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  1. Guido di Rado Rispondi

    Apprezzo La voce che consulto spesso per avere dati e spunti di approfondimento ma quando leggo articoli basati su chissà quale"dataset" e con chissà quale astrusa variabile, rimango basito. Ci vuole una ricerca univesitaria per capire che in Italia, sopratutto in tempo di crisi, amici e parenti sono più importanti che in altri paesi per trovare lavoro? E gli autori sono mai usciti dai loro seminari dorati ed entrati in un'azienda sull'orlo del fallimento in provincia, chessò, di Rovigo? O Detroit, Lille, Malaga? No perché forse sarebbe loro di aiuto. Ed eviterebbero di porsi il dubbio se il problema è la disoccupazione strutturale o la domanda aggregata.  A mio avviso porsi interrogativi del genere nel corso di una recessione da cui non si è in uscita, come è scritto nell'articolo, e che ricorda sempre di più quella del 1929 (quella che "risolsero" non le teorie di Keynes, ma i 60 milioni di morte della guerra mondiale) è paradossale per persone con un dottorato in economia. Peccato perché il titolo era promettente e avrei letto volentieri proposte concrete per uscire dal familismo e dal corporativismo che incancreniscono il nostro paese.

  2. FEDERICA BRUNI Rispondi

    Il mio commento non riguarda i servizi per l'occupazione, bisognosi di irrobustimento e risorse (e per questo ben venga una concettualizzazione, come auspicato da "ste" nel suo commento), ma le politiche attive del lavoro, cioè le azioni volte a migliorare l'occupabilità dei lavoratori: formazione, orientamento, conoscenza di servizi e normativa e altro che renda più "matchable" l'impatto tra disoccupato e territorio/mercato. Ringrazio gli autori dell'articolo perché danno un contributo agli operatori (tipo me) di accompagnamento al lavoro e orientamento. Incontriamo persone che hanno già fatto il bilancio di competenze, hanno già elaborato il curriculum e analizzato il loro settore di interesse, di questi tempi facilmente senza successo. Non tutte le professionalità sono efficacemente veicolate dai consueti canali. Soffrono perché il mercato "non li vede". Da una decina d'anni propongo la Teoria delle Reti di Buchanan e utilizzo le osservazioni del saggio "La forza dei legami deboli" di Mark Granovetter (vecchiotto ma inedito per i lavoratori). Come i dati riportati da Cingano e Rosolia, offrono nuovi strumenti per i percorsi di ricerca del lavoro.

  3. Piero Rispondi

    Italia paese di raccomandati... sia nel pubblico che nel privato.. e questa massiccia assenza di meritocrazia la vera causa del declino economico italiano.. tutti gli altri parametri come spesa R&S o Flessibilità Lavoro o Specializzazione Produttiva a Basso Valore Aggiunto.. sono solo conseguenze di quel vulnus morale e sociale che chiamiamo Social Network per nobilitarla un pò..

  4. Paolo Rispondi

    La riforma c.d. Biagi ha avviato già un progresso verso le sinergie per l'intermediazione da parte dei c.d. servizi competenti: purtroppo in tale direzione è stato fatto poco al fini di integrare effettivamente le varie realtà nella politica attiva del lavoro, per garantire un servizio minimo garantito costituzionalmente. Posso citare però il dato per cui in Germania la sola Agenzia Federale per l'Impiego media il 35% delle vacancy sul mercato del lavoro e per esse 1 su 2 viene a creare un effettivo impiego del candidato. Lascio al lettore la verifica dei relativi dati italiani: se il welfare è questo non abbiamo più nulla da perdere se non i c.d. ammortizzatori.

  5. SAVINO Rispondi

    Chi seleziona il selezionatore? l'Italia è stracolma di talenti, ma scarseggia di gente capace di cogliere il talento dai curricula e dai colloqui. Invece di lavorare nell'approfondimento delle capacità individuali si sceglie la via breve delle conoscenze. Il fatto che molti selezionatori cerchino di colmare le loro lacune andando a consultare il profilo facebook del candidato la dice lunga.

  6. Giovanni Volpe Rispondi

    Un notevole contributo alla diffusione del criterio del merito per le selezioni del personale, ad esempio, può giungere dal concentrare i contributi a fondo perduto, a tasso agevolato, in favore di imprenditori di talento, innovativi, con un maggiore titolo di studio (laurea).

  7. Ste Rispondi

    Secondo me si dovrebbe lavorare un po' sul presupposto per cui l'occupazione è il risultato dell'incontro domanda/offerta tra due parti. Capisco che per studiare un fenomeno con strumenti matematici bisogna modellarlo e quindi un certo grado di idealizzazione è inevitabile, ma così mi sembra un po' troppo idealizzato.