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DOPO IL REFERENDUM ALLA FIAT

Non sarà facile governare Mirafiori con il 50 per cento degli operai contrari all’accordo. Soprattutto, però, il referendum indica una volta di più che il nostro sistema di relazioni industriali fa acqua da tutte le parti: copre sempre meno lavoratori, interviene sempre più in ritardo, accentua i conflitti e non incoraggia gli aumenti di produttività e salari. Le riforme più urgenti riguardano le regole sulle rappresentanze sindacali, i livelli della contrattazione, la copertura delle piccole imprese, i minimi inderogabili e i confini fra contrattazione collettiva e politica.

Invece dell’accordo storico abbiamo avuto un disaccordo senza precedenti. Non sarà facile governare gli impianti a Mirafiori con il 50 per cento di operai favorevoli e il 50 per cento di contrari. E con una bassa fiducia per l’amministratore delegato. In un sondaggio condotto da termometropolitico fra 510 operai (su 5mila) all’uscita dei cancelli di Mirafiori, solo un terzo fra chi ha votato sì offre un giudizio positivo su Sergio Marchionne e non più del 16 per cento da un giudizio molto positivo. Tra chi ha votato no, i giudizi positivi sono due su cento (vedi la tabella qui sotto).

Tabella 1

Ha fiducia in Marchionne (da 1 a 10)?
  % Sì (>6) % No Fiducia media
Votato Sì 34.8 65.2 5.19
Votato No 1.8 98.2 3.59

 

Sarà una sfida in più per Marchionne. Sembra quasi che se la sia cercata con i suoi toni inutilmente polemici delle ultime settimane. Singolare atteggiamento per chi dovrebbe motivare dal primo all’ultimo dipendente al raggiungimento di obiettivi ambiziosi. Ma sembrava esserne consapevole. Ci sono stati troppe celebrazioni e troppi processi sommari in questi giorni. Bene ora guadare avanti. I manager vanno giudicati dai risultati e non dalle intenzioni. potremo trarre un primo bilancio della sua gestione fra due o tre anni. Nel frattempo, bene che gli azionisti rivedano gli schemi di remunerazione del management in modo tale da incentivare il raggiungimento di obiettivi di lungo periodo. Quelli attualmente in vigore non sembrano farlo in modo sufficiente. Quasi tutte le ozpioni sono esercitabili entro il 2012. Anche se Marchionne ha già dato ampia prova di non voler tirare a campare vivendo sugli aiuti di stato.
Bene anche che il governo si schieri a favore del paese, anziché della Fiat o di questo o quel sindacato, spingendo affinché tra questi obiettivi ci siano anche la salvaguardia degli attuali livelli occupazionali in Italia senza ulteriori aiuti di Stato (oltre alla cassa integrazione già prevista durante la ristrutturazione degli impianti a Mirafiori), incrementi salariali per i lavoratori in linea con i miglioramenti di produttività (nella nuova organizzazione del lavoro si produrranno da 40 a 50 autovetture in più al mese) e, soprattutto, il mantenimento a Torino del cuore delle fasi di progettazione, quelle in grado di avere ricadute positive sull’intero sistema produttivo.

UNA RIFORMA INDEROGABILE

Il referendum a Mirafiori è stato salutato dal nostro ministro del Lavoro come una nuova era nelle relazioni industriali. Ci indica, invece, una volta di più che è un sistema che fa acqua da tutte le parti: copre sempre meno lavoratori, interviene sempre più in ritardo, accentua, anziché gestire, i conflitti e non incoraggia gli aumenti di produttività e salari. Costringe a creare una nuova azienda e a uscire dalle associazioni di categoria per fare contrattazione a livello decentrato, diventando così ancora meno governabile. Le riforme più urgenti riguardano le regole sulle rappresentanze sindacali, i livelli della contrattazione, la copertura delle piccole imprese, i minimi inderogabili e i confini fra contrattazione collettiva e politica. Vediamole una per una.

LA RIFORMA DELLE RAPPRESENTANZE

Nel confronto su Mirafiori la frattura tra i sindacati si è ulteriormente accentuata. Da quando il sindacato è diviso, le organizzazioni dei lavoratori non sono più nelle condizioni di garantire il rispetto degli accordi presi. Una minoranza può sempre intervenire dopo che l’accordo è stato siglato e impedirne l’attuazione, mettendo in atto una serie di scioperi e di azioni dimostrative che possono gravemente compromettere, se non far fallire, un investimento attuato coerentemente con i contenuti dell’accordo. Per convincere un investitore a puntare sul nostro paese bisogna metterlo in condizione di avere di fronte interlocutori in grado di prendere impegni cogenti circa il rispetto degli accordi sottoscritti. L’investitore sa bene che il potere contrattuale del sindacato aumenterà dopo che l’investimento è stato attuato. A quel punto non sarà più possibile dirottare le risorse altrove, cosa invece possibile prima, quando l’accordo è stato preso. Di qui il timore che il contraente voglia rimettere tutto in discussione, ottenendo condizioni più favorevoli dopo che l’investimento è stato realizzato. Per attrarre investitori esteri da noi bisogna perciò tutelarli circa il rispetto degli impegni presi dalle organizzazioni dei lavoratori. Le garanzie possono essere fornite da un sindacato unito oppure da una legge sulle rappresentanze sindacali che attribuisca a quella maggiormente rappresentativa in azienda, ai delegati eletti dai lavoratori, l’autorità di sottoscrivere accordi vincolanti per tutti. I lavoratori dovranno rispettarne i contenuti. Se poi l’accordo si è rivelato per loro insoddisfacente, sceglieranno altri rappresentanti alla prossima tornata elettorale. Esistono diversi disegni di legge che recepiscono questi principi e che da almeno quindici anni attendono di essere discussi in Parlamento. L’accordo sottoscritto a Mirafiori, in assenza di queste regole, riconosce come rappresentanze dei lavoratori solo le organizzazioni sindacali che hanno sottoscritto l’intesa. È una scelta chiaramente inaccettabile.  È fin troppo evidente che a Mirafiori non si può non concedere rappresentanza, nel senso di diritto a permessi e accesso ai locali sindacali, a quel 50 per cento che ha votato contro.

I LIVELLI DELLA CONTRATTAZIONE

Nelle aspre polemiche di questi giorni, i sindacati si sono rinfacciati di avere sottoscritto accordi ben più onerosi per i lavoratori in altre imprese. Alla Sandretto durante il periodo in cui era in amministrazione controllata la Fiom (non la Fim!) ha firmato per deroghe al ribasso dei minimi salariali fissati dal contratto nazionale, pur di salvaguardare i livelli occupazionali. Alla Stm, alla Micron e alla Exside, Fim, Fiom e Uilm hanno accettato turni che impongono il lavoro notturno molto più di frequente (le cosiddette “ribattute” intervengono ogni due settimane) e con maggiorazioni salariali inferiori a quelle previste alla Fiat (attorno al 40 per cento contro il 60 per cento della Fiat). E ci sono molte piccole e medie imprese nel metalmeccanico (e anche grandi imprese nel siderurgico come la Tenaris) in cui si accettano condizioni di lavoro ancora più pesanti in quanto a turni e pause. Non c’è nulla di male se un sindacato le accetta in un’azienda e non in un’altra. Può farlo perché i lavoratori hanno esigenze diverse, perché le caratteristiche delle mansioni sono differenti, perché le condizioni del mercato e il potere contrattuale dei lavoratori cambiano a seconda dell’impresa e della situazione del mercato del lavoro locale. Questo dovrebbe suggerire maggiore cautela a chi commenta accordi come quelli di Mirafiori con toni apodittici, descrivendoli come una “emancipazione dell’economia dai vincoli democratici” e una “vittoria della Fiat sul paese”. Ma soprattutto dimostra che c’è bisogno di contrattazione azienda per azienda. Èl’unica che permetta al sindacato di salvaguardare posti di lavoro in aziende in difficoltà o di rinunciare ad aumenti salariali per fare assumere più lavoratori. A livello nazionale si può solo contrattare sui salari, non sui livelli occupazionali. Chi si oppone al rafforzamento del secondo livello della contrattazione, rinuncia di fatto a tutelare molti posti di lavoro.

LA COPERTURA DELLE PICCOLE E MEDIE AZIENDE

La contrattazione aziendale è difficile in aziende medio-piccole. In molte di queste non potrà che continuare a valere il contratto nazionale. Oltre che a dare copertura contro l’inflazione, bene che fissi delle regole retributive più che dei livelli salariali uniformi da imporre in realtà tra di loro molto differenziate. Ad esempio, si può stabilire che una quota minima dell’incremento della redditività di un’azienda sia trasferita ai lavoratori sotto forma di salario più alto. Un sindacato che continua a lasciare da soli i lavoratori delle piccole imprese nel loro tentativo di partecipare agli incrementi di produttività non ha futuro nella stragrande maggioranza delle aziende italiane. Come evidenziato anche dalla composizione del voto a Mirafiori (il turno di notte, che avrà i maggiori carichi di lavoro e incrementi retributivi, ha votato a larga maggioranza a favore del sì, al contrario degli altri reparti), oggi molti lavoratori italiani sono disposti a lavorare di più e in condizioni più pesanti pur di guadagnare di più. Anche su questo l’indagine condotta ai cancelli Mirafiori è utile. Ci dice che tra chi ha votato sì, quasi il 50 per cento è interessato d’ora in poi a incrementi salariali più che a miglioramenti nelle condizioni di lavoro. Anche tra chi ha votato no, c’è un 25 per cento di lavoratori interessata più ad aumenti retributivi che a cambiamenti nell’organizazzione del lavoro. Non sorprende data la stagnazione dei salari negli ultimi quindici anni.

Tabella 2

Cosa è più importante richiedere per il futuro?
  Migliori condizioni di lavoro (%) Aumenti salariali (%) Totale
Votato Sì 54.9 45.1 100
Votato No 74.3 25.7 100

I MINIMI

Questo ci porta ai minimi inderogabili. Bene definirli con precisione e preoccuparsi di farli rispettare per tutti, non solo quando si è sotto i riflettori dei media. Ci vogliono dei minimi al di sotto dei quali nessun contratto – collettivo o individuale – può scendere. Devono essere per forza di cosa fissati per legge e valere per tutti, anche per chi lavora nel sindacato, nei partiti o nel volontariato. Ci vuole un salario minimo orario. Ma ci vuole anche un’assicurazione sociale di base, a partire da quella contro la disoccupazione. Sorprendente che la retorica sui diritti fondamentali violati non tenga conto che gli 800mila precari che hanno perso il lavoro dall’inizio della recessione non abbiano ricevuto alcun sostegno al loro reddito.

I CONFINI TRA CONTRATTAZIONE E POLITICA

Infine i confini tra contrattazione e politica. Troppi politici hanno perso in queste settimane un’occasione per stare zitti, pronunciandosi a favore o contro l’accordo Mirafiori, come se la scelta riguardasse loro e non invece i lavoratori della fabbrica e le loro famiglie. È una ingerenza fastidiosa, inaccettabile, e hanno fatto bene i leader confederali a denunciarla. Ma bisogna ammettere che troppe volte è proprio il sindacato a chiamare in causa la politica. Lo ha fatto anche a Mirafiori. Bene che la smetta. Come tutti sanno, la politica non si fa certo pregare quando si tratta di invadere terreni su cui non dovrebbe avere alcuna voce in capitolo.

(una versione fortemente ridotta di questo articolo è apparsa su La Repubblica del 17 gennaio)

 

NOTA METODOLOGICA

I risultati si riferiscono a un’indagine realizzata con metodo CAPI (Computer-Assisted Personal Interviewing), condotta tramite interviste face to face a un campione casuale di 510 operai di Mirafiori su 4.968 operai aventi diritto, interpellati a ciascuno dei turni di ingresso e uscita dallo stabilimento. Il margine d’errore stimato è del 3,0 per cento.

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LA POLITICA? UN GIOCO PER SIGNORINI

22 commenti

  1. Pietro D.C.

    La difesa dei diritti dei lavoratori condotta dalla FIOM con l’appoggio della CGIL è tanto velleitaria quanto ipocrita. Mi pare ovvio che se i sindacati vogliono contare ancora qualcosa debbano affrontare il problema della globalizzazione, il che significa prendere iniziative coordinate a livello almeno europeo. A livello locale, possono ormai solo tentare una “moral suasion”… per quello che conta. Quello che fanno, invece, è cercare di farsi fuori l’uno con l’altro, nel caso specifico fingendo di prendere le parti dei lavoratori per screditare i sindacati firmatari.

  2. Emilio Odescalchi

    Quello che più sorprende è il comportamento corporativistico delle "Tute Blu" / FIOM, più Blu di tutte quelle prese in considerazione nei vari bla-bla televisivi, saturati di accenti populisti-demagogici degli anni 70. Mi chiedo come Pietro Ichino abbia potuto sopportare la saccente e prepotente incultura di Santoro. Ciò premesso, all’appello di Mirafiori mancano le 30.000 "Tute Blu" che lavorano, sudano e producono nelle imprese dell’indotto primario Fiat. A loro non è stato chiesto alcun parere, nè dai sindacati, nè dai politici, forse perchè le loro tute sono più consunte di quelle della "Casta Blu" di Mirafiori? Invito la lettura di Crozier "Attore e Sistema". Opero nel mondo automotive da molti anni e frequento tra gli altri, lo stabilimento Audi di Ingolstadt che lavora in pieno. Non ho mai visto lungo le catene di produzione morti e feriti per il "troppo Lavoro". Che gli operai/ie che lavorano lì (italiani inclusi) siano superuomini/donne? Parlando con loro non mi è sembrato. Trovano del tutto naturale fare bene il lavoro per il quale sono pagati. Fare il proprio lavoro bene è una malattia, un atteggiamento mentale, o solo buonsenso?

  3. FIORELLA REMONDINO

    Mi pare che, almeno a partire dalla vicenda di Pomigliano prima e di Mirafiori poi, la gran parte degli interventi abbia focalizzato bene l’attenzione sulle relazioni industriali, le loro patologie e i riflessi sulla produttività/innovazione. Ho il dubbio, però, che con quelle vicende si cerchi di eludere e non approfondire il concetto (per me fondamentale) della responsabilità sociale dell’impresa all’epoca della globalizzazione. In questa "ventata" di nuova globalizzazione, che almeno per un buon lasso di tempo (fine del 2006 / inizio 2009) era rimasta nascosta per l’eccellente ricaduta degli incentivi sul mercato dell’auto (Fiat in particolare), non vi pare che sia strumentale invocare solo ora le regole della globalizzazione? Un secondo aspetto, molto sottotraccia, è legato al vero futuro di Mirafiori, in quanto polo produttivo che a partire dal 2005 sta subendo alcune profonde trasformazioni, sotto il profilo funzionale e urbanistico: argomenti, però, di cui nessuno parla.

  4. Ugo Pellegri

    Sottopongo alcune osservazioni:
    1) non mi pare che un accordo approvato dal 54% del personale possa definirsi un disaccordo.
    2) purtroppo, da circa 15 anni, la Fiom, per ragioni politiche, sistematicamente non firma gli accordi di rilevanza mediatica o dove non ha il controllo assoluto della rappresentanza sindacale.
    3) La Fiom è esclusa dalla rappresentanza per una legge modificata da un referendum voluto da Rifondazione Comunista con l’appoggio della Fiom stessa. Una modifica della norma è auspicabile, ma la Cgil ad oggi pone condizioni non accettabili dalle altre organizzazioni.
    4) Il dr Marchionne sembra aver scelto una strategia in funzione del prevedibile comportamento dei suoi interlocutori. A risultato acquisito, grazie agli impiegati il cui voto conta come quello degli operai, è auspicabile che:
    – Fiat attui rapidamente il programma
    – Fiom rispetti il risultato e, con l’aiuto delle altre organizzazioni, rientri nel gioco, favorendo il raggiungimento degli obiettivi e la successiva partecipazione agli utili d’impresa.

    • La redazione

      Mi riferivo al dato tra gli operai. Concordo sul fatto che adesso si debba andare avanti. Lo stesso Marchionne ha comunque riconosciuto gli errori.

      MI RIFERIVO AL DATO TRA GI OPERAI. CONCORDO SUL FATTO CHE ADESSO SI DEBBA ANDARE AVANTI. LO STESSO MARCHIONNE HA COMUNQUE RICONOSCIUTO GLI ERRORI.

  5. Franco Tegoni

    L’analisi e le proposte di Boeri mi sembrano l’unico terreno utile per costruire una politica industriale capace di far resistere l’Italia (che vale di più della Fiat, ma che non permettersi il lusso di perderla) nella competizione mondiale. Sono iscritto del PD e ho provato molto fastidio nel vedere la divisione fra i fan di Marchionne e quelli della FIOM. Questo atteggiamento per un dirigente politico è semplicemente demenziale e dimostrativo di scarsa capacità di svolgere il proprio ruolo. Altro che rottamazione, c’è un gran bisogno di corsi di formazione di base: speriamo bene, perchè c’è ancora qualche tempo per far cose utili.

  6. Patrizia

    Mi pare una ricerca interessante quella svolta a Mirafiori. Chiedo al prof. Boeri che ne saprà più di me: erano già stati fatti sondaggi simili a Pomigliano o in altri stabilimenti?

  7. vincenzo carrieri

    Ottima l’analisi, ma non condivido il giudizio positivo sull’azione del governo in questa circostanza. Nell’articolo viene apprezzata la poca interferenza del governo sulla questione mirafiori e si critica al tempo stesso le “manifestazioni di voto” dei politici sul referendum. Si può essere d’accordo sul fatto che Mirafiori è stata ed è una questione principalmente di relazioni industriali, ma non è forse anche compito del governo interrogarsi sulla bassa competitività delle aziende del paese? Se i lavoratori si lamentano dei bassi salari ed al tempo stesso la Fiat ( come molte altre imprese italiane) si lamentano del costo del lavoro elevato, non è che forse hanno ragione entrambe le parti ed il problema sta nel famigerato cuneo fiscale e contributivo troppo elevato? Io credo che sia un problema del governo tentare di accogliere entrambe le istanze ed affrontare il tema spinoso dell’eccessiva responsabilità sociale delle imprese nel nostro paese. Questo richiederebbe di affrontare molte altre questioni anche di finanza pubblica (dove prendere i soldi per permettersi di ridurre il cuneo) ma sarebbe un modo più responsabile di affrontare la questione mirafiori.

    • La redazione

      Se legge bene non dico affatto questo. Il governo deve preoccuparsi degli investimenti Fiat in Italia, della progettazione, etc.. Ma non doveva schierarsi nel referendum.

  8. Lucio Sepede

    La ricerca fatta a Mirafiori è molto interessante però mi rimangono molti dubbi: 1) come mai la Fiom e ora anche la CGIL ritengono inaccettabile e incostituzionale rimanere tagliati fuori dalla rappresentanza a Mirafiori mentre invece va bene che i Cobas siano rimasti senza rappresentanza nella scuola e nei servizi del trasporto pubblico locale per non aver firmato i contratti sottoscritti dalle organizzazioni CGIL, CISL e UIL; 2) per quale motivo non dovrebbe essere vincolante per tutti i dipendenti un accordo approvato dal 54% dei lavoratori (possono essere firmati soltanto gli accordi approvati all’unanimità o dalla Fiom? ma allora a che servono i referendum?); 3) per quale motivo non dovrebbe andare bene a Mirafiori un accordo simile a quelli che vanno invece bene in Germania o in altre aziende italiane se tale accordo è stato confermato da un referendum; 4) a che serve stabilire i minimi inderogabili se poi le gare pubbliche anche europee vengono aggiudicate a chi offre tariffe al di sotto dei minimi sindacali; 5) perché ci occupiamo di difendere i diritti di coloro che sono relativamente più tutelati rispetto a chi non ha alcuna tutela (precari, disoccupati, giovani).

    • La redazione

      Ci sono due questioni che non vanno confuse. Tutti i lavoratori e le loro rappresentanze devono rispettare le decisioni prese dalla maggioranza e quindi non boicottare l’accordo. Ma questo non vuol dire che la minoranza non abbia diritto ad operare in azienda.

  9. andrea saba (La Sapienza - Economia Industriale)

    “A pensar male si fa peccato,ma ci s’azzecca sempre” diceva Andreotti.Marchionne sperava di perdere il referendum per avere la scusa per andarsene. Ora ha quasi perso. Creare un nuovo impianto, con nuove tecnologie che richiedono nuove regole di lavoro per massimizzare l’efficienza, in un mercato disastroso per un prodotto maturo di cui non esiste domanda se non su un turnover ridotto, con una perpetua contestazione sindacale in atto, è un assurdo economico. Né Marchonne ,né Sacconi vogliono riaprire la trattativa, per cui non mi pare che un complesso progetto possa realizzarsi. Probabilmente verrà fuori qualche episodio di violenza che darà a Marchionne la scusa per andarsene secondo la logica imprenditoriale globale.

  10. Raffaello Morelli

    L’interesse per la ricerca viene spiazzato dal clima dell’articolo, non abbastanza attento alla questione cardine dela vicenda: di fronte alla globalizzazione, quale risposta costruire se si contesta quella avanzata da Marchionne? E’ obsoleto rispondere, ad esempio, che la democraticità della rappresentanza non ci sarebbe ("riconoscere come rappresentanze dei lavoratori solo le organizzazioni sindacali che hanno sottoscritto l’intesa è una scelta chiaramente inaccettabile"). Infatti Boeri non replica alle contestazioni fattegli dal commento di Pellegri (in sostanza la Fiom è esclusa dall’art.19 dello Statuto dei Lavoratori e non dal contratto) e da quello di Sepede (secondo cui lo stesso articolo dello Statuto è stato già applicato quando a non firmare erano altri e in ogni caso le scelte referendarie restano vincolanti). Boeri trascura che nei contratti non possono essere automaticamente adottati i criteri politico rappresentativi. I contratti investono rapporti economici tra imprenditori e svariati lavoratori, e quindi non può scomparire il diritto di scelta del singolo lavoratore ma neppure il diritto di valutazione dell’imprenditore circa l’utilizzo degli impianti.

  11. Gio

    La lezione da trarre è semplice: la classe dei sindacalisti fa acqua da tutte le parti. Loro sono i primi che devono essere mandati a casa… anzi, a lavorare in fabbrica. Marchionne ha rivoluzionato 60 anni di prassi consolidate e malcostume generale. I lavoratori hanno mantenuto il posto di lavoro (e lo stipendio).

  12. Werner Pramstrahler

    Da persona che vive in “periferia sindacale e contrattuale” (= Alto Adige) mi chiedo da tempo se uno (!) dei problemi del sistema di relazioni industriali è proprio la struttura basata sui due livelli. Poniamo il caso che si ottenga l’auspicata obbligatorietà del secondo livello: ma i sindacati sarebbero in grado di fornire il know how necessario alle RSU per contrattare temi come la flessibilità interna, i livelli occupazionali, i temi conessi all’innovazione azienda per azienda? O anche territorio per territorio? Ogni ulteriore decentramento della contrattazione a mio avviso si può solo basare su una rappresentanza rinnovata in periferia, sia all’interno delle aziende sia a livello territoriale: con strutture “di base” capaci di valutare e contrattare mettendo in campo poca ideologia e molto know how.

  13. bob

    Emergenze come questa attuali non possono essere risolte con la bacchetta magica: 40 anni di follie dove li mettiamo! 40 anni sono 3 generazioni nate con certe idee, neanche una rivoluzione li potrebbe cambiare come auspica lei.

  14. Angelantonio

    La contrattazione azienda per azienda non corre il rischio di scaricare sui salari le differenze di produttività delle aziende? Se è così, viene a mancare alle nostre imprese l’incentivo ad ammodernarsi e saranno sempre meno competitive, a meno che non continuino a scaricare all’infinito sui salari ( ! ) per tenere basso il costo del lavoro per unità di prodotto! E poi se la contrattazione integrativa decide la seconda parte dei salari, rendendoli sempre meno omogenei sul territorio italiano, non fa indebolire ulteriormente i sindacati? Mai come in questi decenni di precarietà e globalizzazione i lavoratori hanno bisogno di rappresentanti forti!

  15. claudio

    Non mi convince la lettura che propone a proposito della copertura delle piccole e medie aziende, non solo per la scarsa storica propensione aziendale alla distribuzione degli incrementi di produttività. Il turno di notte a Mirafiori ha votato SI perchè, in realtà, non avrà maggiori carichi di lavoro di quelli attuali (se non in modo marginale) ma avrà sicuramente aumenti retributivi. Prevale di gran lunga la scelta di migliori condizioni di lavoro (quasi plebiscitaria tra chi ha votato NO) anche, e qui è la sorpresa, malgrado “la stagnazione dei salari degli ultimi quindici anni”. Sbaglia chi pensa che l’aumento salariale da solo possa evitare il conflitto.

  16. Galeone Donato

    Leggo l’articolo “Dopo il referendum alla Fiat” di Tito Boeri (18 gennaio), preceduto dall’Intervento del Prof.Ichino alla Direzione PD del 13 gennaio e poi quello di Veltroni il 22 al Lingotto. Le vostre osservazioni e analisi nei contenuti, pur diversificate rispetto agli obiettivi, rilevano una “verità vera” che personalmente, quale modestissimo Perito-Esperto dicontratti di lavoro, penso che anche Lei dovrebbe condividere. Tra domanda e offerta di lavoro (inoccupazione giovanile, tutte le casse integrazioni che dopo il tempo del sostegno al reddito sono l’anticamera di una lunga disoccupazione) è , di fatto, ridotto il potere contrattuale del sindacato dei lavoratori. Inoltre, nel nuovo contesto socio-economico globale di impresa multinazionale Fiat – in Italia – da Pomigliano e fino a Melfi, si passa a Torino, non escludendo Cassino. La”fame di lavoro” che passa dal caporalato agricolo-edilizio italiano non poteva direttamente coninvolgere anche la Fiat. Qundi, il lavoro – nella dimensione multinazionale Fiat – potrà avere un secondo tempo contrattuale “partecipato” globale dell’auto, con rinvio negoziale ai livelli aziendali.

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