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POVERA PENSIONE DEI PARASUBORDINATI…

C’è molta preoccupazione per la copertura previdenziale dei lavoratori parasubordinati. Le stime indicano un livello non lontano dagli assegni sociali. Il problema però non sono tanto le aliquote di contribuzione, quanto il reddito medio annuale percepito da questi lavoratori. Basso, perché in media sono impiegati solo sei mesi l’anno. La copertura previdenziale sarebbe adeguata se alla maggiore flessibilità nel mercato del lavoro facesse da contraltare una retribuzione corrispondente alla reale produttività e tale da compensare la minore tutela offerta.

Qualche tempo fa il presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua aveva rassicurato sulla trasparenza delle informazioni disponibili sul sito dell’istituto, attraverso il quale è possibile calcolare i valori ufficiali della pensione per coloro che ne raggiungono il diritto entro i dodici mesi successivi, ma solo per loro. La rassicurazione si era resa necessaria per la generale atmosfera di sospetto che aleggia intorno al tema della copertura previdenziale dei lavoratori parasubordinati, che però, al pari degli altri lavoratori, semplicemente non possono, sul sito dell’Inps, calcolare la propria pensione se non sono prossimi al pensionamento.

UN DECENNIO DI GESTIONE SEPARATA

Sul tema della adeguata copertura dei parasubordinati abbiamo presentato una serie di lavori, l’ultimo dei quali è stato più volte ripreso da quotidiani e settimanali, ma a nostro avviso non dando conto pienamente dei risultati complessivi. (1)
Il nostro studio evidenzia come la principale causa di una copertura pensionistica insufficiente sia la scarsa remunerazione annuale dei lavoratori parasubordinati, anche se la ridotta aliquota contributiva rispetto al 33 per cento dei dipendenti certamente concorre ad abbassare il livello delle pensioni. L’analisi dimostra però come il semplice aumento dell’aliquota contributiva al livello dei lavoratori dipendenti, a parità di reddito, non sia risolutivo.

PRINCIPALI RISULTATI

Secondo le nostre stime, il reddito medio annuale lordo di un uomo nato nel 1976 è circa 8mila euro all’età di 25 anni (nel 2001), e arriva a 15.770 euro a fine carriera (a 65 anni, nel 2041). (2) Nelle stesse circostanze, per una donna il reddito è circa 6.300 euro e cresce fino a 8.470 euro. Il reddito medio lordo annuale dei parasubordinati è quindi molto basso rispetto a quello dei dipendenti; la causa principale della differenza risiede nel fatto che, di norma, i mesi di impiego dei parasubordinati sono, in un anno, inferiori a dodici (sei mesi in media; solo circa il 10 per cento dei lavoratori contribuisce per dodici mesi l’anno, un altro 10 per cento per undici mesi).
Sono proprio questi dati applicati al calcolo della pensione che determinano assegni inadeguati, sia ipotizzando individui che per tutta la vita restino parasubordinati, una situazione che di per sé risulta difficilmente sostenibile, sia ipotizzando individui che dopo un inizio di carriera come collaboratori trasformino il loro rapporto in un contratto di lavoro dipendente.
Nel primo caso, un uomo nato nel 1976, che va in pensione a 65 anni con 40 anni di contributi, matura il diritto a una pensione annua lorda di 9.712 euro (747 euro lordi al mese per tredici mensilità); la pensione annuale lorda di una donna nelle medesime condizioni è di circa 6.080 euro (470 euro mensili). (3)

Tabella: La proiezione della pensione dei parasubordinati

 

A questo caso limite, in cui i lavoratori sono parasubordinati per tutta la vita lavorativa, è utile contrapporre (augurandoci che sia quella di maggior realismo) l’ipotesi che tale modalità contrattuale sia utilizzata come canale d’accesso al mercato del lavoro. Calcoliamo che il lavoratore che inizia la carriera come parasubordinato, e dopo cinque anni diviene dipendente, matura una pensione inferiore dell’8 per cento circa di chi inizia come dipendente. Se gli anni iniziali come parasubordinato sono dieci, la riduzione è di circa il 16 per cento.

IL PESO DELLE IPOTESI

Tutti i risultati che presentiamo dipendono ovviamente dalle ipotesi che è necessario fare per poter ottenere delle proiezioni: oltre ai profili di reddito medi estrapolati dal campione, contribuiscono a determinare il risultato le aliquote contributive e i coefficienti di trasformazione che convertono il montante contributivo in rendita.
I risultati della tabella, riferendosi a individui che iniziano a lavorare nel 2001, sono ulteriormente penalizzati da aliquote contributive inferiori a quella del 26 per cento in vigore dal 2010, dal momento che esse sono gradualmente cresciute a partire dal livello del 10 per cento previsto nel 1996, alla nascita della Gestione separata dell’Inps. Anche ipotizzando un’aliquota contributiva sempre pari a 26 per cento, le pensioni migliorerebbero del 3-4 per cento, sia per gli uomini sia per le donne, ma il risultato di base non cambia: le pensioni dei parasubordinati restano vicine all’ambito di applicazione dell’assegno sociale. (4)
In aggiunta, i coefficienti di trasformazione utilizzati sono quelli in vigore dal 2010 e non presentiamo quindi i potenziali ulteriori effetti di riduzione derivanti dall’evoluzione della demografia. (5)

L’ARMONIZZAZIONE DELLE ALIQUOTE

Per fare luce sull’effetto dell’aliquota contributiva rispetto a quello derivante dal livello della retribuzione, abbiamo inoltre calcolato l’importo della pensione nell’ipotesi in cui l’aliquota contributiva sia pari a quella dei dipendenti (33 per cento). La pensione in questo caso aumenterebbe, rispetto al caso base, di circa 2.500 euro annui per gli uomini e di 1.500 euro annui per le donne. La situazione di svantaggio sotto il profilo previdenziale dei parasubordinati permane dunque anche in presenza di un aumento delle aliquote contributive tale da renderle uguali a quelle dei dipendenti. Ciò dimostra ulteriormente come il risultato principale della nostra analisi stia nell’individuare, quale aspetto maggiormente problematico per la copertura previdenziale di questi lavoratori, il basso livello di reddito che in media ne caratterizza la carriera. Solo nel caso in cui alla maggiore flessibilità nel mercato del lavoro facesse riscontro una retribuzione corrispondente alla reale produttività, e tale inoltre da compensare la minore tutela offerta, anche la copertura previdenziale risulterebbe adeguata.

(1)Margherita Borella e Giovanna Segre Le pensioni dei lavoratori parasubordinati: prospettive dopo un decennio di gestione separata", WP CeRP 78/08, pubblicato su Politica Economica, anno XXV, n. 1, 2009.
(2)Per stimare il profilo del reddito dei parasubordinati utilizziamo i dati di un campione di circa 10mila individui osservati per sette anni tratto da WHIP, la banca dati di storie lavorative sviluppata grazie alla collaborazione tra università di Torino e il Laboratorio Riccardo Revelli con l’Inps – dati archivi gestionali dell’Inps.
Esprimiamo tutte le grandezze utilizzando prezzi in euro 2010, cioè ipotizziamo che il potere d’acquisto nel futuro rimanga costante.
(3) La diffusione relativamente recente dei contratti di collaborazione, rende difficile stabilire se questi siano effettivamente utilizzati in Italia come canale d’accesso al mondo lavoro, oppure se siano ripetutamente rinnovati, contribuendo così a formare una categoria di lavoratori atipici di lunga durata. Le ricerche esistenti evidenziano una percentuale non trascurabile di lavoratori per i quali la condizione di parasubordinato perdura nel tempo, ma non si può non sottolineare come le analisi siano basate su un periodo campionario necessariamente ristretto, che rende nei fatti attualmente impossibile calcolare una durata media nella condizione di parasubordinato.
(4) Nel 2010 l’assegno sociale è fissato pari a 5.349,89 euro annui (ovvero circa 410 euro mensili), che, se ipotizziamo rivalutabile secondo la crescita economica, si può stimare arrivare a essere pari a circa 9.150 euro annui (704 euro mensili) nel 2041.
(5) Calcolando i coefficienti di trasformazione con tavole che tengano conto della possibile evoluzione futura della mortalità, stimiamo che le pensioni nel 2041 si ridurrebbero circa del 7 per cento.

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21 commenti

  1. Lucia Vergano

    Otre agli aspetti messi in luce dalle autrici, alle quali spetta il merito di sollevare un tema alquanto rilevante per gli equilibri intergenerazionali del paese, vorrei cogliere l’occasione per accennare a un problema di ordine squisitamente pratico, ma non per questo meno rilevante. In Italia, al momento, puo’ accadere che i contributi versati (nel mio caso specifico, alla gestione separata) non corrispondano a quelli risultanti nelle banche dati INPS: oltre ai ritardi del caso, puo’ trattarsi degli effetti perversi di un’incompatibilita’ tra i software utilizzati dai datori di lavoro e quelli utilizzati dall’INPS. Si rischia che tali contributi "fantasma" vadano persi, se non recuperati entro un certo lasso di tempo. Mi chiedo quale paese possa reggersi su tanto macroscopiche inefficienze.

  2. bruno benelli

    Si continua a sottolineare con enfasi, a cominciare dalle titolazioni, la pochezza delle pensioni che avranno i parasubordinati al termine del loro viaggio lavorativo. Giusto ma con una puntualizzazione fondamentale, dato che la pensione è figlia della busta paga. Il problema risiede nella retribuzione. Ed è su questo aspetto che occorre battere il tasto con più veemenza mediatica. Tanto è vero che anche con il contributo al 33% la pensione sarebbe di modesto importo. A riprova che il "male" è nel salario, e non nel fatto di essere parasubordinato. Infatti anche un dipendente non parasubordinato, con lo stesso salario annuo, avrebbe il medesimo importo di pensione. Non si può pensare di risolvere il problema a valle se non si affronta a monte.

  3. Claudio Resentini

    Temo che la proposta degli autori di un trade-off tra precarietà e maggiore retribuzione si scontri con una realtà generalizzata del mercato del lavoro in cui la scelta del rapporto di lavoro parasubordinato non è quasi mai determinata volontariamente dal lato dell’offerta (i lavoratori) ma quasi sempre imposta dal lato della domanda (le imprese), alla ricerca di escamotage per ridurre SIA le tutele dei lavoratori, SIA il costo del lavoro. In alcuni contesti si arriva addirittura ad "imporre" a lavoratori monocommittenti e, di fatto, subordinati, l’apertura della partita IVA per assimilarli a lavoratori autonomi con tutte le conseguenze del caso (tranne quella di un adeguamento conseguente delle retribuzioni, si intende!). Il lavoro parasubordinato è una mostruosità giuridica che si presta a numerosi abusi e che andrebbe semplicemente abolita.

  4. Vincesko

    La manovra correttiva 2010 Tremonti-Sacconi (quella che ha scaricato il peso del risanamento dei conti pubblici, 24,9 mld, sui redditi medio-bassi e perfino su quelli a reddito zero, come i pensionandi inattivi, preservando completamente, tranne i farmacisti, tutti i redditi privati, anche miliardari, come Berlusconi, e milionari, come Tremonti), recata dal DL 78/2010 “prevede una finestra unica a scorrimento su un periodo di 12 mesi. Per effetto [poi] di una norma introdotta lo scorso anno, il cui regolamento è stato firmato il 25 maggio dai ministri Sacconi e Tremonti, le pensioni, a partire dal 2015 e su base di calcolo nel quinquennio precedente, saranno collegate alle aspettative di vita certificate dall’Istat, facendo del sistema pensionistico italiano il più stabile d’Europa”. Pertanto, dal 2011, la pensione di vecchiaia (ordinaria) è fissata a 66 anni; anche per le dipendenti statali, a partire dal 2012; nel 2024, si andrà in pensione a 67 anni.

  5. marco

    Mi paiono un pò dubbie le considerazioni finali avanzate dagli autori circa l’impatto dell’innalzamento delle aliquote contributive: il problema sta, innanzitutto, nel disincentivare il ricorso – oramai "standard" – al lavoro precario, che è finalizzato solo all’abbattimento dei costi scaricando gli "oneri" sui lavoratori.

  6. ex dottorando

    Grazie per gli interventi, sono stato dottorando per 3 anni ed aprii una gestione separata presso l’Inps. Che fine fanno quei contributi? Ovviamente appena discussi la tesi in Italia me ne andai da Roma ed ora ho un lavoro stabile e ben remunerato in Olanda. Come posso recuperare quegli anni di contribuzione?

  7. Ernesto Giancotti

    Brevemente aggiungo che la tutela garantita dall’assegno sociale non opererà per i c.d. parasubrdinati (Legge 335/1995, art. 1, comma 20) i quali, dunque, dovranno farsi bastare quanto maturato sulla base dei contributi versati. A tal proposito, nei prossimi anni andrà ancora peggio: i contributi versati sono rivalutati anno per anno sulla base di un tasso, determinato dall’ISTAT, pari alla "variazione media quinquennale" del P.I.L. Ora è evidentissimo che in periodi di crisi molto pesante, come stiamo da tempo vivendo, il "montante contributivo" (ossia la somma dei contributi versati, più la rivalutazione) crescerà pochissimo e con lui, dunque, la pensione che viene calcolata moltiplicando il montante per quei coefficienti che, anch’essi, sono previsti in calo. Dunque un serpente che si morde la coda: per risparmiare i datori di lavoro pagano poco, per poter mangiare i lavoratori consumano poco, l’economia decresce, si fanno meno figli, le pensioni saranno da fame, i conti degli enti di previdenza salteranno. Buona fortuna a tutti.

  8. Giuseppe

    Salve sono un lavoratore a progetto. Continuo a chiedermi, senza risposta: ma perché non si possono cumulare i contributi versati nella gestione separata con quelli nella gestione ordinaria? E’ una vera ingiustizia!

  9. Ernesto Giancotti

    Quanto ai vostri contributi: io non lavoro per l’INPS ma credo che potrete usarli quando avrete raggiunto i requisiti per la pensione, anche all’estero, sulla base di una "ricongiunzione" europea, che è stata recentemetne introdotta ma che, fra 20-30 anni sarà molto diversa da oggi. Dunque è inutile per voi avere info specifiche adesso. Infine, con le norme attuali quei contributi non possono essere ritirati e tornare nelle vostre tasche.

  10. Ivano Mosconi

    Il punto fondamentale della questione è espresso nell’ultima frase dell’articolo. Il lavoratore parasubordinato dovrebbe essere pagato di più rispetto al collega a tempo indeterminato visti i vantaggi che il datore di lavoro ricava da tale rapporto. C’è inoltre il rischio che anche queste discussioni vengano superate per il dilagare di partite IVA fasulle che non offrono più alcuna tutela. Su questo punto sarebbe urgente intervenire con una normativa rigorosa, ma a chi interessa il futuro di queste persone in un paese che vive alla giornata?

  11. Mapi

    Al datore di lavoro, il lavoro precario dovrebbe costare molto più del "tempo indeterminato"; in tal modo si incentiverebbe il contratto indeterminato e comunque il lavoratore precario godrebbe di maggior salario e conseguentemente maggiori contributi.

  12. giovanna

    Sono appena tornata dalla sede Inps dopo aver tentato invano di avere informazioni via mail dal servizio Inpsrisponde. Verso da 12 anni contributi alla gestione separata prima come parasubordinata e poi come autonoma, al compimento dell’età pensionabile di vecchiaia 66 o 67 anni (ora ne ho 55) avrò circa 130€ di pensione!

  13. Vincesko

    Lavoro precario e reddito di cittadinanza http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2580529.html Ddl Ichino “Codice del lavoro semplificato”, ispirata al sistema scandinavo e che ha tra gli obiettivi il superamento del mercato duale del lavoro (approvata a larghissima maggioranza in Senato la mozione Rutelli) Ddl Ghedini, Passoni, Treu. Misure di contrasto alla precarietà del lavoro A.S n. 1110, attualmente all’esame della Commissione Lavoro e Previdenza sociale del Senato (in esso è previsto, tra l’altro, che il lavoro precario costi di più di quello stabile): DdL Nerozzi “Istituzione del contratto unico d’ingresso” (ispirata da Tito Boeri e Pietro Garibaldi) PdL MADIA “Disposizioni per l’istituzione di un contratto unico d’inserimento formativo e per il superamento del dualismo nel mercato del lavoro”

  14. Franco Deottti

    Che il sistema pensionistico pubblico italiano si sarebbe trovato in dificoltà, l’abbiamo scoperto alla fine degli anni ’80. E’ per questo che dalla contrattazione è stato nato Solidariertà Veneto, il Fondo Pensione regionale che ha progressivamente coinvolto, negli anni successivi, pressochè tutte le categorie del mondo produttivo Veneto. Constatata la problematicità di alcune categorie autonome previdenzialmente deboli, dal 2009 il Fondo è stato reso disponibile anche ai lavoratori atipici (CoCoCo/Pro) associati in partecipazione, liberi professionisti senza casa previdenziale, artigiani autonomi, coltivatori diretti. I vantaggi sono evidenti: costruirsi una seconda pensione con un Fondo senza scopo di lucro, a bassi costi, con una rappresentanza associativa, presente su tutto il territorio regionale per la consulenza e con buoni risultati.

  15. michele

    Poteva andare diversamente, se dal 1995 invece di rinviare la palla in avanti alle future generazioni, si fosse evitato il regime transitorio e si fosse imposto fin da subito il regime contributivo a tutti, l’intero sistema pensionistico ne avrebbe beneficiato. Inoltre sarebbero state evitate tante storture nella dinamica salariale e di carriera nel pubblico impiego. Il legislatore non avrebbe continuato a modificare la soglia dell’età pensionabile, infatti nel sistema contributivo si è liberi di andare in pensione prima semplicemente pagando di tasca propria in termini di minor importo annuale della pensione. Ma la politica, il sindacato e la società civile misero la testa sotto la sabbia…

  16. Lorenzo

    L’idea di risolvere il problema del lavoro flessibile aumentandone il costo è sbagliato oltre che inutile. Il risultato, se si resta allo schema liberista adottato da questo sito, sarebbe aumentare la disoccupazione. Inoltre molti studi eterodossi hanno dimostrato come l’obiettivo principale del capitale sia quello del controllo sul processo produttivo, e solo attraverso questo, ridurre il costo del lavoro. Sono costretto a notare come tutte le riforme del mercato del lavoro e delle pensioni che ci sono state vendute come a favore dei lavoratori, fossero in realtà contro di essi.

  17. Davide Balzani

    Ogni discussione su questo argomento deve partire, purtroppo, da un presupposto: il 90% dei rapporti di lavoro parasubordinato (co.co.pro.) violano la legge perchè sono rapporti di lavoro subordinato mascherati per i motivi che tutti possiamo intuire. A questi adesso si deve aggiungere l’uso folle ed indiscriminato del contratto di "associazione in partecipazione" che versa i contributi alla medesima Gestione Separata (dal 2004, prima non versava nulla). Pensate che tale tipologia contrattuale viene spudoratamente utilizzata per muratori, baristi, camerieri, spesso stranieri che non sono nemmeno in grado di leggere un contratto e tantomeno di capire un rendiconto o un bilancio. Tutta pura e semplice evasione contributiva. C’è una ed una sola soluzione: abolire questi contratti e ricondurre tutto al lavoro subordinato (quale è) oppure nei casi di effettiva sussistenza, al lavoro autonomo. Ma per fare questo ci vuole coraggio, non bisogna essere collusi col mondo pseudo imprenditoriale e affaristico. Al momento non vedo le condizioni e forse è già troppo tardi per rimediare.

  18. marco cardamone

    La realtà sulle pensioni è che tutti i calcoli che si fanno sono aleatori, mentre nessuno si preoccupa di prendere per il collo i malfattori che non hanno versato i contributi. Per questo noi, che abbiamo più di venticinque anni di duro lavoro alle spalle, rimaniamo abbandonati e senza nessuna protezione dello Stato!

  19. Franco

    Io penso che le cose non si vogliano fare. Eppure basterebbere dei semplici meccanismi. Vogliamo garantire una pensione dignitosa anche per i precari? Allora che si introducesse l’obbligo di versare (come per i dipendenti) almeno la quota contribuitiva settimanale minima, in modo da raggiungere (se uno lavora x tutto l’anno, il minimale contributivo e quindi maturare l’anno di pensione). E’ vergognoso sapere che ci sono persone che maturano un’anno contributivo in 2 o 3 anni lavorativi!!! Che si intervenga!

  20. massimo neri

    Son calcoli sensa senso, tanto per passare la giornata. Il vero calcolo che si dovrebbe fare è, visto che la pensione, un parasubordinata la prendera a 65 anni, quando deve essere il montante contributivo per avere, diciamo 1000 euro di pensione, al netto delle svalutazioni e rivalutazioni. Un calcolo semplice facendo il conto degli anni che rimangono da lavorare e del montante contributivo che accumula ogni anno. Ma forse è troppo semplice e lo capirebbero tutti e s’incazzerebbero.

  21. Massimo Capri

    Innanzitutto obblighiamo i datori di lavoro a versare i contributi per i collaboratori parasubordinati

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