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QUELLO STRANO DIBATTITO INTORNO ALL’ATOMO

Perché abbiamo paura di volare quando statisticamente gli incidenti aerei sono di gran lunga meno di quelli stradali? Perché il nucleare ci fa paura quando le perdite umane associate all’intero ciclo del carbone sono assai superiori? Vi è una significativa differenza tra probabilità oggettiva d’incidente e probabilità soggettiva. E ciò ha importanti riflessi sulla decisione di rientrare nel nucleare. Curiosamente, però, dopo Fukushima il dibattito riguarda più i motivi per non uscire dal nucleare laddove già c’è e molto meno i motivi per entrarvi dove, come in Italia, non c’è.

 

Perché abbiamo paura di volare quando statisticamente gli incidenti aerei sono di gran lunga inferiori a quelli ferroviari o stradali? Perché il nucleare ci fa paura quando le perdite umane associate all’intero ciclo del carbone sono di gran lunga superiori?

PROBABILITÀ OGGETTIVA E SOGGETTIVA

Vi è una significativa differenza tra probabilità oggettiva d’incidente e probabilità soggettiva. La prima è basata su un’interpretazione frequentista, calcolata sul numero di occorrenze di incidenti nucleari rispetto al numero o alla durata di attività dei reattori esistenti. Sarà anche un numero piccolo, ma è un fatto che è calcolato ex-post, sulla base dell’osservazione storica dei fatti. Tutt’altra cosa la probabilità soggettiva, perché si basa sulle percezioni e sulle suggestioni, sulle emozioni e sulle sensazioni: logico quindi che in presenza di disastri come quelli giapponesi, tale probabilità possa essere costituita da un numero anche molto elevato e comunque più alto dell’altra. Ma se la probabilità soggettiva di accadimento di incidenti non può essere presa come criterio per decisioni future, ciò non significa che il passato sia un buon previsore, o il migliore, del futuro. Nel caso del nucleare, poi, se si vuole guardare al passato, bisogna riconoscere che nei più gravi incidenti della storia – Chernobyl (Ucraina, scala Ines livello 7) nel 1986, Kyshtym (Ussr, Ines 6) nel 1957, Fukushima (Giappone, scala Ines 5) nel 2011, Three Mile Island (Usa, Ines 5) nel 1979, Sellafield (Regno Unito, Ines 5) nel 1957, Tokaimura (Giappone, Ines 4) nel 1999 – c’è sempre, in un modo o nell’altro, il fattore umano. E allora, quanto è ineliminabile il rischio da fattore umano?Se sulla sicurezza del nucleare in sé è difficile ottenere “ragionevoli” certezze, neppure per le conseguenze sulla salute degli incidenti nucleari ciò pare possibile. Da tempo è in atto, e di recente è tornato in auge, il dibattito, a tratti stucchevole, sul numero dei decessi dopo Chernobyl. La verità è che nessuno lo sa con precisione perché è difficile collegare all’incidente le conseguenze a lungo termine dell’esposizione alle radiazioni per sé o per i propri discendenti. Certe sono le evacuazioni e l’inagibilità di interi territori, certe sono le conseguenze fisiologiche e psicologiche della paura di chi è stato esposto, anche limitatamente, alle radiazioni. Vi è infine incertezza sulla completezza e veridicità delle comunicazioni ufficiali, sia dei governanti che dei responsabili delle utilities interessate, che spesso nel passato hanno dimostrato di non dire tutta la verità. Secondo Greenpeace nell’efficiente e precisa Svizzera, dove operano cinque reattori (i tre più vecchi risalgono al 1969, 1971 e 1972), tra il 2000 e il 2009 si sono verificati 130 incidenti di vario genere che sono stati sottoposti a notifica dell’Ispettorato federale sulla sicurezza nucleare e da questo in parte resi noti con pubblica notizia sul proprio sito.
Di fronte a queste considerazioni bene hanno fatto paesi come Germania e Svizzera, Austria e Francia, la stessa Commissione europea a fermare le bocce e a decretare l’esecuzione di stress test su tutte le centrali più vecchie. È correttamente da lì che bisogna cominciare a intervenire. E l’Unione Europea, con le sue politiche e la sua Commissione, si conferma una volta di più la bussola da utilizzare per navigare nelle difficili acque dell’energia. Questo pare averlo capito anche il governo italiano nelle sue più recenti dichiarazioni, dopo quelle iniziali, avventate se non improvvide.

PERCHÉ ENTRARE NEL NUCLEARE?

Anche in vista del referendum la discussione nel nostro paese è ai massimi livelli d’intensità, con giornali e tv che abbondantemente riportano pareri di esperti e di autorevoli commentatori, vuoi a favore vuoi contro l’atomo e la sua reintroduzione sul nostro territorio. È stato osservato che è quasi un paradosso che il dibattito sia più acceso in un paese che l’atomo non ce l’ha. Ma, pur meno apparente, è un paradosso anche continuare a portare argomenti che valgono per i paesi che l’atomo ce l’hanno già. La questione non è tanto “uscire dal nucleare”, come lucidamente discusso per esempio da Pippo Ranci su questo steso sito, ma “perché entrarvi”. Così, in via del tutto generale, un conto è costruire un nuovo reattore in un paese, Francia ad esempio, che di simili impianti ne ha già molti, un conto è farlo dove non ve ne sono. Non è la stessa cosa. Non lo è sul piano dei costi: in uno studio del 2009 Moody’s stimava il costo del kilowattora di nuovi impianti del 35 per cento più alto di quello degli impianti esistenti. (1) Non è la stessa cosa sul piano dei tempi. Costruire un reattore richiede circa cinque anni più i tempi burocratici e amministrativi: l’iter del nuovo reattore Epr finlandese (come quelli che si vogliono fare da noi) è iniziato nel 1998 e si dovrebbe concludere nel 2011-12, mentre il nostro governo stima (stimava, cioè) che il primo reattore sarà connesso alla rete entro il 2020. Dopodiché resterà in attività per sessanta anni. Tutto questo implica un portentoso lock-in, un rimanere vincolati per tre quarti di secolo all’utilizzo di una certa tecnologia impiantata decenni  prima e sviluppata ancora più indietro. E dato l’elevato costo la si sfrutterà fino all’ultimo minuto consentito, come è logico. Possiamo ragionevolmente presumere che di qui a settantacinque anni succederanno moltissime cose sul fronte dell’innovazione tecnologica, della lotta ai cambiamenti climatici (sotto il profilo dei risultati e delle politiche), delle fonti fossili di energia e di quelle rinnovabili. E infine, fatto spesso trascurato, sul fronte della dinamica dei consumi elettrici.
Si continua infatti a discutere di questo argomento con l’implicita presunzione che, quanto a elettricità prodotta, il nucleare italiano sia aggiuntivo alle tecnologie energetiche oggi in attività. Ma non è affatto detto che sia così. Il ragionamento, tutto dal lato dell’offerta, non sembra infatti tenere conto della dinamica della domanda che potrebbe risultare debole per un prolungato periodo di stagnazione dell’economia ovvero come conseguenza di efficaci politiche di efficienza e risparmio energetico, peraltro prescritte dagli obblighi contenuti nelle direttive comunitarie.
Proprio su questi aspetti poggia la possibile risposta a chi nota che senza nucleare saremmo costretti a continuare a utilizzare chissà per quanto tempo ancora le fonti fossili d’energia, importate dall’estero. È probabilmente vero, e lo dice la stessa Agenzia internazionale dell’energia quando osserva che anche nello scenario virtuoso di stabilizzazione delle concentrazioni di gas-serra a 450 ppm i combustibili fossili soddisfaranno più del 60 per cento dei consumi di energia primaria mondiale al 2035, con il nucleare al 17 per cento. (2)
Ma nel frattempo importanti opzioni andranno perseguite e adottate con decisione. Una di queste è l’efficienza energetica, da conseguire nel nostro paese con una determinazione e con mezzi che ancora non si sono visti. (3) Per l’Enea la riduzione delle emissioni italiane al 2020 secondo la misura stabilita dalle direttive europee fa perno sul ricorso a misure di efficientamento negli usi finali di energia per il 46 per cento (il 15 per cento nel settore residenziale) e nella generazione elettrica per il 12 per cento. Sempre l’Enea nel 2009 presentava uno studio per un Piano nazionale di intervento per la riqualificazione energetica del patrimonio edilizio pubblico, che dimostra quanto rilevanti siano i risparmi di un intervento a tappeto su scuole, uffici, ospedali, eccetera. (4)

PROBLEMI TUTTI ITALIANI

E da ultimo va detto che un conto è costruire, gestire e controllare impianti nucleari in un paese efficiente, solidale e onesto, un conto è farlo in un paese che non sempre ha brillato su tali fronti. Dopo Fukushima, anche da questo punto di vista le cose non possono più essere come prima. E allora è necessario non dimenticare che il paese della rinascita nucleare prossima ventura è quello dove si pianificano centrali lungo un fiume il cui livello scendeva a -7,53 metri nel luglio del 2003 per la siccità, creando problemi per l’alimentazione della centrale elettrica di Porto Tolle, che è la più grande del Nord Italia, situazione che si ripresentava nell’estate del 2006. Ed è anche quello dove, complice una pianificazione territoriale assente e un utilizzo del suolo quanto meno scellerato, nel 1998 un’alluvione determinava un gravissimo fenomeno franoso, che interessò la metà del territorio comunale di Sarno in Campania causando la distruzione di molte abitazioni e la morte di 137 persone. Ed è ancora quello dove nel 2009 la procura di Agrigento ordinava lo sgombero dell’ospedale San Giovanni di Dio “per gravi carenze nella qualità del calcestruzzo utilizzato”, e questa è solo una delle numerose opere pubbliche finite nella black list. È infine il paese dove quest’anno abbiamo scoperto che il percolato delle decine di discariche attivate per far fronte alle emergenze dello smaltimento dei rifiuti urbani del napoletano veniva conferito a depuratori non funzionanti o privi delle necessarie autorizzazioni al trattamento dei reflui fognari. In pratica, finiva in mare senza nessun trattamento che ne assicurasse la depurazione o almeno l’abbattimento del potenziale di inquinamento.
È alla luce di tutto questo che un referendum su questioni di principio e strategiche per la nazione, e che dunque in condizioni normali forse non andrebbe svolto, viene ad assumere un senso e una rilevanza rispetto ai quali gli italiani dovranno mostrare sufficiente maturità da non far mancare il quorum.

(1) Moody’s, “New Nuclear Generation, Ratings Pressure Increasing”, July 2009.
(2) IEA World Energy Outlook 2010.
(3) Nonostante il Piano d’azione italiano per l’efficienza energetica del 2007, come previsto dalla direttiva europea 2006/32/Ce, mentre vivo è ancora il ricordo delle vicende della famosa detrazione del 55 per cento sulla riqualificazione energetica degli edifici. Da segnalare è il contributo di Confindustria con le sue “Proposte di Confindustria per il Piano straordinario di efficienza energetica 2010”.
(4) Si veda: http://www.enea.it/eventi/eventi2009/InvestimentiEffEne260209/Intervento_ENEA.pdf
Nella fase di cantiere l’investimento nel Piano di 8,2 miliardi di euro determina i seguenti effetti:  produzione attivata per circa 20 miliardi di euro, creazione di valore aggiunto pari circa 15 miliardi di euro, incremento dell’occupazione di circa 150mila unità, incremento complessivo del Pil dell’ordine dello 0,6 per cento (nell’arco temporale dell’intervento). Nella fase a regime il risparmio energetico, pari a circa 420 milioni di euro/anno, si stima provochi i seguenti effetti: produzione attivata pari a 23 miliardi di euro, creazione di valore aggiunto pari a 17 miliardi di euro. Non sono inclusi nelle stime in quanto di difficile quantificazione ulteriori benefici come il miglioramento della produttività del lavoro, il miglioramento della qualità ambientale del posto di lavoro, la maggiore sicurezza degli edifici.

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CHI PIANGE SUL LATTE DI PARMALAT

26 commenti

  1. Giorgio A.

    L’articolo mi lascia molto perplesso nel suo paragrafo finale: con la retorica dell’"inefficienza" e "disonestà" italiane non si va da nessuna parte. In primo luogo, con questo pseudo-ragionamento si potrebbe affermare che nulla dovrebbe essere costruito in Italia: perché edificare un nuovo ospedale, quando ad Agrigento stava per crollare? A che serve costruire una nuova abitazione, se poi una frana te la porta via? D’ora in avanti non puntiamo più la sveglia e poltriamo a letto tutto il giorno, tanto siamo un popolo di incapaci, e almeno risparmieremmo energia elettrica…Il cui consumo, per altro, è sempre cresciuto e non si vede perché debba ridursi: va bene la maggiore efficienza (che poi, per altro, riguarda piuttosto i consumi per riscaldamento che non quelli di elettricità), ma siamo sicuri che basti questa? Sempre in tema di efficienza, non si fa mai notare quanto, giusto per fare un esempio, i trasformatori fatti in Cina siano di qualità nettamente inferiore a quelli prodotti (una volta, ora non più grazie al liberoscambismo dei pargoli di Adam Smith…) in Italia ed Europa, con conseguente maggior dispersione termica e quindi consumo energetico.

  2. Alberto

    Per calcolare le perdite umane associate all’intero ciclo del nucleare è necessario attendere 30.000 anni

  3. Michelangelo Gigante

    Credo che questo articolo ignori un aspetto della vicenda nucleare ed è un concetto che in risk management è noto come fat tail. Mi spiego incentrare la discussione sul concetto di probabilità soggettiva e oggettiva implica valutare il nucleare in un contesto di "normalità" degli eventi ignorando cosa accade in una situazione estrema. In un evento estremo, calamità naturale, attentato terroristico, errore umano preterintenzionale i costi del nucleare salgono esponenzialmente fino ad arrivare alla "morte" di una intera regione (Chernobyl o la stessa Fukushima). Spiace che gli studiosi fatichino a vedere questo aspetto incontrovertibile e imprescindibile. La gente comune, che è dotata di buon senso più di quanto si vede, ha ben chiaro questo aspetto legato al nucleare. Tutto ciò ignorando i problemi legati alla gestione delle scorte e all’inquinamento ambientale che consegue dalle centrali nucleari.

  4. davide

    Un incidente nucleare è "per sempre" e questo dovrebbe essere pesato adeguatamente.

  5. Lucio Sepede

    L’articolo mi lascia molto perlesso per la sua genericità e la totale mancanza di prospettiva. A mio avviso il nocciolo del problema sta nell’assoluta necessità dell’energia per una società che vuole vivere con un certo agio o soltanto dignitosamente. Chi pensa che si debbano evitare i rischi connessi al nucleare dovrebbe cercare di identificare altre soluzioni che contribuiscano a dare al nostro paese una maggiore indipendenza energetica, parlando dei rischi connessi, dei costi e delle prospettive. Invece nell’articolo, a parte la sacrosanta maggiore efficienza degli impianti, che aiuta a tenere basso il livello di crescita di nuove esigenze energetiche, ma che certamente non le azzera, non si parla di niente altro, salvo dire che l’Italia è disorganizzata, inaffidabile, piena di ladri e di imbroglioni e non è adatta a gestire impianti complessi e rischiosi. Allora si potrebbe concludere che è inutile costruire ponti, ospedali, strade perchè favoriscono la circolazione delle auto che sono responsabili della morte di oltre 2.500 persone all’anno; per non parlare delle vittime dello smog o semplicemente del fumo. Chiudiamo tutto così aumenta la sicurezza?

  6. salvatore

    Non sono scuse, ma la realtà di un Paese governato (si fa per dire) da corrotti e delinquenti. Non basta vedere l’immondizia a Napoli? E voi fareste costruire una centrale nucleare a chi non è capace di fare un impianto di riciclaggio preferendo, invece, di bruciare immondizia? Che non promulga la legge europea in materia di corruzione? Dove il falso in bilancio è depenalizzato? Quanto devo andare avanti? Optiamo per il rischio minimo.

  7. Franco Tritto

    Le argomentazioni dell’autore dell’articolo, per rendere oggettivo il senso di paura che invade la popolazione, si perdono nel vuoto della mancanza di dati oggettivi. Le perdite umane associate alla produzione di energia con combustibli non rinnovabili, sono perdite quasi istantane di umani che risiedono in aree limitate o che sono impiegate proprio nella stessa produzione di energia. L’area interessata dalla radioattività è enorme. A questo punto faccio una domanda, sperando che qualcuno mi risponda: per caso è morto qualcuno a causa della produzione di energia rinnovabile?

  8. PDC

    Buona panoramica, specie se integrata dal commento di Michelangelo Gigante.

  9. Giuseppe

    Le argomentazioni addotte dall’Autore sono di una logica schiacciante. Chi investirebbe dei soldi per acquistare un’automobile progettata e costruita alcuni decenni fa, impegnando se stesso e i propri discendenti ad usarla quotidianamente per i prossimi 75 anni? Un pazzo furioso.Le considerazioni sull’inaffidabilità della nostra classe dirigente sono piene di buon senso e dovrebbero far riflettere sull’urgenza di un ricambio. Perdurando l’attuale andazzo, meglio progettare e fare il meno possibile.

  10. Ivano Mosconi

    Io penso che prima di spendere soldi per i progetti o semplicemente per la carta su cui scrivere i commenti bisognerebbe che i nostri goveranti dicessero in quali comuni dovrebbero essere installate le centrali. Penso che vi sarebbe una tale rivolta da parte delle popolazioni interessate che bisognerebbe cambiare sito. Nei luoghi così prescelti accadrebbe la stessa cosa,o anche peggio, e così all’infinito. Basti pensare a cosa accade quando si progetta una semplice discarica. Morale: al di là di ogni considerazione economica, che comunque credo sia a loro sfavore, le centrali nucleari in Italia non si faranno mai.

  11. Luigi Calabrone

    Dal punto di vista di una razionalità astratta, si può facilmente dimostrare che convenga costruire centrali elettriche ad energia nucleare. Tuttavia, in concreto, è molto probabile che la maggioranza degli elettori si rendano conto che, purtroppo, in Italia, non esistono tuttora i presupposti organizzativi perché i possibili rischi che il nucleare comporta vengano effettivamente gestiti, garantendo la sicurezza di tutti, anche in caso di possibili incidenti. Notoriamente, la capacità organizzativa della pubblica amministrazione italiana è molto limitata, come ogni giorno si vede, a partire dalla cosiddetta "emergenza" rifiuti a Napoli e in Sicilia, alla gestione opaca della Protezione civile, eccetera. La Francia ha potuto puntare sul nucleare anche in virtù della sua buona amministrazione pubblica. Se mai l’Italia dovesse raggiungere il livello francese di amministrazione pubblica, la "questione" nucleare non sarebbe più tale.

  12. Rinaldo Sorgenti

    Molto interessante la disamina di Marzio Galeotti che si estende su molti punti che non è possibile riprendere in un breve commento. Vorrei quindi solo osservare: – il richiamo alla "pericolosità" del carbone è fuorviante, perchè si basa sulla mortalità dei minatori cinesi che decidono di lavorare in spregio anche a minime regole di sicurezza, del tutto abituali negli altri Paesi (USA-Australia-Indonesia-Germania-ecc.) dove si estrae il carbone. Altrimenti, sarebbe come dire che non si costruiscono più auto, perchè ogni anno milioni di umani muoiono in incidenti stradali. Circa l’interrogativo sui consumi futuri, è opportuno considerare che l’Italia consuma molta meno energia rispetto ai grandi Paesi sviluppati (FR-D-USA-ecc.) e che, se vogliamo migliorare la qualità dell’aria nelle grandi città, è auspicabile lo sviluppo della mobilità elettrica ed anche del riscaldamento civile, che potrà essere assicurato proprio da significative e nuove produzioni di EE. Infine, se per ogni nuova opera infrastrutturale di durata ultra-decennale dovessimo porci gli stessi interrogativi che a tecnologia in futuro farà ulteriori passi avanti, allora non dovremmo più fare nulla e regredire.

  13. Ro. Bo.

    Con riferimento all’Italia, potrei sapere quante torri eoliche, quanti mq di pannelli fotovoltaici, quali tipi di batterie, il numero di batterie, dove e come smaltire le batterie, quanti sarebbero gli inverter necessari, quale sarebbe il rapporto tra energia consumata per la produzione di quanto sopra e l’energia prodotta, quanto costerebbe una rete elettrica in grado di gestire la miriade di sistemi fotovoltaici dispiegati, come auspicato da molti, a livello anche familiare?

  14. Giuseppe Di Liddo

    "La verità è che nessuno lo sa con precisione perchè è difficile collegare all’incidente le conseguenze a lungo termine dell’esposizione alle radiazioni per sé o per i propri discendenti." Concordo: nessuno saprà dirci con certezza come sarà la nostra terra tra qualche migliaio di anno (decadimento plutonio radioattivo 25000 anni). L’articolo si basa solo sugli incidenti, peraltro non tenendo conto che un incidente nucleare serio ha danni incalcolabili e permanenti su intere aree, ma in realtà il nucleare è un incidente anche in regimi "normali". Guardate cosa sta succedendo in Italia a Trisaia di Rotondella o in altri luoghi simili in cui sono stoccate scorie radioattive. I depositi di scorie sono tutti temporanei e richiederebbero di essere ristrutturati periodicamente ogni tot anni per 25000 anni! Se non lo si fa (come accade in italia) sono bombe chimiche ad orologeria. Per favore non usiamo il tema dei costi nell’intero ciclo di vita del nucleare come argomento per supportarlo. Il nucleare condanna l’umanità al monitoraggio dei suoi rifiuti per migliaia e migliaia di anni! Ma si sa, nel lungo periodo saremo tutti morti…vero amici economisti?

  15. Confucius

    Tante belle considerazioni. Ma, poiché il mercato è sovrano, rimane il fatto che non vengono costruite centrali nucleari da società private da una trentina d’anni. Se sono veramente così convenienti, perchè nessuno ci investe soldi propri, ma aspetta che paghi Pantalone? Per quanto riguarda la pericolosità ed il numero di decessi in caso di incidente, la differenza fondamentale con le altre attività a rischio è quella che gli effetti dell’incidente (a parte il caso di esplosioni) non sono palesi, a differenza degli incidenti aerei od automobilistici o degli eventi incidentali che possono riguardare impianti chimici "Seveso". Di quanti incidenti nucleari non sappiamo assolutamente nulla? Il sottoscritto, che si è occupato di sicurezza industriale negli ultimi 15 anni, non veniva informato nemmeno degli incidenti che avvenivano all’interno degli stabilimenti aziendali, dei quali veniva eventualmente a sapere dalla lettura dei giornali locali (e si trattava in quei casi di incidenti "palesi"). Figuriamoci quanto può sapere l’opinione pubblica di incidenti misurabili soltanto con strumentazione specifica!

  16. donty

    Perché in Italia non s’inizia seriamente una politica di agevolazione all’installazione dei pannelli solari sia fotovoltaici, sia termici? Se tutte le case fossero dotate di pannelli solari, ci sarebbe un abbattimento tra il 25% ed il 30% del consumo di energia elettrica da fonti tradizionali, il che fa milioni di kWh. Pochi poi dicono a chiare lettere che il nucleare (economico certamente per chi ha costruito centrali 30 anni fa) non lo è più adesso: i costi di costruzione sono altissimi per tutte le precauzioni necessarie a minimizzare i rischi di fuoriuscita radioattiva (mai del tutto esclusa), i costi di smaltimento lo sono ancora di più, e soprattutto lasciano scorie attive ed estremamente pericolose alle generazioni future, dato che saranno radioattive per migliaia di anni. In Germania non sanno come fare a gestire un deposito di scorie che ha iniziato qualche anno fa ad inquinare la falda acquifera. Negli USA hanno decine di silos di scorie di cui non sanno cosa fare, ci penseranno i nostri nipoti, no? Inoltre il prezzo dell’uranio non è fisso, è soggetto agli aumenti e per l’Italia è un prodotto da importare esattamente come il petrolio.

  17. silvio cuneo

    Mi ricollego all’intervento di Michelangelo Gigante, che penso si possa integrare partendo da una prospettiva un po’ diversa. Il "danno atteso" di un incidente è dato dal prodotto di una probabilità di accadimento molto bassa per una loss severity (gravità del danno) elevatissima. La fat tail si genera a causa della grandezza della loss severity, ma anche la probabilità di accadimento non è valutata in modo sufficiente dalle semplici frequenze storiche. Il punto è che nel calcolo della misura di probabilità sulla base delle frequenze storiche non si tiene conto che è essa generata da pochissimi eventi (favorevoli e non) e quindi ha verosimilmente una volatilità più elevata rispetto a misure analoghe calcolate su fenomeni a frequenza maggiore, come gli incidenti automobilistici. Ed è perfettamente razionale che il rischio complessivo tenga conto anche di questa volatilità; questa potrebbe essere la ragione della divergenza tra probabilità oggettiva e soggettiva, che dunque sarebbe tutt’altro che irrazionale. Un po’ come in finanza quando nella valutazione di un credit spread ci si basa non sulle probabilità di default storiche, ma su quelle risk neutral.

  18. Fabrizio

    Oramai è chiaro ai più: il nucleare alle condizioni attuali (tutte quelle economiche, tecnico-tecnologiche, politiche, sanitarie, politiche, ecc.. riassunte tra l’articolo e i vari commenti) non ha nessun senso. Un paese che guarda al futuro a mio giudizio farebbe questa considerazione: assodato che il grave limite delle energie cd. alternative è lo stoccaggio ("il sole di notte non c’è", "il vento se non soffia come fanno le industrie" e via così) e osservando che solo negli ultimi 10-15 anni le batterie hanno subito un progresso (nel rapporto peso-dimensione-capacità) inimmaginabile (come spesso accade), se lo stato desse quei 24-48 (dipende cosa vogliamo metterci nel conto/confronto) miliardi di euro al CNR, alla Normale, alla Sapienza ecc.. non crediamo che tra 15-20 anni (perché questo è l’orizzonte di attivazione delle centrali "italiane") potremmo immagazzinare il sole in una scatolina? Se uniamo questo al naturale progresso delle fonti di generazione (sole, vento, maree ecc..) io credo questi sarebbero soldi spesi bene: ricerca, lavoro, recupero del primato tecnologico che nel passato abbiamo saputo raggiungere su alcuni fronti ecc..

  19. bob

    un Paese vecchissimo età media 44 anni ( paesi emergenti 18 anni). Un livello culturale con sacche di analfabetismo (non saper leggere e scrivere) del 15-20%. Un utilizzo della filosofia Internet che nell’ambito delle aziende sarà del 0,1%.Una struttura politico-burocratica da feudalesimo. Un livello di corruzione e di infiltrazioni mafiose delinquenziali da Sud-America. Di cosa parliamo? Quale progetti futuri può impostare un Paese in simili condizioni? Io sono per il nucleare come sono anche per fonti ausiliari (eolico e sole) , ma non possiamo pensare di mettere eliche su tutto l’Appennino, perciò ausiliare. Caorso dove nella centrale si brucia olio pesante di scarto è il territorio con più alta incidenza di tumori. Ma ritornando a monte, come può un Paese, che non ha un opinione pubblica decisiva e un grado di cultura tale da fare scelte ragionate, progettare il futuro? Allora i pochi furbi evocano fantasmi e la scelta diventa di pancia. Nei secoli bui al popolo si parlava di streghe e diavoli per creare paura e quindi avere potere.

  20. Luigi Vavassori

    Sul Time del 17 Marzo 2011 c’è un articolo molto preciso sui costi veri del nucleare. Dall’articolo risulta che, senza sovvenzioni statali, l’energia nucleare è antieconomica. Difatti in USA, dove il mercato è quasi libero, le aziende private non investono nell’energia nucleare. Infine, come lo risolviamo il problema dello smantellamento delle centrali e delle scorie che hanno un tempo di decadimento di secoli? Chi paga questo smantellamento, sempre che sia possibile, perchè lavorare dove ci sono radiazioni elevate come le parti interne di un reattore è umanamente impossibile.

  21. Devis L.

    Senza togliere il fatto che tutto il nucleare che si intende generare nel nostro paese sopperirebbe solo al 5% del fabbisogno, sapendo bene che lo stesso fabbisogno si avrebbe con il 10% di case con pannelli solari, chi ci guadagna davvero dal nucleare? La Francia, con reattori che hanno inquinato tutto il suolo francese compreso il nostro a Nord-Ovest, è rientrata dei costi del nucleare dopo 30 anni ed importa energia dalla Germania. I loro reattori d’estate vengono spenti perchè si surriscaldano! La Germania sta costruendo pannelli solari perfino sui tetti dei centri commerciali e loro non hanno sole. Questo da almeno 10 anni. Noi siamo indietro. Il nucleare ormai è il passato. A parte il fatto che le centrali che si intendono costruire (perfino al doppio del prezzo di mercato) sono obsolete, pericolose e inquinano perchè, per farle funzionare necessitano di una centrale a carbone vicino. Da constatare, poi, che stiamo ancora pagando per il vecchio nucleare e che le scorie e l’acqua pesante stanno inquinando praticamente tutto il Nord ed il Lazio. Se gli altri non ne hanno bisogno, perchè noi sì?

  22. Franco Valentini

    Per realizzare un reattore nucleare da 1 GW occorrono 5 miliardi, ne occorrono il doppio a fine vita per smantellarlo. Per ogni reattore realizzato il Debito Pubblico nazionale dovrebbe essere aumentato di 10 Miliardi di euro. La Germania, l’Inghilterra, la Francia hanno questo debito che stanno già pagando e pagheranno sempre più nei prossimi anni perchè hanno molte centrali vecchie, solo non l’hanno scritto a bilancio. Per questo stavano cercando di aumentare per legge la vita delle centrali, ma non avevano ancora valutato i rischi, tanto che provvedono solo ora a realizzare stress-test. L’Italia non ha questo debito, e speriamo non l’abbia mai. Nella bolletta elettrica stiamo ancora pagando la gestione delle scorie radioattive delle centrali spente nel 1987…ci basta.

  23. Marco P.

    L’articolo di Galeotti ruota attorno a logiche del tutto discutibili, già ben discusse in effetti da alcuni commentatori. Mi permetto solo, se possibile, di suggerire alcuni link: 1) http://nextbigfuture.com/2008/03/deaths-per-twh-for-all-energy-sources.html Propone i dati (con spiegazione dei calcoli) del numero di morti per TWh causati direttamente e indirettamente da ogni fonte energetica; 2) http://xkcd.com/radiation// E’ uno schema per comprendere la quantità di radiazioni alle quali siamo esposti, prodotta da un cartoonist con laurea in fisica. E’ impressionante che sarebbero di più le radiazioni assunte mangiando una banana piuttosto che vivendo per un anno nei pressi (50 miglia) di una centrale nucleare! 3) http://www.presseurop.eu/it/content/article/564761-come-fukushima-ha-reso-l-atomo-simpatico Traduzione di un (discusso) articolo sul Guardian di un noto ambientalista britannico. 4) http://www.corriere.it/editoriali/11_marzo_27/sartori-senza-nucleare-senza-petrolio_0a3f85f6-5841-11e0-8955-c490be50f429.shtml Semplicemente l’ultimo editoriale del Corriere. Grazie

  24. PierGiorgio Gawronski

    Per rendere il nucleare conveniente (senza calcolare l’irrisolto e grave problema delle scorie radioattive), il prezzo del petrolio dovrebbe salire oltre i 200 dollari. Il che non solo non è ancora successo, ma se succedesse metterebbe in gioco molte energie pulite alternative. Agli attuali livelli tecnologici. Se poi consideriamo i trend tecnologici in corso negli ultimi 10-15 anni, i miglioramenti nel nucleare procedono più lentamente di quelli nel fotovoltaico e soprattutto nell’eolico. L’autore, poi, non considera alcuni dei rischi di "cigno nero". Ovvero assegna probabilità zero (e quindi costo atteso zero) ad alcuni eventi negativi possibili, seppure mai verificatisi prima e poco probabili. Inoltre non considera che l’aumento della complessità implica minore capacità di controllo e maggiori rischi: a parità di costo meglio soluzioni "semplici" e decentrate. Ho votato a favore del nucleare 25 anni fa; oggi sono contrario al nucleare.

  25. Tommaso Sinibaldi

    No, i "tempi" di una centrale nucleare non sono i pur tanti 75 anni, ma piuttosto 125. Bisogna infatti aggiungere ai tempi di costruzione (15 anni, voi dite) e a quelli di esercizio (60 anni) la lunga decontaminazione (50 anni). E’ un lungo periodo in cui la centrale rimane così com’è (senza produrre) ma deve essere sorvegliata, monitorizzata. E questo costa e molto. Le nostre centrali, spente nel 1987 sono appunto in questa fase. E la Sogin, che svolge questo compito, ha presentato l’anno scorso un conto (che viene ribaltato sulle nostre bollette) per circa 400 milioni di €. E’ una cifra enorme : grosso modo pari al valore dell’energia elettrica che le centrali dismesse avrebbero potuto produrre, operando a pieno ritmo (il che in realtà non è mai successo).

  26. carlo modonesi

    I motivi per non condividere una parola dell’articolo di Galeotti sono molti, ma basta leggere la premessa per farsi già un’idea piuttosto chiara. Il giochetto retorico basato sul confronto tra frequenze di occorrenza degli incidenti aerei e degli incidenti automobilistici, per arrivare ad affermare che prendere un aereo è in ogni caso una scelta più sana che prendere l’automobile è un vecchio tranello in cui nessun bambino delle scuole elementari cadrebbe, perché a quell’età per fortuna si è immuni dalle ideologie (politiche, economiche, ecc.). Un bambino infatti chiederebbe immediatamente conto anche di un’altra parte del ragionamento che di solito viene accuratamente evitata: c’è maggior probabilità di salvarsi in un incidente aereo o in un incidente automobilistico? Il problema andrebbe posto in termini meno strumentali, senza tentare di dare al discorso la falsa maschera della scientificità e della "scelta obbligata". Basta un incidente nucleare — in via teorica anche uno soltanto — per compromettere ogni forma di vita (quella umana tra le prime) su aree estesissime della Terra. Quanta scienza occorre per capirlo?

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