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  1. Maurizio Daici Rispondi

    Condivido l'idea di regionalizzare l'organizzazione scolastica, sul modello offerto dalla sanità. Si tratta di lasciare allo Stato la definizione dei contenuti minimi/obbligatori dei programmi di studio (gli obiettivi educativi correlati ai diversi titoli di studio), i requisiti per l'accesso all'insegnamento e poco altro che serve a delineare il sistema scolastico nazionale. Si assegna, invece, alle Regioni la gestione del sistema: definizione degli organici e reclutamento del personale docente, amministraivo e tecnico; offerta formativa e arricchimento dei programmi nazionali secondo le necessità regionali (ad esempio, perché ridurre l'insegnamento del tedesco in regioni confinanti con l'Austria, come la mia, il FVG, per effetto di "tagli" sul bilancio statale?); edilizia scolastica e dotazioni strumentali per la didattica. Non credo che ci siano altre possibilità per avere una scuola efficiente e non credo si debba temere per la qualità del sistema nazionale nel suo complesso, che la gestione ministeriale non sembra proprio assicurare.

  2. sandro Rispondi

    La pubblicazione "ufficiale" dei nomi degli istituti sarebbe gradita (quale è il liceo scientifico C che fa peggio delll'istituto tecnico F? E il tecnico F è lo "storico" istituto per ragionieri della città o è stato superato da altri?) . Concordo col commento precedente che la pubblicità dei nomi degli istituti sposterebbe un certo numero di iscrizioni (creando vari problemi alle scuole che perdono allievi o non sono in grado di accettare nuovi studenti) ma sarebbe più "democratica" del passa-parola fra chi è "del giro". Insegno a Torino e periodicamente (circa una volta all'anno) devo fornire ad amici e conoscenti la "classifica" delle scuole superiori, sinceramente preferirei che le classifiche fossero ufficiali e disponibili a tutti.

  3. Chiara Fabbri Rispondi

    Non mi trovo totalmente d'accordo con le proposte formulate, in particolare per le materie "umanistiche" ritengo che l'eccessiva propensione all'adozione di prove standardizzate peggiori la qualità dell'insegnamento, che viene orientato esclusivamente al superamento delle prove piuttosto che all'apprendimento della materia. In particolare, trovo che l'eccessiva enfasi data alle prove standardizzate penalizzi lo sviluppo delle capacità espositive, richiesto da forme più tradizionali ma meno misurabili di prove come l'elaborato scritto e l'interrogazione orale. Ho visto professori di filosofia somministrare a liceali test a risposta multipla per valutare la comprensione del pensiero di Platone, francamente mi sembra un metodo troppo povero.

  4. Guido Polles Rispondi

    Salve, vorrei fare un commento a proposito dei suggerimenti finali. Penso che valutare il livello di apprendimento e distribuire i risultati non possa avere altro effetto se non quello di peggiorare la situazione di variabilità, come allo stesso modo la gestione decentralizzata, portando agli istituti migliori più studenti, studenti migliori e probabilmente anche con estrazione sociale più elevata. Allo stesso modo otterrebbero i migliori professori. Stesso discorso per la decentralizzazione regionale, dove a una peggiore amministrazione corrisponderebbe una peggiore scuola senza apprezzabili vantaggi, a mio avviso.

  5. Paola Pavese Rispondi

    Le prove INVALSI sono collegate all'istituzione di un'Anagrafe Nazionale degli Studenti. Il fine pare essere dunque quello di verificare, non solo le capacità formative dei singoli istituti, ma le performance pregresse di ogni singolo studente. Questo sistema pare essere dunque orientato ad una più agevole selezione della classe dirigente del futuro, che molto difficilmete in Italia si sgancerà dalla provenienza di classe, visto la scarsissima mobilità sociale strutturale della nostra società. Rafforzare le valutazione standardizzate, non credo quindi che porterà ad una politica volta ad una maggire omogeneità dell'offerta formativa, semmai avverrà il contrario.