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UN PATTO PER L’EURO E UNA SPERANZA PER L’EUROPA

Approvato venerdì scorso dai governi dell’Unione monetaria, il Patto per l’euro utilizza il metodo della co-operazione intergovernativa, con l’obiettivo di rafforzare la convergenza tra le economie dei paesi membri. Un salto più deciso verso il coordinamento e l’integrazione delle politiche economiche in Europa sarebbe auspicabile, ma non è attualmente realistico: dobbiamo quindi accontentarci di questo e sperare che funzioni. Deludenti le conclusioni del vertice sulla gestione del debito pubblico: qui manca ancora un disegno chiaro e lungimirante.

Il “Patto per l’euro”, adottato dal Consiglio europeo l’11 marzo, è ambizioso. È difficile dire se si tradurrà in comportamenti concreti e coerenti da parte dei paesi europei. Ciò dipenderà dalla volontà politica di proseguire nella direzione intrapresa venerdì scorso. In ogni caso, con l’approvazione del Patto (che dovrà essere formalizzata nel vertice del 24-/25 marzo), si sono poste le basi per un salto di qualità nel processo di convergenza tra i paesi membri dell’area euro, lasciando agli altri paesi la possibilità di aderire all’iniziativa subito o in un secondo tempo.

IL PATTO PER L’EURO

Il Patto prevede che i governi dei paesi membri si impegnino annualmente ad adottare alcune misure, volte ad aumentare la convergenza tra le loro economie e ad accrescerne la competitività. Gli impegni verranno presentati ai partner e il loro rispetto, nel corso dell’anno successivo, verrà monitorato dal Consiglio europeo con il supporto della Commissione. Gli impegni dovrebbero essere coerenti con le priorità e le linee guida individuate dal Consiglio stesso, ma la realizzazione verrà lasciata a misure prese a livello nazionale.
Il documento approvato venerdì scorso delinea molte aree di intervento e contiene numerose indicazioni, in larga parte condivisibili, che possiamo qui solo elencare sommariamente. Mercato del lavoro: coerenza tra la dinamica salariale e quella della produttività, tenendo sotto controllo il costo del lavoro per unità di prodotto; revisione della contrattazione centralizzata e dei meccanismi di indicizzazione; controllo dei costi nel settore pubblico. Rimozione di restrizioni alla concorrenza a favore di particolari settori e professioni. Investimenti nella scuola e nella ricerca. Coordinamento fiscale, in particolare nella tassazione societaria, e riduzione del carico fiscale sul lavoro. Sostenibilità dei sistemi pensionistici, anche attraverso l’adeguamento dell’età pensionabile alle aspettative di vita. Last but not least, inserimento di regole di finanza pubblica – coerenti con il Patto di stabilità – nell’assetto costituzionale o nelle leggi-quadro di finanza pubblica a livello nazionale.  

SOLO BUONE INTENZIONI?

Può sembrare un libro dei sogni, e sarebbe facile stroncarlo dicendo che si tratta solo di belle parole. Tuttavia, non bisogna sottovalutare l’impegno politico a confrontarsi periodicamente su misure precise, che saranno valutate e controllate reciprocamente in tempi brevi: di anno in anno. Non era pensabile che si arrivasse subito a un trasferimento di sovranità nazionale su materie così ampie e rilevanti, né che si potessero imporre criteri rigidi e addirittura quantificati. Del resto, la sorte del Patto di stabilità ha mostrato che anche l’adozione di vincoli numerici espliciti non serve, se non è sorretta dalla volontà politica di rispettarli: le deviazioni rispetto a quei vincoli sono state moltissime nell’arco di un decennio e hanno riguardato quasi tutti i paesi membri. L’approccio adottato venerdì scorso potrebbe alla lunga dimostrarsi più proficuo. Si inserisce in un percorso di lungo periodo, che ha visto la costruzione dell’Europa tramite la faticosa ricerca del coordinamento e il graduale trasferimento di sovranità. Proporre un “balzo in avanti” adesso sarebbe stato velleitario, anche tenendo conto della scarsa popolarità di cui gode attualmente l’Europa presso i suoi cittadini.   
Il Patto per l’euro sembra quindi un tentativo realistico di rafforzare il processo di convergenza tra i paesi membri, estendendolo al di là dei noti criteri di Maastricht. Questi sono focalizzati sulla convergenza nominale (tassi di interesse e di inflazione) e sui saldi di finanza pubblica (deficit e debito). La loro adozione ha finito per concentrare tutta l’attenzione della policy europea su due numeri (3 per cento e 60 per cento), facendo perdere di vista l’accumularsi di squilibri tra le economie reali dei paesi europei. Il Patto ha il merito di porre all’attenzione dei governi i problemi strutturali delle loro economie, richiedendo sforzi per ridurre tali squilibri e migliorare la capacità competitiva dell’Europa nel suo complesso.

GESTIONE DEL DEBITO PUBBLICO: SIAMO ANCORA DISTANTI DALL’OBIETTIVO

Se sul fronte del Patto per l’euro i governi europei hanno mostrato lungimiranza – almeno nelle intenzioni – sul fronte del Fondo europeo di stabilità finanziaria il vertice dell’11 marzo è stato piuttosto deludente. La dimensione dell’attuale European Financial Stability Facility (Efsf) è stata ampliata, portando la sua effettiva capacità di erogare finanziamenti da 250 a 440 miliardi di euro. Il futuro European Stability Mechanism (Esm), in vigore dal 2013, avrà una capacità finanziaria anche superiore (500 miliardi). Tuttavia, gli interventi sia dell’Efsf sia dell’Esm sono previsti solo nel caso estremo di una grave crisi di liquidità di uno Stato membro, e andranno approvati all’unanimità dai governi, con il supporto della Commissione UE, dell’Fmi e della Bce. Corriamo quindi il pericolo di assistere ancora a lunghe negoziazioni caso per caso, come per la Grecia e l’Irlanda, sotto la pressione dei mercati finanziari. Manca ancora un disegno trasparente delle regole di gestione delle crisi di liquidità e di insolvenza degli Stati sovrani nell’area euro. Sembra ancora lontano anche l’obiettivo di introdurre una gestione del debito pubblico a livello europeo, contenuta nella proposta di istituire una agenzia europea del debito pubblico che emetta eurobonds. (1)

(1) La proposta è stata avanzata di recente da Mario Monti nel suo Rapporto al presidente della Commissione UE (maggio 2010) e da Juncker – Tremonti (Financial Times, 5/12/2010). Sull’opportunità di trasformare l’attuale Fondo di stabilità finanziaria in una agenzia europea del debito pubblico, siamo già intervenuti

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LA RISPOSTA AI COMMENTI

  1. Canio Trione

    Si tratta di un patto la cui sostanza può essere ruvidamente compendiata in: "fate quello che potete in questi campi che elenchiamo e poi vediamo". Tutto immerso totalmente nella più burocratica tecnostruttura. Il risultato è demandato alla buona volontà e alle capacità degli Stati membri. Non ne verrà nulla per tante ragioni ma essenzialmente perchè perchè manca una nuova scuola: dopo Keyes e i neoliberisti siamo rimasti con strumenti vecchi e teorie vecchie. Le nuove proposte non vengono dalle Università perchè studiano ed insegnano ancora le vecchie (anche se ancora parzialmente valide) teorie. Chi ha proposte non ha spazi perchè è fuori dai circoli che contano; è quindi altissima la probabilità che gli esclusi dallo sviluppo insorgano e che gli immensi capitali virtuali che si moltiplicano nella finanza virtuale si scoprano in un attimo essere meno di carta straccia. Non ci siamo arretrati dal bordo dell’abisso.

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