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QUELL’ENERGIA CHE ARRIVA DAL MONDO ARABO IN SUBBUGLIO

Quando si sono verificati i disordini che hanno portato al rovesciamento del regime tunisino, molti paesi del Mediterraneo, e con essi i mercati, si sono subito preoccupati delle conseguenze sulle forniture di petrolio e gas che alimentano l’Europa. Anche perché vi è il timore del contagio. Ma non tutti quegli stati sono sullo stesso piano dal punto di vista degli occidentali. Paese per paese, ecco una mappa della produzione di idrocarburi e i rischi legati alle condizioni socio-economiche delle popolazioni.

Quando si sono verificati i disordini che hanno portato al rovesciamento del regime tunisino – il primo regime autocratico nel mondo arabo caduto in seguito a una rivolta popolare – molti paesi che si affacciano sul Mediterraneo, e con essi i mercati, si sono subito preoccupati delle conseguenze sulle forniture di petrolio e gas che alimentano l’Europa passando sopra o sotto il Mare Nostrum.

RIVOLTE E FORNITURE

Per la verità, i disordini si erano verificati dapprima in Albania in seguito al contestato esito delle elezioni parlamentari del 2009. Ma le ragioni del disagio sono anche e soprattutto economiche, in un paese povero di risorse umane e naturali. Anche se, secondo lo studio del 2007 di una società internazionale, la Gustavson Associates, vi sarebbero riserve di petrolio molto più grandi di quanto ritenuto finora, oltre all’esistenza di un giacimento di gas di 3 milioni di metri cubi. L’Albania è però al crocevia di vari progetti di costruzione di gasdotti: il Tap (Trans Adriatic Pipeline), per esempio, lungo 520 km, dovrebbe connettere la Grecia al nostro paese passando sul territorio albanese. Altri progetti collegheranno l’Albania ai paesi dell’ex-Jugoslavia. Il paese intende anche importare gas naturale liquefatto e ha firmato un accordo con l’Italia per la costruzione di un terminal di rigassificazione presso Fieri.
Anche la Tunisia, un paese piccolo per estensione, alquanto chiuso e isolato, con solo 10 milioni di abitanti, è priva di risorse naturali energetiche. Non può dunque contare sulla rendita energetica per mitigare gli effetti della crisi economica sui propri cittadini, giovani in particolare. Nonostante il paese abbia un potenziale di energia rinnovabile enorme (biomasse, sole, vento), deve importare gas per i consumi interni. Una fonte di entrate sono tuttavia i diritti di transito del Transmed, il gasdotto che connette l’Algeria con l’Italia, passando appunto attraverso la Tunisia.
Le maggiori e perduranti preoccupazioni scaturiscono tuttavia dall’Egitto, il più grande e popoloso paese del mondo arabo, dove un cambiamento di regime ha enormi implicazioni non solo per gli stati arabi ma anche per Israele e per gli interessi americani ed europei. Come alcuni suoi vicini (Algeria e Libia), l’Egitto ha gestito il passaggio graduale e incompleto da economie pianificate a sistemi orientati al mercato governando la propria ricchezza energetica. Che nel caso egiziano non risiede tanto nelle riserve quanto nella produzione e distribuzione. Gli 80 milioni di egiziani sono diventati importatori netti nel 2009 di petrolio, la cui produzione è in declino dal picco del 1996 e comunque concentrata nel golfo di Suez. Eni è presente in questa area, ma anche in alcuni progetti riguardanti la liquefazione e l’esplorazione di riserve di gas profonde. Il paese possiede però il più ampio settore di raffinazione del continente e poiché la capacità di raffinazione eccede la produzione, del crudo non egiziano è attualmente importato per essere processato e in parte riesportato. Il declino della produzione di petrolio è stato compensato da un rapido sviluppo nel settore del gas, tale da rendere l’Egitto un importante produttore e una fonte strategica di fornitura per l’Europa. Il gas liquefatto arriva in Europa (Spagna in particolare), America e Asia grazie a due impianti operativi dal 2005. Una rete di gasdotti – la Arab Gas Pipeline – permette di esportare gas verso la Giordania dal 2003, la Siria dal 2008 e il Libano dal 2009. Nel 2011 il gasdotto dovrebbe arrivare dalla Siria in Turchia e in futuro il gas egiziano potrebbe raggiungere Austria, Bulgaria, Romania e Ungheria.
Dal 2008, poi, un tubo subacqueo porta gas dal nord del Sinai vicino la Striscia di Gaza al porto di Ashekelon in Israele, anche se i negoziati alla base del contratto di fornitura sono stati molto contestati. Questa è l’unica installazione egiziana che finora ha subito un attentato, come riferito dalle cronache.
In territorio egiziano si trova il Canale di Suez, lungo 120 miglia: nel 2009 il 16 per cento (in termini di tonnellaggio) del traffico mercantile tra Mediterraneo e Mar Rosso ha riguardato il petrolio, greggio e raffinato. Circa 1 milione di barili al giorno transita verso nord e circa 0,8 milioni verso sud. Il 10 per cento circa delle 35mila navi passate per il Canale nel 2009 erano petroliere, anche se per ragioni di larghezza del passaggio non vi possono attualmente transitare i supertankers (very large e ultra large). Nel caso di blocco del Canale, peraltro da quasi tutti oggi ritenuto improbabile, il traffico dovrebbe essere deviato a circumnavigare l’Africa passando per il Capo di Buona speranza, aggiungendo così 6mila miglia al tragitto e significativi costi al trasporto. Un ipotetico blocco potrebbe anche riguardare l’oleodotto Sumed, o Suez-Meditteranean Pipeline, lungo 200 miglia, che trasporta verso nord dal Mar Rosso a ovest di Alessandria circa 1,1 milioni di barili al giorno (erano 2,3 nel 2007).
Qualche preoccupazione politica ha investito anche il Libano, un paese privo di riserve di gas e costretto a importare tutti i prodotti petroliferi che consuma, e la Giordania, pure povera di risorse energetiche, ma con consistenti riserve di petrolio non convenzionale (oil shales), che la pongono dopo Canada e Venezuela.

PAESI FINORA SENZA RIVOLTE

Meno probabili sono sollevazioni popolari e rovesciamenti di regime nei paesi arabi del Maghreb. La Libia ha una popolazione ridotta (6,5 milioni) rispetto alla sua estensione e ricchezza e negli anni il regime del colonnello Gheddafi ha abilmente usato le istituzioni per saldare il legame tra popolazione e governo. Membro dell’Opec, possiede le maggiori riserve provate di petrolio dell’intero continente africano. Il nostro paese ha interessi importanti, tramite Eni che ha costituito alcune joint-venture con la compagnia nazionale libica del petrolio. Come il Western Libyian Gas Project che esporta gas in Italia attraverso il Greenstream, una linea di 520 km che connette Mellitah a Gela in Sicilia. Circa 60 per cento del gas prodotto è esportato in Italia, mentre una piccola parte è liquefatto e spedito in Spagna.
Algeria ha una popolazione molto più ampia (35 milioni) e ha la peggiore esperienza con il terrorismo, essendo base delle cellule nordafricane di Al Qaeda. Vi è tuttavia un discreto grado di democrazia con una presenza multipartitica – inclusi gli islamici – in parlamento. Membro dell’Opec, il paese è il quarto produttore di petrolio in Africa (dopo Nigeria, Angola e Libia) e il maggiore produttore di derivati dal petrolio. È il quinto al mondo per riserve di gas dopo Russia, Iran, Qatar e Arabia saudita. Il gas oggi è la principale risorsa del paese e ne viene esportato il 70 per cento, per lo più attraverso il gasdotto “Enrico Mattei”, noto anche come Transmed. Una nuova condotta sottomarina, la Medgas completata nel 2009, connette direttamente l’Algeria alla Spagna. I principali clienti del gas algerino sono l’Italia (43 per cento), Spagna (23 per cento) e Francia (15 per cento).
Il Marocco è più vulnerabile dell’Algeria avendo più o meno la stessa popolazione, ma senza le risorse energetiche del vicino. Monarchia costituzionale con un sistema parlamentare multipartitico, importa quasi tutto il petrolio che consuma, anche se di recente sono aumentati gli sforzi di esplorazione. Gode dei diritti di transito di gas algerino diretto verso Spagna e Portogallo tramite la Meg, Maghreb-Europe Gas Pipeline (nota anche come Pedro Duran Farrell).
Va infine menzionato un altro paese arabo dove si sono verificati disordini: si tratta dello Yemen, situato sullo stretto di Bab el-Mandab, attraverso cui passano giornalmente 3,7 milioni di barili di petrolio. Problemi potrebbero verificarsi per le petroliere che quotidianamente passano dal Golfo persico e quello di Aden per raggiungere il Canale di Suez e l’oleodotto Sumed. L’economia yemenita dipende pesantemente dagli idrocarburi: 33 per cento del Pil, 70 per cento delle entrate statali e 93 per cento di guadagni da export. Ciò nonostante lo Yemen è il paese più povero del Medio Oriente e i tentativi di accrescere gli investimenti stranieri sono penalizzati dalle preoccupazioni per la pirateria nel golfo di Aden, che il paese condivide con la Somalia.

Paese Popolazione 2009 (milioni) Pil pro capite(dollari) Riserve di petrolio(Mt) Riserve di gas(Gm3)
Albania 3.2 4554 27.1 2.0
Tunisia 10.3 3654 57.8 39.0
Egitto 83.0 2400 503 2170
Yemen 23.7 1404 408 490
Libia (*) 6.3 11307 5940 1540
Algeria 34.9 5659 1660 4504
Marocco(*) 31.2 2736 0.14 1.0
Giordania(*) 5.8 3330 0.14 5.0
Libano 4.2 7252

(*) 2008

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LA CONSOB E I FURBETTI DEL MERCATINO

  1. Emilio Odescalchi

    Il previsto da sempre è accaduto. La nostra classe politica sembra vivere in un altro territorio. Ci piace il gossip, ci aiuta a non pensare. Anche dal punto di vista morale, per i moralisti di comodo una domanda: è bene sostenere i regimi dei paesi che ci forniscono energia con i nostri soldi ? Compriamo la corda a chi in qualunque momento potrebbe impiccarci? Abbiamo alternative? Forse le pale eoliche Siciliane ferme e non connesse perchè costruite dalla mafia? Cosa ci raccontano i "Verdi" ?

  2. Giuseppe Salmè

    In Sicilia si presume che esistano riserve potenziali di gas naturale calcolabili in 50 miliardi di mc nell’entroterra e in circa il doppio nell’offshore .Non c’è che andare a vedere . Incongruamente invece si preferisce agitare il fantasma BP e parlare, inopinatamente, di due rigassificatori: uno da ubicare nella zona industriale di Priolo (Siracusa) e l’altro a ridosso di Porto Empedocle, con l’aggiunta di centrale nucleare e di centrale eolica e biomasse nell’offshore dell’arcipelago eoliano. Forza delle parole!

  3. Federico Parodi

    …che dire sulla Libia siete stati poco previdenti, bastava aspettare ancora un paio di settimane……visto che sono paesi con tante riserve di gas e petrolio a volte basta proprio una piccola scintilla nel paese vicino per far scoppiare il finimondo…

  4. Ar_an

    Non si può paragonare la protesta albanese con quelle marocchine o tunisine! Potrebbe essere paragonata, piuttosto, con quelle greche o slovene.

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