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DALLA SCUOLA AL LAVORO, PASSAGGIO DIFFICILE

La durata della transizione scuola-lavoro varia da paese a paese. Un confronto sul rapporto fra tasso di disoccupazione dei giovani e degli adulti mostra che i risultati migliori si registrano nei paesi anglosassoni, che hanno il mercato del lavoro più flessibile. Al loro fianco, Germania e Giappone, dove funziona bene il collegamento fra sistema di istruzione e mondo del lavoro. Con la crisi, però, la disoccupazione giovanile è aumentata ovunque. Ma i paesi ex-socialisti e quelli mediterranei hanno migliorato le loro posizioni.

Interrogarsi sulle differenze fra paesi nella durata delle transizioni dalla scuola al lavoro aiuta a riflettere sui fattori di successo e di insuccesso. In questa nota, ci si concentra sul rapporto fra tasso di disoccupazione dei giovani e degli adulti.

SVANTAGGIO GIOVANILE ASSOLUTO E RELATIVO

Il tasso di disoccupazione giovanile è l’indicatore più comunemente adottato per misurare lo svantaggio assoluto dei giovani nel mercato del lavoro. Altri indicatori sono, ad esempio, il tasso di occupazione o di inattività. Lo svantaggio assoluto dipende dalle condizioni macroeconomiche e per ridurlo occorrono politiche di tipo espansivo nel breve periodo e politiche volte ad accrescere la capacità produttiva nel lungo periodo.
Se si vuole capire se e in che misura i giovani sono più (o meno) svantaggiati di altri gruppi, può essere utile guardare al loro svantaggio relativo. Il rapporto fra il tasso di disoccupazione dei giovani e quello degli adulti ne rappresenta forse  l’indicatore più comune. Questo rapporto è minore di uno se i giovani hanno un tasso di disoccupazione inferiore a quello degli adulti. Molto più spesso, però, il rapporto è maggiore di uno.
Un forte svantaggio relativo implica che i giovani sono in difficoltà non per la crescita stagnante, ma a causa di fattori istituzionali che li colpiscono particolarmente. Ma quali sono questi fattori? La questione è complessa e, perciò, è impossibile trattarla qui approfonditamente. (1) Si può dire però che le ricette di politica economica non sono le stesse per tutti e tendono a cambiare nel corso del tempo. Il dibattito si è concentrato su misure ritenute, forse erroneamente, alternative fra loro.
Chi segue un approccio liberista rileva l’esigenza di accrescere il grado di flessibilità nel mercato del lavoro, anche attraverso i contratti temporanei, per aumentare la probabilità dei giovani di trovare presto un posto di lavoro e acquisire così l’esperienza lavorativa di cui hanno bisogno e senza la quale sono in posizione di svantaggio rispetto agli adulti, nonostante il crescente livello di istruzione delle nuove generazioni.
Chi dubita della capacità del mercato di risolvere da solo il problema giovanile critica sia la flessibilità in entrata che i lavori temporanei. La prima aiuta chi ha già una maggiore motivazione e un livello d’istruzione più alto. Il lavoro temporaneo, inoltre, permette di accumulare esperienza lavorativa generica, ma non specifica al posto di lavoro. La soluzione per consentire ai giovani di superare il divario di esperienza lavorativa che li separa dagli adulti è invece un policy mix nel quale la flessibilità nel mercato del lavoro sia accompagnata non solo da maggiori garanzie reddituali e previdenziali che spingano a un uso non abnorme di questi contratti di lavoro, ma anche da un’istruzione di qualità per il maggior numero e da un sistema evoluto di formazione professionale, sottoposto a una continua valutazione di efficacia.

UN CONFRONTO FRA PAESI NEL 2000

Gli indicatori di svantaggio non devono necessariamente andare nella stessa direzione. Per rendersene conto si consideri la figura 1.1. Sull’asse orizzontale è riportato il tasso di disoccupazione degli adulti, mentre sull’asse verticale è riportato il tasso di disoccupazione dei giovani nel 2000. Le linee tratteggiate rappresentano le medie Ocse. Le quattro rette inclinate positivamente indicano i casi di pari svantaggio, di svantaggio doppio, triplo e quadruplo dei giovani rispetto agli adulti.

Figura 1.1 Tasso di disoccupazione dei giovani e degli adulti in un campione di paesi Ocse (2000)

Nota: I dati di Estonia e Slovenia si riferiscono al 2002.
Fonte: propria elaborazione su dati Ocse.

L’anno 2000 è in una fase espansiva del ciclo economico e, infatti, il tasso di disoccupazione medio è relativamente basso. Si evidenzia che:

1) in nessun paese lo svantaggio relativo è a favore dei giovani;
2) solo in pochi paesi (Germania e Austria) tende a 1 o, come in Danimarca e Irlanda, è inferiore a 2;
3) molti paesi hanno un rapporto fra 2 e 3;
4) alcuni paesi dell’area europea mediterranea ed ex-socialisti sperimentano alta disoccupazione;
5) in pochi paesi, fra cui l’Italia, i giovani hanno una difficoltà superiore di tre volte rispetto agli adulti.

La Germania riesce comunque a detenere un primato in questa speciale classifica nonostante la difficile situazione economica dei länders orientali della Germania ex-socialista.

IL CONFRONTO FRA PAESI DOPO LA CRISI FINANZIARIA

In che modo hanno influito le crisi del 2001 e del 2008? Per una prima risposta, si consideri la figura 1.2 relativa al 2009, l’ultimo anno per il quale sono disponibili i dati Ocse. Si nota subito che il tasso di disoccupazione medio è più alto che nel 2000. Si evidenziano fattori di continuità e di rottura:

1) le differenze fra paesi sono persistenti;
2) nel 2009, solo Giappone e Germania presentano un rapporto minore di due;
3) i paesi ex-socialisti, ma anche alcuni paesi europei mediterranei, quali Italia e Grecia e con l’eccezione della Spagna, hanno visto in genere migliorare la loro posizione;
4) l’Irlanda ha subito di più gli effetti della crisi finanziaria;
5) in genere tutti i paesi anglosassoni, la cui economia è più orientata al mercato, vedono peggiorare la condizione dei giovani.

Il caso del Giappone è particolarmente interessante. Il paese aveva sperimentato una crisi finanziaria durata quasi tutti gli anni Novanta, ciò che spiega la performance non eccellente del 2000. Tuttavia, passata la crisi, il paese riguadagna una posizione di primato che detiene da decenni assieme alla Germania.

Figura 1.2. Tasso di disoccupazione giovanile e degli adulti fra i paesi Ocse (2009)

Nota: I dati di Israele e Russia si riferiscono al 2008.

Fonte: mia elaborazione su dati Ocse.

 

 

ISTRUZIONE E LAVORO

 Può essere interessante, in conclusione, ritornare sulle cause. Naturalmente, il tema è troppo complesso per essere affrontato qui in modo esaustivo, ma si può dire che i paesi che raggiungono i risultati migliori sono quelli con il mercato del lavoro più flessibile, vale a dire i paesi anglosassoni, e quelli il cui sistema di istruzione è meglio collegato al mondo del lavoro, come Germania e Giappone. La Germania raggiunge l’obiettivo attraverso l’apprendistato, che è il fulcro del sistema duale, così detto poiché prevede che la formazione professionale sia fornita già durante la fase della formazione generale, anziché dopo, come nei sistemi sequenziali. Attraverso il sistema Jisseki Kankei, il Giappone offre occasioni lavorative a un terzo dei giovani già alla conclusione della scuola secondaria superiore. Anche i paesi anglosassoni hanno sistemi sempre più efficienti di job placement. Tuttavia, hanno subito in misura più marcata gli effetti della crisi. I paesi dove è stata di recente aumentata la flessibilità con le riforme ai due livelli hanno migliorato la situazione rispetto al 2000, ma la crisi li ha riportati in parte verso posizioni pre-riforma.

(1) Le osservazioni seguenti sono una sintesi del libro: Pastore, F. (2011), Fuori dal tunnel. Le difficili transizioni dalla scuola al lavoro dei giovani in Italia e nel mondo, Giappichelli, Torino. Il sito web del libro è: http://www.giappichelli.it/home/978-88-348-1835-0,3481835.asp1.

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  1. alessio fionda

    Durante il mese di agosto ho dato una mano ad alcuni ragazzi nell’attività di orientamento per la scelta del corso universitario; compito non facile, soprattutto per un Paese che non ha mai organizzato un buon sistema di orientamento. C’è un dato che avevo sottovalutato ed è il seguente: la percentuale dei laureati italiani che non studiano e non lavorano è la più alta che si registra nella media dei paesi Ocse (9,6%) e supera di molto quella della Francia (6,1%), Regno Unito (6,2%), Germania (8,1%) e perfino Spagna (12,3%); in Italia non studia né lavora il 18,6% dei laureati. (Dati OECD 2009)

  2. SAVINO

    E’ assai singolare dire ad un laureato, magari già con qualche master alle spalle, magari figlio di famiglia normale, che, oltre a non riuscire a trovare lavoro, “non studia più”! E cos’altro deve fare? Questo argomento maschera una realtà che è fatta di: 1) un “ascensore sociale” pari a zero ( mi si spieghi come mai i figli di papà e i raccomandati lavorano senza neanche studiare? Per loro non c’è il problema formazione? Se la scuola fa schifo, fa schifo per tutti!); 2) un egoismo sfrenato dei 50-60enni (per la “carriera ” lavorano 12-13 ore al giorno, fanno tutto loro, senza dare spazio ai giovani, che sono più competenti ed onesti); 3) un (volutamente) pessimo meccanismo di selezione delle risorse umane, laddove i talenti ci sono, ma manca chi ha volontà di scoprirli ( se i CV vengono cestinati senza essere neanche letti, se i colloqui si fanno tanto per farli, se si ricorre al profilo facebook di un candidato per capire qualcosa di lui, la domanda è “chi seleziona e come viene selezionato il selezionatore?”).

  3. andrej

    Francamente ritengo che molti laureati evitino lavori che non ritengono alla propria altezza. Il lavoro, seppure con molto adattamento, non manca. Il problema è che la maggior parte degli impieghi non offre una prospettiva e si è condannati a una vita alla giornata, senza progetti all’infuori della famiglia di provenienza. La gente che non studia e non lavora francamente non la capisco.

  4. artemide

    Mi piacerebbe vedere un approfondimento per tipologia di laurea e composizione del sistema produttivo nei vari paesi: settore umanistico, finanza, ingegneria ecc., con la percentuale di laureati in ciascun settore e i tempi di attesa di occupazione. Magari abbiamo ‘tanti’ laureati, ma non nei settori maggiormente richiesti dalle aziende (che in media, mia sensazione, non è che siano così tanto interessate all’istruzione terziaria …)

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