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A VOLTE RITORNANO: L’IRI

La nostalgia per il ritorno del capitalismo di Stato è oggi forte in Italia. Tanto da sfociare in un decreto che consente alla Cassa depositi e prestiti di assumere partecipazioni in società di rilevante interesse nazionale. L’attuale irresistibile desiderio di italianità delle imprese porta però alla riproposizione di un’Iri tutta particolare, perché le sue risorse derivano dalla raccolta postale. Forse, bisognerebbe provare a raccontare la realtà anche dalla parte di chi acquista i prodotti e utilizza i servizi.

 

La tentazione di mettere l’orologio all’indietro invocando un bucolico passato è forte nei momenti di crisi, soprattutto quando guardare al futuro significa fare scelte radicali e coraggiose. In questi casi, attraverso una accorta regia della narrazione, si  finisce con l’occultare la dura e cruda realtà, confondendo i veri e molto prosaici interessi in gioco.   

NOSTALGIA RISCHIOSA

La discussione sull’irresistibile fascino del capitalismo di Stato con relativi rimpianti per l’epico Iri segue perfettamente lo schema, anche se basta scegliere una modalità di raccontare la storia un po’ diversa perché il fascino si dissolva rapidamente. Un piccolo e divertente esempio è il racconto di Guido Salerno Aletta, con due gustose rievocazioni delle battaglie tra la Sip e l’Asst (azienda di stato per i servizi telefonici e telegrafici) e della vicenda della televisione via cavo, a testimonianza di come le aziende pubbliche abbiano intralciato lo sviluppo di alcuni settori chiave dell’economia e dell’industria italiana. (1)   
Ma, guardando, appunto, al futuro, una altra modalità di narrazione è quella di vedere cosa concretamente potrà diventare il “nuovo capitalismo di Stato all’italiana” secondo i progetti governativi sfociati nell’articolo 7 del decreto omnibus, che consente alla Cassa depositi e prestiti di “assumere partecipazioni in società di rilevante interesse nazionale in termini di strategicità del settore di operatività, di livelli occupazionali, di entità di fatturato ovvero di ricadute per il sistema economico-produttivo del paese”. (2)
Fin dalla trasformazione della Cassa depositi e prestiti in società per azioni nel 2003 si era paventato il pericolo della nascita di una nuova Iri, e in effetti oltre al conferimento delle partecipazioni di alcune grandi società pubbliche, nel corso degli anni si sono gradualmente allargate le sue tradizionali competenze di finanziamento degli enti pubblici, fino a ricomprendere interventi di sostegno alle piccole e medie imprese e la partecipazione in fondi per le infrastrutture e il social housing. E si è anche allargata, sebbene con non pochi mal di pancia, la compagine sociale coinvolgendo nell’avventura una 30 per cento di capitale rappresentato dalle fondazioni bancarie.
È però un’Iri tutta particolare perché le sue risorse derivano dalla raccolta postale. E infatti in un approfondito studio di qualche anno fa intitolato, non a caso, Ma che cos’è la Cassa depositi e prestiti? si diceva senza mezzi termini che in realtà la Cdp era una banca, solamente che veniva trattata come un intermediario finanziario per sottrarla alla penetrante disciplina prudenziale delle partecipazioni prevista per le banche. (3) Mai profezia fu più vera: con la nuova disciplina si va oltre il normale private equity, consentendo l’acquisto di asset decisamente più “pesanti” in imprese le cui caratteristiche di strategicità saranno fra l’altro individuate direttamente dal ministro del Tesoro. E l’acquisto potrà avvenire, secondo il decreto, anche mediante risorse provenienti della raccolta postale. (4)
Insomma, gli incontenibili desideri di latte italiano, banche italiane, comunicazioni italiane (e chissà se a questo punto anche i gioielli, gli orologi e la moda non diventino strategici) possono prendere la china non solo di una pubblicizzazione forzata che notoriamente da noi significa politicizzazione, ma anche di un capitalismo di Stato all’amatriciana, si parla già di vari miliardi di euro messi sul piatto, pericolosamente in bilico sulle nostre tasche.

SCENARIO MUTATO

Èbene quindi che le Autorità di vigilanza drizzino le orecchie e anche le fondazioni socie hanno tutto l’interesse, almeno quelle non ancora colpite sulla via di damasco dal fulmine dell’italianità, a esercitare i poteri che lo statuto consente loro quantomeno per chiedere il rigoroso rispetto di nuovi e più stringenti limiti prudenziali. Questo anche per una doverosa tutela del proprio patrimonio.
Lo scenario sta cambiando: in un mondo dove, dopo il pronto soccorso post-crisi, i governi sono impegnati a tornare a fare il loro mestiere e cioè governare la crescita per ridare regole e fiducia alle economie, noi stiamo mettendo la retromarcia. (5) Si  risente l’atmosfera stantia dei “campioni nazionali”, abbellita adesso con mirabolanti richiami patriottici. Eppure, con un po’ di pazienza si trova anche chi le cose le racconta in modo diverso: qualche giorno fa, in pieno battage nazionalista, un breve trafiletto del Sole-24Ore riportava un intervento di Lorenzo Bini Smaghi, secondo il quale sarebbe un errore chiudere le porte alla banche straniere perché non è detto che queste non possano offrire a famiglie e imprese buoni prodotti. (6)
Sarebbe, appunto, un bell’esercizio provare a raccontare la realtà dalla parte di chi il latte lo beve e il credito lo utilizza.

(1) G. Salerno Aletta, “Quegli Imprenditori di stato di cui non abbiamo nessuna nostalgia”, in Milano Finanza, 5 aprile 2001.
(2) Articolo 7, decreto legge 34, 31 marzo 2011.
(3) F. Mucciarelli, “Ma che cos’è la Cassa depositi e prestiti?”, in Mercato, Concorrenza, Regole, 2004, p. 370. Vedi anche “Verso una nuova Iri?” del 18 novembre 2003.
(4) Secondo il decreto in questa ipotesi le partecipazioni andranno contabilizzate alla gestione separata. Ma la gestione separata significa solo separazione contabile e amministrativa, non offrendo garanzie di separazione patrimoniale.
(5) F. Vella, Capitalismo e finanza. Il futuro tra rischio e fiducia, il Mulino, 2011.
(6) Il Sole-24Ore del 2 aprile 2011, p. 31.

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10 commenti

  1. Tommaso Pieragnoli

    L’articolo è molto interessante e francamente pienamente condivisibile, ho però dei dubbi sul fatto che "il mercato" sia cosa buona e "l’IRI" sia una cosa orrenda. In questi ultimi due decenni tante aziende di stato si sono "privatizzate", alcuni giustamente hanno festeggiato affermando che solo il "mercato" poteva sviluppare e far crescere le aziende imbrigliate nella logica politica. Ma che cosa hanno fatto i gruppi privati che controllano o controllavano queste società? Hanno venduto, chiuso o addirittura fatto fallire le aziende di stato…

  2. Franco

    E’ stupefacente la protervia del Tesoro italiano, ammantata dalla parvenza economicista professorale di un titolare tributarista quale Tremonti, nel fare appello alla "italianità" nei momenti di crisi del capitalismo domestico. Tanto più stupefacente in una fase, come l’attuale, in cui l’economia si muove in sfere di globalizzazione planetaria che richiamerebbero politiche ben più articolate e collegate. La storia ci insegna che ogni richiamo atavico è stato la cartolina di precetto alla guerra, dopo la quale si è riassestato e rialzato l’appetito produttivo del carnefice. Il vero significato della direzione depositi-prestiti blandita dal Governo deve ricercarsi nell’impellente necessità di una accurata scelta di finanziamento alle sole realtà produttive che garantiscano il ritorno elettorale di voti imminenti e prossimi venturi. Realtà produttive per la cui difesa si è pronti a richiamare dal Libano e dall’Iraq i militari italiani, sacrificando la lotta all’asserito terrorismo fuori mura, alla necessità di fronteggiare una qualche rivolta politico-sociale a casa propria. Sarà questo forse il motivo profondo dell’ininterrotto aumento delle spese militari nei bilanci statali?

  3. Luca

    Nell’articolo si parla in termini troppo generici, senza riferimenti alla realtà dei fatti. Si può anche essere d’accordo sulla privatizzazione, sul mercato come primo regolatore, sull’incentivare il flusso di capitali dall’estero, sul capitalismo di stato politicizzato alla matriciana etc etc.. Rimane il fatto però che in un economia globale in cui vari attori importanti giocano con carte truccate (capitalismo di stato francese, concorrenza sleale delle cina gli esempi più lampanti) fare i mercatisti onesti e gentili può voler dire fare la fine del pollo. Quando bisogna agire è necessario prendere atto dei fatti e non agire in base a teorie astratte o modelli matematici che si basano su assunti a discrezione di chi ha fatto il modello. Aggiungo poi che abbiamo già raggiunto un più che discreto tasso di penetrazione di prodotti e servizi stranieri senza avere apprezabili benefici in termini di costi (non mi pare che i francesi abbiamo poi abbassato i costi di c/c e neanche gli olandesi a loro tempo), insomma la favola della privatizzazione come portatrice di modernità, innovazione, concorrenza, capitali freschi etc ha fatto il suo tempo.

  4. Magotti P.

    In italia le privatizzazioni non hanno funzionato, perché a queste non sono seguite le dovute liberalizzazioni. Privatizzazioni e liberalizzazioni non sono la stessa cosa, ma esprimono due cose differenti. Il meccanismo innovatore, cioè la concorrenza, si presenta in un sistema liberale, in cui i produttori possono produrre ciò che vogliono ed essere acquisiti da chi ha interesse nel farlo. La privatizzazione in se non comporta la concorrenza, ma una situazione di monopolio, per questo non c’è stato il salto di qualità in Italia. Ci si aspettava che una destra, che si definisce liberale, potesse far fare al sistema Italia questo ulteriore salto di qualità, ma purtroppo sta addirittura tornando indietro. Politiche social-comuniste per il Popolo della Libertà, incredibile, solo in Italia.

  5. giovanni

    Da Londra è partito di recente il progetto della Big Society, una grande banca pubblica a sostegno del Welfare, ruolo che in Italia potrebbe benissimo aassumere la CDP, per la raccolta e la sua solidità patrimoniale. E’ l’unica strada percorribile per le destre conservatrici quando si intende scontare le tasse ai ceti più alti, senza uccidere il welfare e perdere il consenso di popolo, comunque necessario per avere una maggioranza elettorale. Tremonti ha più volte sollevato in televiosne ad Annozero e al Tg1 il problemma delel banche-stamperia che col quantitative easing allagano i mercati di liquidità senza garanzie patrimoniali. Perchè impedire di fare questo a fini sociali, in un momento di crisi in cui lo Stato è senza denaro, a una banca pubblica, peraltro molto più solida di tante banche private’ altro discorso sono le partecipazioni in aziende private in cirsi, che in vari settori potrebbe compromettere il libero mercato e favorire un nuovo asistenzialismo. La partecipazione dovrebbe consistere in presiti convertibli in azioni, vincolate a piani industriali credibili, non nel finanziamento di ricapitalizazzioni che nessun altro investitore intenderebbe sottoscrivere…

  6. Bernardo

    "Da Londra è partito di recente il progetto della Big Society, una grande banca pubblica a sostegno del Welfare" La Big Society non è una grande banca pubblica, né privata, non ha niente a che vedere con una banca. Sei fuori tema. Per cortesia, cara Voce un po di controllo sui commenti prima della pubblicazione

  7. giovanni

    Come potete leggere a questo link, nel progetto della Big society di Cameron e Nat Wej, rientra una Big Bank, banca che usa fondi pubblici e dei conti dormienti per il sostegno a comunità nascente e alle fasce sociali più povere. Nat Wej è cinese, uno dei pochi lord strranieri, il più giovane nella Camera dei Lord. Ricordo che a Luglio nel servizio in cui il TG presentava la Big Society parlò Nat wrj, di seguito il capo della massoneria di rito scozzese, e un tale di nome Emmanule (con due "m") Emanuele, termine eloquente per gli addetti al settore. in altre parole, il progetto va ben oltre Cameron, ed è l’unico modo per coniugare taglio delle tasse e sopravvivenza del welfare. Una banca pubblica per il sociale è il fulcro di questo progetto.

  8. Anonimo

    Le dinamiche di profitto di lungo termine non sono a riferimento del sistema di proprietà, che può essere indifferentemente di natura privata o pubblica, dipendente dalla struttura manageriale in base alla definizione che i fallimenti di mercato non dipendono dalla domanda di beni, ma dalla capacità del management di effettuare una gestione efficiente delle risorse finanziarie al momento disponibili in termini di crescita della produttività media di lungo periodo.

  9. Francesco Vella

    Ringrazio i lettori per gli utili commenti, che sono anche l’occasione per riprendere alcune tematiche del mio articolo. Innanzitutto posso rassicurare Luca che il mio ragionamento non è affatto ispirato ad astrazioni o logiche matematiche (sono un giurista e con la matematica fin da quando ero piccolo ho purtroppo avuto problemi). Parlando come si suol dire"terra terra" , mi sentivo un pollo quando prendere un aereo era per privilegiati, e quando i servizi bancari in un sistema che non conosceva concorrenza erano costosi ed inefficienti: grazie alle battaglie di tanti diabolici esterofili i nostri mercati si sono aperti insieme alle nostre borse della spesa e stiamo tutti meglio.
    Concordo con la necessità di non confondere tra liberalizzazioni e privatizzazioni e con il fatto che i privati non sempre hanno dato buona prova di se, e sono anche convinto che la proprietà pubblica non sia certo la madre di tutte le disgrazie. Ma ci sono alcuni legami evidenti che nello spazio riservato ad una risposta ai commenti sono costretto a sintetizzare in poche parole, e mi scuso.
    Senza un apparato di regole degno di tal nome non si va da nessuna parte e il dato preoccupante risiede soprattutto nel fatto che, cadute nel dimenticatoio le liberalizzazioni, si diffondono forme di "ripubblicizzazione" che inevitabilmente generano un palese conflitto di interessi tra lo stato proprietario e lo stato regolatore. Mettendola in altri termini: quale capacità potrà avere in futuro, nella produzione di regole per garantire un equilibrato gioco concorrenziale, chi da quelle regole viene colpito perchè perde una posizione di forza? A mio parere, lo stato si deve muovere per condizionare la morfologia del sistema con le leve della politica industriale e deve garantire la concorrenza con la leva delle regole, ma se si mette a giocare anche lui finisce con il far male tutte e due le cose!
    Infine, per quanto concerne il progetto della Big Society inglese, effettivamente si prevede al suo interno la nascita di un soggetto che dovrebbe avere il compito però di finanziare solo e soltanto le iniziative del no profit. Da quanto mi risulta, e sarò grato ai lettori se mi daranno ulteriori indicazioni, è però ancora una proposta al centro di discussioni, e comunque non sono al momento definite le caratteristiche istituzionali che questo soggetto dovrebbe rivestire.

  10. mario giaccone

    ritengo le riserve sul ruolo della CdP avanzate e sulla "leggina" Tremonti corrette. Tuttavia, noi associamo a "intervento pubblico" le PpSs dagli anni ’60 (con il ministero ad hoc): ma non possiamo dimenticare che l’IRI agì come un’autentica investment bank, con una task force di appena 50 persone di altissima levatura, con orizzonti di lungo periodo facendo quegli investimenti che il capitale privato non fece (leggi siderurgia in primis, ma anche Eni) perchè con un orizzonte troppo di breve periodo: il vero "capitalista paziente" che rassicurò altri imprenditori privati (a partire dalla Fiat di Valletta). E, a parte qualche eccezione, la valutazione delle privatizzazioni degli anni ’90 è pesantemente negativo, riproponendo gli stessi limiti storici. Credo pertanto che abbiamo bisogno di una nuova IRI, ma fondata su requisiti ferrei nella selezione di questa task force e dei suoi dirigenti, con un approccio da "fondo chiuso", dato che si alimenta con risparmio privato raccolto dal pubblico: soggetto privato orientato al medio-lungo periodo. Una buona occasione di lavoro contro il brain drain. Si può aprire una discussione in questi termini?

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