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E ORA TOCCA AL PORTOGALLO

È arrivato il turno del Portogallo per la richiesta di aiuto all’Fmi e all’Unione Europea. Non è certo una buona notizia per la zona euro. Anche perché se Grecia, Irlanda e Portogallo non ricominceranno a crescere, prima o poi arriveranno a un parziale ripudio del debito. Servirebbe dunque un piano per ridurre al minimo i rischi di contagio dopo una simile decisione. Ma ufficialmente nessuno ne vuol sentire parlare, tantomeno Francia e Germania. Si preferisce attendere un miracolo, invece di agire prima che la situazione si deteriori.

È arrivato il turno del Portogallo: eccolo chiedere, a sua volta, l’aiuto dell’Fmi e dell’Unione Europea. Erano mesi ormai che la manovra sembrava divenire sempre più ineluttabile, mesi in cui tuttavia il Portogallo ha continuato a spiegare che non era un paese come la Grecia (irresponsabile), né l’Irlanda (con la sua bolla immobiliare). Invece il Portogallo è come tutti gli altri. Se i mercati finanziari ritengono che il governo portoghese non è in grado di ottenere prestiti, non potrà finanziare i suoi deficit e, dal momento che non può certo eliminarli, è obbligato a richiedere i finanziamenti dell’Fmi e del Fondo dell’Unione Europea. È lapalissiano.

UNA SITUAZIONE DIFFICILE

Certo, il governo portoghese si trova in una situazione molto difficile. Appellarsi all’Fmi è un segnale di fallimento e comporta una temporanea perdita di sovranità. Non ricorrere al Fondo monetario significa solo cercare di guadagnar tempo, promettendo di impegnarsi in una buona gestione. Ma gli impegni consistono essenzialmente in tagli della spesa, e dunque significano anche impopolarità. Una impopolarità tale da provocare la caduta del governo, che sta tentando un’operazione di salvataggio prima delle elezioni. È, praticamente, come se le avesse già perse. Come spesso capita, non è una buona soluzione aspettare un miracolo invece di agire non appena si presenta il problema. Il governo irlandese è caduto e ha perso le successive elezioni esattamente per lo stesso motivo.

PIANO B CERCASI

Per la zona euro, tutto ciò non rappresenta purtroppo la fine dei suoi problemi. Le condizioni imposte dall’Fmi e dalla Commissione sono molto severe. La priorità è quella di ridurre i deficit, ma ciò crea, tra l’altro, il grave inconveniente di frenare l’economia, aggravando la recessione. Come conseguenza, i redditi diminuiscono, gli introiti fiscali anche e il deficit si aggrava ulteriormente. È esattamente ciò che sta accadendo in Grecia e ciò che tra breve accadrà in Irlanda. È un circolo vizioso che crea un terribile dilemma: bisogna continuare a stringere la cinghia, sperando che la ripresa possa migliorare la situazione e il bilancio (senza però avere la minima certezza che ciò avvenga) o bisogna invece decidersi a cancellare una parte del debito pubblico?
Il ripudio del debito è sempre una questione intricata e complessa. I mercati finanziari, e in particolare i creditori colpiti nei loro interessi, non sono certo contenti e trattano come un paria il governo “colpevole”: quest’ultimo non può più chiedere neanche un centesimo in prestito e deve intervenire l’Fmi, alle sue ben note condizioni. Ma il malumore non dura mai a lungo e ben presto cominciano i negoziati, anche perché già da tempo i prestiti al paese in questione vengono fatti con tassi d’interesse molto remunerativi, che sono palesemente un anticipo sulla futura cancellazione. Presto o tardi il governo e i suoi creditori si accordano sul livello di riduzione del debito – l’espressione tecnica è haircut, (letteralmente "taglio di capelli"), che può essere più o meno drastico. E gli affari ricominciano. Il debito è parzialmente sparito e allo stesso tempo è considerevolmente diminuita la necessità di restrizioni di bilancio. Insomma, tutto si riduce a un brutto momento da traversare.
Se in Grecia, ma anche in Irlanda e in Portogallo, l’economia non ricomincia a crescere, è verosimile che il governo ammetta che la cancellazione del debito non ha solo svantaggi. Fino a ora, negli ambienti ufficiali – governi, Bce, Commissione – il concetto di cancellazione era un tabù assoluto. La ragione invocata è che vi è il rischio-contagio. Certo, se la Grecia varcasse questo confine, i mercati si farebbero prendere dal panico e cesserebbero di finanziare l’Irlanda e il Portogallo, il che sta praticamente già avvenendo. Potrebbero addirittura spaventarsi e rifiutare prestiti a paesi come l’Italia, la Spagna o il Belgio. Esiste sicuramente questo rischio. Ma invece di demonizzare l’idea di cancellazione del debito, bisognerebbe prepararsi, adottando provvedimenti in grado di attenuarne la gravità e di ridurre il rischio di contagio. Ufficialmente, non si sta studiando nessun piano del genere. Se fosse vero, ciò rasenterebbe l’incoscienza; ecco perché tutti i dinieghi ufficiali non sono credibili.
Perché, allora, le autorità europee si irrigidiscono in una posizione che rischia di essere altrettanto insostenibile quanto quella del Portogallo che si rifiuta di rivolgersi all’Fmi? Perché Angela Merkel e Nicolas Sarkozy son quelli che fanno la voce più grossa, rifiutando qualsiasi cancellazione del debito? È un segreto di Pulcinella. Le banche tedesche e francesi sarebbero le prime a subire gravi perdite nel caso di cancellazione dei debiti. E se, nonostante le affermazioni ufficiali e gli stress test, che escludono qualsiasi ripudio del debito, alcune banche si rivelassero ancora troppo fragili per sopportare lo choc, i governi sarebbero nuovamente obbligati a salvarle ricorrendo al denaro dei contribuenti. Il che significherebbe la perdita certa delle prossime elezioni. Ecco quindi che tutti si aggrappano al buon vecchio metodo, che consiste nell’attendere un miracolo, invece di agire preventivamente, prima che la situazione si deteriori. Anche se non si tratta della soluzione migliore.

(traduzione di Daniela Crocco)

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  1. mirco

    L’europa e L’euro? Non vedo nulla non spero nulla e non credo in nulla. 10 anni di coma e poi la fine.

  2. Piero

    Negli Usa a giugno la Fed uscirà dal QE£ = smetterà di comprare Treasury dal suo governo. I Piigs non vogliono tagliare la spesa e rischiano in futuro un default parziale. Se invece i Piigs provano a tagliare la spesa aumentano la recessione, calano gettito e Pil, aumenta il debito/Pil oltre le soglie di pericolo. Le banche dei due leader europei, Francia e Germania, troppo golose han la pancia piena di Piigs nascosti agli stress test. I tassi aumenteranno e manderanno in tilt il servizio del debito pubblico ed i mutui da 20/30 anni fatti anche da noi in questi ultimi anni di bolla immobiliare.. non è che voglia esser pessimista, ma piuttosto realista: vie d’uscita in Europa (e poi anche in Usa) non ce ne sono. Le analisi de Lavoce son sempre belle, ma le soluzioni non esistono: la coperta è ormai troppo corta. L’impoverimento ulteriore con default o con restrizioni fiscali sarà inevitabile.

  3. morse

    Cancellazione del debito? Non c’è altro modo che deliberare il suo consolidamento, rendendo irredimibili i titoli. O c’è un altro modo?

  4. rousseau

    Vi sono paesi aderenti all’euro solo per collocazione geografica, tutt’altro è la realtà economica che caratterizza il loro assetto sociale, perciò deducco che usciranno dalla zona euro prima o poi!

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