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E ORA CHI PAGA PER L’ACQUA?

Il sì al secondo referendum sull’acqua dice che le tariffe idriche non devono remunerare il capitale. E le imprese che gestiscono il servizio ora bloccano gli investimenti. Miliardi di investimenti all’anno per molti anni sono a rischio. Nell’immediato, serve almeno una norma interpretativa transitoria “salva-investimenti”. A regime, si deve scegliere se rinunciare agli investimenti o aumentare le imposte per salvare il settore. L’alternativa è tradire un’altra volta la volontà popolare.

 

Il secondo dei referendum sull’acqua ha deciso che il prezzo dell’acqua (più precisamente, la tariffa per il servizio idrico integrato, che include fognatura e depurazione) non dovrà più includere quella componente per la “remunerazione del capitale investito”, che la legge prevedeva. La tariffa idrica non servirà più a generare gli odiati profitti.
La stupenda conseguenza di questa decisione è che da un giorno all’altro un paio di miliardi di investimenti pronti a partire sono bloccati a tempo indefinito. Imprese quali Acea, Hera e Iren, controllate da comuni ma quotate in borsa, hanno chiarito quanto era da tempo piuttosto ovvio. Se non c’è una ragionevole garanzia della remunerazione degli investimenti, gli amministratori di queste imprese rifiutano di investire. Come dar loro torto? Essi sono responsabili del denaro dei loro azionisti, anche quelli privati, e sarebbero legalmente responsabili di una cattiva gestione.

DUE POSSIBILITÀ

Cosa può succedere, a questo punto? Fino all’altro giorno i piani di investimento previsti per il settore ammontavano ad una media di due miliardi l’anno per i prossimi trenta anni. Questi investimenti, richiesti dalle “autorità di ambito” pubbliche, sarebbero serviti a migliorare acquedotti, fognature e impianti di depurazione. Per effettuarli serve ovviamente capitale (debito o equity) e chi lo porta (i prestatori o gli azionisti) richiede una remunerazione. Che avveniva, prima del referendum, con aumenti dei prezzi (che sono, come è noto, tra i più bassi d’Europa).
Ora, una prima possibilità è che questi investimenti semplicemente non vengano effettuati. D’altronde oltre l’80 per cento della popolazione è già servita da fognature, e gli utenti le cui acque sono trattate da un depuratore sono circa il 70 per cento. Possiamo accontentarci? O forse un paese civile meriterebbe di meglio? O forse il nostro ambiente meriterebbe maggiore attenzione? Per non parlare poi delle perdite del nostro sistema di acquedotti, e della necessità di effettuare manutenzioni… Effettivamente, l’idea che tutti gli investimenti necessari non vengano effettuati repelle. Ma se vogliamo fare gli investimenti, chi paga?
Una seconda strada parte dalla constatazione che se non pagano i consumatori, pagheranno i contribuenti. Questi investimenti potrebbero quindi essere remunerati tramite specifiche risorse dei comuni. Si potrebbe riprodurre quanto avviene nel trasporto locale, ove parte dei ricavi dei gestori del servizio deriva da trasferimenti pubblici. Oppure i comuni potrebbero gestire e investire in prima persona (la soluzione preferita da molti “referendari”); ma anche le risorse pubbliche hanno un costo, quanto meno il costo-opportunità misurabile con i minori servizi che potranno erogare altrove poiché quelle risorse saranno impegnate in progetti idrici. E anche se si cercassero nuove risorse (tramite strumenti finanziari specifici quali i city bond) qualcuno dovrebbe pagarne gli interessi: ad ogni uscita per i comuni corrisponderà – presto o tardi – un maggiore carico fiscale.
Siamo in un periodo di grave crisi fiscale dello stato che si ripercuote sulle amministrazioni locali, alle quali sia le migrazioni, sia il difficile periodo dell’economia pongono richieste sempre nuove. Quale maggioranza parlamentare, odierna o futura, voterà una legge che conduca a riduzioni dei servizi pubblici o ad aumenti delle imposte locali?

UNA TERZA VIA TRA SCILLA E CARIDDI?

Credo che la risposta spetti a chi ci ha infilato in questo vicolo cieco, tra investimenti che servono e risorse pubbliche che non ci sono. Molti dei promotori del referendum sono “duri e puri”, entusiasti dell’intervento pubblico, e pronti a proporre senza riserve un aumento delle imposte. Ma altri sono saliti sul carro del referendum per calcolo politico. Colpito Berlusconi, ora guarderanno alla realtà dei fatti. Esercizio doveroso, ma anche pericoloso: non sarebbe la prima volta che il Parlamento ha tranquillamente ignorato i risultati di un referendum. Ovvero: una volta usato il referendum a fini politici “trasversali”, qualcuno si porrà il problema di come evitarne le conseguenze dirette.
Già qualcuno comincia a dire che in realtà la legge enumerava criteri tassativi, così che il referendum avrebbe abrogato l’obbligo di includere la remunerazione del capitale tra le componenti della tariffa. Ma nessuno vieta che una autorità pubblica decida invece autonomamente di prevederla comunque. Altri accennano invece a sostituire la remunerazione del capitale con la remunerazione della “attività industriale”. Concetto sfuggente, che consentirebbe di remunerare le imprese senza contraddire la forma. Ma è questo che il popolo italiano intendeva dire quando si è espresso? Mi permetto di avere dubbi in proposito.
Altri indicano che il problema vero è “il profitto”, ovvero la remunerazione del capitale di rischio, e non l’interesse, che remunera il capitale a prestito. Peccato che il referendum abbia abrogato il riferimento alla remunerazione di qualunque forma di capitale, e interpretare la volontà popolare oltre il suo aspetto “letterale” sia un esercizio impossibile. Neppure la remunerazione del capitale di prestito potrebbe essere messa in tariffa…
Qualcuno forse noterà che nessuno ha abrogato l’art. 117 del Testo unico degli enti locali (DLgs 267/2000) che dice che uno dei criteri per il calcolo della tariffa di tutti i servizi pubblici locali è “l’adeguatezza della remunerazione del capitale investito, coerente con le prevalenti condizioni di mercato”. Finché nessuno abrogherà anche questa norma, immagino che occorra applicarla. Ma – di nuovo – questo è coerente con quanto “il popolo” ha detto?
Infine, qualcuno cercherà di interpretare il termine “remunerazione” del capitale, distinguendolo dal suo “costo”, e ricordando che tutti i costi devono essere coperti. Vero. Ma, purtroppo, il costo dei fattori produttivi non è altro che la remunerazione dovuta a chi fornisce tali fattori: il costo del lavoro è la remunerazione del lavoratore, e lo stesso vale per il capitale. Parliamo di sinonimi: pensare che il referendum abbia cancellato la remunerazione del capitale mantenendo la copertura del suo costo appare difficile da capire. Anche se il problema sta nel manico: la norma parzialmente abrogata parla di remunerazione del capitale da una parte, e dei costi come se fossero altro. Gli altri modi di pagare per gli investimenti sarebbero sofismi, ma questo almeno una base fattuale la avrebbe. Ma se così fosse, attenzione: il referendum sarebbe stato semplicemente inutile.

IERI, OGGI E DOMANI

Sui contratti in essere, non dovrebbe succedere nulla. Sui contratti che stanno per essere siglati, nelle more del nuovo regime, il Governo ha il dovere di dire alle imprese cosa succede; e credo sia ragionevole pensare che in qualche modo si possa continuare con il vecchio regime (invocando la copertura dei costi, o qualcos’altro) almeno per un periodo transitorio, di durata limitata. Senza questo, gli investimenti si bloccheranno a tempo indefinito, e tutti hanno da perdere da una situazione del genere.
Quanto alla soluzione “a regime”, questa pessima politica ci lascia con un paradosso. Se non vogliamo tradire la volontà popolare, rischiamo di uccidere un settore vitale. Ma tradire la volontà popolare (che piaccia o meno) non sarebbe peggio? Ai nostri sagaci politici l’ardua sentenza.

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CHIEDERE MENO TASSE? RISCHIA DI FARLE AUMENTARE

97 commenti

  1. Marino

    Avevo trovato quasi convincente l’articolo di Mario Seminerio sul suo blog, Phastidio, sullo stesso argomento, però lui sosteneva che il privato investitore erediterebbe il rating dell’ente locale, per cui otterrebbe un finanziamento a un paio di punti percentuali superiore al tasso d’interesse corrente. Allora, se al privato fanno le stesse condizioni del pubblico, perché aggiungere un intermediario? E comunque per l’utente che differenza fa tra pagare l’investimento in tariffa o pagarlo come tassa locale?

    • La redazione

      Mi permetto di dubitare che se io ho un contratto con un ente pubblico, per questa ragione ne eredito il rating… Sono sempre io a essere responsabile della restituzione di un eventuale prestito, non l’ente pubblico…
      cordiali saluti
      carlo scarpa

  2. Pino

    Caro professore, la seguo da diversi anni con stima. Le scrivo da una regione molto particolare, la Puglia, che possiede il più esteso acquedotto d’Italia. Come avrà letto, il Consiglio regionale ha appena approvato un provvedimento che trasforma l’Acquedotto Pugliese da S.p.A. (di diritto privato) in azienda regionale (dunque di diritto pubblico): qual è il suo commento? Migliorerà il servizio a noi cittadini? E l’efficienza? Grazie e buon lavoro.

    • La redazione

      Non credo che il pubblico sia in se né peggiore né migliore del privato. Ma trasformare una SpA in un ente di diritto pubblico mi pare che semplicemente ne renda più complesso e meno efficiente il suo funzionamento (il diritto privato è molto più "agile" del diritto pubblico). Non ne conosco i dettagli, ma mi pare una mossa discutibile…
      carlo scarpa

  3. Fabio

    Io credo che la soluzione non debba passare da formule tanto complesse. A parte i dettagli formali, il senso del referendum non era eliminare i profitti sulla gestione dell’acqua, ma far si che tali profitti appartengano alla collettività indipendentemente da chi ha investito il capitale.

    • La redazione

      Peccato che il referendum sia un atto che modifica una legge, così che quanto si è deciso non è un "dettaglio", ma un atto che ha un suo senso preciso, che ben poco purtroppo ha a che fare con il "senso politico" che qualcuno voleva attribuirgli. Anche perchè tante persone avevano e hanno già in mente interpretazioni ben differenti…
      carlo scarpa

  4. Adriano Sala

    Voglio essere provocatorio. Il proverbio dice: "Chi sbaglia paga e i cocci sono suoi". Paga chi ha indetto il referendum e chi ha firmato perché avvenisse. Come? Molto semplice: zero investimenti, ovvio, poi, quando la situazione si farà critica, si ripescheranno i nomi dei promotori e dei firmatari. In Italia, ahimè, sono dominanti due culture fra loro (apparentemente) contrapposte. La cultura cristiano-cattolica del "è più facile che un cammello passi attraverso la crune di un ago" ecc., e la cultura marxista-leninista, pur annacquata. Con queste due culture non si va da nessuna parte e poiché la volontà popolare deve essere rispettata senza far pagare a chi ha votato no o non ha votato, non resta che la mia proposta provocatoria.

  5. Riccardo Colombo

    A me sembra che gli italiani abbiano mandato un messaggio chiaro: gli enti locali devono riprendere in mano la gestione dei beni comuni, come l’acqua. Le tariffe dell’acqua e dei rifiuti hanno avuto negli ultimi anni incrementi ben superiori all’inflazione e alle stesse tariffe dell’energia elettrica e del gas senza che si sia visto un miglioramento della qualità del servizo. Ciò significa che gli investimenti effettuati non hanno dato risultati significativi. La remunerazione del capitale investito non può essere un automatismo ma deve essere verificata volta per volta, come dice opportunamente il Testo Unico. La vera domanda è la seguente: gli enti locali ne saranno capaci? Hanno veramente la volontà di farlo?

  6. Daniele Ferretti

    Beh mi sembra abbastanza fantascientifico il modo in cui sono stati coinvolti i cittadini in questo caso, e come maggioranza ed opposizione hanno giocato a non prendere posizioni concrete su questo tema con la scarsità di risorse pubbliche che abbiamo a disposizione e coi disegni di legge che giacciono in Parlamento…

    • La redazione

      Assolutamente d’accordo. E’ uno degli esempi più lampanti della qualità della nostra politica nazionale. E c’è ben poco da stare allegri…
      carlo scarpa

       

  7. marco

    Queste considerazioni erano state ripetute da tanti con la testa sul collo, ma in odio a B. ci siamo castrati con allegria. Complimenti a tutti i sostenitori dei referendum. Personalmente credo che queste considerazioni valgano anche per il nucleare, le vittime reali del quale sono state finora una frazione minima di quelle provocate da dighe, miniere, petrolio. Certo se l’opinione pubblica non viene informata ma soltanto eccitata "contro" non credo più nel futuro di questo paese.

  8. Salvatore

    Caro Professore l’acqua, come tante altre cose in Italia, è stata strapagata. E’ giunta l’ora che si faccia seriamente una lotta alla corruzione e all’evasione fiscale. Ma fin quando il Parlamento sarà pieno di condannati, corrotti, bugiardi, questo sarà impossibile. Primo: Parlamento pulito.

    • La redazione

      D’accordo sulla seconda parte. Sulla prima no. Le tariffe idriche italiane sono (tra) le più basse del continente (credo “le” più basse)…
      cordiali saluti
      carlo scarpa

  9. AM

    Concordo pienamente con l’Autore. Mi chiedo chi siano i responsabili di questa bizzarra domanda referendaria che sottende una totale ignoranza in campo economico. Ora siamo tutti nei guai.

  10. Luigi Calabrone

    "L’alternativa è tradire un’altra volta la volontà popolare". Certo, come si deve fare e si fa da sempre. Esempi: abolizione Ministero Agricoltura, finanziamento pubblico partiti, ecc. Molti commentatori, dopo l’ubriacatura della vittoria dei sì, hanno rilevato che si è tornati indietro di un ventennio, riconfermando il sistema delle aziende pubbliche locali, dai bilanci poco trasparenti, imbottite da parenti ed amici e finanziate con tasse, contributi e deficit. Non per niente la Costituzione prevede la rappresentanza parlamentare, senza mandato imperativo, in cui il rappresentante non applica la "volontà del popolo" – sempre mutevole e spesso fallace – ma (dovrebbe) deliberare in base a qualche ragionamento. Il risultato del referendum – spesso drogato da slogan menzogneri, come l’attuale: "acqua pubblica" – è inapplicabile e non sarà applicato.

  11. Borghi Alberto

    Auspico che si riesca veramente ad aggirare il voto referendario per rendere inutile il secondo quesito e si possa quindi continuare a remunerare il capitale investito tramite tariffa del servizio idrico. I cittadini purtroppo sono stati vittima di una fortissima campagna a favore del sì, dettata da fini politici anti-Berlusconi piuttosto che da solide basi ideologiche. Anche il fatto che i quesiti sull’acqua fossero fortemente associati al nucleare e al legittimo impedimento ha contribuito a creare nella mente dei cittadini una correlazione negativa tra tutte e quattro le norme, facendoli ragionare più con la pancia che con il cervello. Penso che se il referendum avesse riguardato solamente i quesiti sull’acqua, il risultato sarebbe stato un altro, perchè qui in fondo si tratta di buon senso, e in Italia non possiamo rischiare di subire una maggiore pressione fiscale per un servizio che dovrebbe essere gestito come un qualunque altro settore delle utilities. Ergo, speriamo si riesca a mantenere la remunerazione tramite tariffa!

  12. Spinoza

    Basta maledette SpA!

  13. paolo zangani

    Credo che prima di remunerare il capitale investito, che poi vuol dire nella maggior parte dei casi soldi ai Comuni, si debbano utilizzare gli utili per gli investimenti o per coprire gli oneri finanziari relativi al capitale investito. Questo vale per tutti ed anche per i privati: invece in Italia c’è il bel sistema che si danno utili anche quando le società non brillano proprio per solidità (vedi Fiat che compra la Chrysler con i soldi dellle banche, continua a distribuire utili perdendo mercato poi però sbatte gli operai in cassa o chiede loro sacrifici stracciando contratti e diritti.) Siamo un paese di capitalisti originali.

  14. padanus

    La norma abrogata disponeva un Roi al 7% garantito dalla tariffa. Con la leva finanziaria si può arrivare ad un Roe oltre il 10%. Un affare per gli utenti o per gli azionisti? Se non passava il referendum era da mettersi tutti nel servizio idrico, come già già fatto col fotovoltaico. Brutto vizio italico dei nostri, imprenditori del salottino quello di fare impresa con i profitti garantiti. Cosa deve fare il governo? Si tiri da parte, che Roma, Torino e Bologna per le loro municipalizzate sicuramente trovano una soluzione. Anzi 3 soluzioni, distinte per la situazione di ogni Comune. La gara di affidamento con il profitto minimo garantito (e pagato dal “parco buoi”?)… piatto ricco mi ci ficco. Letta così è molto più liberale l’indicazione uscita dal referendum, che non la norma ormai abrogata. Perchè non si può pensare che in tante situazioni (ed i comuni in italia son 8000) chi partecipi alle gare potrebbe vincerle accontentandosi di un Roi più basso? Perchè come utente, di un servizio pubblico locale, per bere l’acqua del mio territorio devo pagare il 7% di Roi (!) al gestore?…perchè lo dice il Governo di Roma!! No grazie! Il federalismo è un modus pensandi ancora lontano.

    • La redazione

      La legge abolita non conteneva il 7%. Quello era in altra norma – se si voleva attaccare il 7% era l’altra norma che occorreva abrogare… Così si è abrogata qualunque remunerazione (2%? 1% qualunque!) del capitale in qualunque forma sia stato ottenuto (capitale di rischio ma anche di prestito).
      Cosa c’entri tutto ciò con il federalismo, francamente non lo capisco…
      carlo scarpa

  15. Patrizio Biffoni

    Ogni liberalizzazione fatta come si deve assegna precisi poteri all’autorità che deve vigilare le imprese affidatarie. E tali poteri devono essere sufficienti per garantire che tutti gli impegni presi sugli investimenti siano mantenuti, per evitare aumenti di tariffe non giustificati e prevedere la risoluzione del contratto in caso di ripetute inadempienze. Io non me la sono sentita di fidarmi in mancanza di risposte su questo fronte. Quindi ho votato Si per dire: legislatori, fate chiarezza su questo punto. Non potete pretendere che gente che c’è rimasta scottata con gli aumenti in bolletta vi firmi una cambiale in bianco. Per finanziare parte degli investimenti ci sono esempi di cooperative in Alto Adige che funzionano. (Fonte: Avvenire 17 Giugno). Quindi non c’è l’aut aut: o +tasse/+privatizzazioni o a secco. Dove è fattibile perchè non si può percorrere questa via? C’è qualcosa che mi sfugge?

    • La redazione

      Sulla assenza della autorità e della gravità della cosa ho già scritto; perfettamente d’accordo. E capisco la sua posizione. Anche se non la condivido fino in fondo, mi pare una delle poche posizioni "razionali" pro referendum.
      Anche se sopsetto che le sue argomentazioni abbiano a che fare più con il primo che con il secondo referendum. E noti per altro che nel regolamento ministeriale di attuazione del 23bis c’erano diverse clausole di salvaguardia delle gestioni efficienti e pubbliche (o non profit).
      Amen…
      cordiali saluti
      carlo scarpa

  16. Paolo Quattrone

    Mi chiedo una cosa: che cosa vuol dire l’articolo citato nel pezzo? Ovvero: “l’adeguatezza della remunerazione del capitale investito, coerente con le prevalenti condizioni di mercato”. Ma se per i servizi pubblici non esiste un prezzo di mercato (perchè, come per l’acqua, il bene è prodotto in regime di monopolio) di che cosa si sta parlando? Mi sembra che la “logica di mercato” crede nell’esistenza del “mercato” come nel Medioevo si credeva alle streghe ed alle pozioni magiche. Inoltre, quando l’acqua diventa “privata” ovvero gestita da soggetti che fanno interessi particolari piuttosto che generali, allora si avverano tutta una serie di storture. Non a caso la mafia si è storicamente sviluppata attraverso il controllo dell’acqua e quindi del territorio. Il capitale investito si remunera con le tasse, per questo le dobbiamo pagare. Il “mercato” esiste solo nei testi di economia neoclassica, ovvero di science fiction.

    • La redazione

      temo ci sia un fraintendimento. Quando si parla delle "prevalenti condizioni di mercato" stiamo parlando del mercato dei capitali (che è ampio e relativamente competitivo) non del mercato idrico.

      cordiali saluti
      carlo scarpa

  17. Massimo de Cristofaro

    A Firenze peraltro è già successo un fatto grave: la campagna di risparmio dell’acqua ha avuto un tale successo che il gestore ha richiesto un rialzo del 30% delle tariffe per compensarsi dei mancati ricavi! Secondo me il problema è che il concetto di "volontà popolare" utilizzato tramite referendum non può essere utilizzato per gestire questioni tecniche; quindi alcune materie dovrebbero essere escluse dall’ammissibilità referendaria: questa dell’acqua per la complessità degli intricati fili finanziari, tecnologici e normativi, quella del nucleare perché squisitamente applicativa: la protezione dell’ambiente è uno dei capisaldi a prescindere. Se si entra in questioni del genere ci si potrebbe ritrovare a votare contro il consumo di carne bovina o sull’uso degli antibiotici ecc ecc

  18. Marco Callegaro

    Quello che ha fatto votare sì è stata la paura (non infondata) di dover pagare l’acqua a prezzi strabilianti, senza che alcuno potesse mettere freno all’ingordigia degli esercenti. Non può esistere concorrenza laddove l’acquedotto che porta acqua a casa può essere uno e soltanto uno. Vorremmo avere l’efficienza del privato e le garanzie del pubblico. Si può? Meglio che i Comuni spendano di più per l’acqua (per tutti) e meno per altre cose (per pochi).

    • La redazione

      In media a oggi i prezzi dell’acqua in Italia sono quelli più bassi d’Europa. E non capisco tanta animosità per i prezzi dell’acqua e nulla per i prezzi di altre cose ben più pesanti per le nostre tasche…

      cordiali saluti
      carlo scarpa

  19. rocco

    Qui casca l’asino. Cascava prima e cade adesso. Invano ho chiesto a destra e a manca se il sì a quel quesito avrebbe permesso comunque di coprire i costi, perché a mio modesto parere quello che non si voleva con il sì era appunto che ci fossero ricavi netti per l’azienda che gestisce, ma è ovvio, mi pare che la tariffa debba coprire i costi. Qui l’esposizione più chiara che ho trovato che però si contraddice. Infatti si dice che permane l’obbligo di fornire il servizio senza attingere alla fiscalità generale, ma al tempo stesso dice che i soldi andrebbero reperiti da altri fondi pubblici e a fondo perduto. La tariffa è a fondo perduto? Se aggiungiamo che la tariffa era decisa dal Comune con tetto al 7% si capisce che la tariffa continuerà a deciderla il Comune il quale comunque non può prendere i soldi dalla fiscalità generale. Propongo. Due anni di blocco degli investimenti. Aumento delle tariffe per raccolta fondi e via agli investimenti fra due anni. In seguito (prima o poi si dovranno abbassare gli investimenti fino ad una normale gestione) abbassamento delle tariffe.

    • La redazione

      Giusto per chiarire un punto forse ovvio. Le tariffe le pagano i consumatori, non i Comuni. Quindi un loro aumento comporta un aumento della spesa dei consumatori, ma non del carico fiscale. Non c’è nessun divieto per i Comuni di attingere risorse dalla fiscalità generale per fare alcunchè.
      Quanto alla sua proposta, noti che nel sistema pre-referendum l’aumento delle tariffe seguiva (eventualmente) gli investimenti. Invertire l’ordine mi pare francamente poco salubre…
      cordiali saluti
      carlo scarpa

  20. Alessandro

    Dato che è chiaro che la maggioranza di chi ha votato sì, pensava di votare per un’altra cosa, il terribile rischio di morire di sete, la volontà popolare è tradita o rispettata in tutti i casi, a seconda del punto di vista personale. A questo punto se la scelta è stata in favore del pubblico, che pubblico sia, ben evidenziando quali nuove imposte serviranno a coprire i costi del servizio idrico.

    • La redazione

      Il giorno in cui una maggioranza parlamentare sarà pronta a farlo, vedremo. io, non la vedo proprio…
      cordiali saluti
      carlo Scarpa

  21. Ivan

    Argomenti molto interessanti. Vorrei aggiungere una piccola nota da non sottovalutare: sono le Compagnie (in ultima istanza) a decidere quali sono i costi… non so se rendo l’idea… Quindi tutto sommato… "siamo in buone mani".

  22. Alberto

    Da qualche commento vedo che tuttora non è chiaro lo spirito della legge abolita e quale sia il problema che si intendeva risolvere: si tratta di a) reperire risorse per gli investimenti; b) ottenere il miglior prezzo per il cliente (o l’utente, nel contesto post-referendum) tenuto conto degli investimenti di cui sopra. Si trattava quindi di mettere a gara la concessione in modo da stimolare comportamenti efficienti da parte dei concessionari, fossero essi pubblici o privati. Nella situazione post-referendum – se non verranno attuati correttivi – non sarà la collettività a beneficiare degli utili di gestione: la storia mostra che saranno gli altri stakeholders (dipendenti, amministratori, fornitori) ad avvantaggiarsi delle inefficienze.

  23. Giacomo

    Fa molta differenza pagare qualcosa in tariffa o pagarla sotto forma di imposta locale (o peggio ancora di tasse a livello nazionale), semplicemente perché con una tariffa si lega ciò che si paga a quanto uso si fa del servizio. Questo, oltre ad essere un principio sacrosanto di equità, per una risorsa come l’acqua diventa anche uno strumento di lotta allo spreco. Sono principi di economia evidentemente non immediati da comprendere, visto che sulla gente ha avuto molta più presa lo slogan “l’acqua la devono pagare tutti e la devono pagare poco”. Secondo me è un errore, l’acqua la deve pagare chi la usa e la deve pagare al suo giusto prezzo; poi, se c’è chi non è in grado di pagare, si diversifica la tariffa con agevolazioni e con forniture minime garantite, ma il totale della tariffa deve comunque coprire tutti i costi che sono stati sostenuti!

    • La redazione

      Perfettamente d’accordo. Non capisco perchè di debba fare giustizia sociale con i prezzi (e perchè con il prezzo dell’acqua e non quello di altri beni ugualmente comuni quali il pane, il caffè, o il gas…)
      Cordiali saluti
      carlo scarpa

  24. salvatore

    Complimenti a tutti. Esprimete le cose chiaramente e spesso condivisibili. Provate a rispondere a queste domande: perchè a Milano la spesa di acqua per persona è di circa 50 euro/anno e a Pioltello oltre 100 euro / anno? Quale è il costo standard di un metro cubo di acqua potabile? E quali sono i costi (compresi) di manutenzione / ammodernamento? Stesse domande, dai costi standard e oltre, possono essere fatte per gli altri servizi. Ma se poi i contratti vengono fatti da persone che prendono la “mazzetta” cosa è meglio fare? Attendo risposte concrete. Grazie. Forse che a Milano si sta peggio che in altre parti d’Italia?

    • La redazione

      Non so se qualcuno a Pioltello prenda delle mazzette. So che a Milano la falda è una di quelle maggiormente accessibili di tutto il paese. E so che per decenni Milano ha inquinato il Po e l’Adriatico non avendo alcun impianto di depurazione. Quando avranno costruito tutti gli impianti che servono, vedremo quanto costerà…
      i migliori saluti
      carlo scarpa

  25. Giorgio Costa

    Secondo il ministro Ronchi “Il referendum è stato di sicuro usato come una clava contro il governo. Se al posto dell’acqua (a proposito dei quesiti 1 e 2) ci fosse stato il vino sarebbe stato lo stesso”. Mirabile sintesi! Mi riconosco in questa definizione. Anch’io ho impugnato una clava contro il governo. Ed ora non mi rimane altro che maledire coloro che mi hanno forzato a farlo.

    • La redazione

      …a proposito di clave… il nome Tafazzi le ricorda nulla…?

      carlo scarpa

  26. luigi del monte

    Fondamentalmente sono un liberista però non su un bene come l’acqua che di fatto è u monopoliio. Faccio un esempio numerico: l’acqua costa 2€/mc e l’acquedotto ha una perdita del 50% così pompando 200 mc ne arrivano ai rubinetti 100. Costo per gli utenti 100*2=200€. Se il gestore dell’acquedotto (io credo che sia meglio il comune o la comunità montana, lacustre o l’unione dei comuni) sostituisce i tubi e arriva con una perdita dello 0% vuol dire che per mandare la stessa acqua ne pomperà soltanto 100 mc cioè un risparmio netto della metà in corrente per le pompe e manutenzioni però incasserà sempre 200€ spendendone meno, la differenza la metterà a pagare la rata del mutuo ventennale. Sbaglio qualcosa?

    • La redazione

      bah … dipende. Se il risparmio di costo di energia compensa il costo dell’investimento, vero. Se no, …no.
      E comunque restano fuori da questo ragionamento tutti gli altri investimenti (fognature, depurazione, …)

      cordiali saluti

      carlo Scarpa

  27. Nicola

    L’articolo è molto pertinente e si pone domande sacrosante. Però volevo far notare una specie di asimmetria ideologica: perché se ci mette i soldi il privato è un “INVESTIMENTO”, mentre se ci mette i soldi il pubblico, i cittadini, la comunità, allora è un “AGGRAVIO DEL CARICO FISCALE”? Non può essere anch’esso un investimento con un ritorno in termini di efficienza e risparmio nel tempo? Io ho votato SI al secondo quesito per eliminare il “profitto” dalla tariffa, ma non la copertura dei costi di investimento. E non perché il profitto è brutto e cattivo (non siamo tutti così ideologizzati), ma perché è assurdo e totalmente contrario ai principi del liberalismo economico stabilire per legge che ci DEBBA essere. Nei fatti, trattandosi di un monopolio, stabilire che il capitale investito ha l’obbligo di essere remunerato significa eliminare per legge il RISCHIO economico. I prezzi dovrebbero essere formati da un calcolo di costi e di domanda, e invece qui sarebbero semplicemente legati in modo direttamente proporzionale a qualsiasi quantità (magari del tutto arbitraria) di capitale investito. Più investi più guadagni, senza rischio.

    • La redazione

      La definizione di investimento è contabile, non ideologica. Quanto è contabilmente definito "investimento" viene intrapreso dalle imprese se e solo se rende (ovvero aumenta i ricavi piùdi quanto non aumentino i costi). Il problema è semplicemente che nel regime pre-referendum il ricavo deriva dalla tariffa, ora dovra derivare da altro… tutto qui.
      Quanto al rendimento del capitale, in tutti i settori regolati il rendimento del capitale è fissato esplicitamente o meno dalle tariffe (regolate). Tutti. Il problema è come si attribuisce a un’impresa il diritto di essere monopolista. Se il monopolista fosse scelto tramite una procedura competitiva (come richiedeva il 23 bis, abrogato dal primo referendum, …) il vincitore di una gara ben fatta sarebbe quello che accetta il rendimento minore… (di norma, detto fra noi, sarebbe quindi stata un’impresa pubblica…). Se queste sono le sua preoccupazioni, anche in questo caso immagino quindi abbia votato no all’altro referendum… O no?

      cordiali saluti

      carlo scarpa

  28. acocella salvatore

    Ne sono stato promotore ed ho votato sì. Ho letto qualche commento e l’articolo di scarpa. Ho da porre 2 qusiti:
    1. acquedotti, strade, ferovie, sanatori, ospedali, scuole ecc. fatte nei tempi dell’Italiatta, molto più povera, come sono stati fatti?.
    2. Che si paghino gli investimenti, potrebbe essere necessario: ma chi controlla i costi, specie se sono i “privati” (come le mega multinazionali come la Lyonnaise des eaux, o simili?. Perché il gestore pubblico è”obbligatoriamente” meno efficiente?. Forse lo è (come il privato è speculatore!) perché in Italia si è dimenticato il “controllo”, avere i bilanci leggibili è difficilissimo, a “gestire” sono politicanti famelici; in una parola perché siamo il Paese più corrotto degli “occidenttali” e oltre! Allora, dobbiamo rassegnarci a continuare così, carcerare chi ha rubato una mela e non i Tanzi?….Forse, questo, vuol dire il sì ai referendum: consentire – anche se la nostra Costituzione ne è avara – una maggiore “partecipazione”decisionale popolare . Ne prenda atto almeno il Presidente della Repubblica e faccia sentire il suo doveroso richiamo morale: questo è un suo compito che non ha nulla a che fare con la “confusione dei ruoli”!

    • La redazione

      Alla domanda nr. 1 non posso che rispondere che forse non a caso l’Italia è il paese con il debito pubblico maggiore d’Europa. Comunque, esistono fasi storiche nelle quali lo stato serve tantissimo (ad esempio, la nazionalizzazione del settore elettrico anni Sessanta è stata molto importante), altre nelle quali forse sia più opportuno ragionare in modo diverso (credo la privatizzazione di Enel dal 1999 in poi sia stata altrettanto importante…).
      Oltre tutto, proprio perchè ora siamo un paese abbastanza ricco, perchè non mettere in tariffa certi costi? Ci rendiamo conto che per l’acqua spendiamo in media meno dell’1% del reddito?
      Sul secondo punto, il problema è rivedere il metodo tariffario (molto rozzo) firmato da Di Pietro nel 1996 e proporne un altro che dia incentivi appropriati a ridurre i costi.
      Visto quindi quello che lei pensa del settore pubblico, sono per altro certo che sul primo referendum avrà votato no per imporre ai comuni di mettere a gara i servizi in modo da dare trasparenza a questi affidamenti… (o sbaglio?).
      i migliori saluti!
      carlo scarpa

  29. P. Magotti

    Aspettavo questo articolo e non mi ha deluso, anzi. Perfettamente d’accordo su tutto. C’è stata una campagna populista contro lo spauracchio del profitto e del privato, deprimente per uno stato liberale e democratico, come si può pensare che qualcuno lavori gratis, neanche i servi della gleba. La verità è che del referendum non importava niente a nessuno, il fine era colpire Berlusconi ed hanno sacrificato una buona legge per questo obiettivo. Populismo puro, paragonabile a quello leghista sulle zingaropoli o a quello berlusconiano sui comunisti.

  30. Roberto Barbiero

    La tua conclusione è corretta. Ed era ampliamente prevedibile finisse così. Non si tratta forse di meccanismi e giochini che noi Italiani già conosciamo bene? E ai quali direi siamo (ns malgrado) ormai abituati…

  31. enrico

    Ma perchè la cosa non può rimanere nell’ambito del bene pubblico di cui tutti debbono usufruire, come ne abbiamo votato? Perchè bisogna disquisire di temi economici quando abbiamo voluto decidere per un bene pubblico inalienabile?Io ho votato SI per pagare un servizio che deve funzionare, essere implementato per migliorare la qualità della mia/nostra vita e se questo vuol dire aumentare le tariffe per migliorare la situazione anche a distanza di tempo (e quindi bisogna accumulare risorse, da reinvestire si badi bene),sono disposto a fare il sacrificio di pagare di più.Ma lo scopo ultimo è l’acqua per tutti! Illuso?

  32. Enrico Franco

    Non ho votato per l’abolizione del secondo articolo sull’acqua, ma ne ero tentato perchè così come era formulato mi creava una grossa perplessità concettuale e pratica, che mi piacerebbe fosse chiarita da chi ne sa più di me. E cioè: il privato, che opera senza concorrenza (come nel caso dell’acqua) e che nel contempo ha la "garanzia" di poter applicare tariffe che producano margini remunerativi del capitale investito, è molto meno portato all’attenzione sui costi di gestione e anche su quelli di investimento, perché, tanto, non ha problemi a "ribaltare" costi eccessivi sulle tariffe. I privati pertanto potrebbero essere indotti ad una gestione magari efficace, perché il servizio è buono, ma non efficiente, con tariffe troppo alte. Non era proprio possibile individuare dei meccanismi un po’ più complessi che, pur garantendo un’adeguata remunerazione, stimolassero i privati a "curare" adeguatamente anche i costi, e quindi le tariffe? Non escluderei che anche tale dubbio abbia contribuito ad indurre molti a votare "sì" per l’abolizione di questo articolo.

  33. Glionna Carlo

    Mi sarebbe piaciuto sentire analisi di questo tipo prima dei referendum.
    Adesso è tardi, il popolo ha deciso.
    E se fossero coerenti, i referendari, chiederebbero l’abolizione, con conseguente ri-nazionalizzazione, delle leggi di “privatizzazione” del servizio di fornitura dell’energia elettrica e del gas (beni primari tanto quanto l’acqua, o no?).

  34. bob

    Qualcuno mi può spiegare il vantaggio che hanno avuto gli utenti con la “privatizzazione” delle Autostrade?

    • La redazione

      Pochi (a parte i quattrini incassati dal Tesoro). Ma cosa c’entra?
      carlo scarpa

       

  35. Eugenio Bevilacqua

    Per individuare con precisione l’ammontare delle dispersione nella rete idrica, far pagare al consumatore il costo effettivo del servzio e di conseguenza calcolare la quota che rimane a carico della collettivita’ in mancanza di investimenti, basterebbe una norma semplice. Una norma che in Germania, e persino in Polonia, esiste da molti anni. L’obbligo di cambiare i contatori d’acqua delle abitazioni ogni 5 anni. In Italia i contatori rimangono in servizio anche 3 o 4 decenni, quando la loro efficienza nella misurazione decresce in maniera significativa dopo qualche anno. Risultato: indicano un consumo significativamente inferiore di quello reale. Certo, con una legge di questo tipo la bolletta inizialmente sarebbe piu’ alta, ma il costo non ricadrebbe in maniera indiscriminata sulla collettivita’ e si favorirebbe lo sviluppo di una volonta’ politica induca alla realizzazione di investimenti sulla rete. La collettivita’ nel frattempo potrebbe coprire una parte del costo maggiorato della bolletta che andrebbe a colpire le classi meno abbienti attraverso i maggiori entroiti dalle bollette stesse. Al termine del processo avremmo zero sprechi e acqua meno cara per tutti!

    • La redazione

      Ho un dubbio… La bolletta media di una famiglia media è di circa 200-250 €/anno. Un contatore rischia di costare quanto l’intera bolletta annuale. Vale la pena??
      carlo scarpa

       

  36. Marcello Tava

    Non sono d’accordo. Qual è il nesso fra profitto e qualità di servizio in un regime di monopolio? Distribuire acqua richiede infrastrutture costose e urbanisticamente invasive che per questo motivo non si possono replicare in modo da permettere a una pluralità di soggetti di operare sul mercato. La legge prevedeva che il profitto potesse essere garantito attraverso rincari della bolletta anche per coprire passività che con la qualità del servizio non avevano niente a che vedere, quali il costo del debito e i costi operativi. Fare gli imprenditori in questo modo in Italia è facile: se si è bene immanicati coi potenti di turno si ottengono dalle banche (controllate dalle fondazioni) i finanziamenti e dagli amministratori le concessioni. I primi si garantiscono con il caro-bollette, i secondi vengono foraggiati con soldi che in qualche modo vengono messi a passivo in bilancio e spalmati sulle bollette. Così sono tutti contenti tranne i consumatori che da una parte non possono rinunciare all’acqua mentre dall’altra non hanno la possibilità di scegliere un altro operatore in regime di concorrenza.

  37. Antonio

    Salve a tutti. Ho letto l’articolo tutto d’un fiato, anche perché mi interessava tantissimo essendo stato uno dei promotori dei 2 sì per l’acqua nel mio paese. Leggendo anche nei commenti ho trovato molti miei dubbi sul testo di questo articolo che, a mio avviso, non ha dato una risposta indispensabile: Ma la quota di remunerazione del capitale investito sui SII veniva effettivamente utilizzata per migliorare l’impianto idrico e per la manutenzione? Secondo me no. Allora? Di cosa stiamo parlando?

    • La redazione

      la "quota di remunerazione" è la remunerazione del capitale usato per gli investimenti. In parte sarà utilizzata per coprire il costo del prestito, in parte andrà nelle tasche di chi ci ha messo i quattrini. Non è un delitto… Comunque, prima si fanno gli investimenti, poi c’è la remunerazione. Responsabilità dell’autorità di ambito è di approvare un piano degli investimenti utile e capace di migliorare effettivamente la qualità del servizio. tutto qua…
      carlo scarpa

  38. Alberto

    Il settore pubblico ha talmente funzionato in italia che tra poco non riusciremo piu’ a far fronte ai debiti accumulati. Non si e’ ancora capito che le cose di tutti in questo paese, sono di nessuno, cosicche’ nessuno se ne cura?. Vedi lo spreco dell’acqua ad esempio. Ricordo che il 7% garantito, comprende pure gli interessi sul capitale a debito, ricordo che e’ inoltre un tetto! E’ molto? Dipende certamente anche dai tassi di interesse presenti nel mercato. Se i tassi di interesse sono alti, un 7% di ritorno sul capitale potrebbe essere poco. Ma non ne abbiamo abbastanza del pubblico in questo paese, degli amici dei politici dei parenti nelle universita’? Ora ancora piu’ politica anche nelle municipalizzate? Non vi state accorgendo di come stanno andando a Roma l’Atac e l’Ama, e di come va invece l’Acea? Preferite socializzare le perdite o avere profitti che vanno anche a beneficio dei cittadini, visto che, Acea per un 51% e’ del Comune?

  39. AG

    La fornitura dell’acqua è, allo stato attuale un “monopolio naturale”. Mi pare, infatti, inverosimile pensare di realizzare una rete interconnessa, come per l’elettricità attraverso la quale trasportare l’acqua che produttori in competizione potrebbero vendere a prezzi competitivi ai consumatori finali. Lo scopo della privatizzazione potrebbe quindi essere soltanto quello di (a) attirare investimenti privati; (b) ottenere efficienza nella gestione. Per entrambi gli scopi ritengo che il metodo sia sbagliato. Assicurare (è una garanzia di legge a carico di tutti gli utenti) un rendimento, ad esempio del 7,5% o più, come attualmente viene fatto per attirare gli investimenti nella rete del gas, è assurdamente costoso, è evidente che per gli utenti costerebbe di meno pagare le tasse per ammortizzare il debito pubblico al 5% di investimenti fatti dal governo. Poiché il rendimento è assicurato ai privati investitori con riferimento ai costi presunti (o medi di sistema) e non a quelli effettivi, l’utente finale non ottiene alcun vantaggio dalla maggiore efficienza (ammesso che ci sia realmente). Una soluzione alternativa esiste, ma richiede uno spazio maggiore per rappresentarla. AG

  40. Alberto

    Se penso a tutti quei cittadini che al secondo quesito sull’acqua hanno votato si (vietando un’adeguata remunerazione del fattore capitale) -il fattore lavoro va invece giustamente remunerato anche nel settore idrico!- senza mai sapere o preoccuparsi una sola volta delle ingenti perdite accumulate dall’Ama o dall’Atac (societa’ pubbliche) mi vien male. Cari votanti volevate l’acqua gratis, Hic Rhodus, hic salta.

  41. marco ferrari

    Sebbene abbastanza liberista, ho votato sì ai referendum sui servizi pubblici e sulle tariffe per il semplice fatto che le leggi da abrogare mi sembravano pasticciate, poco chiari e sopratutto poco liberiste.
    Due esempi, l’obbligo di fa entrare nel capitale al 40% i privati. Ma chi l’ha detto? Perché poi 40% e non 39% o 41%?
    La remunerazione dell’investimento fissata al 7%! Ma è mercato questo? La remunerazione verrà decisa sulla base del mercato! Potrebbe essere il 7% ma anche il 5%!
    Questo non è liberismo, bensì quel privato molto pubblico che non mi piace.

  42. Furetto

    La verità è che il referendum era più o meno irrilevante. Se la distribuzione è pubblica allora si paga per l’inefficienza tramite la fiscalità. Se la distribuzione è privata si finanzia il profitto con la tariffa. Insomma, si trattava di decidere se foraggiare direttamente la politica o gli amici della politica. Il problema è che, se si paga con la tariffa, la fiscalità non viene ridotta; quindi si è cornuti e mazziati. La reputazione delle nostre authority poi non depone a favore della privatizzazione e la remunerazione predeterminata del capitale investito riduce di molto il rischio di impresa. A questo aggiungiamo che il consumo e gli sprechi d’acqua sono per la maggior parte imputabili all’agricoltura e non all’utenza residenziale.

  43. giancarlo c

    Per dirla in parole povere: io, la tariffa, la pago volentieri a un ente pubblico o a una sua società; meno piacevolmente remunero, invece, costi e rischio di un privato. Capisco che questa mia considerazione riguardi i “miei” valori (e la “mia” mappa di curve di indifferenza…), ma nella maggior parte dei casi (e soprattutto in presenza di monopoli naturali locali) la scelta tra privato e pubblico non riguarda l’efficienza (la regolamentazione della produzione privata provoca anzi una duplicazione di costi) ma proprio valori pre-economici relativi al più complessivo assetto della società. Il problema è un altro: quali sono gli strumenti più adatti coi quali le comunità di cittadini possono conoscere, valutare ed eventualmente punire chi gestisce un bene pubblico in regime di monopolio? A me sembra che per le comunità locali sarebbe (in teoria) più facile cambiare degli amministratori che dei monopolisti privati.

    • La redazione

      Mi permetto di notare che il diniego della remunerazione del capitale riguarda chiunque gestisca il servizio, pubblico o privato che sia. Ho il vago sospetto che con i tempi che corrono le amministrazioni pubbliche faranno fatica almeno quanto i privati a finanziare degli investimenti con queste regole…
      carlo scarpa

  44. J.

    L’articolo è senz’altro interessante ed attuale. Ciò che non capisco è perché il privato debba essere meglio del pubblico per definizione. Credo che tale dogma sia sbagliato e dannoso. Il confronto tra publico e privato andrebbe fatto tenendo in considerazione il tipo di mercato nel quale si opera. Senza postulare il principio per il quale l’acqua è un diritto e deve perciò essere garantito, è possibile criticare una gestione privata delle risorse idriche semplicemente facendo riferimento alla letteratura microeconomica. L’acqua è infatti un monopolio naturale, non posso scegliere l’acquedotto dal quale rifornirmi, non c’è concorrenza tra aziende perché la complessa infrastruttura necessaria crea chiare barriere alla competizione. Il privato in una situazione simile ha il solo incentivo di produrre "extra profitto" riducendo il benessere sociale. L’intervento pubblico è perciò giustificato dall’interesse collettivo di evitare una situazione di monopolio su una risorsa sensibile come l’acqua.

    • La redazione

      Non ho mai detto che il privato sia meglio… E comunque, mi ripeto, il diniego della remunerazione del capitale riguarda chiunque gestisca il servizio, pubblico o privato che sia. E se il pubblico non ha risorse come finanzierà gli ninvestimenti? con queste regole…
      carlo scarpa

  45. J.

    Il secondo punto che vorrei sollevare riguarda investimenti e tariffe. In primo luogo è necessario chiarire che gli investimenti privati non sono investimenti "gratuiti", vengono ripagati tramite le tariffe. Il privato reperisce denari sul mercato, chi li restituisce sono gli utenti con la bolletta. Se l’amministrazione pubblica prende in prestito il capitale necessario per l’ammodernamento della rete idrica dal mercato del credito e inserisce in bolletta un aumento tale da garantire la restituzione del prestito abbiamo esattamente lo stesso meccanismo con il piccolo particolare che non venogno pagati profitti all’imprenditore privato e il controllo dell’acqua rimane pubblico. Il fatto che l’acqua sia pubblica non significa che le tariffe debbano essere bloccate. Significa però che le tariffe seguano logiche differenti da quelle del profitto. Significa che è perfettamente possibile finanziare investimenti incrementando le tariffe (come è stato fatto anche con la bolletta dell’elettricità). Naturalmente esiste una grande problema in Italia: la gestione pubblica spesso coincide con gestione politica. E’ necessario risolverlo in ogni settore della vita pubblica.

  46. Cralo Banti

    "Hanno il coraggio di raccontarci che lo Stato non è più in grado di sostenerei costi di queste misure per i cittadini. Ma com’è possibile che oggi manchi il denaro necessario a salvaguardare e garantire nel tempo tali conquiste quando dalla Liberazione, periodo che ha visto l’Europa in ginocchio, la produzione e la ricchezza è considerevolmente aumentata? Forse perché il potere dei soldi, tanto combattutto dalla Resistenza, non è mai stato così grande, arrogante, egoista con i suoi stessi servitori, fin nelle più alte sfere dello Stato. Le banche, ormai privatizzate, dimostrano di preoccuparsi anzitutto dei loro dividendi e degli stipendi vertiginosi dei loro dirigenti, non certo dell’interesse generale". – Stéphane Hessel

  47. Luigi Sandon

    Sinceramente io non riesco a capire la meraviglia di tanti economisti e affini. Per il cittadino/contribuente/consumatore non cambia nulla pagare di più anche se cambiano le tasche dove finiscono i soldi. In più pare assurdo la garanzia di ritorno dell’investimeno. Solito “capitalismo senza richio” all’Italiana? Non vi viene il dubbio che con buona parte delle privatizzazioni tramutatesi solo in un aggravio per gli utenti, che gli Italiani non si fidino più, anche quelli non ideologicamente contrari? Certo, la rete idrica va ammodernata. Trattandosi di una infrastruttura critica (e un monopolio naturale) è giusto farlo con i soldi delle tasse o con l’aumento delle tariffe per il tempo necessario. Non si vede però perché, in assenza di concorrenza, debbano servire come mezzo per arricchire i “soliti noti”,

    • La redazione

      Non sono meravigliato, mi chiedo solo chi investirà con queste regole, tutto qui…
      carlo scarpa

  48. Tamerlano

    Troppo comodo sbandierare due miliardi di investimenti IPOTETICI da spalmare nei prossimi anni per poter avere il 7% di interessi certi e garantiti per legge OGGI. La legge, cosi’ com’era, era una truffa. Io prometto gli investimenti, incasso da oggi un margine garantito del 7% e poi magicamente le cifre stanziate per gli investimenti si riducono negli anni di un fattore 10. Cosi’ noi cittadini ci ritroviamo cornuti e mazziati: prezzi rincarati e investimenti assenti. E le aziende private che scappano con la cassa. Inseriamo nella futura legge un preciso legame tra investimenti e rendimento del capitale se non vogliamo fare la fine dei fessi. Tamerlano

  49. Massimo Matteoli

    Devo dire che l’articolo mi ha spiacevolmente sorpreso. Il secondo referendum sull’acqua non ha abolito "il profitto" per gli azionisti delle società di gestione (dove già ci sono, ovviamente), ma solo l’utile garantito del 7% l’anno sui conferimenti in conto capitale che tutti noi paghiamo nelle nostre bollette. Sette per cento che paghiamo se la gestione è buona, ma sempre sette per cento anche se la gestione è pessima. Alla faccia dell’efficienza di mercato. La verità e che il capitale con il guadagno garantito si chiama "gabella" e non c’entra proprio nulla con lo spirito liberale. E sinceramnete basta con la bufala degli investimenti: invece di pagare il sette per cento agli azionisti le società emettano obbligazioni o ricorrano ai sani e vecchi mutui bancari. Di sicuro ci costerà meno.

    • La redazione

      Caro lettore
      Rispondo a lei ma in realtà anche a tanti altri che credono di avere abolito una cosa, e invece ne hanno abolita un’altra.
      Se si voleva abolire il famoso 7% bisognava abolire il D.M. 1-8-1996 "Metodo normalizzato per la definizione delle componenti di costo e la determinazione della tariffa di riferimento del servizio idrico integrato." Pubblicato nella Gazz. Uff. 16 ottobre 1996, n. 243, provvedimento a firma dell’allora Ministro dei lavori pubblici, Antonio Di Pietro e dell’allora Ministro dell’Ambiente, Edo Ronchi, ovvero un pezzo di quella norma. Questo non è stato fatto, per scelta ben precisa, e quindi l’intento dei promotori era diverso da quello che lei crede che fosse.
      Il referendum ha abolito altro, ovvero l’idea che il capitale (il capitale sia di prestito, sia di rischio) debba essere remunerato, a prescindere dal livello (non al 7% ma neppure al 3% o al 2%). Chi lo ha fatto, si prenda almeno la responsabilità di quello che ha fatto…
      Cordiali saluti
      Carlo Scarpa

  50. Franco

    Gentile prof. Scarpa, credo che la sua ultima riflessione sia la più corretta. La Sentenza n. 26/2011 della Corte costituzionale (che ha ammesso il secondo quesito referendario) è chiara nel dire che comunque i costi devono coprirsi integralmente e quindi se prendo denaro a prestito, posso tranquillamente coprire gli interessi passivi (costi d’esercizio)attraverso la tariffa. E’ chiaro che per il consumatore nulla cambia (esempio scolastico: prima pagavo 7 su 100 che metteva l’azionista come soldi suoi, ora pagherò 7 su 100 di soldi che si prendono a prestito) e quindi il referendum è stato inutile ed è stato solo frutto di ideologia; anzi si aprirà la strada ai “furbetti del quartiere” che fanno impresa …. a debito con i soldi degli altri! Non so se condivide questa riflessione. Saluti.

    • La redazione

      Realisticamente, credo/temo di sì. Ma, anche se non sono felice dell’esito del referendum, non sarà un bel giorno per la nostra democrazia.
      carlo scarpa

  51. Franky®

    Non è cambiato nulla.
    Pagava il cittadino/utente prima, pagherà il cittadino/utente dopo, allo stesso modo, con servizio in mano al pubblico, o servizio in mano ai privati.
    Di certo NON SAREBBE CAMBIATO NULLA IN POSITIVO con l’assegnazione delle gestioni ai capitali e società private, nè per gli investimenti in conto capitale che rimanevano di gestione pubblica, nè in conto di spesa corrente che venivano riversate sul costo delle forniture idriche.

  52. Marco

    Il referendum ha detto chiaramente che l’acqua deve essere un bene integralmente pubblico, come può essere l’arte o la cultura, valori astratti di cui in ogni caso si fa mercimonio. Si paga il biglietto per andare in un museo pubblico, il TU degli Enti Locali prevede remunerazione del capitale, il capitale è dello Stato, che lo deve ad altri Stati, che lo debbono a qualche banca. Una bella remunerazione del capitale per il sistema bancario fissata dalla legge, per la fruizione di un servizio che già mi appartiene in quanto cittadino italiano; sarebbe interessante sapere chi in due righe ha fatto guadagnare a qualcuno migliaia di miliardi. Il punto è che la remunerazione del capitale investito dovrebbe essere l’incentivo per spendere soldi in ammodernamenti e infrastrutture, della rete idrica, della rete fognaria, i sistemi di rilevazione, ecc.; perchè lo Stato dovrebbe aver bisogno di incentivi economici per fornire un servizio che fa parte dei suoi doveri? Altrimenti lo Stato (comuni, regioni, comunità montane, ATO) in definitiva a che serve?

    • La redazione

      Il problema è se esiste una qualunque maggioranza parlamentare che accetterà di aumentare le imposte per finanziare il servizio idrico (che potrebbe molto più naturalmente – e in modo molto più efficiente – essere finanziato tramite variazioni delle tariffe). Tutto qui…
      carlo scarpa

  53. stevensoner

    Abito in provincia di Gorizia, Friuli Venezia Giulia, la gestione dell’acqua è pubblica, gestita da una sociètà dove gli azionisti sono i comuni stessi della provincia,le perdite sono quasi a livello di quelle milanesi, siamo al 14 per cento e da qui al 2018 sono stati programmati già lavori che comporteranno aumenti in bolletta del 5 per cento annuo, soldi che saranno reinvestiti peri una continua riduzione delle perdite residue.Mi sembra una gestione ragionevole e pianificata, non a costo zero, ma almeno, qui come in altre parti di questa regione,la gestione pubblica dell’acqua funziona, se c’è la volontà degli amministratori e meno clientelismi; non sempre privato vuol dire efficenza anzi in molti casi, tuttora in essere, è il contrario di quanto tutti pensano. Forse basterebbe copiare da chi le cose le fà già funzionare bene,senza chiamare ogni volta invocare la mano privata, che sappiamo bene essere legata da un filo alla politica, questo per l’acqua come per tante altre situazioni dove ovviamente c’è da spremere i cittadini sudditi. Buona giornata.

  54. Baldini Giancarlo

    L’acqua è pubblica. La gestione deve essere affidata alle amministrazioni locali che la distribuiranno e manutenteranno gli impianti: tutto ciò creerà dei costi che dovranno essere distribuiti fra i consumatori cittadini i quali pagheranno il puro costo senza aggravio dell’utile di impresa sempre che a gestire tutto ciò siano i Comuni o comunque amministrazioni pubbliche. Questo sistema, visto lo stato attuale degli impianti e la loro gestione, richiederà tuttavia dei controlli adeguati per organizzare in modo ottimale le maestranze pubbliche ponendo pesanti penali per chi corrompe, per chi viene corrotto o per chi cerca di approfittare dall’appartenenza alla amministrazione pubblica.

  55. Francesco Gatti

    Grazie al prof. Scarpa per le considerazioni. Interessante dibattito. Vivo in Provincia di Como. Piano d’ambito, capitolo economico-tariffario. La remunerazione ammonta a circa 3 milioni di euro l’anno, su 90 del servizio idrico a regime. Attorno al 3,3 % (dipende dall’anno d’esercizio). Per una bolletta di 200€/anno è 7 € a famiglia. Era il volano finanziario per qualsiasi gestore. Se il gestore passa il 7% nel periodo regolatorio, la quota di supero riduce le tariffe del periodo seguente. Se sta sotto, recupera nel periodo seguente. Dal punto di vista politico. 1) Il voto con forte componente antigovernativa si trasforma in un problema giuridico/tecnico/ambientale. 2) I cittadini vogliono contare ed essere coinvolti. Anche perchè non si fidano più. Patto sociale da ricostruire. 3) Il populismo non ha colore politico. Bisognerà uscirne in qualche modo. C’è chi ha sfruttato i cittadini per visibilità e dar peso a ideologie. Non per reale servizio alle comunità. Sembra sia così. PS: metodo normalizzato da migliorare. Se ne parla da 10 anni. Nulla di fatto. Dati di confronto: remunerazione gas: tra 6,4 al 7,6 %. Elettrico: attorno al 6,4

  56. bellavita

    Perchè ci sono i mutui la cui rata di rimborso capitale più interessi è un costo come gli altri. Qualcuno pensa anche ai prestiti irredimibili. Si potrebbe metterne una quota negli oneri di allacciamento. La follia era fissare l’utile garantito al 7% molto di più di quel che spera di guadagnare un imprenditore in concorrenza. E se l’utile era garantito, su cosa si faceva la gara? Su chi è più amico di Bisignani? Ma la più grande follia è stata quella del centrosinistra (credo) quando infuriava la moda della Thatcher, di obbligare tutti i comuni a trasformare le loro municipalizzate in Spa. Anche mantenendo il controllo, questa operazione comporta per il comune di Torino un maggior onere di 70 milioni di euro all’anno (bisogna pagare le bollette e le tasse sugli utili generati da queste bollette. Tutto per far ballare di gioia i liberisti e pagare parcelle ai consulenti della società civile. E nessuno si è alzato a difendere l’autonomia dei comuni. Quelli della Lega forse non han capito, quelli del Pd sognavano tutti carriere e stipendi come Moretti.

  57. Antonio Aghilar

    L’articolo pare scritto da un economista alle prese con un nascente Stato in cui non sia ancora stato deciso cosa si paga e con quali tributi. L’Autore chiede, giustamente, "chi pagherà l’acqua" ma lo fa dimenticando che tra imposte dirette e indirette ogni cittadino/consumatore italiano versa nelle casse pubbliche più del 65-70% di quel che guadagna. Chi pagherà l’acqua? Bella domanda. Facciamola pagare ai nuovi sottosegretari nominati dal governo. D’altra parte c’è sempre una questione che in alcun modo nessuno di coloro che caldeggiano la gestione privata del servizio idrico integrato riesce a dirimere del tutto. Come può l’affidamento ai privati far diventare efficiente per i consumatori ciò che efficiente non può essere perchè Monopolio Naturale? Nessuno risponde con dati e fatti oggettivi ma solo con congetture spacciando "la perdita di valore per gli azionisti" per perdita di efficienza netta (cioè anche per i consumatori). Io però la ribalterei, la domanda, ovvero: se lo Stato, con le imposte, le tasse e le gabelle di vario tipo che ci vessano non copre i costi derivanti dall’inefficienza del monopolio naturale dell’acqua, allora cosa di paga?

  58. rinaldo

    D’ora in avanti le questioni sull’acqua dovrebbero essere trattare in "Conti Pubblici" oppure in "Energia e Ambiente" oppure in "Fisco" o altro ma non più in "Concorrenza e Mercati"!

  59. Michele

    Dal punto di vista puramente economico esiste già, nei cassetti del governo, una proposta di legge che prevede il percorso da effettuare per la ripubblicizzazione del servizio idrico integrato. E’ una proposta di legge che traccia a grandi linee la copertura economica che deve essere attuata al fine di ottenere quanto espresso dal popolo italiano all’ultimo referendum. Sulle questioni di dettaglio, sui calcoli puramente economici, ci si scornerà nei mesi/anni a venire. Da un punto di vista più ampio, il discorso dell’acqua non deve essere inquadrato dal solo punto di vista economico in quanto l’acqua è e deve rimanere un bene comune. Il diritto a 50 litri di acqua gratuiti per persona al giorno è stabilito dall’Oms. Se sono gratuiti è ovvio che quei 50 litri sfuggiranno dal conto economico che, volendolo far quadrare, dovrà essere recuperato in altro modo. Il vero problema è far si che le richieste popolari, per quanto ideologiche, possano trovare attuazione nella vita di tutti i giorni. E’ la politica che deve dare queste risposte.

    • La redazione

      Io sono disposto a ragionare su beni gratuiti se si dimostra che il mercato non funziona, o che a prezzi che coprono i costi il consumo sarebbe troppo basso. Cose che non mi pare siano dimostrate, sicuramente non in Italia. Garantiamo il diritto a beni gratuiti a prescindere dal reddito? a me (e, credo, non solo a me) pare una enorme inefficienza.
      Il postulato poi che l’acqua sia un "bene comune" è (per l’appunto) un postulato. Che mi piacerebbe capire, e che credo sia semplicemente basato su una distorsione (pesante, e non so bene se fatta in buona fede) della nozione di "common". Applicare questo tipo di nozioni all’acqua non ha nessun fondamento in nessuna parte della teoria economica a me nota. Ma è un discorso un po’ più complesso – non è questo il contesto per parlarne (mi riservo di tornarci su…)
      carlo scarpa

  60. devis76

    Una sola considerazione. Vorrei far leggere alcuni commenti ad alcuni amici di Aprilia, se me lo permette. Gli stessi che grazie alla privatizzazione dell’acqua si sono visti recapitare 100€ netti di bolletta per due mesi di utenza che prima pagavano 20€. Tutto con calo di pressione e quindi minore erogazione e addirittura momenti di ammanco della stessa e quindi l’impossibilità di utilizzo soprattutto nelle ora di punta. Chi ha creato questi referendum provengono da realtà private sconsiderate. Dove vi è privato, in nessuna parte del mondo, si è mai visto un servizio funzionante a costo zero per i cittadini. Tutto a misura di ricco. Speculazione e disagio. Perchè dobbiamo essere gli unici in Europa a distinguerci? Solo i paesi poveri dove governano le dittature hanno una privatizzazione forsennata. Noi non possiamo ridurci in questo stato. Non sono ideologie. E’ una questione di buon senso.

    • La redazione

      Ma perchè i suoi amici di Aprilia invece di prendersela con i privati non se la prendono con gli incompetenti amministratori pubblici che li hanno condotti a questa situazione? (magari lo fanno già… e credo che questo sarebbe un bersaglio molto più pertinente….).
      carlo scarpa

  61. Dino

    E’ evidente che il gestore si trovi nella condizione di monopolio quando appronta un investimento all’interno del proprio contratto, e può facilmente scaricare inefficienze e costi su quei lavori. Gli investimenti, come in certe gare d’appalto integrato, devono essere oggetto di discussione in fase di assegnazione, in modo che chi controlla possa valutare il valore presunto.

  62. Marco

    "Il problema è se esiste una qualunque maggioranza parlamentare che accetterà di aumentare le imposte per finanziare il servizio idrico (che potrebbe molto più naturalmente – e in modo molto più efficiente – essere finanziato tramite variazioni delle tariffe). Tutto qui… carlo scarpa" Insomma le soluzioni sarebbero due: tasse più alte o tariffe più alte. Il referendum ha detto che se necessario sono meglio tasse più alte, tuttavia non ne vedo la necessità: fiscalità generale, se la facciano bastare… Secondo Lei è più efficiente una tariffa su cui ricarica i suoi costi un privato, mancando dimostrazioni perlomeno empiriche bisognerebbe fidarsi di una…promessa? teoria? Mi dica come chiamarla questa idea che il privato è più efficiente del pubblico. Proverei ad informarmi sui rimborsi ai privati della Sanità, un’efficienza impareggiabile. O le autostrade, vogliamo parlare delle mirabolanti autostrade italiane in concessione? Le privatizzazioni rassomigliarono più alla dissoluzione dell’Urss che al trionfo del libero mercato, come stupirsi che gli italiani non ne vogliano sapere?

  63. alberto

    Ritorno un attimo sull’interpretazione del 2° quesito referendario "rendimento garantito del 7%, sul capitale investito". Chiedo, a quelli che sono per un’interpretazione restrittiva del quesito, perche’ non va concesso il profitto al fattore capitale mentre, e’ possibile concederlo al fattore lavoro? Un esempio: se un libero professionista, un tecnico, dovesse presentare una parcella all’acquedotto Pugliese, per 5000 euro, sarebbe corretto, se il costo vero della prestazione (materiali, apparecchiature) fosse solo di 2500 euro? Nessun profitto per nessuno, allora?

  64. Giovanni Macri Masi

    Premesso che abbiamo appena abbolito una legge del 2006, che quindi è in vigore da 5 anni, e che uno de vostri temi è che gli acquedotti fanno acqua da tutte e parti, come mai in questi 5 anni non si è investito alla grande dato che l’investimento era garantito al 7% e non c’è alcun prodotto finanziario che ti dia un investimento garantito a 7% dallo stato? Perchè ci stiamo raccontando delle favole! Si è fatta la legge nel 2006 per incassare soldi dai privati e farli sparire nella gestione pubblica, per rimpinguare le casse dei comuni saccheggiate dal governo, le tariffe ,anche aumentate del 3,5% per migliorie, dovrebbero prima diminuire del 7% e il saldo è comunque un bel guadagno. Quindi non raccontiamo favole alla gente, piuttosto rimboccatevi veramente le maniche e via il mercato dai beni comuni!

  65. alberto

    “Naturalmente, il tipo di cultura che sta alle spalle dell’Ulivo, del Polo e della Lega è molto diverso: ma il capitalismo è oramai il comune denominatore di queste diversità culturali e tende a eliminare la loro resistenza e a renderle dimensioni subordinate alla volontà di profitto”. ( E. Severino, Il Destino della tecnica, pag. 116).

  66. alberto

    Segnalo il caso Talete.

  67. Francesco Marinelli

    Credo che una via d’uscita sarebbe quella di applicare anche per l’acqua i criteri normali che regolano i mercati. Faccio un esempio, se un azienda investe per migliorare l’efficienza del sistema produttivo (per esempio macchine di maggior precisione per ridurre gli scarti di produzione) il ritorno del capitale investito se lo produce con i minori costi e la maggiore produttività e non certo con l’aumento del prezzo di vendita del prodotto che anzi a seguito dell’investimento potrebbe persino essere ridotto. Quindi nel sistema di remunerazione che è stato abrogato c’era “qualcosa di anomalo”. Penso che forse l’acqua che viene estratta dal suolo potrebbe essere pagata ai comuni dalle aziende che la distribuiscono e rivenduta ai cittadini che la consumano lasciando che il prezzo sia determinato dalle aziende stesse. Siccome poi queste aziende operano di fatto in regime di monopolio è logico che siano di proprietà pubblica (non comunale). I comuni con i proventi che ricevono possono poi provvedere a favorire i meno abbienti.

  68. leprechaun

    L’acea è un’azienda pessima alla quale è stato di fatto affidato il monopolio della distribuzione elettrica a Roma, attività nella quale ha una storia negativa e della quale non è capace: ha malfunzionamenti banali anche sotto il profilo dell’amministrazione, e ha l’abitudine storica di bruciare i cavi e di fare saltare i sistemi informatici con centinaia di microinterruzioni per “suicciare i carichi”. Questi sono probabilmente “effetti collaterali” dell’essere quotata in Borsa. Il comune di Roma detiene il 30% del pacchetto, il resto è di privati (Suez, Caltagirone et al.). Il Comune dunque non la controlla affatto.

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