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  1. matteo meroni Rispondi

    Vivo a Brescia dove l'11% del PIL gira intorno all'industria automotive. IVECO, prima OM ha trainato un enorme indotto che, con il tempo, si è specializzato ed ha acquisito strade anche diverse. Centinaia di imprese sono nate ed hanno dato lavoro a persone e a un altrettanto grande indotto di servizi e professioni.

  2. Luciano Galbiati Rispondi

    La difesa del (maturo) settore manifatturiero è inutile. La ricetta per crescere è la "magica" triade: deregolamentazione - finanziarizzazione - tutele sociali residuali. Il "miracolo" americano (così come quello irlandese, spagnolo, greco, islandese,ecc) è il modello da magnificare e prendere (ancora) ad esempio! Una considerazione. Per nostra fortuna non abbiamo abbracciato (almeno non completamente) il turbo-capitalismo anglosassone; evitando il folle disastro della bolla finanziaria e del credit-crunch conseguente. Molti "avvocati" del mercato sembrano prigionieri del passato,incapaci di staccarsi da vecchi schemi mentali e sofisticati (forse troppo) strumenti statistici. Strumenti che non si sono rivelati utili nel compito di prevedere la crisi. Superare la fascinazione intellettuale esercitata (per troppi anni) da iper-liberismo e consumerismo estremista credo sia già un bel risultato, per tutti.

  3. Marco Spampinato Rispondi

    Forse per l'estrema sintesi, o forse per altre ragioni, l'articolo non risulta chiaro. In primo luogo gli autori parlano di una variabile esplicativa data dall'occupazione industriale nei sistemi locali del lavoro, un aggregato che non è detto sia perfettamente correlata al sostegno pubblico all'industrializzazione, o che comunque confonde diversi interventi. In secondo luogo mi sembra non si faccia alcun riferimento ai settori di intervento (per quale ragione l'indotto dovrebbe essere in media equivalente tra diversi settori manifatturieri?). In terzo luogo, per come esposto, l'articolo compara gli Stati Uniti e l'Italia per un moltiplicatore medio dell'occupazione industriale. Forse c'è anche un problema di scala nel comparare un paese di 250 milioni di ab. con uno di 70 milioni, integrato in un'economia differente come quella Europea.

  4. marco Rispondi

    Perché l'Italia non produce cellulari? E perché la Finlandia non produce Moda? Mi pare logico che ogni paese abbia certe specializzazioni sia per casualità storica sia per caratteristiche specifiche. Su Melfi sono sorpreso dal testo perché ricordo che la Fiat convinse/obbligò molti subfornitori del nord ad aprire delle fabbriche a Melfi, alcune anche all'interno del comprensorio industriale Fiat. In quel caso perciò ci si sarebbe aspettato che l'indotto fosse ben reale. Che cosa non ha funzionato?

  5. Marcello Battini Rispondi

    L'articolo è molto stringato e non si presta molto a commenti diretti, ma le conclusioni tratte dagli autori mi colpiscono perchè convergono con i risultati delle analisi teoriche (ragionamento puro) che ho avuto occasione di trarre, nel corso di alcune mie ricerche. La speculazione fondiaria, la cattiva organizzazione dei trasporti, le corporazioni professionali, l'assenza di mercato, una concezione semi feudale delle problematiche economiche, incidono negativamente sul sisterma Paese. E' bene parlarne, ma occorrerebbe fare.

  6. bob Rispondi

    A cappello della vostra analisi vorrei rispondervi ponendovi una domanda: perchè l'Italia, nonostante sia uno dei maggiori consumatori di telefoni cellulari in Europa, non ha mai iniziato a produrne?