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IL FEDERALISMO FISCALE VISTO DA WASHINGTON

La nota ufficiale seguita alla missione dell’Fmi in Italia si occupa, tra l’altro, di federalismo fiscale. Il Fondo sembra guardare alla fase di ulteriore decentramento con un misto di apprensione e speranza. E perché la seconda prevalga, individua alcuni punti: la reintroduzione di qualche forma di tassazione sulle prime case in termini patrimoniali e reddituali; lo snellimento del sistema delle province; l’opportunità di introdurre anche nel nostro paese forme di federalismo a velocità variabile. Suggerimenti utili alla discussione. L’auspicio è che siano ascoltati.

La (quasi) annuale missione in Italia degli esperti del Fondo monetario internazionale si è chiusa la scorsa settimana con la pubblicazione di una lunga nota ufficiale. Si tratta di un documento “luci e ombre”. Si plaude ai risultati ottenuti sui conti pubblici nel 2010, ma, secondo il Fondo, gli obiettivi futuri di riduzione del deficit sotto il 3 per cento del Pil entro il 2012 e vicino allo zero entro il 2014 restano dubbi. In particolare si critica il governo per essersi finora affidato a misure lineari di taglio della spesa pubblica e per non aver delineato gli interventi specifici con cui conseguire effettivamente il consolidamento di bilancio dopo il 2012. E poi, mette in luce il Fondo, manca soprattutto la crescita: l’Italia boccheggia su un sentiero di crescita modesta, sorretta essenzialmente dalle esportazioni. Servono decise e immediate riforme strutturali per evitare un altro decennio di penosa stagnazione.

QUELLE CASE SENZA TASSE

Un paragrafo delle dichiarazioni finali della missione del Fondo è dedicato alla riforma in atto del federalismo fiscale (a cui il governo continua a dare grande risalto come confermato dal recente Programma nazionale di riforme, pp. 84-91) e ad alcuni argomenti limitrofi e collegati.
Il Fondo sembra guardare a questa fase di ulteriore decentramento con un misto di apprensione e speranza. Apprensione perché teme che dal rafforzamento delle responsabilità fiscali degli enti decentrati possa derivare un allentamento del controllo dei conti pubblici e un aumento della pressione fiscale complessiva (proprio il contrario di quanto il governo prefigura nel Programma nazionale di riforme, dove il federalismo fiscale è presentato come un tassello del programma di consolidamento fiscale). Speranza perché l’attribuzione a Regioni e comuni di maggiore autonomia tributaria dovrebbe ridurre la loro dipendenza dai trasferimenti erariali e, per questa via, favorire l’efficienza della spesa pubblica e la responsabilizzazione degli amministratori locali. Ma, dice il Fondo, per realizzare questo obiettivo “alle amministrazioni locali deve essere consentito di sottoporre a tassazione tutti gli immobili”. Tradotto in linguaggio più diretto: bisogna reintrodurre qualche forma di tassazione sulle prime case in termini patrimoniali (l’Ici) e reddituali (l’Irpef, che tuttavia confluirà per la componente immobiliare nella futura Imu attribuita ai comuni) perché il regime attuale di totale esenzione solleva dal finanziamento dei servizi comunali una larghissima fetta dei residenti (coloro che risiedono in una casa di proprietà, ovvero circa il 75 per cento delle famiglie), con chiara violazione di uno dei principi cardine del federalismo fiscale, quello della tendenziale coincidenza tra finanziatori e beneficiari dei servizi locali (il “vedo, pago, voto” del ministro Tremonti). Peccato che la riforma della fiscalità comunale da poco approvata chiuda nettamente la porta a questa prospettiva: l’esenzione della prima casa è punto qualificante del programma di governo e pertanto è politicamente intoccabile.
Il Fondo affonda poi il coltello in un punto dolente del disegno istituzionale sottostante la riforma del federalismo fiscale quando, tra le riforme strutturali suggerite (per la verità non particolarmente originali e dirompenti), invoca lo “snellimento” del sistema delle province. Peccato che le reiterate proposte di abolizione delle province si siano infrante in questi anni contro l’appassionata opposizione di gran parte della maggioranza di governo e soprattutto della Lega, vero motore della riforma del federalismo fiscale.

UN CONTRIBUTO ALLA DISCUSSIONE

Ancora, il Fondo approva l’iniziativa del governo, avviata nell’ambito dell’annunciata riforma fiscale, di razionalizzare l’insieme di agevolazioni, esenzioni, regimi sostitutivi che attualmente complicano e distorcono il sistema fiscale. Peccato che proprio la riforma della fiscalità regionale e comunale contribuisca significativamente a rendere ancor meno comprensibile e trasparente il disegno di alcune delle principali impostecome, innanzitutto, Irpef e Irap. La possibilità da parte delle Regioni di introdurre deduzioni e detrazioni differenziate a livello territoriale (oltreché, nel caso dell’Irpef, a modificare la struttura della progressività) sembra muoversi aldi fuori del quadro di coordinamento del sistema tributario previsto dalla stessa Costituzione con conseguente perdita di razionalità e trasparenza.
Il Fondo indica nelle profonde disparità territoriali tra Nord e Sud uno dei più stringenti nodi strutturali (insieme con l’inefficienza della pubblica amministrazione, il cuneo fiscale troppo gravoso, l’eccesso di regolazione pubblica, la struttura produttiva troppo squilibrata sulle produzioni a basso valore aggiunto, eccetera) che ci costringono a un destino di bassa crescita. Peccato che l’atto più recente della riforma sul federalismo fiscale, il decreto di revisione delle politiche territoriali di sviluppo e di coesione, sia una risposta al problema del dualismo territoriale non solo molto modesta sul piano dell’innovazione (di cui le politiche territoriali tanto avrebbero bisogno viste le difficoltà attuative emerse nel recente passato), ma anche non coordinata con il resto della riforma sul federalismo fiscale, soprattutto per quanto riguarda la programmazione e il finanziamento della spesa infrastrutturale.
Infine, il Fondo caldeggia l’opportunità di introdurre anche nel nostro paese forme di “federalismo a velocità variabile”, cioè di consentire, come idea generale, forme di decentramento più spinte in quelle Regioni che già abbiano le capacità amministrative per gestire le nuove funzioni. Peccato che la riforma del federalismo fiscale non preveda alcuna delega specifica per dare una regolamentazione precisa a questo tema così delicato per l’unità nazionale, forse nel timore che intervenire sul “federalismo a velocità variabile” accenda la discussione sulla questione, anch’essa politicamente assai imbarazzante, del finanziamento delle Regioni a statuto speciale.
Insomma, il federalismo visto da Washington sembra un po’ differente da quello visto da Roma, o anche da Varese e dalle valli bergamasche. C’è però tempo per rifletterci e ravvedersi. Le indicazioni del Fondo, insieme con molte altre proposte di diversa provenienza, potranno alimentare la discussione, sulle integrazioni e sulla revisione dei decreti approvati, che occuperà il cantiere del federalismo fiscale nei prossimi mesi.

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  1. mirco

    Una vera riforma federalista dovrebbe passare atraverso una razionalizzazione delle istituzioni degli enti locali: abolizione delle Province e di molti Comuni che non hanno ragione di esistere in riferimento al territorio e alla popolazione (troppo piccoli). Si dovrebbero accorpare anche le Regioni fino al raggiungimento di al massimo 8-9 macroregioni (che potrebbero coincidere con i piu grandi degli stati preunitari). Ma il problema non è il federalismo. La Sicilia attualmente è la piu "indipendente" delle Regioni a statuto speciale ed è quella che assorbe molte risorse, sprecando a più non posso. E’ recente un’ultima infornata di nuove assunzioni clientelari. Il paese ha bisogno di una nuova classe dirigente, altro che federalismo.

  2. franco benoffi gambarova

    Ottimo l’articolo e buoni i suggerimenti. Ma si tratterà di una voce clamans in deserto. Valgano due esempi. Primo: Berlusconi aveva promesso l’abolizione delle Province nella campagna elettorale del 2006. Bene: da allora ad oggi le province non sono state abolite ed altre se ne sono aggiunte. Secondo: per favorire la campagna elettorale in corso, spinto dalla Lega, Berlusconi ora promette lo spostamento da Roma a Milano di due Ministeri, con conseguenze aumento dei costi della politica. Caro Zanardi: noi siamo governati da uomini di questa fatta, dai quali non ci attendiamo alcunchè di buono, e già sappiamo che il federalismo comporterà maggiori prelievi dalle nostre tasche, per usare una espressione volgare ma cara al nostro Premier. Franco Benoffi Gambarova

  3. Maurizio

    Secondo me non solo la politica ha perso il contatto con la realtà anche il mondo accademico intellettuale secondo me si è distaccato dalla realtà e guarda troppo i numeri. In italia troppe attività imprenditoriali sono divenute impraticabili, anche quelle tradizionali possono sostenersi solo facendo un po di nero per sopravvivere. In attesa che la Pa raggiunga livelli di efficenza europei la cura è il taglio consistente della spesa con sgravi consistenti per chi lavora: autonomi, imprese e dipendenti settore privato. Ma qui si parla di tutt’altro di come recuperare gettito, come estorcere denaro a chi ha la casa o la macchina, perché quando io butto un artigiano sulla strada di estorsioni che non ha potuto pagare pox perché la Pa per cui ha lavorato non lo ha pagato e la stessa Pa gli mette l’ipoteca sulla casa e gliela vende all’asta.

  4. bob

    Case, provincie, tasse, velocità variabile etc. Ma dello stato della cultura di base di questo Paese quando parliamo. In quale Paese del mondo un clan come la Lega "governa" con 3 ministri?

  5. AM

    L’articolo è conciso e chiaro. I punti di vista del FMI illustrati sono pienamente condivisibili. Provvedimenti demagogici pre-elettorali, come l’abolizione dell’Ici sulla prima casa (già mitigato da detrazione), hanno concorso ad aggravare la situazione della finanza comunale. Il federalismo: a ben vedere i guai per la finanza pubblica nel sec. scorso si sono aggravati con la creazione delle Regioni che ha causato un aumento degli sprechi. Per evitare guai si deve essere inflessibili sul fatto che il decentramento delle decisioni di spesa non deve aumentare la spesa pubblica. Si deve poi evitare il trucco delle amministrazioni locali che prima sprecano denaro e poi, quando sono in difficoltà (es. raccolta rifiuti), invocano l’emergenza per avere aiuti da Roma. Il terremoto è un’emergenza accettabile, non quella della raccota rifiuti.

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