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COME FINIRÀ LA SAGA DEI DEBITI SOVRANI

Con le ultime notizie dalla Grecia è ripartita la crisi del debito degli Stati. C’è chi pensa che l’euro sia una coperta troppo corta. Non è così: i costi del break up lo rendono una strada a senso unico. E allora bisogna mettersi con pazienza e poco alla volta a rifondare “alla tedesca” il funzionamento dell’Unione Europea, non solo quella monetaria. Dopo aver salvato la Grecia: altrimenti non ci sarà nessuna Unione da rifondare.

La saga della crisi dei debiti degli Stati è entrata nella sua fase finale. Ecco qui riassunte l’ultima puntata e quelle precedenti. Alla fine, i possibili finali e una previsione: se oggi non si salva – ancora e sgradevolmente – la Grecia, non ci sarà nessuna Unione da rifondare su nuove basi.

LA FASE PIU’ RECENTE DELLA SAGA DEI DEBITI SOVRANI

La fase più recente della saga è cominciata ancora una volta con le notizie in arrivo dalla Grecia. Parlando con gli imprenditori riuniti a Salonicco, il ministro della Finanze Evangelos Venizelos ha annunciato che l’economia greca nel 2011 vedrà il proprio Pil ridursi per più del 5 per cento. La recessione greca sarà cioè probabilmente ben più aspra di quanto previsto (o sperato) dal governo greco e dalla troika composta dalla Commissione europea, dalla Bce e dal Fondo monetario internazionale. Le misure di austerità introdotte nel 2010 (aumento dell’Iva e tagli agli stipendi dei lavoratori pubblici e alle pensioni) stanno producendo il risultato atteso di ridurre la spesa pubblica. Ma assieme a questo effetto sta arrivando l’effetto recessivo delle misure. Il guaio è che una recessione più severa si mangia a catena le entrate fiscali e porta con sé nel baratro gli obiettivi di riduzione del deficit concordati con la troika come condizione per continuare a ricevere gli aiuti che danno ossigeno all’economia greca. E allora ecco arrivare l’ennesima correzione: con i primi mesi del 2012, a essere spremuti saranno questa volta i proprietari di casa, per quattro euro al metro quadro. Ma se la recessione peggiora ci vorranno ancora più aiuti per evitare il default del governo greco. Evento da non dare per scontato in presenza di crescente insoddisfazione dell’elettorato tedesco e dei vincoli a ulteriori decisioni che comportano oneri per il contribuente posti dalla Corte costituzionale.
E se la crisi greca si avvita ancora una volta, ecco un’altra buona ragione per l’ulteriore caduta dei valori di borsa delle banche francesi. Bnp Paribas, Societé Generale e Credit Agricole hanno già perso circa il 50 per cento del loro valore tra giugno e metà settembre 2011. I loro attivi sono ancora troppo esposti nei confronti del debito pubblico greco. A seguire, sono arrivate puntuali il declassamento del rating di due di esse da parte di Moody’s assieme alla dichiarazione di supporto del governo francese nei confronti delle tre banche e – possiamo scommetterci – con il solito grido di “dalli all’untore” nei confronti delle società di rating. Fino alla prossima volta.

LE PUNTATE PRECEDENTI

Con il procedere delle varie puntate della saga, la sensazione che l’euro sia (o sia diventata) una coperta troppo corta è divenuta palpabile. Con il senno di poi, oggi sembrerebbe facile concludere che l’idea di fare un’unione monetaria – una grande unione monetaria – tra paesi molto diversi, dotati di differenti istituzioni nazionali di supervisione dell’attività bancaria, senza un solido meccanismo di aiuti di emergenza e senza un insieme di regole fiscali più credibile di quello sancito nel Trattato di Maastricht sia stata – diciamolo – un imprudente salto nel buio. Un esempio dei danni che l’ottimismo della volontà può arrecare quando lo si fa prevalere sul pessimismo della ragione.
Sull’altro lato dell’oceano Atlantico, peraltro, gli americani ci avevano avvertiti che l’euro era uno strano animale. Ci avevano detto che non si era mai vista un’unione monetaria tra paesi che mettevano l’autonomia politica nazionale in cima alle loro agende politiche. Abbiamo pensato che avessero paura di perdere il monopolio del dollaro come valuta di riserva nelle transazioni internazionali, la fonte ultima di finanziamento del loro tenore di vita. Comunque, per dieci anni, a dispetto dello scetticismo americano, l’euro ci ha portato almeno un beneficio, molto evidente nella figura riportata sotto: la riduzione e la convergenza dei tassi di interesse e un forte impulso verso una maggiore disponibilità di credito in tutta Europa.

L’occasione è stata però largamente sprecata dai singoli Stati: i governi si sono goduti il bonus del minor costo del debito e hanno continuato a fare quello che facevano prima della corsa verso l’euro. Hanno creduto che l’euro – quasi come la caduta del Muro di Berlino – fosse la “Fine della Storia”. E invece era solo l’inizio, l’inizio di una nuova fase in cui tra i paesi europei cominciava la gara delle riforme: senza lo strumento del cambio solo chi fa le riforme necessarie a mantenere la competitività riesce a vincere sui mercati europei e mondiali. L’euro ha quindi finito per accrescere le differenze tra i paesi dell’Unione, tra quelli che stanno in piedi con le loro gambe perché hanno fatto le riforme e quelli che non ce la fanno perché non hanno adattato le loro istituzioni a una società invecchiata, ma globale. I primi crescono in modo equilibrato, gli altri no: spagnoli, irlandesi e greci sono cresciuti ma alimentando gravi squilibri, italiani e portoghesi non sono cresciuti affatto.
A far scoppiare la bomba è stata la crisi finanziaria del 2008-09. La crisi – o meglio le risposte alla crisi – hanno provocato un rapido peggioramento dei conti pubblici anche nei paesi rigoristi dal punto di vista fiscale, il che ha accresciuto l’attenzione dei contribuenti verso il “bang for the buck”, verso i ritorni e i costi sociali della spesa pubblica. Fino a che la spesa pubblica è inefficiente ma non provoca un insopportabile fardello fiscale, spiegare a un tedesco che occorre salvare un paese come la Grecia per consentire che l’unione monetaria continui a funzionare potrebbe non essere troppo difficile per un buon politico (Helmut Kohl riuscì a far digerire ai suoi concittadini un inverosimile cambio uno a uno tra il marco occidentale e quello orientale). Ma le cose si complicano quando il debito pubblico aumenta rapidamente (dal 65 per cento del Pil del 2007 all’84 per cento del 2011 in Germania). E così l’opinione pubblica tedesca ha cominciato a pensare seriamente all’ipotesi di sbarazzarsi dei “deficit sinner” – dei peccatori del deficit, a cominciare dai greci ma per arrivare forse agli italiani – come ci hanno fatto capire le dimissioni del banchiere centrale tedesco Jurgen Stark dal consiglio della Bce.

SALVARE LA GRECIA E RIFONDARE L’UNIONE

Il problema o la fortuna, a seconda dei punti di vista, è che l’euro è una strada a senso unico. Chi ha provato a fare i conti del costo del break up (lo hanno per ora fatto in modo un po’ sbrigativo tre economisti di Ubs) ha tirato fuori numeri da capogiro come 6-8 mila euro per ogni tedesco solo nel primo anno, il 15-20 per cento del Pil tedesco. Al di là dei numeri precisi, conta la logica del ragionamento: già nella fase di transizione verso la nuova situazione, si verificherebbero massicce fughe di capitale verso la Germania e gravi insolvenze nei paesi più deboli dell’area euro orfana della Germania, con un drammatico apprezzamento del neo-marco rispetto all’euro. Implicazioni più ovvie per i tedeschi? Almeno due: le aziende tedesche non esporterebbero più frigoriferi e automobili nel resto dell’Europa e nel mondo e le banche tedesche si troverebbero piene di titoli del debito denominati nella valuta sbagliata (l’euro). Se dunque fosse la Germania a lasciare l’euro, ogni cittadino tedesco si troverebbe a sborsare un sacco di soldi per ricapitalizzare il sistema bancario e per salvare la Miele e la Volkswagen.
Che cosa rimane ai tedeschi e all’Europa allora? Rimane una strada obbligata: quella di mettersi con pazienza e poco alla volta a rifondare “alla tedesca” il funzionamento dell’Unione Europea, non solo quella monetaria. Se riuscirà a ottenere da tutti i partecipanti all’Unione le riforme desiderate, a quel punto diventerà irrilevante la nazionalità di chi sarà a capo dell’Unione riformata e le resistenze dei contribuenti tedeschi potranno essere superate e la Costituzione tedesca opportunamente emendata. Ma è bene tenere a mente che tutto ciò non potrà avvenire prima di aver spento l’incendio, cioè avendo prima – subito – garantito un rinnovo di aiuti pluriennali che eviti alla Grecia la prosecuzione della strategia di lento suicidio economico a cui sta andando incontro nell’attuazione del suo programma di aggiustamento fiscale. Se non si salva la Grecia oggi, non ci sarà nessun trattato europeo da riscrivere domani.

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40 commenti

  1. rosamaria marra

    Mi sento di condividere con Lei la ragionevole certezza – minata ad arte da chi sui movimenti di capitale fonda quotidianamente lauti profitti – che il processo di consolidamento del sistema europa è irreversibile ; se cosi’ non fosse il costo pagato finora in termini di sprpositato impoverimento dovuto allo scontato passaggio dalla 1000 lire all’euro nei prezzi al dettaglio nel lontano 2001 , opportunamente sottaciuto, equivarrebbe alla monetizzazione di una perdita in conto capitale senza possibilita’ di recupero (come per il capital gain ) Sostenere fortemente il Progetto Europa è un sacrificio che noi genitori abbiamo l’obbligo di sopportare in nome di un mondo migliore per le generazioni future

  2. Alessandro

    Da non addetto ai lavori mi sembra chiaro e condivisibile. Grazie per la buona informazione.

  3. leonardo cavallo

    C’è tanta paura per una probabilità di default dell’Italia, perché, ora cosa siamo, se non un Paese fallito? La Germania compra i nostri titoli, la BCE intima al Governo dell’Italia, con una lettera, cosa fare, il presidente del consiglio s’invola a Bruxelles a consigliare di imporre al governo italiano alcune leggi, esentandosi dalla responsabilità. Se questo non è un fallimento, che cosa è?

  4. Mazzalai Andrea ( Blog Icebergfinanza )

    Oggi il debito pubblico tedesco lorodo è superiore a quello italiano se si considerano gli oltre 400 miliardi di assets tossici stivati nelle le bad bank che si sono fatte carico dei salvataggi delle banche tedesche per non parlare di KFW Kreditanstalt für Wiederaufbau, della quale la Germania non include nel suo debito pubblico le passività dal almeno 16 anni. La Germania non ama gli eurobond oltre che per il maggiore costo che ne subirebbe in termini di finanziamento perchè il fondo salvastati è il miglior sistema per salvare le proprie banche senza dare nell’occhio. L’EFSF concede credito al Paese in difficoltà il quale lo gira alle banche del suo paese le quali a loro volta liquidano le banche tedesche, semplificando all’inverosimile. Per anni le banche tedesche incapaci di attrarre con la loro liquidità il cittadino tedesco facendolo indebitare hanno concesso credito in mezza Europa fomentando bolle immobiliari in Irlanda e Spagna, finanziarie in Islanda e industriali in Grecia. E questo sarebbe il virtuosismo tedesco, l’insegnamento dal quale dobbiamo attingere?

  5. SAVINO

    Finirà inevitabilmente col default, che io non considero poi così tanto negativo. Servirà a dare quella consapevolezza della gravità della situazione che si continua a non avere. Bisognerà rimboccarsi le maniche e, prima di tutto, attrezzarsi per garantire forme alternative di accesso al credito per imprese e famiglie. Io da giorni penso che sia inutile continuare a svenarsi con sacrifici enormi per salvare questo sistema creditizio e mettere delle toppe che non bastano mai al debito pubblico. Per questa ricostruzione, che auspico, si deve però pretendere campo aperto per politici nuovi, di un’altra generazione, con il coraggio di ristrutturare assieme al debito la casa Italia sin dalle sue fondamenta, senza pietà alcuna delle lobbies, partendo da legalità con tolleranza zero, ricerca e sapere, ampie liberalizzazioni, intera imposizione fiscale su base patrimoniale (tassare i tesoreggiamenti improduttivi, non il reddito sudato) e drastica riduzione di volume delle istituzioni, pensando ad una repubblica presidenziale, con sistema monocamerale e macro-regioni. Sullo sfondo, un totale cambio di mentalità, non più all’italiana, che dia fiducia agli investitori esteri.

  6. Augusto A.

    La scelta a mio avviso è binaria. Corriamo in avanti, verso gli Stati Uniti d’Europa, con legislazione economica e sociale identica in tutta Europa, ma con anche con un esecutivo ed un parlamento con poteri reali ed eletti democraticamente. Ci fermiamo, andiamo in default e rompiamo l’unione monetaria, sopportandone i costi e ripartiamo da zero. Ci aspetterebbero alcuni anni orribili ma avremmo la chance di rifondare le nostre società e di cambiare la classe dirigente. La terza via, indicata nell’articolo, è la peggiore, perché porterebbe a decenni di stenti e recessione e ad un’Europa neoliberista. Io non voglio vivere senza che vi sia il primato della politica sull’economia e in un paese in cui non vi siano meccanismi di redistribuzione della ricchezza.

  7. Giuseppe

    “senza lo strumento del cambio solo chi fa le riforme necessarie a mantenere la competitività riesce a vincere sui mercati europei e mondiali. I governi si sono goduti il bonus del minor costo del debito e hanno continuato a fare quello che facevano prima della corsa verso l’euro” Non ho memoria che concetti così importanti siano stati spiegati in modo forte e chiaro agli Europei e ai loro governanti a tempo debito. Colpa degli addetti ai lavori in grado di prevederlo? Forse non è troppo tardi per ribadire a gran voce quanto spiegato nell’ottimo articolo. Magari aggiungendo che il peso degli Stati sull’economia andrebbe alleggerito di molto.

  8. Dirk

    Sottoscrivo nella sua interezza il pregevole intervento del lettore “Savino”. Ringrazio l’autore dell’articolo per la semplice e comprensibile fattura, nonostante l’osticità dell’argomento trattato.

  9. Anonimo

    Le politiche di unificazione territoriale in un aggregato unitario quale è l’U.E., richiedono un’intervento di unità politica inizialmente attraverso una attuazione di una qualche forma di protezionismo economico regionale.

  10. Anonimo

    Oppure le politiche unitarie politiche in una area di unione monetaria quale risulta essere l’U.E., dovrebbero garantire politiche monetarie liberiste in funzione della unità valutaria e quindi l’euro.

  11. ANTONIO MOCCIA

    Penso che a questo punto il male minore sia l’uscita della Germania dall’eurozona. Potrebbe così ritornare al vecchio marco ed evitare il default dei paesi periferici. L’euro si deprezzerebbe, le merci si esporterebbero più facilmente. Un pò male andrebbere alle importazioni dei prodotti energetici ed ai tassi di interesse.

  12. mirco

    Finalmente… diventeremo tutti tedeschi nel modo di fare e di vivere. Almeno l’italia non sarà quello che oggi leggiamo sui giornali…

  13. Carlo Caleffi

    Apprezzo il suo commento, ma come sempre in Europa siamo autoflagellanti, il problema non è l’Euro o i debiti sovrani EU che paragonati a quelli di US o Giappone sono risibili. Il problema è che ormai il dollaro non rappresenta più la moneta di riferimento e l’euro è stato comprato e sostituito in parte in tante banche centrali. Dal 2001 al 2011 in 10 anni il deficit US è esploso da 5.8 Trillioni a 14 Trillioni! In dieci anni hanno fatto peggio dell’Italia, nessuno lo scrive…perchè? Per cui la presenza dell’euro è una ingombrante alternativa alla ricerca spasmodica di denaro con cui finanziare il debito…allora il passo è breve per cercare di far saltare l’euro e far pensare che l’unica moneta è il USD… peccato però che l’agenzia di rating cinese abbia dato una bella A ai titoli USD… in Europa oggi manca solo il coraggio dei politici!

  14. padanus

    Riprendo quanto scritto da Savino, il default greco è auspicabile, ma per certo dopo si comincierà a parlarne anche per l’italia. In europa già si dibatte che i paesi mediterranei devono essere scaricati, l’Italia tutta intera fuori dall’euro. Purtroppo la storia insegna che lo stivale è irriformabile, Roma è un nodo gordiano che non si può sciogliere. Quale soluzione? Come rinnovare la classe dirigente? Certo non finendo in mano ai tedeschi! Ma ripartendo dai territori, prendere atto che l’Italia continentale ha una struttura economica che può sopportare l’euro, l’italia peninsulare ha tutto da guadagnare se tornasse alla Lira, svalutasse e si riorganizzasse politicamente. Ed il Debito pubblico? Resta in carico all’Italia continentale, resta donominato in euro (con i tassi di una valuta più omogenea e forte). Ovviamente per ripagare il debito occorrono forti avanzi primari, cosa semplice da ottenere in Italia continentale considerato che dividendo le valute si dividono anche le politiche economiche (e già le regioni padane hanno surplus netti) e si potranno upre abbassare le tasse. La classe politica deve rinnovarsi per forza: Roma resterà la capitale dell’Italia peninsulare.

  15. Daniele Taddei

    Irrazionalità dei mercati: se l’Europa (leggi Francia e Germania) ha scelto di evitare il default della Grecia (leggi delle banche franco-tedesche che ne detengono i titoli di debito) attraverso l’FSFE, cosa giustifica il differenziale di spread tra un bond greco ed un bond tedesco? Mano visibile del mercato: l’acquisto di titoli di debito italiani e spagnoli da parte della BCE, per rispondere agli attacchi speculativi del mercato (una mano molto visibile) equivale, stanti le quote di partecipazione alla BCE, ad uniformare il livello di garanzia sui debiti sovrani europei. I mercati hanno voluto questo. E i governi hanno creduto fosse il male minore. Risultato ottenuto: tutti i titoli di Stato emessi in euro hanno (avranno) lo stesso livello di rischio e lo stesso rendimento. Di qui a chiamarli Eurobond la strada è breve. Risultato evitato: default (guidati?) all’interno dell’area Euro. Forse avrebbero aiutato a mettere a nudo, o in braghe di tela, alcuni re.. e alcuni sudditi.. Chiudo chiedendo: davvero il default greco avrebbe significato la fine dell’Euro? Non poteva essere il grimaldello per una sua (sana) svalutazione, salva l’unione politica?

  16. Fabrizio

    Articolo interessante. sarei curioso di leggere un’analisi sull’ipotesi di ritorno alla lira. Ipotesi questa che ho sentito circolare ultimamente, per esempio sostenuta da Loretta Napoleoni a Unomattina. Sono molto scettico sui vantaggi che questo comporterebbe: un eventuale miglioramento in conto corrente compenserebbe la dinamica in conto capitale? Al ritorno alla lira si accompagnerebbero politiche inflazionistiche per ridurre il debito reale? E che effetti avrebbe questo sulla crescita? Come verrebbero ripagati i creditori internazionali? Si ccompagnerebbe a un qualche forma di ripudio del debito? Domande per le quali sarei felice di leggere qualche vostra analisi.

  17. Anonimo

    La proposta degli euro-bond risulta essere molto positiva in qualità funzionale di corporate-bond (alti rendimenti per la finanza, finanziamento del debito per le imprese private)…

  18. Alessio Calcagno

    Non sono d’accordo. Secondo me, alla fine i tedeschi potrebbero benissimo scegliere di abbandonare l’euro. Le persone seguono impulsi primordiali, non leggi economiche. Altrimenti avvremmo le liberalizzazioni in Italia, due guerre mondiali non sarebbero mai avvenute e un primo ministro…

  19. massimo malvestio

    Il problema non è solo la Grecia. Il problema vero è l’Italia e il problema di Grecia e Italia è diverso da tutti gli altri paesi della UE. In Italia e Grecia ci sono porzioni intere del territorio o dell’amministrazione pubblica nelle quali non si riesce ad applicare la legge: qualsiasi ricetta di “germanizzazione” ha come ovvio presupposto l’effettività dell’ordinamento. Sono 150 anni che non si riesce ad applicare la legge in molta parte dell’Italia meridionale e non saranno certo i tedeschi a risucirci oggi. Se vogliono salvare l’euro si rassegnino a pagare senza discutere.

  20. giuseppe zelaschi

    Con questo livello di debito non può che finire male. Prima di tutto perchè non c’è consapevolezza della situazione in cui ci troviamo. L’italiano medio è convinto che i sacrifici li debbano fare i vicini, i parenti, e in genere gli altri…. I nostri governanti non ci parlano chiaro. Quando un capo di governo di uno stato in grave crisi, annuncia che non vuole mettere le mani nelle tasche degli italiani ci prende in giro! Chi, se non i cittadini, con le debite proporzioni, devono sopportare il pesi del debito? Come diceva il ‘vecchio La Malfa’ negli anni 70 ”L’Italia sta vivendo sopra le proprie possibilità, si sta mangiando il capitale”. Ora non possiamo più vivere sul capitale, ma dobiamo pagare tanti interessi. Poi in piazza si sentono comizianti che sostengono che i diritti acquisiti non si toccano. Ma ormai nessuno ci permette più di vivere sopra le nostre possibilità.

  21. maurizio sbrana - lucca

    Io penso che di questa ipotesi non si debba nemmeno lontanamente parlare… Ciò che potrebbe accadere realmente cerdo che nessuno lo sappia. Si può soltanto ‘immaginare’: (per l’Italia) ritorno alla lira significherebbe senz’altro una forte svalutazione della moneta (diciamo 50%?). Da qui inflazione galoppante, fuga dei capitali all’estero, tassi di interesse dei titoli di stato a livelli impensabili, da cui default! Roba da matti. Molto più semplice impegnarsi con delle serie Riforme (a partire da quella fiscale), che possano rimettere in carreggiata il Paese. Non dimentichiamoci mai che l’Italia ce la può fare, solo che lo voglia…(è noto che siamo uno dei Paesi più ricchi del Mondo!).

  22. piero

    Ad oggi non ho ancora visto una presa di posizione da parte degli economisti sulle modalità concrete per uscire dall’attuale crisi dell’euro, abbiamo chiara la posizione della Germania, che alla fine (quando non c’è via di uscita concede al paese la ciambella di salvataggio, in cambio di perdite di posizioni politiche e di reputazione), della Francia che dovrebbe avere una forte convergenza con la Germania, il disinteresse degli altri paesi no euro, la preoccupazione dei paesi euro indebitati oggetto di speculazione finanziaria, che devono correre sempre a convincere l’Europa sulla serietà delle loro manovre. Tale situazione è semplicemente incresciosa e ridicola, in fin dei conti se i paesi deboli non si possono permettere una moneta forte, è giusto che escano dall’Euro, è inutile fare i calcoli del costo in caso di uscita, nessuno può prevedere cosa succede, i paesi deboli non hanno altro che dei vantaggi, con il riappropriarsi della politica monetaria non saranno più oggetto di speculazione e potranno fare sicuramente una sana politica di crescita sganciandosi dalla locomotiva tedesca, che ad oggi non ha portato ai paesi deboli nessun vantaggio.

  23. Piero

    I mercati finanziari hanno bisogno di una moneta unica per più stati o accordi monetari tra più stati che regolano il cambio delle monete (sme1, sme2, brettonwods ecc), nella storia questa esigenza ha sempre avuto una breve durata, oggi stiamo vivendo il declino di una ulteriore situazione creata dalla finanza. Si tratta di una lotta tra l’economia finanziaria e quella reale ossia l’economia di pochi contro l’economia della massa, sicuramente oggi sta prevalendo la forza dell’economia reale su quella finanziaria, non facciamone un dramma, rassegnamoci sul fallimento dell’euro. Si andrà sicuramente avanti, forse anche meglio.

  24. Piero

    Il fallimento dell’euro non vuol dire fallimento dell’Europa, anzi serve a far riflettere i paesi UE a cambiare rotta per trovare situazioni politiche per la crescita. I paesi ue sono andati indietro sulla costituzione europea e quindi non capisco perché non possono tornare indietro sull’Euro, in fin dei conti è stato adottato solo dalla metà dei paesi euro(forse qualcosa di più). Quando si adottò lo SME non era forse un sistema di cambi fissi? Quando fu abbandonato chi è fallito? Non è successo nulla, i paesi deboli hanno riallineato i loro conti, solo che gli stessi non hanno adottato politiche rigorose, quindi oggi con l’abbandono dell’Euro e con i vincoli costituzionali di pareggio credo che il problema sia risolto.

  25. Piero postacchini

    Per tutto quello che sta accadendo in questi giorni, rimando ad un mio commento pubblicato su lavoce.info nel 2007.

  26. antonio gasperi

    Forse qualche commentatore (mi riferisco a Savino e ai suoi estimatori) finge di dimenticare o non sa perché è troppo giovane la situazione in cui si trovava l’Italia nel 1992, quando la liberalizzazione dei capitali in Europa portò contemporaneamente ad una voragine della bilancia dei pagamenti e al tracollo della lira. Siamo allora così sicuri che il sistema delle svalutazioni competitive potrebbe funzionare in un paese che importa energia ed esporta in mercati maturi? Mi pare che il senso unico indicato dal prof. Daveri sia per ora inevitabile: come cittadini dobbiamo quindi esigere dal governo una politica di rigore e sviluppo.

  27. Anonimo

    Le dinamiche di crescita della struttura gerarchica dei tassi di rendimento e, quindi, dei saggi di interesse equivalenti di profitto degli scambi finanziari, sono funzionali al raggiungimento delle categorie commerciali delle economie reali della produzione in assenza di pieno impiego dei fattori concorrenziali di produzione. Dunque, un aumento della spesa di natura pubblica è garantita da un aumento delle produzioni delle società di capitale, a parità del costo del capitale stesso.

  28. Pippo

    A chi conviene il default dell’Italia? Visto che da fonti Bankitalia il 56% del debito pubblico italiano è in mano ai risparmiatori italiani a questi non conviene certamente! (Circa 300.000 risparmiatori italiani sono già stati “fregati” dal default dell’Argentina) Quindi ci passeremo la fregata da soli perchè gran parte dei risparmiatori italiani hanno accumulato dei tesoretti da utilizzare in caso di necessità (normalmente per una vecchiaia serena o per garantire un buon futuro ai figli) Andiamo a guardare un altro aspetto: il patrimonio del nostro paese. Penso che grazie a quanto ereditato dai nostri avi nel corso di almeno 20 secoli abbiamo un patrimonio in grado di garantire il debito attuale (potrei anche sbagliare ma non credo). Allora perchè non rinnovare l’intera classe politica in quanto non in grado di avviare le riforme necessarie a salvare il paese visto che fino ad oggi ha cercato solo di tutelare i propri interessi (lo ha dimostrato fino all’ultimo) e mettere mano ad un programma serio di crescita, di lotta alla corruzione,all’evasione fiscale e alla ciminalità organizzata. Sarà un sogno?

  29. Cosimo

    Trovo molto scoraggiante l’articolo sulla saga dei debiti sovrani, ma trovo ancora più scoraggiante, continuare a insistere con un sistema economico basato sulla crescita. Tale concetto crea decrescita sociale alternata. Il futuro dell’umanità tutta, poggia nel concetto della condivisione. Stati “sovrani” ( liberi dai diabolici poteri sovranazionali) e riconoscendosi nella federazione degli stati, condividano, obbiettivi e crescita sociale, in progettualità condivisa.

  30. Maurizio Grassi

    Da aspirante economista da strapazzo credo che non solo il costo del Break up è oggi per molti paesi europei ampiamente insostenibile, ma lo stesso “sentiment” dei tedeschi mi sembra ben diverso da quello dei suoi governanti, come dimostrano oggi i risultati elettorali. Quello che però mi sorprende di più di questo dibattito è che ci siamo scordati dei piani di quantitative easing degli USA. 16 Trilioni di dollari stampati negli ultimi quattro anni credo che non potranno che portare ad effetti dirompenti sul valore della moneta americana. Oggi dibattiamo sull’Euro, ma il vero malato terminale è il dollaro. In Europa basterebbe andare verso gli Euro Bond, magari vincolandoli ad un piano di riforme nei paesi più in difficoltà, senza costringerli a strizzare i loro contribuenti come degli stracci vecchi, per spostare immediatamente la partita sul tavolo americano. In ultima analisi vedo una svalutazione del dollaro come non dico imminente ma almeno molto probabile nel medio periodo, mentre ho idea che seppure dovrà succedere lo stesso all’Euro, questo seguirà più avanti nel tempo. E’ l’unica soluzione per far ripartire l’economia dei due blocchi.

  31. Stefano Dovico

    Un sincero complimento all’autore dell’articolo, ed ai saggi commentatori intervenuti. Vorrei anch’io postare il mio punto di vista che è il seguente: la realtà dei fatti è statica, e non vedo svolte dello scenario attuale, il quale non può né andare avanti né andare indietro. L’europa è sotto scacco, anche se non ancora “matto”. Il problema Italia, che è quello vero e innominabile non può essere risolto a livello europeo a causa delle sue dimensioni. Credo che la nostra situazione e quella europea sia oggetto di preoccupazione in tutto il mondo.

  32. enzo

    Penso che sarebbe ora di eliminare la locuzione : salvare la grecia, se non per buon gusto almeno per compassione. Il vecchio keynes diceva che se hai un grosso debito non sei tu ad avere un problema ma la banca. Nel caso greco invece pur di salvare le banche creditrici si è condannato a morte un paese intero. E’ evidente che il precipitare dell’economia greca è strettamente correlato alle politiche di “salvataggio”. Quello a cui assistiamo è un continuo rifiuto di accettare la realtà e rimandare l’unica soluzione possibile : l’uscita dall’euro della grecia , l’avvio di una politica di sviluppo della grecia basata su svalutazione , investimenti esteri e tagli della spesa pubblica improduttiva, trattativa per spalmare sul lungo termine il debito greco con le banche. Certo per le banche sarebbe una bella botta, tuttavia potrebbero essere “salvate” dagli stati europei con iniezioni di moneta, non gratis, ma in cambio di partecipazioni : meglio che ipotecare le isole greche o no?

  33. Savino

    Conosco bene la discussione sul federalismo europeo dal Manifesto di Ventotene in poi e lo condivido, ma rispetto alla fase che viviamo, esso ha una matrice ideologica, che lo rende parziale. Di fronte a problemi nuovi si richiedono soluzioni diverse da quelle tradizionali. Non è sufficiente una exit strategy qualunque, ma sono subentrati nella nostra situazione paletti etici e di giustizia sociale da affrontare senza rinvii, che ci debbono condurre a risolvere il momento critico facendolo pagare a chi lo ha provocato. Dobbiamo parlare, come ha detto il Capo dello Stato, un linguaggio di chiarezza e verità per dire che cosa c’è dietro la minaccia del rischio default. In questi 20 anni in Italia le manovre lacrime e sangue non si sono fatte per il “mantenimento del rigore nei conti pubblici” (problema mai risolto), bensì per tenere in piedi l’attuale sistema delle banche. Oggi si persevera in questo intento con una manovra al dì. Ebbene, ponendomi il problema di assicurare credito in modo alternativo alle famiglie e alle imprese, io ribadisco semplicemente che quel sistema di banche non lo voglio salvare pagando altre tasse e vedendomi tagliare servizi pubblici essenziali.

  34. Augusto A.

    Non ‘Abbiamo’ vissuto sopra le nostre possibilità. Io non ho autorizzato quel debito pubblico e non sapevo il rischio che correvo. Non ho nemmeno votato per i governi che ne hanno creato la maggior parte. Non ne ho tratto alcun vantaggio diretto e non vi ho investito. Io quindi non lo voglio pagare! Il debito è stato contratto illegalmente! Equador ed Islanda docet.

  35. Anonimo

    Le produzioni monetarie in presenza di unificazione valutaria delle diverse aree regionali, hanno determinato una creazione di nuovi imput produttivi concorrenziali in relazione con il contenimento del tasso di inflazione e, quindi, una deflazione dei prezzi relativi di mercato in riferimento alle nuove specializzazioni produttive (vedi processi di outsourcing localeglobale), con effetti negativi per le produzioni di merci meno competitive o scarsamente protette; il tutto a salvaguardia del coefficiente di risparmio definito come preferenza al consumo di beni futuri, e, indifferente rispetto alla quantità di beni presenti e quindi al tipo di regime fiscale.

  36. bob

    Torniamo all’origini! Quale è lo scopo di un sistema economico? A chi conviene distruggere una classe media? Se il sistema economico-finanziario non ridistribuisce ricchezza è un sistema che si annienta da solo, almeno quello capitalista.

  37. annata77

    Ma se fossero colpite Gran Bretagna, Svezia o Danimarca, in quel caso che si fa? Da quello che apprendo mi sembra che ci sia questa situazione: il debito è di ogni singolo Stato da una parte, mentre la Banca Centrale Europea è unica. Questo mi fa pensare che ci sia qualcosa di strano.

  38. Francesco Burco

    Sono decenni che le politiche monetarie espansive, rese possibili senza limiti dal sistema bancario a riserva frazionaria , hanno fatto saltare l’allocazione efficiente delle risorse. E’ un pò come se l’economia fosse disseminata di quei capannoni o ospedali abbandonati che capita di vedere nei servizi di striscia la notizia. E’ la struttura produttiva nel suo complesso che sconta decenni di manipolazioni del denaro (e dei tassi) e dunque è totalmente distorta. Una battuta che coglie ciò che accadrà fra qualche tempo è quella di chi dice che ci troveremo a friggere le uova sull’i-pad perchè i padellini saranno introvabili. Il corpus economico ha prodotto cose che non sono utili, certo ha distribuito stipendi e aumentato la ricchezza inizialmente, ma il conto prima a un certo punto arriva, e arriva sottoforma di magazzini pieni di merci, capannoni industriali abbandonati, tanta disoccupazione, rabbia sociale, autoritarismo, guerre. Incidentalmente (ma non casualmente) la grande massa monetaria, il blob di liquidità delle banche centrali, cresce insieme alla dimensione dell’apparato dello stato, fin quando questo scahiaccia e annienta il libero individuo.

  39. Gio

    Probabilmente il prossimo passo sarà l’emissione di debito pubblico con garanzie reali, terreni demaniali, opere d´arte, pezzi di territorio….difficile pensare che esistano ancora investirtori disposti a credere alle emissioni senza garanzie.

  40. Alfonso Busani

    Ho letto tanti interventi e mi sembra che non si riesca a stare sull’evidenza delle cose. Da sempre chi, ricco o povero, sistematicamente, spende più di quello che ha senza mettere fieno in cascina per l’inverno, o chi non si preoccupa di costruire regimi di spese fisse quando può contare su entrate variabili (dipendenti da cicli economico), prima o dopo schiatta con o senza aiuto e sono cavoli suoi. Discutere sulle esistenti o presunte cause scatenanti, quelle che evidenziano che il re è nudo non perché è stato spogliato ma perché ha venduto i vestiti, è solo perdere tempo ed annebiarsi la vista. Nel ns. mondo globalizzato esistono tribù primitive con economie ferme all’età della pietra che ovviamente non possono crescere ma che sopravvivono con un equibrio che non li indebita e non li obbliga a vendere i loro piccoli patrimoni. Sempre si salvano le formiche mentre le cicale fanno vita molto più tribolata anche se si industriano e specializzano in artifici finanziari. Le altre illusioni sono quelle delle cicale di primo pelo o di pelo ingrigito che gridano a tutti che loro non centrano e che quindi devono essere le formiche e le formichine tedesche o cinesi a provvedere.

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