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ITALIA SENZA ENERGIA *

I risultati del referendum sul ritorno al nucleare hanno sancito ancora una volta che gli italiani sono contrari all’atomo. Ma i dati dell’Osservatorio Nimby Forum mostrano che esiste anche una larga fetta della popolazione, ben organizzata in comitati locali, che sembra opporsi a qualunque tipo di energia, compresa quella che utilizza fonti rinnovabili. Sono cittadini che probabilmente auspicano un tipo di sviluppo economico diverso, meno basato sul consumo di territorio e di energia. Di sicuro, però, mancano nel nostro paese una cultura e una programmazione energetica.

Il 12 e 13 giugno scorsi si sono tenuti quattro referendum abrogativi. Per tutti e quattro è stato raggiunto il quorum. E dunque le norme per cui erano stati indetti sono state abrogate. Compresa quella che prevedeva il ritorno al nucleare, su cui peraltro il Paese si era già espresso, negli stessi termini, nel 1987.

TRA REFERENDUM E SINDROME NIMBY

Non ci interessa qui entrare nel merito della questione “nucleare sì” o “nucleare no”, né ragionare sull’opportunità o meno di un referendum su questo tema. Del resto, il referendum è sì lo strumento di democrazia diretta più utilizzato e conosciuto, ma non è certo l’unico. Negli ultimi anni, si sono sviluppate nuove forme di partecipazione di cosiddetta “democrazia dal basso”, tra cui in particolare i comitati locali pro o (più spesso) contro la realizzazione di grandi opere. Si tratta della nota sindrome Nimby, Not In My Back Yard, documentata ormai da diversi anni dalla ricerche di Nimby Forum e analizzata recentemente anche da Banca d’Italia. (1)
Ma che cosa c’entra il referendum sul nucleare con la sindrome Nimby? Innanzitutto, sono entrambe forme di partecipazione popolare, e quindi di democrazia diretta, che hanno un notevole impatto sulle decisioni politiche. In secondo luogo, molti dei fenomeni Nimby nel nostro paese hanno come oggetto proprio la localizzazione di impianti energetici. Confrontando il risultato del referendum sul nucleare con i dati raccolti da Nimby Forum, emergono risultati molto interessanti e, da un certo punto di vista, sorprendenti.

LE CIFRE DEL PARADOSSO

I dati raccolti nel 2010 dall’Osservatorio Nimby Forum registrano un’espansione della sindrome in Italia: gli impianti censiti salgono a quota 320, con un aumento del 13,1 per cento rispetto al 2009. Si tratta di una crescita quasi costante nel tempo: 190 impianti contestati nel 2005, 171 nel 2006, 193 nel 2007, 263 nel 2008 e 283 nel 2009.
Ma di che opere stiamo parlando? Le cronache di queste ultime settimane hanno riportato alla ribalta il caso della Tav Torino-Lione. Ma se ci si aspetta solo discariche, ponti e tunnel ferroviari si rimarrà sorpresi: ben 186 casi (quasi il 60 per cento del totale) appartengono al comparto elettrico, che si conferma, ormai per il secondo anno consecutivo, il settore più contestato. Restano invece stabili, seppur con leggeri scostamenti, il comparto dei rifiuti in seconda posizione (32,5 per cento dei casi), seguito da infrastrutture (5,3 per cento) e impianti industriali (4,1 per cento). A titolo di esempio, si possono citare gli impianti fotovoltaici di Scorrano (Lecce) e il parco eolico off shore di Termoli (Campobasso) tra le contestazioni nel campo energetico; o il termovalorizzatore di Trento per il comparto rifiuti (a dimostrazione che le contestazioni nel settore non riguardano solo situazioni difficili come quella campana).
Il trend appare costante dal 2004 a oggi ed è sintomatico del paradosso: c’è un vasto elettorato (oltre 25 milioni, più del 50 per cento degli aventi diritto) che dice no al nucleare votando al referendum; ma c’è anche una larga fetta della popolazione, difficilmente quantificabile ma ben organizzata in comitati locali, che sembra essere contraria a qualunque tipo di energia, anche a quella che utilizza fonti rinnovabili. (2) Anzi, sono ben 133 gli impianti di produzione di energia elettrica contestati che sfruttano energie rinnovabili; dunque, la grande maggioranza.
La tabella 1 presenta nel dettaglio la tipologia degli impianti energetici contestati. Le centrali a biomasse (84 casi nel 2010) continuano ad attrarre un alto numero di contestazioni confermando e incrementando ulteriormente il primato raggiunto dal 2009 (da 70 a 84, +20 per cento). Il primato si spiega probabilmente col fatto che tali impianti – classificati tra quelli a fonti rinnovabili – vengono da sempre confusi con gli inceneritori. Ma non solo: tra le motivazioni si aggiungono anche il timore di emissione di inquinanti e i problemi legati alla movimentazione degli automezzi. In continua ascesa risultano anche le contestazioni agli impianti eolici (da 20 a 29) e fotovoltaici (da 3 a 9). Nel caso dell’eolico, le contestazioni sono prevalentemente basate su preoccupazioni rispetto alle abitudini migratorie degli uccelli e su considerazioni relative al loro impatto paesaggistico; per quanto riguarda gli impianti fotovoltaici, invece, il timore è quello di eccessiva occupazione di suolo agricolo. Infine, è la paura di depauperamento delle risorse idriche che fornisce le motivazioni ai contestatori degli impianti idroelettrici.

UN FUTURO A BASSO CONSUMO ENERGETICO?

I numeri raccolti da Nimby Forum, insieme a un risultato referendario che non lascia dubbi, sembrano dunque dimostrare l’esistenza di una popolazione molto sensibile ai temi energetici, talmente sensibile da arrivare a partecipare in massa a votazioni o a contestazioni locali agli impianti. Ciononostante, questa sensibilità mette in discussione l’idea stessa di sviluppo e crescita del paese. Il vero significato di questi numeri potrebbe essere dunque quello di una popolazione che non desidera tanto il ricorso a fonti energetiche diverse, ma che si aspetta un tipo di sviluppo economico diverso, meno basato sul consumo di territorio e, conseguentemente, anche di energia.
Probabilmente queste posizioni risentono molto anche della mancanza di cultura e programmazione energetica da parte delle istituzioni nazionali. Non è poi da sottovalutare il ruolo decisivo degli enti locali, che invece di fornire adeguate informazioni, preferiscono cavalcare la protesta per meri fini elettorali. Comitati, esponenti politici locali e amministrazioni comunali fanno leva emotiva su questi argomenti per aggregare il maggior numero di soggetti contro un determinato progetto. Infine, nel processo di comunicazione e di circolazione delle informazioni, i media locali svolgono un ruolo determinante nel fare da cassa di risonanza alle istanze soprattutto di chi si oppone al progetto.

Tabella 1: Tipologia di impianti contestati (dettaglio)

 

Numero

%

Centrale a biomasse

84

26,3%

Termovalorizzatore

35

10,9%

Eolico

29

9,1%

Discarica rifiuti speciali (industriali)

21

6,6%

Centrale a metano

16

5,0%

Discarica RU

16

5,0%

Elettrodotto

15

4,7%

Impianto industriale

13

4,1%

Infrastruttura autostradale

12

3,8%

Trattamento rifiuti speciali

12

3,8%

Centrale idroelettrica

11

3,4%

Rigassificatore

10

3,1%

Fotovoltaico

9

2,8%

Gassificatore

9

2,8%

Compostaggio

5

1,6%

Trattamento rifiuti urbani

5

1,6%

Centrale a carbone

4

1,3%

Stoccaggio gas

4

1,3%

Gasdotto

3

0,9%

Infrastruttura ferroviaria

2

0,6%

Centrale a olio combustibile

1

0,3%

Diga

1

0,3%

Infrastruttura generica

1

0,3%

Ponte

1

0,3%

Produzione CDR

1

0,3%

* La posizione espressa in questo contributo è quella personale delle autrici e non rispecchia necessariamente quella dell’associazione di appartenenza.

(1) Si vedano, in particolare, gli interventi di Balassone e Casadio, di Occhilupo, Palumbo e Sestito, e di Boccato e Minetti.
(2)
Non si tratta peraltro di un fenomeno solo italiano, come documentato anche da Marzio Galeotti su questo sito.

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16 commenti

  1. RO. BO.

    Sono cittadini che auspicano uno sviluppo “diverso”, ma degli altri. E’ come il Paolo Cento, che più verde non si può, che gira con un Suv di 3 litri di cilindrata, o come i sinistri super snob caviale e champagne che non vogliono l’autotrada maremmana perché loro devono vivere a Capalbio senza disturbi e con i loro sogni osceni di povertà per tutti tranne che per loro. Consiglio la lettura di Rainbow Six, di Tom Clancy

  2. claudia bettiol

    L’uscita dal nucleare ripropone una questione che continuiamo a non voler affrontare e che ci fa perdere di competitività: senza l’atomo e i grandi impianti la politica energetica diventa politica industriale. Non è in gioco l’energia del paese ma il suo sviluppo.

  3. Giacomo Vincenzi

    Il Nimby forum, l’ennesimo “think tank” (chissà cosa vuole dire questa parola vuota……) messo in piedi per fingere di interessarsi dei problemi sollevati dai cittadini, ma che parte con evidenti handicap di conflittualità di interessi. Un’occhiata al “Comitato scientifico”: Mario Virano per il Tav (oppure Tac?) e Nomisma per il gas a Rivara (Modena) sono i due casi di conflitto di interessi che conosco. Perché chi ha interesse affinché una determinata opera si faccia non può aprire un “forum” dopo anni in cui le sue posizioni si sono rafforzate sempre più a favore dell’opera: questa io la chiamo demagogia, oppure strategia di marketing. Si finge di ascoltare i pareri dei cittadini coinvolti, invece non si fa che comunicazione, opera di persuasione affinché gli elettori zittiscano più o meno convinti. Il Nimby forum assomiglia molto al “forum sul nucleare”, un baraccone pubblicitario spacciato come spazio di discussione in cui per mesi non si è visto un parere contrario al ritorno delle centrali, nemmeno dopo il disastro di Fukushima, salvo poi essere “leggermente” sconfessato dai risultati del referendum.

  4. bob

    Nel nostro Paese non solo manca una cultura e una programmazione energetica ma manca soprattutto memoria. Una larga fetta della popolazione (60%) diciamo 3 generazioni dal ’70 in poi con la follia della politica localistica-regionale, ha trovato un lavoro fittizio ma pronto. Ogni tornata elettorale ( e ce ne sono state tante) il politico di turno imbarcava, nei posti pubblici più assurdi, parte del suo elettorato. La cultura di questi tipo porta a pensare che tutto ti è dovuto ( ricordate “lo Stato mi deve dare il posto”). Per cui per questi soggetti tutto cade dal cielo, tutto è dovuto, niente è sacrificio e quindi programmazione, ma vale il concetto di “qualcuno ci penserà”. Questi sono tra coloro che si oppongono a prescindere ma non rilanciano mai, perchè nella vita non hanno mai rilanciato ( qualcuno ha sempre pensato per loro). Questa mentalità è perdente con il mondo attuale globalizzato che si confronta quotidianamente, ma diventa una zavorra insostenibile per quel 30% di società abituata a rilanciare, che in Italia esiste ed è attiva!

  5. Vittorio Emiliani

    Dalla vostra interessante statistica risulta però una contestazione nettamente più alta, il quadruplo all’incirca, degli impianti eolici rispetto a quello fotovoltaici. Per i primi ci sono ragioni oggettivamente più consistenti, a cominciare dalla mancanza in Italia, tranne un paio di situazioni (Sicilia e Sardegna meridionale, Daunia), di vento forte e costante, ai livelli della Spagna o del Nord Europa. Inoltre numerosi impianti eolici sono stati realizzati nel modo più casuale, laddove i Comuni, fortemente indebitati, aveva ceduto alle offerte di aziende per giunta inquinate dal racket. Insomma, una seria pianificazione regionale degli impianti di rinnovabili scongiurerebbe anche non poche contestazioni improvvisate.

  6. Gu. Po.

    Per quanto riguarda le centrali a biomasse, volevo rimandare a due servizi di report, “A tutto biogas” e “biomasse di massa”. Forse la contestazione non sta solo nella sindrome da nimby. La grossa percentuale, inoltre, deriva in parte sicuramente dal fatto che generalmente sono molti piccoli impianti, non una grossa centrale da GW. A mio parere, non ha alcun senso comparare numericamente le contestazioni contro progetti di ambito regionale o nazionale a progetti di ambito puramente locale.

  7. Antonello L.

    Io non so dire se il dott. Rossi stia prendendo in giro tutti ma visto i test già effettuati e i recenti contatti e dichiarazioni della Nasa fanno credere che non si tratti di buffala. Nel mentre il governo italiano, media compresi, che dovrebbero essere i più in allerta visto che si tratta di una invenzione italiana dormono. Se questo signore ha ragione e ad ottobre dimostrerà come ha dichiarato la prima centrale funzionante da un megawatt, il mondo cambierà e la pur scellerata non politica energetica di questo paese potra trovare pace, assieme alla fine di tutte le assurde guerre fatte per il petrolio.

  8. ANDREA

    Se passi da 1000 centrali termoeletriche a 100000 impianti a fonti rinnovabili, 133 casi di contestazione sociale non sembrano “un’opinione maggioritaria”. Esiste però il tema: quale politica energetica deve fare l’Italia? Con la quale domanda si fanno 2 affermazioni:1) oggi non c’è una politica energetica,2) è ignoto, o se si preferisce, fuori controllo delle istituzioni il sistema energetico, affidato solo ad alcuni monopoli (ENEI, ENEL, ecc.ecc.). Nel frattempo perdiamo competitività, mentre redditi diffusi da famiglie ed imprese vengono rastrellati al centro (o verso un ristretto gruppo di individui e organizzazioni), contribuendo a creare “iniqua disparità di reddito”. Dal punto di vista scientifico il lavoro mi sembra incompleto, ma comunque, suggerisco, a chi vuole e può, nei propri ruoli di competenza, di sfruttare le contestazioni segnalate per raccogliere ed elaborare linee condivise di politica energetica, perchè le tecnologie ci sono ed i finanziamenti internazionali anche.

  9. Jaime

    Sono d’accordo con chi sostiene che la sigla Nimby sia attualmente utilizzata a sproposito per etichettare e svalutare proteste che con il Nimby non hanno nulla a che fare. L’Italia non ha carenza di energia: se ne produce a sufficienza, ma è cara per via della scarsa efficenza di una serie di impianti arretrati attivati nei momenti di picco di richiesta energetica. Quindi è vero che in Italia manca del tutto (ed è fondamentalmente sgradita dalle lobbies del petrolio e del mattone) una politica energetica seria; ma non è vero che i rifiuti locali alle installazioni energetiche (dal nucleare in giù) siano conseguenze della logica Nimby: anzi credo che siano sintomo di una precisa coscienza energetica diffusa, molto più avanzata di quella di chi ci governa: consumare meno, consumare meglio, diffondere la mini e micro produzione evitando le speculazioni.

  10. Claudio Siniscalchi

    Con quale criterio si sono identificate queste contestazione come Nimby? Chi contesta i termovalorizzatori (buffo nome per definire inceneritori con un minimo recupero energetico), di solito propongono soluzioni più moderne e meno dannose per la salute, le attività primarie (agricoltura/allevamento) e ambiente. Anche sulle centrali a biomasse ho molti dubbi (che vedo condivisi da altri lettori): quelle dell’Alto Adige che bruciano gli scarti delle segherie della zona hanno un senso e solitamente non vengono contestate, ma nella mia Provincia (Gorizia) ne sono state realizzate ben 2 alimentate a olio di palma (importato dall’Indonesia, dove questa coltura soppianta la foresta pluviale), a breve distanza da una maga-centrale a carbone (davvero serviva ulteriore energia?), in assenza di qualsiasi pianificazione energetica. Non si può chiamare Nimby le sacrosante proteste delle popolazioni contro scelte insulse, dettate solo dall’immediato ritorno economico ma avulse da qualsiasi strategia per il territorio. E davvero la città di Trieste ha bisogno di 2 rigassificatori? E’ Nimby o richiesta di buongoverno?

  11. Giacomo Vincenzi

    Mi riallaccio a quanto detto negli ultimi commenti, perché sono d’accordo nel sostenere che la maggior parte delle volte queste contestazioni siano l’indice di una domanda di scelte sostenibili non solo oggi, ma anche per il futuro. Esistono contestazioni che possono sembrare “ideologiche”, eppure anche in questo caso non bisognerebbe considerare i cittadini come zoticoni incapaci di intendere la strada verso il progresso, quanto piuttosto persone molto scettiche nei confronti di chi prende le decisioni per il loro futuro, concedendo autorizzazioni e risorse pubbliche per opere che non risolvono i problemi ( perché non li hanno mai risolti), anzi deturpano e inquinano. Viviamo in paesi e città oberati dalla desertificazione e dal cemento, siamo arrivati al punto di costruire le strade PRIMA di urbanizzare (ed è per questo che le nuove infrastrutture sono “fonte di sviluppo” – soprattutto edilizio), il che è assurdo se ci pensate bene! Eppure l’80% delle persone non conosce il consumo energetico della propria abitazione (kwh/anno), i contatori elettrici vengono installati in anfratti bui, le macchine che consumano meno immettono un etto e mezzo di CO2 al chilometro nell’atmosfera..

  12. alberto clò

    Non entro nel merito del fenomeno Nimby che ha, comunque, motivazioni spesso lontanissime da quelle che si continuano a propagandare – avendo più origine dagli scontri politici locali e dai conflitti tra le imprese (competition by litigation) – che dalle opposizioni delle comunità, per porre una banalissima domanda: ma come si può parlare di “Italia senza energia” in un paese che ha un enorme e crescente surplus di capacità produttiva, con una potenza elettrica ormai due volte la domanda di punta (con molte centrali ferme o che girano a un bassissimo regime) e che si amplierà di molto con l’immane sussidio delle rinnovabili; una capacità ricettiva di metano superiore del 40% alla domanda corrente e che si proietta sino a 2 volte se si realizzerà solo una minima parte dei progetti che hanno ottenuto la VIA; una domanda di energia che langue sui livelli di un decennio fa? Se i costi delle errate scelte di investimento ricadessero sugli investitori – come dovrebbe essere in un contesto di mercato privatistico – non vi sarebbe problema alcuno. Ve ne sono invece e molti se questi sprechi di risorse vengono fatti ricadere sui consumatori, come va sempre più accadendo.

  13. Federico

    La strada maestra da seguire è quella del risparmio energetico e non espandere all’infinito la capacità produttiva di eenergia. Il piano da attuare deve essere di arrivare tra 10/20 anni ha fare il doppio delle cose che facciamo oggi con un terzo dell’energia (numeri assolutamente a caso ma che servono a rendere l’idea). Ne guadagnerebbero tutti: i cittadini (risparmio in bolletta), l’ambiente, il paese (meno dipendenza dall’estero, ma di quella vera, non quella finta del nucleare). Gli unici che ne perderebbero sarebbero gli intermediari che vedrebbero dimezzati i profitti. Ecco perchè temo che continueranno a propinarci l’idea che dobbiamo produrre e consumare più energia.

  14. diana

    Aumentando la produzione da fonte rinnovabile intermittente, avremo sempre più bisogno di impianti flessibili (e costosi) per coprire la domanda – a meno di non voler accettare frequenti interruzioni delle forniture elettriche.. Guardate cosa dicono in Germania: http://www.spiegel.de/international/business/0,1518,776698,00.html

  15. pacoelara

    Sono studente di economia in Banca&Finanza,stagista in un gruppo bancario tra i primi 10 in Italia.Come molti di voi già sapranno operando nel settore Corporate la regolamentazione in Italia non è in grado di dare risposte alla grande sfida energetica del XXI secolo.Le argomentazioni riempirebbero pagine e pagine di blog.Aziende ceh definiamo leader del settore si riempiono la bocca con parole dal sapore ecologico, pulito.Non c’è niente di pulito in quello che fanno.Con operazioni di brokeraggio usano l’energia acquistata dall’estero per tenere in vita cicli produttivi di e. idroelettrica (scordatevi la favola ecologicamente pulita della caduta-turbina-energia) cosicchè l’energia idroelettrica è figlia del nucleare francese e costa mediamente 30-40% in più.Tutti sono contenti: la pioggia di incentivi europei che cade in mano ai nostri politici, qualche statistica gonfiata che ci da l’illusione di non esser poi così un paese da terzo mondo energetico e non da ultimo gli immensi ricavi per le aziende di fatto monopoliste a spese di tutti i consumatori. Nessuno vuole investire in ricerca, perchè chi cerca trova e se trovassimo un sistema di produzione-distribuzione come sognava Tesla?

  16. ormaitanco35

    Sono pienamente d’accordo, la mancanza di cultura caratterizza tutte le manifestazioni del paese in cui viviamo, non solo il settore energetico che presuppone una certa preparazione. In Italia il governo ha fatto di tutto per osteggiare, per svilire la semplice cultura del buon senso allo scopo di appiattire ancora di più verso il basso le coscienze, condannando in questo modo anche i cittadini più meritevoli a una mortale inerzia. Assistiamo al trionfo della dittatura dell’ignoranza programmata!

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