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PENSIONI E CRESCITA

Il governo pensa di congelare l’indicizzazione delle pensioni al di sopra di un certo importo. Sarebbe più equo indicizzare quelle pensioni alla crescita economica, così come avviene in Svezia. Un intervento che permetterebbe di ottenere risparmi sostanziali sulla spesa pensionistica. Ma ancor più importante determinerebbe una compartecipazione dei pensionati alle perdite o ai guadagni dell’economia. Perché sin quando le pensioni saranno una variabile indipendente, la crescente popolazione dei pensionati non avrà alcun interesse a sostenere politiche per la crescita.

La tabella qui sopra riproduce le stime degli effetti del cambiamento delle regole di indicizzazione delle pensioni previsto dalla manovra del governo, così come stimati a partire dalla distribuzione delle pensioni per importo nel 2009 (Inps, Rapporto sulla coesione sociale, 2010) e dai tassi di inflazione effettivi e previsionali (fonte Ocse) per il 2011, 2012 e 2013. La distribuzione per classi fornita dall’Inps non permette di calcolare con esattezza i valori medi delle prestazioni per le fasce in cui cambierà la percentuale di indicizzazione (i valori soglia 1.428,00 e 2.380,00 cadono dentro intervalli predeterminati). Quindi si tratta di approssimazioni.
Come si evince dalla tabella, sarebbero circa 700.000 le prestazioni che subirebbero riduzioni rispetto al quadro vigente. I risparmi lordi (senza tenere conto delle minori tasse incassate dall’erario) sarebbero di poco più di 370 milioni nel 2012 e leggermente inferiori a un miliardo nel 2014.
Nella tabella forniamo anche le stime dell’indicizzazione alla crescita dell’economia da noi proposta come riforma strutturale volta ad assicurare sostenibilità al sistema previdenziale, pur in presenza di bassa crescita. Le stime prendono per buone le previsioni dell’Ocse sulla crescita del Pil italiano nel 2011, 2012 e 2013. Come si vede, i risparmi sarebbero superiori a quelli previsti nella manovra. Non ci sarebbe alcun taglio, invece, se l’economia crescesse al tasso dell’1,5 per cento (nella media dei cinque anni precedenti). Le quiescenze addirittura aumenterebbero rispetto alla legislazione vigente con tassi di crescita più sostenuti. La manovra del governo comporta invece comunque riduzioni delle pensioni che saranno persistenti indipendentemente dall’andamento dell’economia. Addirittura, i tagli alle pensioni potrebbero essere più forti, nella manovra del governo, in caso di crescita più sostenuta dato che quest’ultima tipicamente si accompagna a tassi di inflazione più elevati. In altre parole, la scelta del Governo incoraggia una costituency contro la crescita, mentre nel nostro caso avviene esattamente il contrario.

Inps, Rapporto sulla coesione sociale, 2010, Tabelle III.3.5.6; III.3.6.9; III.3.6.12; III.3.6.15; III.3.6.18

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  1. F.Tegoni

    Nel prospetto da voi elaborato il risparmio previsto in tutte le ipotesi tiene conto anche del mancato incasso IRPEF? Inoltre la mancata indicizzazione ha effetti continuativi sino alla morte del beneficiario.

  2. Anonimo

    Articolo molto interessante ma la tabella dovrebbe essere spiegatae, nello stesso tempo, dovrebbero essere illustrate in modo più chiaro le varie modalità di calcolo. Scritto così rimane qualcosa che possono comprendere soltanto gli addetti ai lavori.

  3. Dr. Antonio ORNELLO

    Al limite della caparbietà, continuate ad elaborare tabelle assertive dei peggioramenti dell’economia italiana che vorreste finanziariamente porre a carico dei pensionati, come anche l’evasione contributiva e fiscale e la continua diminuizione dei servizi – molto poco svedesi, qui da noi – già tartassati di addizionali e la cui riduzione ci viene spacciata per risparmio produttivo. Nelle vostre risposte del 12 luglio, pure, vi sarete accorti di aver dovuto controbattere commenti esclusivamente negativi; e voi che fate? Soltanto tre giorni dopo pubblicate i vostri sudori non richiesti, anzi bocciati!

  4. Mapi

    In accordo col precedente utente, personalmente non leggo più gli articoli ma solamente i commenti dove a volte ci trovo alcune idee e proposte interessanti.

  5. ferruccio gasparotto

    Ho sentito su Repubblica il suo intervento sulle pensioni in cui lei sosteneva che la soluzione giusta sarebbe fare diventare tutte le pensioni con il sistema contributivo. Io, teoricamente, avendo iniziato a lavorare all’età di 15 anni dovrei andare in pensione nel 2015 (finestre governo Prodi chiuse da Berlusconi). Dovrei andare in pensione in quella data all’età di quasi 56 anni con una pensione da fame. Lavorare in fabbrica non è come lavorare seduti su una seggiola davanti al pc, bisogna ricordarsi questo.

  6. SALVATORE MARESCA

    In questi giorni convulsi di manovre finanziarie e prevedibili ulteriori manovre, si fa un gran parlare, anche e soprattutto da parte di persone incompetenti in materia, di pensioni di anzianità, come se l’aumento dell’età pensionabile fosse la panacea di tutti mali che affliggono l’italia. Ora rivolgendomi ad interlocutori molto preparati, spero di poter svolgere un ragionamento che sia compreso e valutato in termini sociali ed economici. Partendo dai dati del bilancio dell’inps che per quanto riguarda la gestione dell’assicurazione obbligatoria dei dipendenti privati sono stati negli ultimi anni assolutamente positivi come ha diverse volte ed in pubblico confermato lo stesso presidente dell’istituto. Altre voci autorevoli tra cui il minstro del lavoro Sacconi avevano nei mesi scorsi affermato che le uteriori riforme (o meglio aggiustamenti) apportati dal governo al sistema pensionistico italiano lo rendevano addirittura esemplare per il resto dell’europa. A questo punto non si comprende perchè adesso si insiste da più parti per una modifica della parte che riguarda le pensioni di anzianità. Ossia si comprende bene che la necessità di questo governo di fare cassa.

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