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  1. etienne64 Rispondi

    L'argomento sulla prescrizione è sostanzialmente errato, pur muovendo da una osservazione giusta anche se un po' banale. La pena rappresenta un rischio per chi compie atti qualificati come reati e, come tutti i rischi, l'entità di tale rischio è pari al prodotto della probabilità dell'evento (probabilità di essere baccati, insomma) e magnitudo della disutilità conseguente alla applicazione della pena. E fin qui, tutto giusto, è il vecchio discorso di Beccaria. Quello di cui il Suo discorso non tiene conto è che, PROPRIO SULLA BASE DI QUESTA PREMESSA, si dovrebbe concludere convenendo sul fatto che la prescrizione incide sulla concreta severità della pena. Ora, è ovvio che tanto più una pena sarà severa e tanto più sarà deterrrente. Tuttavia, si ritiene che l'efficacia deterrente non possa superare certi limiti che comporterebbero dei costi non economici ma valoriali eccessivamente elevati. Sarebbe di certo più deterrente giustiziare i criminali con atroci torture sulla pubblica piazza: ma si ritiene che nessuna efficacia detrrente giustifichi supplizi stile Ravillac.
    Sicché, limitarsi a constatare che riducendo la prescrizione si riduce la severità della pena e quindi la sua efficacia aggira la discussione sul vero problema delle pene e cioé quale sia il limite massimo di sofferenza che si è disposti ad infliggere per conseguire il desiderato effetto deterrente. E il limite massimo, proprio per quel che è stato scritto nel post, non è dato solo dal massimo edittale, ma dal massimo edittale E da tutte le condizioni di concreta punibilità, prescrizione compresa.
    Infine (scusate, il triplo commento dovuto al limite di caratteri), per quanto a me non piaccia, l'incremento della prescrizione per i recidivi non è una novità e ha una sua ragione sotto il profilo special preventivo. Dal 1930 e cioé da quando fu promulgato il codice, la prescrizione della pena (non del reato, della pena) è crescente in ragione del fatto che taluno sia pregiudicato o meno. In secondo luogo, si assume che il pregiudicato sia maggiormente propenso a delinquere e che, quindi, la minaccia debba essere più forte nei confronti del recidivo. Sempre per le ragioni da voi esposte (e cioé che la disutilità della sanzione è il prodotto di probabilità per magnitudo) l'incremento della prescrizione ha la stessa logica della aggravante della recidiva. Il problema, in realtà, è un'altro: è giustificato questo inapsprimento generalizato delle pene? Io credo di no. Ma suppongo di essere piuttosto soletto nel sostenere un tanto.

  2. Raffaello Morelli Rispondi

    Ringrazio gli autori per le osservazioni. Confermano in sostanza del mio primo commento, quando scrivono che, siccome il piano dell'analisi economica si basa sulla deterrenza agli illeciti o ai reati, allora " occorrerebbe evitare di intervenire prima del processo, trattando diversamente rei e incensurati" poiché "il modo in cui “funziona” un processo, nonché il sistema di controlli che lo attiva, influenzano gli incentivi a commettere o meno reati". Appunto per questo il presupposto inespresso dell'analisi è pericoloso. Perché quando si passa dall'assunto economico al regolare la libera convivenza, non è più possibile adottare l'occhio della comunità (non quello processuale) e dare per scontato che il reato sia stato commesso. Se si fa, si condanna il cittadino a prescindere dal processo. Dando così un potere abnorme non ai giudici ma ai pm. Tale conclusione non è paradossale, è chiara. In termini di libertà civile, non regge il valutare gli aspetti giuridici della convivenza facendo riferimento solo ai criteri economici. Decenni fa, Einaudi ha distinto nettamente tra la politica liberale, che punta alla libertà, ed il liberismo economicista, che ha una funzione diversa.