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LA POLITICA ECONOMICA PER USCIRE DALLA CALMA PIATTA

La calma piatta dell’economia italiana nei primi mesi 2011 è il riassunto di situazioni molto diverse. C’è chi langue sul mercato interno e chi sta sfondando sui mercati lontani. Ma se le aziende che esportano stanno in piedi con le loro gambe, la politica economica dovrebbe sostenere la domanda interna. Senza devastare i conti pubblici. Non serve la riforma fiscale complessiva di nuovo in agenda. Meglio la ripresa delle liberalizzazioni e un piano anti-burocrazia, oltre a specifici interventi fiscali e legislativi sul mercato del lavoro.

I dati definitivi sui conti nazionali del primo trimestre 2011 danno un quadro di calma piatta per l’economia italiana. Il Pil si è fermato a +0,1 per cento rispetto al quarto trimestre 2010. Ma i dati ufficiali sulle componenti della domanda dicono di più. I consumi delle famiglie hanno fatto registrare un +0,2, gli investimenti un +0,1 e la spesa pubblica un +0,5. Come è possibile che il tutto (il Pil) cresca meno delle singole parti (consumi, investimenti, spesa pubblica)? Un mistero, un clamoroso errore dell’Istat?

L’ITALIA NEL MONDO GLOBALE

Il fatto è che l’Italia è un’economia pienamente inserita nel contesto globale, un’economia che in tutto il 2010 ha esportato beni e servizi per 413 miliardi di euro e che ne ha importati per 441 miliardi di euro, e questo cambia le cose. Nel primo trimestre 2011, infatti, la domanda interna (la somma di consumi, investimenti e spesa pubblica, pari a circa 400 miliardi di euro) è cresciuta dello 0,3 per cento, mentre la domanda estera di prodotti italiani (l’export, pari a 112 miliardi) è cresciuta dell’1,4 per cento rispetto al trimestre precedente. Se l’aumento complessivo di domanda fosse stato soddisfatto da produzione delle aziende nei confini italiani avremmo avuto un incremento del Pil di 0,5 per cento: +0,5, non un dato “tedesco” ma nemmeno il minuscolo +0,1 registrato dall’Istat.
Che cosa è successo dunque? È successo che l’incremento di domanda è stato soddisfatto solo in misura molto parziale con produzione interna (appunto il +0,1 di crescita del Pil). A intercettare il desiderio delle famiglie, della pubblica amministrazione e delle imprese italiane di spendere un po’ più che nel trimestre precedente sono state soprattutto le imprese estere: l’import nel periodo è infatti aumentato dello 0,7 per cento. E sono dati a prezzi costanti, cioè al netto dell’aumento del prezzo del petrolio: le importazioni in valore sono infatti aumentate ben di più, del 5,2 per cento, a causa dell’incremento dei prezzi del 4,5 per cento e, appunto, dell’aumento dei volumi importati dello 0,7 per cento.
Insomma, il quadro è quello che chi è disponibile a leggere l’andamento dell’economia italiana senza avere su gli occhiali da tifoso conosce dall’inizio 2010: l’export è ripartito dopo la crisi, ma il Pil langue perché la domanda interna non cresce molto e il poco di crescita che si vede se ne va all’estero e non si ferma a creare occupazione in Italia.

LA GLOBALIZZAZIONE INDIGESTA

La domanda “va all’estero” in tanti modi. Si importa e si esporta di più a parità di produzione complessiva perché il mondo è sempre più globale: grazie alla tecnologia i costi di trasporto e di comunicazione sono sempre più bassi e quindi rispetto al passato gli scambi internazionali sono sempre più importanti. Così i consumatori comprano i beni al prezzo più basso e le imprese vendono dove i loro prodotti sono meglio valorizzati e apprezzati. L’invasione cinese dei nostri mercati e l’esportazione della Dolce Vita – come il Centro studi Confindustria chiama il successo del Made in Italy – sono figli dello stesso padre, il Mondo Globale. Ma per l’Italia c’è di più: la ripresa 2010-11 ha fatto ripartire le importazioni rispetto al periodo di crisi molto più rapidamente di quanto fosse avvenuto con la ripresa 2006-07 rispetto alla stagnazione 2005 (vedi anche Perché è così lenta la ripresa italiana, 04/01/11).
È un sintomo delle difficoltà dei terzisti, delle piccole imprese senza un marchio, che non fanno ricerca e usano poco le nuove tecnologie. Rappresentano, in poche parole, il back office delle grandi imprese, loro sì in competizione sui mercati di tutto il mondo. Se però le grandi imprese delocalizzano la produzione e non si portano con sé i fornitori italiani e se le grandi imprese estere non portano i loro impianti di produzione all’interno dei confini italiani o li chiudono (come avvenuto nei mesi scorsi), i conti delle grandi imprese italiane ed estere migliorano, le borse brindano agli accresciuti dividendi, ma i dati sull’occupazione e sulla produzione interna soffrono. E così abbiamo dati ancora troppo deludenti per il mercato del lavoro e per la produzione industriale. Da qualche mese la disoccupazione ha finalmente cominciato a diminuire, ma la percentuale di disoccupati sulla forza lavoro nell’aprile 2011 è ancora all’8,1 per cento. È un dato di mezzo punto inferiore al dato di aprile 2010 che però resta di due punti sopra al minimo pre-crisi di 5,9 per cento raggiunto nell’aprile 2007. E le stesse indicazioni vengono anche dai dati sulla produzione industriale. L’indice di aprile 2011 è di 3,7 punti sopra a quello dell’aprile 2010: good news, ma rimane pur sempre di 17 punti percentuali inferiore al dato registrato nel punto di massimo pre-crisi, quello dell’aprile 2008. E – significativamente – a non decollare è soprattutto la produzione industriale di beni di consumo non durevole che, nell’aprile 2011, mostra un modesto +0,2 per cento rispetto all’aprile 2010, mentre il resto delle voci dei prodotti industriali mostra incrementi di 6 punti percentuali. È lo scontrino medio delle famiglie che vanno a fare la spesa al supermercato a rimanere troppo basso, non le vendite di prodotti high-tech.

QUALE POLITICA ECONOMICA 

I dati dicono che la calma piatta dell’economia italiana nei primi mesi 2011 è il riassunto di situazioni molto diverse, di chi langue sul mercato interno e di chi sta sfondando sui mercati lontani. Questi pochi dati danno però indicazioni precise sulla politica economica possibile per i prossimi mesi.
Le aziende che riescono a esportare – spesso presenti con investimenti esteri nei mercati di sbocco – potrebbero certamente avere più aiuto dalla politica, ma nel complesso stanno in piedi con le loro gambe. Gli sforzi della politica economica dovrebbero dunque andare a sostenere la domanda interna senza devastare i conti pubblici. A questo per esempio non serve la riforma fiscale complessiva che sembra ritornare ancora una volta nell’agenda politica: per benissimo che vada, potrà essere a regime nel 2013. Nel frattempo per ridare fiato ai terzisti e ai consumi non ci sono alternative alla ripresa delle liberalizzazioni e a un piano anti-burocrazia per sfoltire la giungla di adempimenti e procedure con cui fanno i conti le imprese, oltre a specifici interventi fiscali e legislativi sul mercato del lavoro che ridiano fiducia ai consumatori-lavoratori.

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34 commenti

  1. fagrassini

    Tutto condivisibile,ma il problema veramente drammatico è quello dei tempi necessari perchè le auspicate riforme abbiano effetti positivi su domanda ed offerta. I problemi della domanda sono, inoltre, resi maggiormente preoccupanti dalla necessaria manovra da € 40 (?) miliardi: non c’è forse il pericolo di ulteriori scontri sociali e di fuga verso l’estero dei migliori cervelli?

    • La redazione

      La manovra da 40 miliardi dovrà essere fatta perché in futuro non possiamo più permetterci di fare deficit. E’ un cambiamento di mentalità importante per un paese abituato a rinviare al futuro le scelte difficili.

  2. fmparini

    La riforma fiscale è necessaria, ma potrebbero essere attivati provvedimenti utili sia per incrementare l’occupazione sia con ricadute varie. Vado nel dettaglio; la riforma fiscale richiede tempoi lunghi, ma è possibile accelerare l’obiettivo agendo in modo indiretto su vari fronti sia evasione sia malavitosi. Tutte le operazioni superiori ai cinquecento euro devono essere tracciabili; l’impatto è nei confronti degli evasori, contro il lavoro nero,riduzione della moneta circolante quindi minori rapine, minore impegno delle forze dell’ordine in indagini, ecc. Il provvedimento è immediato, non ha bisogno di studi di settore ecc. Mantenimento delle agevolazioni per il risparmio energetico 55%; ha una ricaduta notevole sia per il risparmio energetico sia per le attività legate all’indotto. La lotta allo smaltimento illegale dei rifiuti ha abortito il Sistri una ulteriore palla al piede delle aziende con costi non indifferenti; un’azienda in Italia ha troppi interlocutori. Comune, Provincia, Regione, asl, ispel, VVFF, arpa, ecc alla fine un’azienda rinuncia e va all’estero. C’è un altro aspetto: molti ex-funzionari pubblici sono arruolati come consulenti tecnici, ma per carità sono solo consulenti burocratici.

    • La redazione

      Sono d’accordo con la sua lista di proposte/miglioramenti che va nella giusta direzione di pensare pragmaticamente a come far salire l’occupazione e quindi la propensione a consumare.

  3. Giovanni

    Il problema che emerge è che il tessuto imprenditoriale italiano ha reagito solo in minima parte alla globalizzazione. Perché i deficit che ci portavamo dietro dagli inizi del 2000 continuano e perché sta diventando sempre più difficile dire cosa e come produrre. Si è parlato dell’elevato tasso d’importazioni di materiale tecnologico. Come mai non siamo in grado di produrre da soli tali beni? Quando si tratta di produzioni al di fuori del Made in Italy soffriamo terribilmente. Per quanto ancora potremo andare avanti con soli alimentari, moda e artigianato di nicchia?

    • La redazione

      Non credo che l’Italia debba cambiare specializzazione e diventare un paese dove si producono prodotti high-tech. Credo invece che dobbiamo soprattutto sfruttare scuola e università per sfornare le competenze che servono per rafforzare il made in Italy di sempre, e fare in modo che le imprese diventino più grandi per via interna per reggere la globalizzazione ed esportare la Dolce Vita al mondo emergente che vuole comprarla.

  4. Franco

    Scrivo e commento perchè i temi trattati sono attuali e decisivi. Devo dire però che ogni contributo di ipotesi di soluzione ai problemi posti è semplicemente ultroneo e contradditorio in un sistema economico quale quello attuale nazionale, basato sull’intreccio combinato di impresa assistita e di burocrazia sospettosa. Non esiste sviluppo sicuro dell’economia se non in un quadro preciso ed efficiente di burocrazia, capace di incanalare e selezionare in positivo ogni proposta o percorso economico.Quindi o si punta ad un altro sistema, libero dall’assistenza all’impresa ma attento ed efficiente ad assecondarne gli sviluppi socialmente compatibil o si continuerà a portare sempre più acqua di tutti alla doccia e alle piscina di pochi. Saluto con gioia l’esito della tornata referendaria anche perchè è successa una cosa… stranissima nel mondo della Borsa: perchè un titolo calasse e milioni di profitti speculativi sulle disgrazie altrui andassero in fumo sono occorsi più di 25 milioni di cittadini (v. AGEA). Ma per toccare con mano e con mente Il problema della necessità di cambio-sistema si pensi che basta un grappolo di bombe a far subito salire la borsa del petrolio.

  5. gardo

    Non sono un esperto di economia ma giudico la poltica di Tremonti fino ad oggi priva di fantasia e – probabilmente – competenze. I tagli sono stati fatti in modo lineare senza una visione strategica e di medio-lungo periodo. E dopo mesi che da più parti si segnala il problema dell’immobilismo economico cosa viene fuori dalla bocca del ministro che l’unica cosa che si potrebbe fare è la riforma fiscale. Peccato che per farla occorrono soldi che non ci sono. Ed allora tra le varie ipotesi c’è l’aumento dell’IVA e quindi aumento dei prezzi che poi andrebbe a colpire tutti senza distinzione di reddito. Mi chiedo, e la domanda se la sono sono posta anche al Corriere della Sera, se davvero il nostro ministro dell’economia abbia le competenze necessarie per gestire al meglio la situazione. Occorre un vero ecomista e studioso degli andamenti dei mercati. Ma è possibile che dopo mesi, e forse anni dei governi con Berlusconi e Tremonti, l’economia italiana vada sempre peggio, e senza nemmeno una riforma minima del mercato del lavoro e dell’economia (ad esempio delle vere liberalizzazioni e semplificazioni del fisco). Speriamo di non finire come la Grecia e lasciamo ai posteri l’ardua sentenza.

    • La redazione

      Tremonti non è un economista di formazione e se ne vanta. Ma questo non vuol dire che non capisca di economia e di fisco. Ha un compito difficile da sbrigare. Per ora ha fatto bene a tenere chiusi i cordoni della borsa. Dovrà continuare a farlo.

  6. Luciano Galbiati

    Il risultato della consultazione referendaria è inequivocabile. Gli elettori rifiutano la privatizzazione-liberalizzazione dei servizi pubblici e il ritorno al nucleare. Sonoramente battute le politiche liberiste. Un grande risultato. Maggiormente realistica (e praticabile dal punto di vista del consenso politico e sociale) la proposta di un piano anti-burocrazia e di intervento fiscale a vantaggio dei lavoratori-consumatori.

    • La redazione

      Sarebbe bene non trarre inferenze ideologiche dai risultati dei referendum. I referendum hanno detto no alle politiche liberiste nei servizi pubblici perché gli elettori, dopo le privatizzazioni-libneralizzazioni, hanno visto spesso salire i prezzi dei servizi e sempre nascere consigli di amministrazione pieni di trombati della politica e di incapaci elevati al rango di manager anziché un miglioramento della qualità del servizio. Ma le liberalizzazioni praticabili non riguardano solo i servizi di pubblica utilità che sono tipicamente soggetti a condizioni di monopolio naturale (alti costi fissi e bassi costi di gestione) e che quindi presentano i problemi che poi si sono verificati. Le mancate liberalizzazioni degli altri servizi – anch’essi di pubblica utilità: notai, avvocati, tassisti e carburanti – oltre che l’insufficiente liberalizzazione di banche e assicurazioni tengono su i prezzi e peggiorano la qualità dei servizi offerti in questi settori per famiglie e imprese, oltre che ridurre le possibilità di accesso a questi mestieri da parte dei tagliati fuori da questi mestieri, che sono spesso giovani. Per questo le liberalizzazioni che ho elencato dovrebbero rappresentare parte integrante di un programma di sostegno alla domanda interna e al potere di acquisto delle famiglie, oltre che di sostegno alle piccole imprese che tali servizi utilizzano, oltre al piano anti-burocrazia e a interventi fiscali per consumatori-lavoratori.

  7. mirco

    Se occorre come si desume dall’articolo, stimolare la domanda interna aumentando i consumi, perchè attarverso la semplificazione burocratica non si interviene anche nella riduzione di quella macchina mangiasoldi individuata dal sottobosco degli apparati politici dei partiti. Un esempio , non tutti i consiglieri di quartiere sono pagati lautamente come fossero funzionari comunali.Eppure esistono realtà in cui questo accade.Quanti miliardi si potrebbero recuperare?

    • La redazione

      Francamente non lo so. Il federalismo, se sarà attuato con successo, dovrà servire a fare chiarezza su questi sprechi potenziali. E anche l’accorpamento dei Comuni aiuterebbe a ridurre situazioni di assurda disparità.

  8. Pietro

    E pensare che quasi tutta italia di fronte alle parole del buon Padoa Schioppa ha fatto un segno di disgusto ” pagare le tasse ?!?!?! ” e pensare che la politica economica del buon Padoa Schioppa era ” inutile inneficace deleteria ” E pensare che le lenzuolate di liberalizzazioni di Bersani nessuno le voleva. Ora quali sarebbero i rimedi alla crisi ?? Liberalizzazioni, lotta allevasione ( ma non troppo perchè se no il Tremonti punisce i dipendenti del fisco troppo solorti ricordardiamo ?? ) ed il far pagare le tasse a tutti.. Mi pare che siamo alle solite, tutti a favore a parole, ma poi quando c’è da prendere la medicina gli italiano sono tutti liberisti-berlusconiani. E che dire delle imprese, praticamente a braccetto a Tremonti Berlusiconi fino a ieri, oggi si accorgono che c’è la crisi e che nulla è stato fatto..Brava Confindustria e Brava Marcegaglia..immagino che ora proporrà un altro poco di pseudo liberismo nel assumere e licenziare perchè si sa che i problemi veri per le aziende sono questi !!!!! i lavoratori italiani, diciamolo, costano troppo… E per favore, smettiamola di confondere il giusto controllo di organi esterni con la burocrazia che affossa chi produce..

  9. Ivano Mosconi

    Il problema, entro limiti ragionevoli, non è l’entità del prelievo fiscale: le tasse non distruggono il denaro ma ne comportano una redistribuzione che dovrebbe avere effetti positivi anche in termini di sviluppo economico. Quello che è importante è vedere chi sopporta il maggior peso del prelievo e come le risorse vengono utilizzate.

    • La redazione

      Qual è un limite di prelievo ragionevole? Un livello di tassazione e contribuzione sistematicamente sopra il 43 per cento del Pil crea malcontento anche in paesi in cui i servizi pubblici sono migliori che in Italia. Le persone non sono però disponibili a trarre le implicazioni che questo comporta, cioè che con meno entrate fiscali ci si deve pagare più servizi con il proprio portafoglio. E’ purtroppo quello che ci capiterà nei prossimi anni in cui impareremo che il principio del Non Paga (più) Pantalone non è un pranzo gratuito.

  10. Mario Panziero

    Il sostegno della domanda interna, senza incremento della spesa pubblica o incremento del debito privato dei consumatori, passa necessariamente per il potere d’acquisto medio dei salari. Cosa garantisce che i minori costi teoricamente derivanti da de-burocratizzazione siano trasferiti ai salari aumentando così il p.d.a.? In realtà, nulla a mio avviso. Inoltre, occorre distinguere tra regole e burocrazia: le prime ed il loro rispetto sono indispensabili per avere un mercato non tendenzialemente fallimentare; prova ne sia il numero di contenziosi, mancati o ridardati pagamenti dei dipendenti e dei fornitori (sia nel privato che nel pubblico), la possibilità di esterovestire o fare esterofuggire società sull’orlo del fallimento – manifestazioni della tendenza di alcuni mercati a non convergere naturalmente verso l’equilibrio, ma piuttosto all’instabilità. Se quindi si intende per liberalizzazione la deregolamentazione, a prescindere dall’esistenza di dinamiche socioeconomiche complesse, siamo veramente in alto mare.

    • La redazione

      Sburocratizzare vuol dire meno regole ma anche far rispettare in modo ferreo quelle esistenti. Non può voler dire "liberi tutti" e avanti con le peggiori abitudini dell’informalità italiana.

  11. francesco

    Le liberalizzazioni sono un’altra di quelle lepri che si fanno correre davanti ai cani da corsa senza che mai le possano prendere. Nessuna di quelle del passato ha dato alcun beneficio all’utenza. Solo creazioni di monopoli e dove non c’è il monopolio c’è il cartello. Avvocati ce ne sono già un’esagerazione e il loro numero è un incentivo alla già innata litigiosità degli italiani. Per i tassisti non vedo l’utilità di sostituire degli artigiani che lavorano in proprio offrendo quello che in Italia è, giustamente, un lusso con dei sottoproletari sfruttati come i tassisti di New York. Senza contare che in Italia lavorare sotto padrone è un’umiliazione quotidiana, per questo ci sono sempre stati tanti “imprenditori”.

    • La redazione

      Privatizzazioni e liberalizzazioni sono parole diverse. Le liberalizzazioni servono ad abbattere i monopoli.

  12. fmparini

    La speculazione tiene il fiato sul collo dell’Italia;ripeto basta poco.Mia moglie ha ricevuto la richiesta per un controllo dei giustificativi.Nota imprenditrice…insegnante con un paio di suv.Nel frattempo i cc casualmente hanno fermato a Bg un rumeno al quale sono intestate ben cinquecento auto;hanno mai controllato?Ribadisco e vedo che il presidente dell’Istat punta su due interventi uno potrebbe essere immediato l’altro modulato.Tracciabilità per tutte le operazioni superiori a cinquecento euro e contrasto d’interessi.Poi in chiave referendum,aumento della tariffa acqua superiore ad una dotazione minima;penso alle innumerevoli piscine in Liguria…..,e,soprattutto,mantenimento degli incentivi per l’efficienza energetica.Le ricadute sono numerose,mentre il fv che strapaghiamo,dovrebbe gofdere di minori incentivi al contrario della biomassa di scarto.Cretamente se non diventiamo seri saremo retrocessi;un portiere di 27 anni della serie b guadagna 10.000 euro al mese,un emerito…..accumula multe e sfascia auto a 21 anni,ecc. un ricercatore a 35 anni guadagna uno sputo un cardiochirurgo…è una missione solo denunce penali,ecc.Bisogna correlare le prestazioni sanitarie alreddito

  13. Salvatore

    Siccome ho appena letto l’elogio di Tremonti, voglio ricordare che in un anno il debito pubblico è aumentato di oltre 100 miliardi di euro e che il suddetto ha fatto un riciclaggio di denaro sporco facendo pagare il 5% su 100 miliardi di euro a evasori, mafiosi e corruttori.
    E’ questo stringere i cordoni della borsa?
    Ma fatemi il piacere…

    • La redazione

      Non sono un fan dei condoni e l’ho scritto più volte. Tremonti ha tenuto chiusi i cordoni della borsa in un senso molto preciso: il deficit pubblico era il 2.7 per cento del Pil nell’anno prima della crisi ed è aumentato al 5.2 nel 2009. L’aumento è quasi del tutto spiegato dal crollo del Pil che ha fatto scendere le entrate fiscali e salire le spese per la cassa integrazione a parità di aliquote. Vuol dire che, dal 2008 ad oggi, l’aumento del debito non è colpa sua. Questo non vuol dire che abbia fatto la politica fiscale migliore del mondo. Ma io non sono per il "piove, governo ladro".

  14. Luciano Galbiati

    La polemica sulle tariffe minime ha come vero obbiettivo la cancellazione del sistema ordinistico per favorire il massiccio ingresso,nel mondo delle professioni,di società di capitali e soggetti giuridici di varia natura.La crescita del mondo professionale non si ottiene con l’allargamento di un mercato già saturo o la concorrenza a tutti i costi (quasi sempre perverso meccanismo al ribasso a esclusivo vantaggio delle grandi imprese).Al contrario è necessario tutelare la qualità del lavoro intellettuale (e la giusta remunerazione) con accesso selettivo alle professioni,formazione e spacializzazione. Per quanto riguarda i taxi, nei paesi dove il servizio è stato “liberalizzato” (Olanda,Svezia,Irlanda),al danno del peggioramento della qualità del servizio e delle condizioni di lavoro e reddito degli autisti,si è aggiunta la beffa dell’aumento delle tariffe.Infine i carburanti.La GDO vuole entrare nel business della distribuzione.Disputa che non scalda il cuore dei cittadini; tutti sanno che il prezzo dei carburanti è per oltre 2/3 tasse e accise.Una certezza. La retorica liberista nasconde (da sempre) gli appetiti “oligopolistici” del grande capitale e della rendita finanziaria.

    • La redazione

      Un po’ di retorica anti-liberista c’è anche in questo commento, veramente. Sulla certezza finale: mi sembra che ci sia un po’ di confusione tra privatizzazioni e liberalizzazioni. Le privatizzazioni di un servizio (soprattutto se offerto in condizioni di monopolio naturale) senza liberalizzazione danno frequentemente luogo alle disfunzioni elencate nei vari settori (monopoli privati, extra-profitti). Ma le liberalizzazioni, cioè la riduzione dei costi di entrata in un mercato per evitare l’insorgere di monopoli, non dovrebbero soffrire di questo problema. Se succede c’è qualcosa che non funziona nella modalità di attuazione della liberalizzazione. In microeconomia insegniamo che quando un prezzo (una tariffa minima, in questo caso) è troppo alto sul mercato entra troppa gente, il che aiuta a spiegare come mai sia saturo il mercato degli avvocati. Tutto ciò non cancella l’esigenza dell’investimento nella qualità del lavoro intellettuale. Tenere fuori dalla porta gli appetiti oligopolistici del capitale finanziario e della rendita spesso vuol dire tenerci comunque servizi inefficienti gestiti da monopolisti corrotti, con l’etichetta pubblica. Non vedo che cosa ci sia di buono in questo.

  15. Luciano Galbiati

    Gentile signor Daveri mi consenta di rispondere con una breve (ma esplicativa) citazione dell’articolo di Federico Rampini “Obama,alla fine dei sogni” Repubblica 23/04/2011. “L’idea-forte..che ha affascinato i progressisti della mia generazione,era quella di usare il mercato per fare cose di sinistra. Liberalizzare, diffondere la concorrenza, doveva servire a rendere la nostre società meno ingessate, meno oligarchiche, con più opportunità per tutti. Il liberismo di sinistra, clintoniano e blairiano, era la terza via tanto attesa… L’Eden del cittadino-consumatore reso sovrano. La grande crisi del 2007-2009 ci costringe a leggere in chiave ben diversa la storia degli ultimi 30 anni. Le sinistre al potere hanno continuato, a modo loro, il grande cantiere di smantellamento del sindacato e delle regole .La deregulation ha partorito nuovi monopoli privati al posto dei monopoli di Stato. Le regole sui mercati sono state indebolite, travolte, aggirate. I controllori manipolati dalle lobby della finanza e grande industria. L’Eden del cittadino-consumatore non si è visto, quello dei chief executive sì. Strada facendo,anche nella sua culla storica qui in America la democrazia è stata corrotta.

    • La redazione

      Non voglio certo polemizzare, soprattutto per interposta persona, con Federico Rampini con cui ho avuto il piacere e l’onore di scrivere un libro. Quelli da lui indicati e da lei riportati sono grossi problemi del capitalismo americano che non ho difficoltà a riconoscere. Anche così, rimane che gli Stati Uniti continuano ad essere un formidabile attrattore per chi vuole cercare fortuna, il che dovrebbe farci riflettere. Il problema poi è capire quale sia l’alternativa. Per un ritorno in forze dello Stato dell’intervento dello Stato nell’economia a tutela dell’uguaglianza o della sorte del pianeta e delle sue risorse – anche ammesso che fosse una buona idea – non ci sono i soldi. Io rimango convinto che più libertà sia l’unica strada contro i monopoli. Ma ci sarà certamente occasione di riparlarne.

  16. PierGiorgio Gawronski

    In che modo i tagli alla burocrazia e le liberalizzazioni stimolerebbero la domanda? (La domanda. Non ‘la domanda, nel senso dell’offerta’.). Grazie e cordiali saluti.

    • La redazione

      I tagli alla burocrazia aiuterebbero i terzisti, le piccole imprese, a sopravvivere. Solo se sopravvivono, possono assumere di più, in tal modo facendo salire l’occupazione e quindi, in prospettiva, i consumi. Le liberalizzazioni dei carburanti e degli altri servizi privati farebbero scendere il loro costo e quindi i loro prezzi, in tal modo aumentando il potere di acquisto di chi acquista questi servizi. Il che ancora aiuterebbe la domanda di consumo di questi beni che non sono importabili se non in minima parte.

  17. Maurizio

    Credo che riprendere in mano l’agenda Giavazzi sia una formidabile cosa. Per prima cosa abolire tutti gli ordini professionali. Tutto libero. Fin quando non ledo altrui diritti, deve essere tutto totalmente libero. E’ il più elementare principio liberale. Purtroppo in questo povero paese denso di corporazioni è verso il contrario. L’Italia è oramai un paese sensa speranza e senza futuro.

  18. occhio

    Daveri, riguardo al suo intervento sulla tassazione delle rendite finanziarie: io vivo in Germania e se investo in Italia mi è indefferente l’aliquota vigente in Italia perché pago le tasse in Germania. Lo stesso vale per un italiano. Se aumentano le tasse sulle rendite finanziarie un residente in Italia che dovesse investire in Germania non pagherà le tasse sui redditi da capitale in Germania bensì in Italia. Quindi per un residente in Italia non avrebbe senso portare i propri soldi all’estero (almeno alla luce del sole).

  19. stefano

    Sebbene la liberalizzazione sia un fondamentale strumento per aiutare il settore delle piccole imprese, può però rappresentare un arma a doppio taglio, nel senso che i nuovi piccoli imprenditori che si affacciano sul mercato devono affrontare non poche difficoltà per sopravvivere in un mercato in cui la concorrenza è molto forte,e spesso la mortalità delle nuove imprese è troppo alta (basti pensare che recenti stime hanno dimostrato una mortalità delle imprese circa 10 volte superiore a quella infantile!). Ritengo che inseme alle liberalizzazioni debbano essere sensibilizzati i nuovi imprenditori, specialmente sui metodi e sui rischi di gestione, solo cosi sarà possibile un vero stimolo del settore terziario.

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