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PIÙ IMPRESE NEL NUOVO ICE *

Confindustria ha proposto di privatizzare l’Ice. Una utile provocazione perché il bilancio post-riforma dell’Istituto lascia molti dubbi sulle strategie e sulle inefficienze. Dovute alla rigidità nella selezione e nel governo del personale e alla sproporzione fra gli addetti della rete estera e quelli insediati in Italia. Paradossale poi la dispersione delle scarse risorse tra centinaia di iniziative prive di massa critica e grandi missioni di sistema, spesso inutili. Da moltiplicare invece gli sforzi di presenza sui medi e grandi mercati fuori dall’Europa.

La proposta di Confindustria di “privatizzare” l’Ice, Istituto nazionale per il commercio estero, è un’utile provocazione che andrà interpretata e meglio articolata, perché non si riproduca il polverone politico-sindacale-corporativo che nel 1995 ha visto più di quindici disegni di legge di riforma presentati in Parlamento, seguiti a ruota da crisi di governo, scioglimento delle Camere, per partorire il “topolino” dell’ultima riforma (legge 68 del 25 marzo 1997), la quale ha pienamente riportato l’ente nel parastato, sotto la magica etichetta di ente pubblico non economico.

UN’ICE CON MOLTI PROBLEMI

Oggi non è come allora, quando l’amministrazione straordinaria imposta dalla legge 600 del 28 ottobre 1994 aveva precipitosamente cancellato la riforma di cinque anni prima. Riforma condannata in partenza a fallire l’obiettivo di agilità e trasparenza, poiché contemplava un ente con “personalità giuridica di diritto pubblico” (articolo 1 legge 106 del 18 marzo 1989), dotato di un consiglio di amministrazione composto da ben trentacinque membri rappresentanti di otto ministeri, dodici associazioni di categorie produttive, quattro sindacati oltre a tre rappresentanti di regioni, uno di Enit, uno del mondo camerale e sei esperti scelti dal ministro del Commercio estero.
Tra le (poche) cose buone della riforma oggi vigente vi è sicuramente un cda di cinque membri (incluso il presidente) e un direttore generale con contratto dirigenziale di diritto privato di quattro anni rinnovabile una volta sola, scelto dal cda. Purtroppo il bilancio di quasi tre lustri lascia più malumori sulle strategie e sulle inefficienze, ampiamente alimentate innanzi tutto dalla rigidità nella selezione (i concorsi pubblici) e nel governo del personale (il contratto del pubblico impiego, tranne che per la preziosa quota di circa cinquecento addetti non di ruolo assunti a tempo determinato sulla rete estera). Ma alimentate anche dalla sproporzione fra gli ottanta addetti di ruolo chiamati a dirigere i 115 uffici di rete estera e gli altri 530 insediati in Italia: 420 nella pesante sede di Roma e 110 nelle sedi regionali. Sedi pressoché irrilevanti per le imprese, che potrebbero utilmente sciogliersi nei famosi sportelli unici tra Regioni e Camere di commercio, a cui potrebbero aggiungersi talune associazioni datoriali competenti per territorio-distretto.
Per non parlare dei progressivi tagli di bilancio operati in questo ultimo triennio (oggi 33 milioni di euro per l’attività promozionale e 66 milioni per il costo della sede centrale e delle reti), per di più con la paradossale dispersione delle scarse risorse umane e finanziarie tra, da un lato, centinaia di iniziative prive di massa critica (prevalentemente partecipazione fieristica e mostre promozionali con un po’ di sussidio alle piccole imprese partecipanti) e, all’opposto, grandi “missioni di sistema” in alcuni mercati certamente ad alto potenziale, ma scarsamente penetrabili e coltivabili senza precisi programmi focalizzati su settori o filiere, accuratamente preparati con le imprese leader e i loro partner di minore dimensione e altrettanto accuratamente seguiti nel tempo da azioni di “follow up” e valutazioni di impatto. Meno occasioni di spettacolo e viaggi gratificanti per i numerosi funzionari e personale politico, azioni più incisive costruite con logiche di business.
Per non parlare ancora della scandalosa altalena fra ministri e vice-ministri competenti, che provoca oggi una semi-paralisi delle attività promozionali, in quanto a distanza di mesi il ministro (nominato in ritardo e distratto da incombenze su materie più sensibili come l’energia e gli incentivi all’industria) non ha ancora emanato le sacre Linee direttrici dell’attività promozionale 2011. Il che non gli ha impedito di esercitare una pressione determinante sul cda per la recentissima nomina del direttore generale scaduto da mesi: è questa la funzione della vigilanza del ministero del Commercio con l’estero sulla “autonomia regolamentare, amministrativa, patrimoniale, organizzativa, contabile e finanziaria” dell’Ice, di cui all’articolo 1 comma 2 della vigente legge 68/97?

COME RIFORMARLO

Ben venga dunque la discussione sulla proposta provocatoria di Confindustria, che vuole rilanciare una idea controversa di “privatizzazione” di un ente che in quasi tutti i paesi ha natura di “agenzia governativa” sottoposta al controllo di uno o più ministeri (Esteri, Attività produttive), ma col pieno coinvolgimento delle categorie produttive, le quali concorrono a disegnare le iniziative promozionali e a definire i servizi (molti a pagamento) di cui intendono avvalersi le imprese decise a far crescere la propria dimensione internazionale negli scambi e sempre più nella produzione multinazionale.
Occorrerà studiare con attenzione la forma giuridica, per non partorire ircocervi destinati alla paralisi delle polemiche e dei ricorsi. Bisognerà proseguire con coraggio nella ibridazione della cultura diplomatica con quella di industria-servizi, anche per poter chiudere molte sedi in località sperdute (dove per le coraggiose imprese che vogliono entrare basteranno delle “task force” appoggiate ad ambasciate e consolati) e invece moltiplicare gli sforzi di presenza sui medi e grandi mercati fuori dalla vecchia Europa, dove spesso servirebbero strutture di servizio alle nostre imprese esportatrici e investitrici assai più articolate per regioni interne e territori.  

* Fabrizio Onida è stato prima amministratore straordinario e poi presidente Ice da settembre 1995 a luglio 2001.

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IL LAVORO DEGLI STRANIERI IN TEMPO DI CRISI *

  1. bob

    "Siamo in missione istituzionale della Provincia di Caserta…" Così parlavano 10-12 stravaccati e ridicoli impiegati in uno stand in una Fiera nel cuore di Londra. Io sono un piccolo imprenditore nel settore alimentare che lo stand se l’era pagato di tasca propria. Questa è l’Italia delle 21 Signorie senza Signori che si presenta all’estero.

  2. Marco Saladini

    La proposta che, secondo molti ma non tutti, sarebbe passata il 30 giugno 2011 in Consiglio dei Ministri prevede l’abolizione dell’Ice, il passaggio dei dipendenti al Ministero dello Sviluppo Economico e il trasferimento degli uffici Ice in "strutture del Ministero degli Affari Esteri". Oltre che essere di impianto molto farraginoso, sicuramente porterà alla paralisi delle attività per almeno un paio d’anni, per poi riprenderle con i tempi e i ritmi tipici dei Ministeri, che le imprese ben conoscono in quanto ben poco ne ottengono. Il "tratto di penna", caro ai dilettanti delle politiche di oggi e di ieri, risponde a una logica ormai superata, ovvero che tutto quel che ha la parola "estero" nel titolo non solo dev’essere coordinato dal Mae, come già si fa con ottimi risultati ora, ma dev’essere inglobato al suo interno. Ma nell’epoca delle reti, del terziario avanzato, della specializzazione come fattore guida dell’organizzazione del lavoro questa logica accentratrice e generalistica non tiene più.

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