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I PERCHÉ DEL VOTO ALLA FIAT

Si torna finalmente a parlare di regole sulla rappresentanza e di decentramento della contrattazione. Ma cosa insegna la vicenda di Mirafiori? La strategia “prendere o lasciare” di Marchionne è inadeguata. E la Fiom ha avuto buon gioco a politicizzare il confronto. Il voto ha così acquisito un significato molto diverso da un pronunciamento sui contenuti specifici dell’accordo. Solo la ripresa del dialogo e la creazione di consenso attorno al progetto Fabbrica Italia possono garantire la governabilità degli impianti e una crescita della produttività che assicuri lavoro e diritti.

Dopo il voto alla Fiat è finalmente ripartito il confronto sulla riforma delle relazioni industriali. Si parla di regole sulla rappresentanza e di decentramento della contrattazione. Molto bene perché c’è bisogno urgente di riforme e il confronto in atto dimostra quanto da tempo sostenuto su questo sito, vale a dire che l’accordo del gennaio del 2009 non ha riformato un bel nulla.
Affinché il confronto porti a risultati concreti, è opportuno trarre lezioni dall’esperienza della Fiat. Ci offre indicazioni importanti sugli orientamenti dei lavoratori, dunque anche sui vincoli che stanno di fronte al sindacato, che li dovrebbe rappresentare, e sulle imprese, che con loro devono trovare accordi. In questa nota cerchiamo di trarre alcuni spunti da una indagine condotta da Umberto Marengo (Università di Cambridge) e Lorenzo Pregliasco per Termometro Politico, intervistando un campione di 510 operai all’uscita e all’entrata di Mirafiori nei giorni del referendum ai cancelli della Fiat. Le osservazioni sono state pesate al fine di eguagliare il totale dei sì e dei no a quelli effettivamente registrati tra gli operai di Mirafiori. La scheda allegata fornisce ulteriori dettagli e risultati.

LE MOTIVAZIONI DEL VOTO: RICATTO O CONTENUTI?

Il voto a Mirafiori sembra sia stato determinato principalmente da ideologia e motivazioni di principio più che dai contenuti dell’accordo in quanto a turni, salari, assenteismo e rappresentanze. Come si evince dal grafico qui sotto, sia fra i sì che fra i no ha prevalso l’interpretazione dell’accordo come di un "ricatto". I tre quarti dei lavoratori che hanno votato a favore dichiarano di averlo fatto perché l’accordo è necessario per salvare il posto di lavoro, e solo un quarto lo giudica positivo o con limiti, ma accettabile. Molto significativo anche il fatto che circa l’80 per cento dei no ha motivato il voto perché percepito come un ricatto. Solo l’8 per cento lo ha fatto per i turni, lo straordinario e le pause, il 5 per le limitazioni allo sciopero, il 2 per le modifiche alle assenze per malattia. È chiaro che i lavoratori sono meno preoccupati dalle modifiche alle condizioni di lavoro che dal modo in cui la trattativa è stata portata avanti.

La percezione dell’accordo come ricatto è confermata dall’analisi del voto rispetto alle caratteristiche individuali. Avere figli e/o coniuge che non lavora o ha lavoro precario è uno dei fattori che ha maggiormente influito sul voto. Tra questi lavoratori c’è stato un voto più favorevole all’accordo, presumibilmente perché per loro la posta in gioco in termini di perdita del posto di lavoro è più alta. Anche i neoassunti sono stati generalmente più favorevoli all’accordo. Nelle scelte di voto gioca comunque un ruolo decisivo l’orientamento politico: la probabilità di votare sì diminuisce del 20 per cento tra i lavoratori di orientamento vicino all’opposizione; l’opposto avviene tra quelli vicini alla maggioranza.

In termini di iscrizione al sindacato, il sì prevale leggermente fra i non iscritti e in modo più netto (64 per cento) fra gli iscritti ai sindacati firmatari. Seppur non bassa, questa percentuale dimostra una "fedeltà" alla linea sindacale ben inferiore di quella degli iscritti alla Fiom ai Cobas e alle rappresentanze di base (sigle contrarie all’accordo), dove il no ha registrato un picco superiore all’80 per cento. 

PROBLEMI DI CREDIBILITÀ

Se la nostra interpretazione è corretta – il voto si è giocato quasi esclusivamente sul piano ideologico rispetto a quello dei contenuti – si pongono seri problema di credibilità per i firmatari dell’accordo, tanto per l’azienda che per i sindacati. Due domande del questionario riguardano il grado di fiducia nei sindacati e in Sergio Marchionne, con risposta in una scala da 1 (nessuna fiducia) a 10 (massima fiducia). Definiamo come aver fiducia un voto di almeno 6. La fiducia nell’amministratore delegato è bassa, anche fra chi ha votato sì all’accordo (35 per cento), tra gli iscritti ai sindacati che l’hanno firmato (25 per cento) e tra i non iscritti al sindacato (19 per cento).

La fiducia nei sindacati è più alta fra chi ha votato contro l’accordo. Due terzi degli iscritti alla Fiom, ai Cobas o alle rappresentanze di base esprimono fiducia nei sindacati, contro il 36 per cento fra gli iscritti ai firmatari e il 40 per cento fra i non iscritti.

RAPPRESENTANZE

I lavoratori che sono iscritti alla Fiom sono maggiormente orientati verso l’opposizione e sono più giovani degli altri lavoratori, ma non sono necessariamente quelli con minori anzianità aziendali. Le altre caratteristiche individuali non hanno un’influenza apprezzabile sulla scelta del sindacato. L’iscrizione al sindacato appare quindi determinata principalmente da orientamenti ideologici.

GLI SCAMBI DEL FUTURO

In che misura sarà possibile per l’amministratore delegato e i sindacati che hanno sottoscritto gli accordi guadagnare fiducia tra i lavoratori depoliticizzando il confronto? Il questionario ha chiesto se per il futuro si ritenesse più importante migliorare le condizioni di lavoro o aumentare lo stipendio. La maggioranza propende per le condizioni di lavoro, ma anche il salario conta, soprattutto per chi ha meno di dodici anni di anzianità aziendale (il 10 per cento di lavoratori che sono da meno tempo dipendenti della Fiat), ha mogli che non lavorano o hanno lavori precari. Forse questo è il terreno principale su cui cercare di recuperare il consenso perduto.

UNA STRATEGIA SBAGLIATA

Conclusione: la strategia "prendere o lasciare" di Marchionne si sta dimostrando inadeguata. La Fiat ha ottenuto la firma del contratto come voleva, ma al costo di alienarsi il consenso di una larga parte dei lavoratori. In un paese come il nostro, con un sistema giudiziario inefficiente e una normativa in materia di lavoro molto complicata, affidarsi solo alle norme contrattuali è molto rischioso. Al tempo stesso, la Fiom ha avuto buon gioco a politicizzare il confronto in un ambiente già fortemente ideologizzato. Il voto ha così acquisito un significato molto diverso da un pronunciamento sui contenuti specifici dell’accordo.

Confini più netti fra contrattazione e politica possono aiutare una ricomposizione di questi conflitti. Un approccio meno intransigente da parte della Fiat anche. Un altro terreno su cui cercare il consenso potrà essere quello dei salari, ma un puro scambio più salari-condizioni più dure potrebbe non funzionare. È necessario ritrovare il filo del dialogo. Il muro contro muro su questioni ideologiche fa passare in secondo piano le questioni su cui si gioca questa importante partita. Solo la ripresa del dialogo e la creazione di maggior consenso attorno al progetto Fabbrica Italia possono garantire la governabilità degli impianti, e attraverso questa, la crescita della produttività che possa assicurare lavoro e diritti.

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QUANTO SOTTRAGGONO AL FISCO LE ESENZIONI PER GLI ENTI ECCLESIASTICI?

11 commenti

  1. Lucio Baccaro

    Mi sembra che sia uno dei primi sondaggi così approfonditi sulla condizione del lavoro operaio in Italia (chiedo conferma a Boeri), molto interessante.

  2. Federico Amianti

    Non si può definire il voto esclusivamente ideologico o politicizzato quando emerge chiaramente dai dati elettorali (seggi nei reparti) – quindi non da un sondaggio – esattamente il contrario. Il "no" ha vinto nei reparti di montaggio, perso di poco in verniciatura e perso nel resto; al crescere della fatica delle mansioni crescono i no all’accordo che come sappiamo modifica il regime delle pause e forse della mensa.

  3. Claudio Resentini

    Siamo proprio sicuri che la politicizzazione del confronto sia stata voluta dalla Fiom? A sentire alcune dichiarazioni di Marchionne (compresa la famosa intervista da Fazio) sembrerebbe invece la Fiat ad aver ingaggiato il braccio di ferro con la Fiom con finalità che vanno ben oltre l’accordo stesso e che riguardano il sistema generale delle relazioni industriali ed i rapporti di forza tra le parti sociali. La Confindustria sta alla finestra a guardare come va a finire per poi eventualmente fare proprio il modello se funziona. Il governo lascia fare, plaudente e gongolante. Gli investimenti Fiat li farà o meno a prescindere dal risultato del referendum. Se vorrà abbandonare il paese basterà tirare la corda oltre i limiti e poi incolpare gli estremisti/conflittualisti/disfattisti. Se questa non è politica allora non so bene cosa lo sia!

  4. pietro morelli

    Definire ”ideologico” un voto operaio solo perchè chi lo esprime preferisce sintetizzarlo con la espressione ”ricatto” piuttosto che con un giudizio su turni, condizioni ecc. mi sembra veramente, questo si’, piuttosto ideologico.

  5. francesco Statti

    E’ forse vero che la vertenza è stata, in parte,politicizzata, ma a metterla su quel piano è stato certamente Marchionne dimenticando la tradizione dei sindacati italiani autori di grosse battaglie politiche nel passato. Occorre tuttavia anche tenere conto del voto nei vari reparti: dove il lavoro è più alienate ha prevalso il desiderio dei lavoratori di non fare "passi indietro". Negli altri reparti ove la fatica è minore, forse a malavoglia, ha prevalso il si. Ma non dimentichiamo che alla votazione hanno preso parte anche gli impiegati, quasi il 9%, e questi vanno considerati decisivi, se non determinanti.

  6. Gianfranco Tulini

    Quello che emerge dal vostro sondaggio, che, per quanto mi riguarda, corrisponde anche alle mie sensazioni e conoscenze di situazioni analoghe, apre però la necessità di una profonda riflessione sulla influenza dei media e non solo, su questo referendum. Lavoce è stata una delle poche voci autorevoli che ha spiegato lo scenario economico finanziario e sociale determinatosi con i cambiamenti strutturali in atto nel mondo. Mentre voi e pochi altri vi siete sforzati di dare visione e valutazione sui problemi, un coro di voci e di mezze di informazione si sono impegnati a depistare e mistificare i problemi. Data la limitazione di spazio, vorrei pregarvi di non cedere alle tentazioni di compromesso e mediazione. Non lasciate che la situazione della Fiat scivoli sempre più nella vulgata ideologica. Subiamo già quella di Belusconi e del Berlusconismo. Abbiamo bisogno di ribadire e combattere per la realtà dei fatti e della disamina dei contenuti e non delle valutazioni e forzature ideologiche, altrimenti che differenza c’è tra noi e quanto opera nel paese il Berlusconsmo….

  7. Giacomo Galletti

    Confesso di non aver letto troppo approfonditamente tanto la nota quanto il questionario. Ma qualcosa non mi torna. Mi riferisco alla domanda 8b del questionario. Ci sono 4 opzioni di risposta per motivare il rifiuto dell’accordo. La prima fa riferimento agli orari di lavoro, la secondo alla malattia, la terza allo sciopero, la quarta alla percezione del ricatto. A naso trovo improprie le chiusure, tra l’altro a risposta secca e non multipla. Il problema sono le distinte dimensioni che sottendono alle risposte. La prima ha a che fare con l’organizzazione del lavoro; la seconda e la terza con i diritti sul lavoro; l’ultima riguarda la percezione del processo contrattuale e di comunicazione azienda-lavoratori. Se ha senso quanto notato, ovvero la "disomogeneità dimensionale" sottesa alle chiusure, allora i risultati non consentono di trarre conclusioni appropriate. E quindi, tantomeno, di giudicare il voto come mosso dall’ideologia. Altri dubbi riguardano le correlazioni tra appartenenza sindacale e orientamento politico, ma in caso ne accennerò in seguito. Grazie e a presto.

  8. Saverio Soldi

    Ritengo che tre conclusioni degli autori siano errate. 1. L’ideologia. Gli autori scrivono che il voto sia stato determinato principalmente da ideologia. Ma qualche riga si contraddicono constatando che molti voti per il sì sono invece dettati da necessità. Si noti anche che tra chi ha votato sì solo una piccola minoranza dei rispondenti definisce l’accordo positivo: pochi infatti considerano il contratto vantaggioso (diversamente da quanto sostengono alcuni interventi su lavoce.info). In realtà è la domanda 8 che è viziata da un errore metodologico. Si è infatti chiesta una sola risposta quando è invece evidente che la risposta "E’ un ricatto" racchiude tutte le altre. 2. Il consenso in fabbrica. Gli autori sostengono che Marchionne ha perso il consenso in fabbrica. Sono sicuri che l’avesse avuto prima del referendum ? 3. La politicizzazione. E’ vero che la Fiom ha politicizzato lo scontro. Ma lo hanno fatto anche i sindacati firmatari per sostanziare la loro aspirazione a un modello di cogestione aziendale e pure Marchionne che ha da subito individuato un solo nemico e lo ha additato come il nemico per l’Italia.

  9. luigi saccavini

    Cerchiamo di capire di cosa si tratta e di quel che si deve fare (si doveva fare prima); poi si parlerà dei diritti di lavoro. Nel 2008 l’Italia ha prodotto 659mila auto; in Italia ne sono state immatricolate 2.160mila. Insomma: 1,5mio di auto importate (Il mondo in cifre ed. 2011). Da paese esportatore, in un decennio siamo diventati un importatore di auto del segmento B e C mentre la Fiat, ferma sulla sua “nicchia” utilitaria, deve produrre all’estero. (la Germania lo stesso 2008 ha un attivo di 2,5 mio di auto esportate) certamente nel 2010 il raffronto sarà peggiore. La Fiat fa il suo interesse di impresa ma forse qualcuno dei ministri che nel decennio ha gestito Lavoro e Industria (e dico io un sindacato più propositivo e meno ideologico), un piano per il settore che salvaguardasse il lavoro e mantenesse un rapporto di equilibrio positivo fra produzione e vendite, doveva concertarlo con Fiat (sostanzialmente sviluppando il settore B e C). Qualcuno faccia il conto di quante centinaia di migliaia di posti di lavoro abbiamo perso. Con il problema di ricreare occupazione che abbiamo davanti, la faccenda di “diritti” e normative è ben poca cosa anzi: è forse fuori tema.

  10. Gabriele Filipelli

    Scrivo da non specialista del ramo, mi perdonerete l’ingenuità. Ho l’impressione che sia tacito presupposto dell’articolo una netta distinzione tra le condizioni "concrete" del lavoro (stipendio, condizioni di lavoro), e le questioni "politiche", ideologiche, astrazioni deformanti da bandire in una discussione di natura economica. Trovo questa distinzione largamente arbitraria, e decisamente impropria nel caso in questione: un contratto che, insieme a pause e congedi, riforma in modo inedito dettagli vitali per la gestione del potere all’interno della fabbrica (esclusione dei sindacati non firmatari, rinuncia al diritto di sciopero contro le clausole firmate…). E la gestione del potere è, per definizione, una questione politica.

  11. luigi zoppoli

    Credo sarebbe utile definire ciò che è ritenuto un corretto obiettivo della trattativa. Limitare la microconflittualità ovvero evitare sciperi contro il contratto sottoscrtto, mi pare siano elementi del tutto corretti. Altrettanto corretto credo sia negoiare localmente ferma restando una base minima comune nazionale di tutele e garanzie dei lavoratori. A mia opinione l’unico problema viene fuori dalla mancanza di Fiom nella rappresentanza. E credo che Fiat se ne renda conto. Quanto al prendere o lasciare è più una modalità che si allontana dalla stucchevole e dilatoria ritualità tipica di troppe ed eterne trattative che fatto sostanziale. D’altronde la Fiom ha preferito la via politco-ideologica a quella sindacale che avrebbe dovuto fare maggior attenzione ai quattrini.

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