009 e 2010 non è congruo, se è vera la stima prossima ai 3,7 miliardi, basata sui certificati di conto consuntivo, con un effetto inevitabile sulle compensazioni ai Comuni e sui loro bilanci.

  4. Anonimo

    Non sono d’accordo con il commento precedente. L’imposta immobiliare è uno strumento essenzialmente equo per finanziare i servizi pubblici locali, soprattutto se confrontato con le alternative (sovratasse o addizionali sul reddito, IRAP etc.). Naturalmente può essere migliorata, ad esempio sostituendola con un’imposta locale sui valori fondiari (soluzione recentemente adottata in UK). L’applicazione poi dovrebbe essere uniforme; le attuali esenzioni possono essere riconsiderate e sostituite da crediti di imposta stabiliti caso per caso.

  5. Cesare Dussin

    Ok per l’ici sulla prima casa. E i contribuenti con redditi ridicoli? Chi li tutela? La vecchina con pensione di reversibilità che vive nell’appartamento di famiglia, magari enorme ? E il pensionato al minimo? Come fa a tirare fuori i 600/700 € per pagare l’ici ? Magari questa è più di una mensilità della sua pensione. Non sempre l’Ici era un’imposta equa. Bisogna prevedere delle esenzioni. La casa in cui si vive non produce mai reddito, anzi, semmai è un costo. Forse produrrà reddito il giorno che la vendi. Sempre che si sia rivalutata (cosa incerta). Di sicuro si svaluta di 1% all’anno, in media. Se poi il terreno su cui sorge si rivaluta, questo è un’altra cosa.

  6. dvd

    Come si possa dire che l’Ici è una imposta giusta non lo so proprio, forse necessaria ma è un’altra cosa. Si parla sempre di come si fa a finanziare poi questo o quello ecc….., ma mai di come viene speso l’esistente ossia della “qualità professionale” di chi ha la leva della spesa. si parla sempre di merito negato, ma poi il “pubblico” è l’unico “esente” da tale principio perchè è “politica” e pertanto “consenso” che non è necessariamente (quasi mai) “merito”. Forse che il “servizio pubblico” non risponde alle regole di mercato anche se con minore rigore perchè si parla di “sociale”!?io non lo credo proprio. In sintesi voglio dire che prima di fare la cosa più semplice (prendere i soldi ai cittadini – non dico rubare) bisogna che la “politica” si specializzi anche in “gestione delle risorse ed economia” e se non ci riesce, che lasci il posto a chi lo sa fare invece che lagnarsi e piangere, se no tanto ci pensa il “mercato”.

  7. AM

    L’Ici è un’imposta equa ed è stato un grave errore, dovuto a calcolo elettorale, l’eliminazione dell’Ici sulla prima casa, che era già stata mitigata da Prodi con una franchigia che annullava di fatto l’imposta per le case più povere. Quest’abolizione oltre che mettere in difficoltà le finanze comunali ha creato una grave sperequazione fra i comuni delle prestigiose località turistiche (colme di seconde case) che hanno continuato a nuotare nell’oro e quelli degli hinterland delle grandi città dove l’Ici si è prosciugata dato che vi sono solo prime case. Si reintroduca l’Ici sull aprima casa, ma questo non basta. Occorre combattere l’evasione, molto diffusa sopratutto al sud dove molte abitazioni non sono neppure accatastate. E infine occorre un aggiornamento delle rendite catastali. Oggi un appartamento in centro città non ristrutturato ha un valore catastale inferiore a quello di una casa nuova di estrema periferia pur se il valore di mercato è enormmente più alto. E’ invece discutibile l’Irpef sulle abitazioni sfitte dal momento che non producono reddito, ma solo spese.

  8. Luca Barba

    L’autore, come d’altronde il resto dell’affascinante dibattito fiscale italiano, non analizza gli impatti sulla pressione fiscale complessiva di una eventuale reintroduzione dell’ICI. Nonostante l’imposta sia stata abolita, la pressione fiscale complessiva ha continuato ad aumentare, per finanziare almeno in parte lo sbilancio nei trasferimenti necessari. In aggiunta, i comuni hanno reagito incrementando dove potevano (come nel caso di Roma che ha immediatamente raddoppiato da 40 ad 80 euro mensili il costo della refezione scolastica). Una eventuale reintroduzione dell’ICI, e questo dovrebbe essere sottolineato, non dovrebbe avvenire se non a fronte di una diminuzione del resto del carico fiscale complessivo e non in termini di una imposta aggiuntiva. Alternativamente stiamo rivestendo di un alone di beltade la solita patrimoniale sugli immobili che ormai appare sempre più chiaramente all’orizzonte. Ma tagliare qualche spesuccia non avrebbe un effetto assai più benefico e diretto sulla virtuosità dello spending dei soggetti coinvolti?

    • La redazione

      Tagliare gli sprechi del settore pubblico è certamente un obiettivo condivisibile, ma il contenimento della spesa dei comuni è più facilmente raggiungibile in un regime di vero federalismo fiscale. Gli amministratori locali saranno sicuramente più restii ad incrementare indiscriminatamente le spese, se queste devono essere pagate direttamente dagli elettori tramite tasse locali. Non è detto che questo debba realizzarsi con la reintroduzione dell’Ici, ma sarebbe meglio che i comuni si finanziassero principalmente tramite tasse locali (e che pagassero in prima persona il prezzo politico ed economico di un’eventuale cattiva gestione della cosa pubblica).

  9. Paolo

    Nessuno ha mai detto di aumentare le tasse. Si e’ solo dimostrato che cancellando l’ICI le tasse sono di fatto aumentate.

  10. gio.ze

    Nel mio piccolo comune i dati coincidono in maniera sorprendente: ad oggi con i tagli ai trasferimenti statali si è tornati ad avere esattamente lo stesso livello di trasferimenti che si aveva prima dell’abolizione dell’ici. In pratica lo Stato ha incamerato l’entrata dell’ici aumentando la pressione fiscale altrove togliendo ai comuni (almeno ai piccoli)e li ha obbligati ad aumentare dove possono le tariffe per compensare.

  11. marco biondi

    La maggior parte dei lavoratori italiani ha un reddito mensile medio/basso e una sola (prima) casa di proprietà. Se si reintroducesse l’ICI tutti questi lavoratori dovrebbero sborsare annualmente grosso modo una mensilità netta del proprio reddito per pagarla (che è una cifra scandalosamente alta, non si capisce come qualcuno possa ritenere equa l’ICI). Inoltre per definizione la prima casa non produce reddito e per qualsiasi serio economista dovrebbe essere iniquo oltre che inutile mettere tasse dove non ci sono redditi. Appunto le tasse vanno messe dove ci sono redditi, oppure dove ci sono patrimoni in eccesso e non su chi a mala pena riesce e dare un tetto dignitoso alla propria famiglia. Quindi i comuni reperiscano altrove le risorse per far fronte alle proprie spese (anzi, le taglino, perchè sfido tutti voi a non trovare una percentuale consistente di spese superflue ne bilancio di qualsiasi comune e sono anche convinto che molti comuni siano enti che elargiscono risorse a chi non ne ha realmente bisogno).

    • La redazione

      Non condivido l’idea che solo il reddito o il patrimonio in eccesso debbano essere tassati. L’Ici sulla prima casa finanziava la spesa locale e veniva pagata da chi più beneficiava dei servizi forniti dai comuni, i residenti. Inoltre, i dati suggeriscono che la riforma ha causato un incremento della spesa: questo dovrà essere pagato direttamente o indirettamente da tutti, inclusi i proprietari che non pagano più l’Ici. Condivido pienamente l’idea che esistano tante spese inutili da tagliare, ma ciò sarà più facile da realizzare con un federalismo fiscale funzionante. In questo senso, cancellare tasse locali e sostituirle con trasferimenti non è la strada giusta da percorrere.

  12. RAF

    Qualcuno ha riproposto l’Ici. Non dimentichiamo che siamo in Italia le tasse vengono messe ma non tolte, quindi reimmettono ici e non tolgono i rincari che già ci sono stati su Irpef, tassa, rifiuti,ecc.

  13. Paolo Sbattella

    E’ stato stimato che il gettito derivante dall’introduzione dell’Ici sulla prima casa porterà nelle casse circa 3,5 miliardi di euro. Se il bilancio dello Stato ha bisogno (ancora e poi di nuovo ancora) di altri soldi, che li si vada a trovare nella riduzione dei costi della politica e dell’organizzazione dello Stato. Si riduca da subito il numero dei parlamentari (la metà), i loro compensi ed indennità, si tolga per tutti il vitalizio e tanti privilegi di cui godono, si elimino le province, gli enti inutili, si vendano molti più immobili pubblici di quelli preventivati, se ancora manca qualcosa si metta una patrimoniale sopra il milione e mezzo di euro ed altre misure, ma non la reintroduzione dell’Ici sulla prima casa. Si facciano respirare le famiglie se si vuole far ripartire l’Italia. E’ utopia o buon senso?

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