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UN’OCCUPAZIONE SEMPRE PIÙ PRECARIA

I lavoratori precari riescono a organizzare per la prima volta una manifestazione nazionale, sabato 9 aprile. Anche perché sono sempre di più. A due anni e mezzi dall’inizio della crisi e dopo un 2009 disastroso per l’occupazione, il mercato del lavoro italiano attende ancora un’effettiva inversione di tendenza, benché la dinamica nel 2010 sia stata meno negativa rispetto all’anno precedente. La crescita debole delle assunzioni per gli under 30 e il peso decrescente di quelle con contratti a tempo indeterminato segnalano che l’occupazione è sempre più precaria e che le conseguenze della crisi gravano sempre più sui giovani.

Per iniziare a capire bene quanto accaduto nel mercato del lavoro dipendente e parasubordinato in questo biennio di crisi possiamo ora utilizzare anche dati amministrativi regionali assai tempestivi, contenuti in un apposito rapporto, redatto secondo criteri di classificazione omogenei, da cinque regioni e due province autonome del centro-nord: Piemonte, Liguria, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Marche, Trento e Bolzano. (1)
Alla base ci sono le nuove modalità telematiche di acquisizione delle comunicazioni obbligatorie delle imprese su assunzioni e cessazioni di rapporti di lavoro. Le informazioni affluiscono a ministero del Lavoro, Inps e Regioni o province autonome. A livello centrale ancora si fatica a “metabolizzarle” in maniera affidabile e tempestiva, mentre parecchie Regioni si sono attivate e coordinate per utilizzare le informazioni bene e rapidamente.
Due sono gli aspetti particolarmente apprezzabili dei dati amministrativi regionali: riguardano flussi (assunzioni e cessazioni) e sono quindi particolarmente utili per cogliere l’evoluzione della congiuntura.

PER I GIOVANI SOLO ASSUNZIONI A TEMPO DETERMINATO

L’aspetto socialmente più preoccupante documentato dai dati amministrativi è la diversa dinamica delle assunzioni per tipo di contratto, sempre nel triennio 2008-10 (vedi la tabella 1). Sulle assunzioni con contratti a tempo indeterminato emergono tre nitide evidenze:

  • la “gelata” del 2009 è stata accompagnata anche da un loro secco calo – sono scesi dal 23 al 17 per cento (effetto anche della forte diminuzione della mobilità tra imprese);
  • la flebile ripresa del 2010 non ha invertito questa tendenza, anzi i contratti a tempo indeterminato sono ulteriormente scesi, al 15 per cento;
  • infine, i contratti a tempo indeterminato rappresentano sempre meno una modalità di prima assunzione di lavoratori e sempre più una tappa alla quale si approda dopo un percorso lavorativo accidentato – quelli che risultano da trasformazioni di contratti a termine o di apprendistato sono saliti dal 25 per cento nel 2008 al 33 per cento nel 2010.

Tabella 1 – Flussi di contratti di lavoro dipendente e parasubordinato per tipo di contratto. Totale Piemonte, Liguria, Trento, Bolzano, Veneto, Friuli Venezia Giulia e Marche

  2008 2009 2010
1. Assunzioni di dipendenti: distribuzione % per tipo di contratto e totale      
    Tempo indeterminato 23% 17% 15%
    Apprendistato 6% 6% 6%
    Tempo determinato 56% 63% 62%
    Somministrazione 15% 14% 17%
    Totale assunzioni (in milioni) 2,25 1,82 1,86
2. Attivazione di altri contratti: % rispetto a contratti di lavoro dipendente      
    Collaborazioni a progetto e occasionali 9% 11% 11%
    Lavoro a chiamata 2% 7% 9%
3. Incidenza delle trasformazioni da tempo determinato e da apprendistato sul totale dei nuovi rapporti a tempo indeterminato (assunzioni + trasformazioni) 25% 32% 33%

* Totale lavoro dipendente, al netto dei contratti di lavoro domestico e di lavoro intermittente

I dati amministrativi mostrano poi la sostanziale stabilità del volume di domanda di collaborazioni di tipo parasubordinato. Non deve trarre in inganno, infatti, la crescita eccezionale registrata dai nuovi contratti a chiamata (+41 per cento), perché il loro contenuto di lavoro effettivo è esiguo (circa 3 giorni al mese, come documenta l’Istat).

LA GELATA DEL 2009 E LA TIMIDA RIPRESA DEL 2010

Il grafico che segue mette a confronto, per il triennio 2008-10, la dinamica mensile delle assunzioni di lavoratori dipendenti per l’insieme dei territori considerati. La domanda di lavoro ha conosciuto nel 2009 una “gelata” fortissima. Se paragoniamo il primo semestre 2008 (pre-crisi) con il primo semestre 2009, il confronto è impietoso: per l’insieme dei territori considerati si è avuta una caduta mensile delle assunzioni pari a circa 100mila unità. Nel 2010, a partire da marzo, si evidenzia un incremento delle assunzioni (+4,4 per cento), che indica una timida riattivazione del mercato del lavoro.
In tutte le aree territoriali considerate il recupero è stato maggiore per gli uomini rispetto alle donne, per gli stranieri rispetto agli italiani, soprattutto per l’industria manifatturiera rispetto agli altri settori. In altre parole, hanno beneficiato del “rimbalzo” i soggetti e i settori che erano stati maggiormente penalizzati nella prima fase della crisi. Guardando alle fasce d’età, la dinamica delle assunzioni degli adulti (+6,1 per cento) è stata nettamente più forte di quella degli under 30 (+2,3 per cento).

Grafico – Assunzioni mensili di lavoratori dipendenti. Totale Piemonte, Liguria, Veneto, Trento, Bolzano, Friuli Venezia Giulia e Marche

* Totale lavoro dipendente, al netto dei contratti di lavoro domestico e di lavoro intermittente.

L’INVERSIONE DI TENDENZA NON C’È ANCORA

La dinamica di recupero delle assunzioni non è stata però sufficiente a generare un saldo annuo positivo, vale a dire una variazione delle posizioni lavorative in crescita rispetto al dato finale dell’anno precedente, il 2009, che aveva subito in pieno l’impatto della crisi. Gli episodi di cessazione hanno ancora sovrastato le assunzioni. Anche nel 2010 il saldo è risultato negativo: quasi 32mila unità in meno (vedi la tabella 2).

Tabella 2– Saldi annui tra assunzioni e cessazioni di lavoratori dipendenti. Piemonte, Liguria, Trento, Bolzano, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Marche e totale

* Totale lavoro dipendente, al netto dei contratti di lavoro domestico e di lavoro intermittente

I segnali di ripresa della domanda di lavoro non sono stati dunque sufficienti per arginare gli effetti del mancato ripristino del turnover in una parte del sistema produttivo e del permanere di un flusso consistente di licenziamenti. I licenziamenti sono risultati in leggero calo rispetto all’anno precedente ma attestati sempre su valori elevati – 80mila contro 92mila, con una confermata prevalenza dei licenziamenti individuali delle piccole imprese (circa 50mila) sui licenziamenti collettivi delle imprese maggiori (circa 30mila).

ASPETTANDO LA SVOLTA PAGANO GLI UNDER 30

In definitiva, alla fine del 2010 – a distanza ormai di due anni e mezzi dall’inizio della crisi – il quadro complessivo restituisce una condizione del mercato del lavoro che, seppur con una dinamica meno negativa rispetto al 2009, attende ancora un’effettiva inversione di tendenza. Inoltre, i dati sulla crescita particolarmente flebile delle assunzioni per gli under 30 e sul peso decisamente decrescente delle assunzioni con contratti a tempo indeterminato – affiancati da quelli dell’Istat sull’allargamento della “forbice” dei tassi di disoccupazione (nel quarto trimestre 2010 quello degli under 25 sfiora il 30 per cento, contro una media dell’8,7 per cento) – segnalano che l’occupazione è sempre più precaria e che le conseguenze della crisi gravano sempre più sui giovani.

(1) I mercati regionali del lavoro. Il biennio di crisi 2009-2010, marzo 2011, disponibile presso i siti dei soggetti coinvolti.

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10 commenti

  1. Lucia Vergano

    Il fenomeno di contrazione delle assunzioni, in generale e per le fasce d’età più giovani in particolare, e di consolidamento delle tipologie contrattuali a tempo determinato, tanto da lavoro dipendente quanto atipiche, restituiscono l’immagine di un mercato del lavoro che reagisce all’attuale crisi scaricando sulle spalle dei lavoratori l’incertezza che grava sull’evoluzione futura dell’economia. Credo potrebbe completare l’analisi verificare il tipo di mansioni e i livelli salariali previsti per i nuovi contratti stipulati: temo ne emergerebbe un quadro particolarmente asfittico del mercato del lavoro italiano, in cui spesso, anche a fronte di un elevato potenziale di professionalità, le mansioni richieste sono poco qualificate e, in ogni caso, mal retribuite.

  2. roberto arbore

    Sarebbe interessante che gli studiosi in questo ambito cominciassero ad interessarsi maggiormente degli impatti sulla tenuta del welfare in questo contesto di crescente precarizzazione del lavoro. Ci piacerebbe che si facessero periodiche stime – a 5 o 10 anni – sul peggioramento relativo fra entrate ed uscite contributive sul versante previdenziale con il connesso necessario soccorso della fiscalità generale per colmare il gap. E, ancora, sarebbe utile cominciare ad azzardare qualche previsione sui possibili rischi di implosione di un Paese in una ormai strutturale condizione di stagnazione, qualora perdurasse ancora, ad esempio, per i prossimi anni. In altri termini affidandoci alla cruda verità dei numeri – ancorché in una stima – cominciamo ad anticipare oggi con qualche significativo dato la possibile Italia nel 2020. E’ un esercizio che serve non per generare allarmismo ma semplicemente per acquisire maggiore consapevolezza sul futuro che ci attende, qualora come Sistema-Paese continuassimo a non affrontare seriamente, nell’ottica finalmente di superarle, le nostre forti criticità.

  3. Vincesko

    L’Italia è l’unico Paese UE (oltre alla Grecia e all’Ungheria) che non ha un sistema di ammortizzatori sociali universale. Il nostro è un Paese incivile, governato da una cricca di incompetenti, che ha deciso (v. manovra correttiva, DL 78/2010; ecc.) di far pagare la crisi ai ceti bassi e una parte dei ceti medi, risparmiando (quasi) interamente i ricchi e gli abbienti. Occorrono una piena consapevolezza di questo, una grande coesione ed una lotta dura onde evitare l’affermarsi in Italia della pura logica darwiniana, portata avanti nel mondo da una ristrettissima minoranza di straricchi, che attraverso il dominio dei media e una potentissima capacità di lobbing condizionano le scelte economiche degli Stati e degli Organismi di regolazione e controllo. Basterebbero tre misure: 1) riforma della legislazione sul lavoro precario, a favore dei precari, facendolo costare di più di quello stabile (anche i Senatori Ghedini e Passoni, mentre nel loro DdL si parla di equiparazione, in questo articolo su "l’Unità" lo sostengono: http://ia600304.us.archive.org/22/items/Articolo_passoni_ghedini/ArticoloPassoni-ghedini.pdf ); 2) reddito di cittadinanza universale, opportunamente regolato, per coprire i periodi di inattività e permettere a milioni di persone di poter far fronte alla crisi economica ed occupazionale, che non sarà breve (almeno 15 anni); 3) un piano corposo pluriennale di alloggi pubblici (almeno 25 mila all’anno, di discreta qualità, il decuplo della media degli ultimi 20 anni). Invece di limitarci alla lamentela o perseguire riforme palingenetiche, dovremmo batterci con forza e costanza per questi tre obiettivi. Proposte complete (v. Nota 4 Lavoro precario) http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2593370.html

  4. luca guerra

    Credo che un contributo all’occupazione potrebbe venire dall’eliminazione dell’art. 18 (che di fatto sancisce la non licenziabilità dei dipendenti) e l’estensione dello statuto dei lavoratori alle imprese oltre i 16 dipendenti (potrei sbagliare nel numero). Intendo dire questi tabù vanno infranti ed eliminati, non in maniera irragionevole, ma in qualche modo offrendo delle garanzie di equità al lavoratore e margini di libertà all’impresa. Non è possibile che in questo paese sia più facile divorziare dalla moglie che da un dipendente. Quante sono le imprese che sono giunte alla fatidica soglia sopra indicata e non la oltrepassano per evitare la rigidità dello statuto dei lavoratori? Che, di fatto, garantisce solo gli occupati a tempo indeterminato e lasciando fuori dal circuito del lavoro chi non lo è.

  5. giulio

    Molta retorica si fa sui giovani disoccupati, senza dubbio destinati a costituire una "generazione perduta". Mentre sui giovani si è indulgenti (e a ragione), sono invece biasimati gli ultraquarantenni disoccupati, considerati fannulloni e falliti perché, secondo la morale comune "non è possibile arrivare a quarant’anni e non essere ancora andati a posto". Questi ultimi costituiscono "gli invisibili", ormai definitivamente respinti dal mercato del lavoro e, in più, disprezzati dalla morale corrente (vedi "bamboccioni" dell’illuminato Tommaso Padoa Schioppa) .

  6. Maurilio Menegaldo

    Prima osservazione. Non sono conteggiati (probabilmente perchè d’altra tipologia) nè i contratti in partita IVA, nè i rapporti di stage o tirocinio. In entrambi i casi si tratta spesso di lavoro subordinato mascherato: urgerebbe anche qui porre ordine, limitando per esempio i tirocini o stage ai periodi di attività formativa istituzionale. Tirocini e stage post titolo potrebbero rientrare nell’apprendistato. Per quanto riguarda le partite IVA, servirebbe esaminare il reale contenuto della prestazione lavorativa, con un monitoraggio da parte del ministero competente. Seconda osservazione. I giovani che scendono in piazza il 9 aprile sono pressoché autorganizzati: il sindacato italiano (che sia "radicale" o "riformista") non è in grado, per evidenti limiti culturali, di rappresentarli: d’altronde, i suoi iscritti sembrano, anche per giustificati motivi, molto più interessati a preservare le proprie tutele che a cercare di battersi per quelle degli altri. Non ci si rende conto però che, così facendo, si disgrega inesorabilmente proprio quel corpus di diritti che si cerca disperatamente di difendere e si arretra inesorabilmente: il caso Fiat insegna.

  7. Dino Battistuzzo

    Il problema dell’occupazione in Italia, come nella maggioranza dei paesi sviluppati, non è dovuto solo alla congiuntura negativa, ma è strutturale. Se non partiamo da questa realtà non andremo da nessuna parte. L’evoluzione tecnologica ha aumentato a dismisura la produttività e quindi le imprese private producono di più con meno persone. Lo stato per molti anni ha fatto da ammortizzatore sociale, in Europa come negli Usa. Adesso, con i deficit fuori controllo, i vari paesi devono tagliare la spesa pubblica. Lo stato non assume e le aziende non investono, poichè non vedono prospettive positive. Ha ragione un politologo americano quando dice che il problema occupazione sarà per Obama peggio di una guerra.

  8. paolo rebaudengo

    Nel 2010 le assunzioni passano da 1,82 milioni del 2009 a 1,86, una leggera ripresa (erano state 2,25 ml nel 2008). Il dato tuttavia è relativo al numero di avviamenti al lavoro, ovvero contratti di lavoro stipulati, non al numero di occupati. Occorre confrontare anche la durata media di quei contratti per sapere se c’è stato davvero un miglioramento (troppo poco comunque per parlare di inversione di tendenza) nel nostro m.d.l.

  9. isabella narcisi

    Italia Lavoro e i “suoi” interventi di politica attiva In questi giorni io e diversi altri colleghi cocoprò abbiamo ricevuto dall’azienda per cui lavoriamo da diversi anni (io personalmente 11) la rescissione anticipata del contratto di collaborazione a progetto. Le motivazioni che hanno spinto Italia Lavoro (agenzia tecnica del Ministero del Lavoro che si occupa di politiche attive per il lavoro nata nel 1999) a quest’azione non stanno nella qualità della prestazione effettuata o nel non raggiungimento degli obiettivi assegnati, ma nell’invio all’azienda della comunicazione con la quale noi collaboratori “storici”ci siamo riservati la possibilità di far valere i nostri diritti; la lettera è stata inviata fondamentalmente in seguito alla controversa interpretazione delle norme contenute nel Collegato lavoro alla Legge di Stabilità, che sembravano imporre anche ai collaboratori a progetto un limite temporale entro il quale poter far valere eventuali diritti precedentemente maturati. Io e molti dei colleghi coinvolti stiamo attendendo invano da anni di avviare un percorso di stabilizzazione dovuto, ed abbiamo pensato di porre le basi per un’azione cautelativa…

  10. marcantonio

    "I lavoratori precari riescono a organizzare per la prima volta una manifestazione nazionale, sabato 9 aprile …" è una informazione errata. In realtà, a livello nazionale (e internazionale) si svolge dal 2001 la Mayday, manifestazione auto-organizzata dalla rete dei precari e costantemente ignorata dagli addetti ai lavori. Personalmente, ho assistito alla manifestazione del 9 aprile scorso, ma nutro fortissimi dubbi circa la sua "spontaneità".

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