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SI FA PRESTO A DIRE INNOVAZIONE *

Il ritardo di crescita e di competitività dell’economia italiana riflette anche un significativo deficit di innovazione. L’Unione Europea fissa al 3 per cento del Pil l’obiettivo al 2020 per la spesa in ricerca e sviluppo, ma nel nostro paese qualsiasi innalzamento di spesa in questo campo, per essere sostenibile e duraturo, dovrà essere graduale e tenere conto delle caratteristiche strutturali del sistema produttivo.

Il ritardo di crescita e di competitività dell’economia italiana è sotto gli occhi di tutti, ormai da più un decennio. Riflette anche il deficit di innovazione, significativo sia rispetto ai principali paesi europei sia rispetto agli obiettivi delineati nella strategia di Lisbona prima e in quella “UE 2020” poi. (1)

ANALISI DEI RITARDI ITALIANI

In un recente lavoro abbiamo analizzato i dati sull’innovazione in Italia e nei principali paesi europei, abbiamo cercato di individuare le cause del ritardo del nostro paese e abbiamo avanzato alcune proposte di policy. (2) L’obiettivo UE 2020 di una spesa in ricerca e sviluppo pari al 3 per cento del Pil è condivisibile. Tuttavia, qualsiasi innalzamento di spesa, per essere sostenibile e duraturo, non potrà che essere graduale, dovendo tenere conto delle caratteristiche strutturali del nostro sistema produttivo. Non vi sono facili scorciatoie: forzare l’aumento delle risorse pubbliche per la ricerca e l’innovazione con incentivi di ogni tipo rischierebbe di moltiplicare gli sprechi.
Nel 2008 la spesa in ricerca e sviluppo in rapporto al Pil era pari in Italia all’1,2 per cento. È un valore nettamente inferiore alla media della Unione Europea (1,8 per cento) per effetto soprattutto del minor contributo della componente che fa capo alle imprese; la spesa pubblica in ricerca e sviluppo è solo lievemente più bassa rispetto ai principali paesi europei. L’attività innovativa sembrerebbe essere abbastanza diffusa tra le imprese italiane – meno che in Germania, più che in Francia e in Spagna – ma caratterizzata da un “salto innovativo” più basso. Per gran parte delle imprese italiane, infatti, le innovazioni di prodotto sono per lo più di natura incrementale, quelle di processo si sostanziano nell’acquisto di macchinari. Le imprese che innovano senza effettuare attività formale di ricerca e sviluppo hanno una capacità inferiore di realizzare brevetti, registrare disegni industriali, marchi o diritti di autore; la quota del loro fatturato derivante da prodotti innovativi è più bassa, come minore è la frazione di imprese in grado di realizzare prodotti che siano nuovi per il mercato.

LE IMPRESE

Quali caratteristiche delle imprese italiane frenano l’attività innovativa? Le cause vanno cercate soprattutto nella frammentazione del sistema produttivo in una moltitudine di piccole imprese che hanno difficoltà a sostenere i costi elevati insiti nell’attività di ricerca e innovazione e ad assumersene i rischi. Attribuendo all’Italia la distribuzione degli occupati per classe dimensionale delle imprese prevalente in Germania, il ritardo dell’Italia rispetto alla Germania in termini di quota di imprese innovative nel settore manifatturiero si dimezzerebbe.
L’effetto negativo che deriva da una sfavorevole dimensione aziendale si somma frequentemente a una struttura manageriale selezionata all’interno della famiglia, che può risultare poco propensa all’innovazione, in particolare a quella organizzativa e gestionale, e a una carenza di capitale umano nelle funzioni operative, soprattutto manageriali e di ricerca. Secondo i dati del campione Efige, le imprese italiane che fanno capo a una famiglia proprietaria sono l’86 per cento, in linea con gli altri principali paesi europei. (3) Ma tra queste, circa due terzi hanno il management espressione della sola famiglia proprietaria, contro un terzo in Spagna, un quarto in Francia e in Germania, soltanto il 10 per cento nel Regno Unito. Queste imprese adottano spesso pratiche manageriali (in genere una gestione molto “accentrata” e uno scarso utilizzo di sistemi di remunerazione individuale legati ai risultati) di peggiore qualità sotto il profilo della propensione a innovare e a svolgere attività di ricerca e sviluppo.

LE POLITICHE

Alla luce delle nostre analisi, il sostegno all’innovazione beneficerebbe di tre tipologie di intervento: 1) azioni di contesto, indirizzate a tutte le imprese e volte a favorire la crescita dimensionale e l’adozione di forme di gestione più manageriali; 2) azioni indirizzate soprattutto alle imprese e agli individui (ad esempio, giovani con idee imprenditoriali e progetti di valore) che hanno un potenziale innovativo che rimane per lo più inespresso, anche per la carenza di capitale di rischio; 3) azioni rivolte alle imprese che hanno già una capacità innovativa consolidata.
Per quanto riguarda la prima direttrice, occorre rimuovere gli ostacoli normativi, amministrativi e fiscali che frenano l’espansione delle imprese e facilitare la diffusione e l’operatività di intermediari di private equity che apportano non solo capitale di rischio, ma anche conoscenze manageriali e tecniche. Va in questa direzione la recente istituzione del Fondo italiano di investimento, finalizzato a favorire il rafforzamento patrimoniale e i processi di aggregazione tra le piccole e medie imprese, anche attraverso il coinvolgimento di operatori privati specializzati. L’orizzonte temporale dell’investimento, particolarmente lungo, va incontro alle esigenze di imprese meno disposte ad aprirsi al capitale azionario esterno.
I primi investimenti del Fondo sono stati realizzati nei mesi scorsi. Il successo dell’iniziativa dipenderà dalla capacità di far da traino allo sviluppo dell’intera industria del private equity in Italia, agendo in modo complementare e non in sostituzione degli altri operatori privati. La patrimonializzazione delle imprese, necessaria per migliorare il finanziamento dell’innovazione, può beneficiare anche di un’attenuazione del carico fiscale sul capitale di rischio, ad esempio attraverso la riduzione dell’aliquota su quella parte dei profitti destinati a incrementi patrimoniali.
Lungo la seconda direttrice è importante favorire l’accesso al capitale di rischio, particolarmente adatto a finanziare l’innovazione, anche da parte di imprese giovani, piccole, attraverso la crescita del venture capital, comparto che è meno sviluppato in Italia rispetto alla media dei paesi europei. (4) In diversi paesi, tra cui in particolare la Germania, il settore pubblico ha svolto un ruolo di rilievo, agendo quale catalizzatore per la crescita di questo segmento del mercato, in presenza di rilevanti economie di scala e di esternalità positive. L’esperienza internazionale indica che il successo dell’intervento pubblico non è automatico, ma scaturisce da un insieme di regole e prassi virtuose. (5) È importante che la selezione degli investimenti sia lasciata agli intermediari specializzati, ai quali deve essere richiesta una diretta partecipazione ai rischi. (6) Alle giovani imprese innovative potrebbero essere destinati incentivi pubblici di natura selettiva. (7) Come nel caso del venture capital, riteniamo preferibile che la selezione dei progetti sia affidata a meccanismi di mercato che prevedano il coinvolgimento di intermediari privati specializzati.
Infine, il sistema di incentivi pubblici all’innovazione andrebbe reso più mirato, riducendone la frammentazione. Anche per evitare sprechi di risorse pubbliche, dovrebbe beneficiare soprattutto imprese innovative già consolidate, mediante strumenti di tipo automatico, come i crediti di imposta sulla spesa in R&S e per il personale destinato a strutture di ricerca (come in Germania e in Francia).
L’utilità degli interventi di sostegno diretto non va tuttavia sopravvalutata. L’esperienza suggerisce cautela: a fronte di oneri significativi per le finanze pubbliche, i risultati sono stati infatti modesti. (8) Rimane però il sospetto che la scarsa efficacia degli interventi sia in parte imputabile a difetti nel disegno delle politiche. E dunque riteniamo che, nella definizione degli schemi di incentivo, sia cruciale garantire: (i) la semplicità delle norme, norme complesse scoraggiano le imprese e accrescono i costi per le consulenze, generando tra l’altro contenzioso; (ii) la loro stabilità nel tempo, necessaria alle imprese per pianificare gli investimenti; (iii) l’erogazione dei fondi in tempi certi e rapidi; (iv) la previsione di meccanismi di monitoraggio e valutazione degli interventi: necessaria per garantire trasparenza e accountability, selezionare le iniziative più efficaci e aggiustare in corso quelle prescelte; la valutazione dovrebbe essere svolta da soggetti indipendenti (non autorità pubbliche, ma singoli ricercatori e studiosi), per evitare potenziali conflitti di interesse, seguendo le best practices riconosciute a livello internazionale. (9)

* Le opinioni espresse dagli autori sono personali e non riflettono necessariamente quelle dell’istituzione di appartenenza.

 

(1) Commissione europea (2010), Europa 2020. Una strategia per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva. Nel Programma nazionale di riforma dell’aprile 2011 (ministero dell’Economia e delle Finanze, 2011) per l’Italia viene individuato un valore minimo di spesa complessiva, pubblica e privata, pari all’1,53 per cento del Pil nel 2020.
(2) Bugamelli M., L. Cannari, F. Lotti e S. Magri (2011), “Radici e possibili rimedi del gap innovativo del sistema produttivo”, Banca d’Italia, mimeo.
(3) http://www.efige.org/
(4) I dati relativi al 2009 indicano un’incidenza degli investimenti in venture capital (early stage) dello 0,006 per cento del Pil in Italia rispetto a un dato pari a tre volte in Europa (0,02 per cento) e a circa otto volte negli Stati Uniti (0,045 per cento).
(5) Lerner J. (2009), Boulevard of Broken Dreams: why Public Efforts to Boost Entrepreneurship and Venture Capital Have Failed and What To Do About It, Princeton University Press, Princeton. Brander J.A, Du Q. e Hellman T.F. (2010), The effects of government-sponsored venture capital: international evidence, NBER Working paper, 16521.
(6) È inoltre cruciale che i fondi di venture capital sostenuti dai governi siano caratterizzati da tempi relativamente lunghi di investimento, da una scrupolosa valutazione dei rischi di fallimento del progetto, spesso sottostimati, e da un disegno attento degli incentivi e dei meccanismi di valutazione delle iniziative.
(7) Colombo M. e S. Murtinu (2011), “Se è automatico non è efficace”,
(8) De Blasio G. e F. Lotti (2008), La valutazione degli aiuti alle imprese, Il Mulino, Bologna; de Blasio G., D. Fantino e G. Pellegrini (2010), “Evaluating the Impact of Innovation Incentives: Evidence from an Unexpected Shortage of Funds”, Banca d’Italia, mimeo.
(9) Lotti F. e E. Santarelli (2009), “Le politiche industriali migliori? Quelle che funzionano”

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  1. Ivano Urban

    Ho letto con molto piacere anche questo articolo. Sotto il profilo formale credo che l’argomento non possa essere trattato meglio di così. Mi occupo di ricerca industriale da circa dieci anni. Il mio settore è L’industrial design che propongo non tanto come modello di utilità, bensì come invenzione industriale prevalentemente di innovazione di prodotto. E vi assicuro che è alquanto difficile ottenere una licenza per brevetto d’invenzione. Solo il 6% dei depositi brevettuali, nazionali compresi, ottiene i requisiti di brevettabilità peraltro per un numero ridotto delle rivendicazioni presentate. La fase di ideazione e progettazione tiene in prima considerazione l’utilità dello strumento (prodotto innovativo) parametrizzato, ovviamente, agli indicatori che convergono sulla competività di prodotto.
    Oltre a tutto ciò, credo di potermi presentare anche come un esperto di marketing. Detto questo, aggiungo che i miei progetti di innovazione industriale hanno suscitato interesse presso le industrie di riferimento, ma, detto con una metafora, si è concepito senza poi arrivare al parto. Insomma, sembra che da confidenze lo scoglio sia il settore della finanza che, per finanziare detti progetti di innovazione industriale richiede delle garanzie fideussorie eccessive e non in linea con altre linee di credito accordate precedentemente all’impresa; bloccando ogni trattativa. Allora, in considerazione alle competenze annoverate dagli autori dello studio qui citato, vorrei porre una domanda: siamo certi che il settore finanziario contempli nella propria struttura organizzativa le competenze per poter valutare un progetto di innovazione industriale?

  2. Paolo

    Segnalo un recente working paper della commissione europea sulla riforma della disciplina sugli aiuti di stato per R&S&I.

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